Guerra in Iran, settima settimana: gli aggiornamenti dai mercati

Guerra Israele-USA e Iran: le reazioni dei mercati?

La guerra tra Israele-USA e Iran è giunta alla settima settimana: tra blocco dello Stretto di Hormuz e timori di escalation, le Borse sono incerte. E il mercato crypto?

La guerra tra Stati Uniti-Israele e Iran è entrata nella settima settimana: lo Stretto di Hormuz, snodo fondamentale dove passa un quinto della produzione mondiale di petrolio e GNL, è doppiamente bloccato: la Repubblica islamica sta concedendo il passaggio delle petroliere “alleate” in cambio di un pedaggio, mentre gli Stati Uniti starebbero posizionando la propria flotta appena dopo, nel Golfo di Oman. Le Borse mondiali, ovviamente, non hanno idea di cosa potrebbe succedere e navigano a vista. Il mercato crypto segue ma sembra leggermente più solido: qual è la situazione?

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Guerra in Iran: gli sviluppi dall’inizio del conflitto

Nella mattinata italiana del 28 febbraio, Stati Uniti e Israele davano ufficialmente avvio a una serie di bombardamenti coordinati ai danni dell’Iran: in meno di 24 ore, raggiungono uno dei principali obiettivi dei raid, eliminando l’Ayatollah Alì Khamenei, guida suprema della Repubblica islamica iraniana. A poche ore dall’evento, i Guardiani della rivoluzione, uno dei tre corpi armati iraniani, dichiaravano chiuso lo Stretto di Hormuz: “Se qualcuno tenterà di passare, gli eroi delle Guardie Rivoluzionarie e della marina regolare daranno alle fiamme quelle navi”. 

Nei giorni successivi, il traffico nello Stretto si è ridotto drasticamente: i media e gli organi di sicurezza internazionali segnalavano la presenza di mine navali nel canale. Il prezzo delle materie prime energetiche, di conseguenza, è schizzato alle stelle: attraverso lo Stretto di Hormuz passa tra il 25% e il 30% della produzione mondiale di petrolio e di GNL (gas naturale liquefatto). Con l’apertura del fronte, il Brent – benchmark internazionale – è salito dai 73$ al barile agli odierni 113,7$. 

Ma non finisce qui: nel weekend del 20-23 marzo, Trump ha mandato un ultimatum promettendo di “colpire e radere al suolo le infrastrutture iraniane legate al nucleare. La Repubblica islamica ha risposto col classico “occhio per occhio, dente per dente”: “Se colpite l’elettricità, noi colpiamo l’elettricità“.

Un paio di giorni dopo, il Presidente degli Stati Uniti è tornato sui suoi passi mettendo in atto il solito comportamento che gli è valso il soprannome di TACO: Trump Always Chickens Out – Trump si tira sempre indietro. Cosa ha fatto? 

Il TACO è servito: parte 1

Ha pubblicato un post sul suo social Truth che recitava, con qualche errore di battitura: “Sono lieto di annunciare che gli Stati Uniti d’America e l’Iran hanno avuto, negli ultimi due giorni, conversazioni molto buone e produttive riguardo a una risoluzione completa e totale delle nostre ostilità in Medio Oriente”. 

Sulla base del tenore e del tono di queste conversazioni approfondite, dettagliate e costruttive, che continueranno per tutta la settimana”, continua il POTUS, “ho dato istruzioni al Dipartimento della Guerra di rinviare qualsiasi attacco militare contro le centrali elettriche e le infrastrutture energetiche iraniane per un periodo di cinque giorni, a condizione che gli incontri e le discussioni in corso abbiano successo”.

Gli iraniani, dall’altro lato, hanno prontamente smentito la dichiarazione bollandola come fake news. Allo scadere del secondo ultimatum, Trump ha esteso il periodo di “non attacco” di altri dieci giorni – forse. 

Nella notte italiana tra l’1 e il 2 aprile, per aggiungere altra carne al fuoco, il Presidente degli Stati Uniti ha tenuto un discorso alla nazione con gli aggiornamenti sull’operazione militare: in sintesi, ha riferito al mondo che la guerra potrebbe continuare per altre sole due o tre settimane, perché gli Stati Uniti avrebbero raggiunto tutti gli obiettivi. 

Infine, durante il weekend pasquale del 5-6 aprile, apparentemente le parti in conflitto avrebbero iniziato a dialogare in merito a un possibile accordo di cessate-il-fuoco della durata di 45 giorni. Ma Donald Trump, in un discorso tenuto nella giornata di lunedì 6 aprile, è stato abbastanza netto: o l’Iran accetta il piano entro le 20 ora di New York (2 del mattino italiane), o “raderà al suolo l’intero paese”. 

Il TACO è servito: parte 2 (questa volta è un TACO XL)

Avevamo chiuso l’update con la domanda “è il solito bluff del TACO – Trump Always Chickens Out – President?” a cui è seguita una risposta affermativa: Trump ha accettato una tregua di due settimane col regime degli Ayatollah. In seguito, nel weekend del 11-12 aprile, le delegazioni statunitensi e iraniane si sono incontrate in Pakistan, per dialogare in merito a un possibile accordo definitivo. 

I colloqui non sono andati bene e il Presidente degli Stati Uniti ha ordinato alla propria Marina di bloccare l’uscita dallo Stretto di Hormuz, creando quindi un blocco sul blocco. L’incertezza è totale, ma i mercati sembrano ottimisti.

Le performance dei principali indici azionari

Quando il prezzo dell’energia cresce a dismisura, l’economia reale ne risente: le aziende spendono di più per produrre a causa dell’aumento trasversale dei costi, come quelli per il trasporto e per l’elettricità in generale. Il risultato: i rincari, alla fine, vengono trasferiti sul consumatore, che vede un rialzo dei prezzi generalizzato, anche detto inflazione

E i mercati sanno bene che alla crescita dell’inflazione aumentano le probabilità di un rialzo dei tassi di interesse – il prossimo FOMC avrà luogo tra 15 giorni. Cosa significa tutto ciò in numeri? 

Partendo dagli Stati Uniti, dal giorno uno del conflitto, il Dow Jones sta cedendo l’1,55%, mentre l’S&P500 e il Nasdaq 100 sono tornati in positivo e stanno guadagnando, rispettivamente, lo 0,5% e il 2,3% – il Dow Jones subisce più degli altri due proprio perché maggiormente esposto alle variazioni dei prezzi energetici. 

È interessante notare che, dall’ultimo update del 30 marzo, che è stato anche il bottom locale, i tre listini hanno messo a segno un recupero di una certa importanza: Dow Jones, S&P500 e Nasdaq 100 da quel giorno hanno guadagnato, nell’ordine, il 6,6%, l’8,5% e l’11%

Ma voliamo in Europa, che non se la passa bene: l’Eurostoxx 50 (STOXX), l’indice che include le top 50 aziende europee, nello stesso periodo sta perdendo il 2,4%. Nel dettaglio, Londra è giù del 3%, Parigi del 3,5% e Francoforte del 5,2%. Milano fa molto meglio e torna addirittura in territorio positivo con un +0,8%. Anche in questo caso, vale lo stesso discorso di sopra: da martedì 30 marzo, STOXX ha recuperato il 9,1% mentre i principali quattro indici europei hanno messo a segno, nell’ordine, il +6,2%, il +7,7%, il +7,9% e il +10,5%

In Asia la situazione è leggermente meno rosea: il Nikkei, che rappresenta le 225 aziende più importanti del Giappone, sta lasciando l’1,1%, mentre il KOSPI, principale indice sudcoreano, il 3,7%. In Cina, anche l’Hang Seng, che finora aveva contenuto le perdite, segna un calo del 2,8%. Naturalmente, le Borse asiatiche seguono lo stesso movimento delle “cugine” europee e statunitensi: il 30 marzo ha visto un rimbalzo che ha portato gli indici appena descritti verso un recupero importante: Tokyo +14,2%, Seul +15,2 e Hong Kong +5,5%. 

Focus metalli preziosi: oro e argento 

In questo caos, sarebbe lecito aspettarsi un buon comportamento da parte dei metalli preziosi, universalmente concepiti come lido sicuro in tempi di forti turbolenze. Non è proprio così

La quotazione dell’oro, dalla chiusura del 27 febbraio, è scesa del 9,5%, seguita a stretto giro dall’argento (-17,9%). Contestualmente, nonostante non sia un metallo prezioso, il dollaro torna ad assumere un ruolo di riserva di valore: in queste sette settimane, il DXY – dollaro vs sei principali valute estere – sta guadagnando lo 0,5%

E il mercato crypto?

Il mercato crypto è in controtendenza rispetto all’andamento generale: da venerdì 27 febbraio, Bitcoin sta guadagnando il 13%, dopo settimane di alta volatilità in cui è riuscito a rompere i 70.000$ per ben quattro volte – ora si trova sulla linea dei 74.500$; Ethereum fa anche meglio con un +23,6%; Ripple e Solana, invece, mettono a segno performance più modeste, salendo dell’1,3% e 5,3%. In generale, la Total Market Cap è cresciuta di circa 252 miliardi di dollari (+11,2%).

Qualche dato interessante  

Secondo BitcoinTreasuries.net, negli ultimi trenta giorni le Public Companies e gli ETF hanno aumentato i loro stake di Bitcoin del 1,9% e dello 0,9%. In altre parole, da una parte le società quotate – come Strategy (MSTR) – hanno portato il totale detenuto in Bitcoin pari a 1,17 milioni di BTC. Dall’altra, le società emittenti di ETF – come iShares di BlackRock proprietaria di IBIT – hanno registrato afflussi positivi e hanno aumentato il proprio stake a 1,618 milioni di BTC.   

In sintesi, i dati ci dicono che la quantità di Bitcoin disponibile si riduce, con conseguenze positive per il prezzo, come spiegato dalla legge della domanda e dell’offerta.

Siamo di fronte a una rotazione dei capitali?

È la grande domanda, a cui gli investitori crypto (e non) stanno cercando di rispondere da giorni. Chiaramente, nessuno ha la risposta, perché il futuro non può essere previsto. In questi momenti, la cosa migliore da fare è studiare i fondamentali e capire il funzionamento dei protocolli. Non sai da dove partire? Non preoccuparti: la nostra Academy è ottima per chi vuole iniziare, ma anche per chi è già esperto e vuole ripassare.  

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Dichiarazione dei redditi e tasse sulle crypto: qual è il quadro nel 2026?

dichiarazione redditi 2026 crypto

Tutte le anticipazioni per la dichiarazione del redditi 2027 in base alla nuova Legge di Bilancio.

La dichiarazione dei redditi è sempre un argomento complesso, specialmente quando ci sono di mezzo le crypto: come cambia la normativa nel 2026?

Le tasse sulle crypto sono soggette a continue modifiche, poiché si tratta di un settore relativamente giovane che deve ancora essere pienamente regolamentato. A fine dicembre 2025, il Parlamento ha approvato la nuova Legge di Bilancio, nella quale sono esposte le nuove normative sul tema della tassazione crypto: cosa dice il testo?

Una premessa rapida

Come avrai intuito, questo articolo si concentrerà sui cambiamenti in materia fiscale relativi alla detenzione e alla vendita di crypto: si tratta di un tema estremamente specifico, in continuo aggiornamento – sia dalle aliquote sia dalle interpretazioni legali e via dicendo. 

Noi, ogni anno, aggiorniamo i nostri articoli sulle tasse affinché la nostra Community – e non solo – possa operare nel pieno della consapevolezza senza rischiare sanzioni fino a migliaia di euro.

Allo stesso tempo, mettiamo a disposizione una serie di servizi fiscali con cui l’investitore può raggiungere l’obiettivo appena esposto, ma con una grande differenza: delegare il lavoro a tool e software professionali, risparmiando tempo, energie, pazienza e, soprattutto, soldi.

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Dichiarazione dei redditi e tasse sulle crypto: l’aliquota sulle plusvalenze resta al 26%? 

La risposta è una sola: dipende.

Ma, senza ulteriori giri di parole, andiamo diretti al punto:

Sulle plusvalenze e sugli altri proventi […] è applicata con l’aliquota del 33 per cento. Le disposizioni di cui al primo periodo si applicano con l’aliquota del 26 per cento, in luogo di quella ordinaria del 33 per cento, ai redditi diversi e agli altri proventi di cui alla lettera c-sexies) del comma 1 dell’articolo 67 del testo unico delle imposte sui redditi, di cui al decreto del Presidente della Repubblica 22 dicembre 1986, n. 917, derivanti da operazioni di detenzione, cessione o impiego di token di moneta elettronica denominati in euro”. 

In parole povere: 

  • l’aliquota resta al 26% nel momento in cui le plusvalenze derivano da scambio CRYPTO > EMT (Electronic Money Token, cioè le stablecoin) ancorate all’euro, come EURC
  • l’aliquota sale al 33% quando queste si ottengono con scambi che coinvolgono:
    • CRYPTO > Euro o altra valuta fiat (come il dollaro)
    • CRYPTO > EMT non denominati in euro, come USDC o USDT (ancorati al dollaro)

Ma facciamo un esempio concreto.

Esempio

Immagina di comprare 0,1 BTC a metà febbraio 2026, quando 1 Bitcoin valeva 60.700€, per poi vendere o scambiare lo stesso 0,1 BTC a ottobre 2026, quando – numero assolutamente casuale – il suo valore salirà a 86.600€. 

Questa la situazione: 

  • 0,1 BTC a febbraio 2026: valore 6.070€ (0,1 BTC x 60.700€)
  • 0,1 BTC a ottobre 2026:  valore 8.660€ (0,1 BTC x 86.600€)
  • Plusvalenza: 2.590€.

In base all’operazione effettuata, il trattamento fiscale della plusvalenza può variare. Vediamo le casistiche:

  • BTC > EURO → Vendi i tuoi 0,1 BTC per Euro → aliquota al 33% → 2.590€ x 33% = 854,7€ di imposta da versare nel 2027
  • BTC > USDT → Scambi i tuoi 0,1 BTC per un EMT ancorato al dollaro → aliquota al 33% → 2.590€ x 33% = 854,7€ di imposta da versare nel 2027
  • BTC > PAXG →  Converti i tuoi BTC in un ART ancorato all’oro → aliquota al 33% → 2.590€ x 33% = 854,7€ di imposta da versare nel 2027
  • BTC > EURC → Converti i tuoi BTC in un EMT ancorato all’euro → aliquota 26% →  2.590€ x 26% = 673,4€ di imposta da versare nel 2027
  • BTC > ETH → Converti i tuoi BTC per una crypto che NON è né ART né EMT (quindi sostanzialmente una stablecoin) → nessuna imposta

Quest’ultima casistica rientra tra le fattispecie di operazioni “non fiscalmente rilevanti” o, più semplicemente, fiscalmente neutre. Vediamole brevemente. 

Neutralità fiscale tra asset omogenei

Le operazioni di scambio tra cripto-attività – per usare la terminologia specifica – che presentano le stesse caratteristiche e funzioni non sono operazioni soggette a tassazione. In questo caso, lo scambio non genera né plusvalenze né minusvalenze, poiché non si configura un effettivo realizzo di ricchezza. Il costo fiscalmente riconosciuto – il prezzo di carico – dell’attività ceduta si trasferisce integralmente sul nuovo asset acquisito. 

Sarà necessario pagare le dovute imposte solo in caso di una vendita successiva in cambio di:

  • una qualsiasi valuta fiat (come euro o dollaro) 
  • di un EMT (come abbiamo visto sopra)
  • l’acquisto di beni e servizi

Riprendendo l’esempio di prima:

  • 0,1 BTC a febbraio 2026: valore 6.070€ (0,1 BTC x 60.700€)
  • 0,1 BTC a ottobre 2026:  valore 8.660€ (0,1 BTC x 86.600€)

Ora, immaginiamo che, a ottobre 2026, 1 ETH valga – anche qui, numero totalmente casuale –  2.000€ e vuoi convertire BTC in ETH

  • 0,1 BTC (valore 8.660€) → 4,3 ETH (con 1 ETH = 2.000€). 

Questo è classificato come evento fiscalmente neutro. Sarà necessario applicare le imposte solo quando deciderai di vendere ETH. 

Irrilevanza della conversione Euro → EMT

Il passaggio da euro a un EMT (Electronic Money Token) denominato in euro (come EURC), e viceversa, non produce alcuna variazione economica e, pertanto, non ha rilevanza fiscale. Tale conversione rimane esclusa dal calcolo dei redditi diversi, mantenendo l’obbligo fiscale limitato al solo monitoraggio nel Quadro W/RW e all’applicazione dell’imposta patrimoniale (Imposta di bollo o IVACA).

Per maggiori informazioni sul trattamento degli EMT e sulle operazioni fiscalmente rilevanti, leggi l’articolo dedicato → Stablecoin: come vengono classificate dalla MiCA e dalla normativa fiscale

Abolita la franchigia di 2.000€

Non è una breaking news, nel senso che, proprio come l’aumento dell’aliquota, questa misura era già prevista dalla Legge di Bilancio 2025 (Legge 207/2024). La franchigia, quindi, è stata eliminata e, dall’1 gennaio 2025, tutte le plusvalenze sono integralmente imponibili, indipendentemente dall’importo. 

Tuttavia, a causa di un errore del software dell’Agenzia delle Entrate (AdE), e grazie a un successivo chiarimento del 30 aprile 2025, migliaia di contribuenti potrebbero avere la possibilità di recuperare fino a 520€ di imposte versate in eccesso sulle plusvalenze. Ha diritto al rimborso chi:

  • Nel 2023 (anno d’imposta) hai realizzato plusvalenze da cripto-attività superiori a 2.000€.
  • Nel 2024 hai presentato la dichiarazione dei redditi pagando l’imposta sostitutiva del 26%.

Ti consigliamo di andare ad approfondire la questione nell’articolo dedicato: Abolita la franchigia dei 2.000€: come funziona per la dichiarazione dei redditi 2026.

Istituzione di un Tavolo Permanente 

Nel testo della Legge di Bilancio 2026, specialmente nella seconda parte dell’Articolo 13, si parla poi dell’istituzione di un “Tavolo permanente di controllo e vigilanza sulle criptoattività e la finanza innovativa volto a favorire lo sviluppo ordinato e legale del settore”. 

Si tratta di un “tavolo” composto da rappresentanti del MEF (Ministero dell’economia e delle Finanze), della Guardia di Finanza, della CONSOB (Commissione Nazionale per le Società e la Borsa), della Banca d’Italia, dell’Unità di Informazione Finanziaria e da accademici

In altre parole, la Legge prevede la creazione di un gruppo di esperti e addetti ai lavori che avrà il compito di affiancare le istituzioni di controllo, di monitorare i rischi, di prevenire le frodi, di contrastare attività connesse al riciclaggio e al terrorismo, di seguire l’evoluzione tecnologica del settore e di promuovere l’educazione finanziaria.

Il Tavolo Permanente, come dice il testo ufficiale, sarà attivo entro sessanta giorni dall’entrata in vigore della Legge di Bilancio 2026 – quindi, teoricamente, prima del 31 marzo 2026.

Per quest’anno è tutto, via ai titoli di coda.

Disoccupazione e Non Farm Payroll: i dati USA

Occupazione USA: i dati e le reazioni dei mercati

Sono usciti i dati sull’occupazione negli Stati Uniti: Non Farm Payrolls e disoccupazione. Come hanno reagito i mercati?

Nella giornata di venerdì 3 aprile, il BLS (Bureau of Labor Statistics) americano ha comunicato i dati relativi al mercato del lavoro. Nello specifico, sono uscite le rilevazioni sui Non Farm Payrolls (NFP), cioè i nuovi posti di lavoro creati al netto del settore agricolo, e sul tasso di disoccupazione. Qual è la situazione? Come si sono comportati i mercati e perchè? 

I dati: Non Farm Payrolls e tasso di disoccupazione 

La rilevazione del 3 aprile è la quarta del 2026, ma andiamo subito al sodo: i NFP sono cresciuti di 178.000 unità, un dato di gran lunga superiore rispetto alle aspettative che stimavano 60.000 nuovi posti di lavoro, mentre il tasso di disoccupazione scende al 4,3%, un valore più basso dello 0,1% rispetto al mese precedente e dello 0,1% rispetto previsioni.

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Le implicazioni 

Come è noto, il mondo della finanza dà molta importanza a queste rilevazioni dal momento che il mercato del lavoro è un indicatore preso in forte considerazione, soprattutto da quando la Federal Reserve ha rilasciato i FOMC Minutes di marzo: nel valutare le mosse di politica monetaria, la banca centrale statunitense sta monitorando attentamente tanto la situazione occupazionale quanto la stabilità dei prezzi e, con lo scoppio della Guerra in Iran e le relative pressioni inflazionistiche, è auspicabile che almeno il primo di questi due indicatori resti positivo. 

Sulla base di queste dichiarazioni, la catena logica che sta guidando i mercati dall’inizio del 2026 è la seguente: se i NFP sono inferiori alle previsioni e il tasso di disoccupazione sale, allora aumentano le probabilità che il FOMC possa alzare i tassi di interesse nel corso di quest’anno – se ti interessano le riunioni di politica monetaria, qui trovi il calendario completo con tutti i meeting del 2026

Le previsioni sul FOMC di aprile

Il FedWatch del CME Group, uno strumento che calcola le probabilità del taglio dei tassi da parte del FOMC sulla base dei prezzi dei futures sui Fed Funds, attualmente dà il No Change al 99,5%, mentre il taglio di 25 punti base – cioè dello 0,25% – vede una probabilità pari allo 0%: esatto, il restante 0,5% si riferisce al rialzo. 

Ma manca ancora un bel po’ al prossimo meeting e deve ancora uscire il Consumer Price Index di marzo, il primo dallo scoppio del conflitto in territorio iraniano che ha portato il prezzo del petrolio oltre i 110$/barile: queste percentuali cambieranno? 

Come hanno reagito i mercati?

Al momento della scrittura, ovvero martedì 7 aprile pre-apertura Borse, è difficile descrivere l’impatto di questa coppia di dati sui mercati finanziari, per un motivo fondamentale: dall’inizio delle ostilità tra la fazione isrealo-statunitense e quella iraniana, i mercati stanno attenzionando con grande interesse gli sviluppi della guerra e, soprattutto, le dichiarazioni del Presidente Donald Trump. Il resto, come direbbe qualcuno, è noia

I recenti movimenti al rialzo, infatti, sembrano essere collegati agli avvenimenti del weekend di Pasqua: apparentemente, si inizia a parlare di piani di pace e di cessate-il-fuoco, per quanto Trump continui a minacciare la Repubblica islamica coi suoi ultimatum. 

In ogni caso, da giovedì 2 aprile (venerdi 3 le Borse erano chiuse per il Good Friday), il Dow Jones ha guadagnato lo 0,4%, l’S&P500 l’1,5% e il Nasdaq 100 il 2,4%. Anche i futures, a tre ore circa dall’apertura dei mercati, viaggiano in territorio positivo. 

Il mercato crypto, per ora, sta reagendo abbastanza bene: rispetto al giorno precedente alla pubblicazione dei dati sul lavoro, Bitcoin sta guadagnando il 3,4% e viaggia in zona 69.100$; anche Ethereum va in territorio positivo e recupera il 3,8%: attualmente si trova sui 2,130$. Solana segue e sale dell’1,7% a quota 80,3$ – ma SOL sta anche scontando le vendite legate al recente hack su Drift Protocol. Chiudiamo questa sezione con la Total Market Cap, che si attesta a 2,34 trillion di dollari (+2,7% dal 3 aprile). 

Il DXY, che misura l’andamento del dollaro contro le principali sei valute mondiali, cede lo 0,1% mentre l’oro resta invariato, a quota 4.670$.

What’s next?

Nei prossimi giorni, con ogni probabilità, assisteremo a un mercato molto volatile, in particolare lato crypto: il momento attuale, infatti, è condizionato da una forte emotività che può spostare centinaia miliardi di capitale in poche ore. 

In ogni caso, noi saremo qui ad aggiornarti sulle notizie e sui fatti che muovono i mercati. Iscriviti al nostro canale Telegram – se già sei dentro condividi il link con amici e amiche interessati – e a Young Platform per non perderti ciò che conta! 

Riunione BCE marzo 2026: i risultati

Riunione BCE marzo 2026: i risultati

La BCE si è riunita il 19 marzo per decidere la politica monetaria dell’Eurozona: cosa è successo ai tassi di interesse? Qui i risultati

La riunione della Banca Centrale Europea di giovedì 19 marzo 2026 ha visto i membri del Consiglio Direttivo riunirsi per discutere, tra le altre cose, in merito alle politiche monetarie dell’Eurozona. Sul tavolo, le decisioni relative ai tassi di interesse. Cosa è successo?

Riunione della BCE: qual è il contesto economico?

La seconda riunione della BCE nel 2026 è avvenuta in uno scenario economico complesso, in cui l’incertezza sul futuro domina incontrastata, tra l’imprevedibilità di Donald Trump e le guerre che sembrano destinate a durare ancora un po’. I temi principali hanno riguardato soprattutto la crescita economica, fortemente condizionata dall’instabilità del contesto geopolitico, e l’inflazione, all’1,9% secondo l’ultima rilevazione – maggiore rispetto alle previsioni. Vediamo nel dettaglio cosa si è deciso.

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La BCE lascia i tassi di interesse invariati

Giovedì 19 marzo, Francoforte. Il Consiglio Direttivo della Banca Centrale Europea ha comunicato la sua decisione in materia di politica monetaria per l’Eurozona. Come atteso dalla maggioranza degli analisti, la BCE ha deciso mantenere invariati i suoi tre tassi di interesse chiave. Di conseguenza, il tasso sui depositi presso la banca centrale resta stabile al 2%, il tasso sulle operazioni di rifinanziamento principali al 2,15%, così come il tasso sulla marginal lending facility al 2,40%.

Le motivazioni dietro la scelta

La BCE ha spiegato che la decisione è stata guidata dal fatto che il processo di disinflazione è in linea con le aspettative e dovrebbe stabilizzarsi sull’obiettivo del 2% a medio termine. Tuttavia, si legge nel comunicato, “la guerra in Medio Oriente ha reso le prospettive significativamente più incerte, generando rischi al rialzo per l’inflazione e rischi al ribasso per la crescita economica”. 

Anche in Europa, come negli Stati Uniti, i recenti avvenimenti legati allo scoppio della guerra in Iran stanno costringendo i vertici della Banca Centrale Europea alla riformulazione delle traettorie. Nello specifico, ha continuato la Presidente Lagarde, “un’interruzione prolungata delle forniture di petrolio e gas comporterebbe un’inflazione più alta e una crescita più bassa rispetto allo scenario di base delle proiezioni. Le implicazioni per l’inflazione a medio termine dipendono in misura determinante dall’entità degli effetti indiretti e di secondo impatto di uno shock energetico più forte e persistente”.

Con questa riunione, la BCE conferma una postura più attendista

La riunione della BCE di marzo 2026 ha decretato il mantenimento dei tassi di interesse ai livelli di febbraio: è la sesta riunione di fila che vede questo esito. Nonostante il contesto globale fortemente confuso, l’inflazione continua a reggere botta – per ora – e la Banca Centrale segnala un cautissimo ottimismo: “Il Consiglio direttivo si trova in una posizione favorevole per affrontare tale incertezza. L’inflazione si è collocata intorno all’obiettivo del 2%, le aspettative di inflazione a più lungo termine risultano saldamente ancorate e l’economia ha evidenziato una buona capacità di tenuta negli ultimi trimestri”. 

Naturalmente, le settimane che verranno saranno fondamentali per capire se i dati confermeranno lo scenario attuale e quale sarà la prossima mossa dell’Eurotower. La prossima riunione è prevista per il 29-30 aprile 2026: cosa decideranno i membri del Consiglio direttivo?

Per non perderti i prossimi meeting, dai un’occhiata al nostro calendario della BCE del 2026 – in ogni caso, noi saremo qui a commentarli. 

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Riunione FED marzo 2026: cos’è successo?

Riunione FED marzo 2026 cos’è successo?

Si è appena conclusa la riunione della FED del 18 marzo 2026 in cui il Presidente Jerome Powell ha comunicato la decisione del FOMC sui tassi di interesse. Come previsto, il Comitato ha scelto di mantenere i tassi di interesse invariati nel range tra il 3,5% e il 3,75%.

Riunione FED marzo 2026: come da previsione, il FOMC lascia i tassi invariati

Al termine della riunione del 18 marzo 2026, il Federal Open Market Committee (FOMC) ha annunciato la sua attesa decisione sulla politica monetaria statunitense. Il comitato guidato da Jerome Powell ha optato per mantenere i tassi di interesse invariati, nel range trail 3,5% e il 3,75%, come ampiamente previsto.

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Le motivazioni

Le motivazioni principali alla base di questa decisione, sono riassunte in una frase pronunciata dal Presidente della Federal Reserve Jerome Powell, all’inizio della conferenza stampa successiva al comunicato: “Nelle ultime settimane gli indicatori sulle aspettative di inflazione a breve termine sono in rialzo; una dinamica che, con ogni probabilità, riflette la forte impennata dei prezzi del petrolio dovuta ai blocchi delle forniture in Medio Oriente”. 

Le conseguenze dello scoppio della guerra in Iran sembrano destare non poche preoccupazioni al Presidente della Fed il quale, poco dopo, ha ripreso il tema affermando che “le implicazioni degli eventi in Medio Oriente per l’economia statunitense sono incerte: nel breve termine, l’aumento dei prezzi dell’energia spingerà al rialzo l’inflazione complessiva, ma è troppo presto per conoscere la portata e la durata dei potenziali effetti sull’economia”. 

Come sempre, Jerome Powell ha chiuso la seduta ricordando ai giornalisti presenti il metodo con cui il FOMC affronta la politica monetaria degli Stati Uniti: “La politica monetaria non segue un percorso prestabilito e prenderemo le nostre decisioni riunione per riunione”.

Prossime riunioni della FED: taglio dei tassi all’orizzonte?

Difficile prevedere il comportamento dei banchieri centrali statunitensi, anche perché a maggio 2026 ci sarà un cambio al vertice della Fed – abbiamo scritto un articolo dedicato ai potenziali candidati presidenti.

A ciò, si aggiunge l’incertezza provocata dalla crisi energetica innescata dalla riapertura del fronte medio-orientale, come ha giustamente ricordato il Presidente della banca centrale degli Stati Uniti. 

In ogni caso, al momento della scrittura, il FedWatch Tool, con la prossima riunione prevista per il 29 aprile, stima un taglio di 25 pbs allo 0%, mentre il No Change è dato al 93,8%. E il restante 6,3%? Proprio così, si riferisce all’aumento di 25 punti base.  

L’appuntamento, quindi, è fra un mese abbondante, per il FOMC del 28-29 aprile: entra nel nostro gruppo Telegram o iscriviti a Young Platform e non perderti le notizie rilevanti che muovono i mercati!

Inflazione USA: il dato del CPI oggi

Inflazione USA: il dato del CPI di oggi

È uscito il Consumer Price Index (CPI), il dato utilizzato per stimare l’inflazione negli Stati Uniti d’America. Il destino dei mercati passa dall’inflazione USA e, quindi, dal dato del Consumer Price Index (CPI) pubblicato l’11 marzo. In questo articolo, scopriremo cos’è il CPI, perché è importante e analizzeremo gli ultimi dati disponibili. 

CPI significato

Tecnicamente, il CPI (Consumer Price Index), o Indice dei Prezzi al Consumo, è un indicatore economico fondamentale che misura quanto sono cambiati i prezzi di beni e servizi che compriamo quotidianamente. In altre parole, il CPI ci dice quanto costa oggi vivere rispetto al passato.  

Il CPI si calcola raccogliendo i dati sui prezzi di un “paniere” rappresentativo di beni e servizi che i consumatori solitamente acquistano. Questo paniere include una varietà di prodotti, come cibo, abbigliamento, alloggio, trasporti, istruzione, assistenza sanitaria e altri beni e servizi comuni. Il Bureau of Labor Statistics (BLS) degli Stati Uniti raccoglie ogni mese i prezzi in 75 aree urbane e li confronta con quelli del periodo precedente.

Perché è importante?

Il CPI è utilizzato per misurare l’inflazione, cioè quanto aumenta il costo della vita. Se il CPI sale, significa che i prezzi stanno aumentando e che, in media, si deve spendere di più per vivere come si faceva prima.

Bitcoin e CPI: come sono legati?

Il Consumer Price Index è uno dei principali indicatori che i membri della Federal Reserve prendono in considerazione quando devono effettuare delle scelte in materia di politica monetaria: generalmente, quando l’inflazione scende, il FOMC (Federal Open Market Committee) è più sereno nel tagliare i tassi e viceversa.

Bitcoin, generalmente, accoglie positivamente il taglio dei tassi: quando il denaro costa meno, gli investitori sono più inclini a spostare la liquidità verso asset più volatili alla ricerca di maggiori profitti. In questo scenario ipotetico, azionario e crypto rientrano tra le scelte principali.

Attualmente, tuttavia, gli analisti credono che il Presidente della Fed e il gruppo di Governatori – Board of Governors – che presiede il FOMC, siano inclini a mantenere stabili i tassi anche per le prossime riunioni, al fine di valutare l’impatto dei tagli effettuati durante il 2025. 

In ogni caso, il CPI resta uno strumento fondamentale per comprendere l’andamento dell’inflazione e cercare di prevedere il comportamento della banca centrale americana: se ti interessa il tema, trovi tutte le date per il 2026 nel nostro articolo sul calendario delle riunioni della Fed

L’ultima volta che è successo

L’ultimo CPI di febbraio è risultato inferiore rispetto alle previsioni e al CPI del mese precedente: il dato, coerentemente con quanto scritto sopra, non ha influenzato le scelte della Fed la quale, come abbiamo anticipato, ha lasciato i tassi ai livelli di dicembre

Quindi, com’è andato il CPI di oggi?

CPI di febbraio 2026: l’analisi dei dati

L’11 marzo 2026, il BLS ha pubblicato il report relativo ai cambiamenti dei prezzi per i consumatori statunitensi. Secondo il rapporto, il CPI mensile (MoM) è aumentato dello 0,3% rispetto al mese precedente, così come il CPI anno su anno (YoY), in crescita del 2,4% ma invariato rispetto alle misurazioni di febbraio. Questo dato è abbastanza positivo, poiché l’inflazione anno su anno sembra stabile e resta vicina al target imposto dalla FED, cioè il 2%. Ma il CPI di aprile sarà sicuramente più alto: con la guerra che vede coinvolti Stati Uniti, Israele e Repubblica islamica dell’Iran, il prezzo dell’energia è volato alle stesse e avrà un impatto sul costo della vita. Da 

Cosa significano questi numeri?

Il fatto che il CPI sia salito dello 0,2% mese su mese e del 2,4% anno su anno, significa che l’inflazione sembra essere entrata in una fase di stabilizzazione: le rilevazioni sono praticamente identiche rispetto a quelle del mese precedente. A febbraio, infatti, il report del BLS segnava un aumento dello 0,2% MoM e del 2,4% YoY. 

Cosa deciderà la Fed riguardo ai tassi di interesse nel FOMC del 17-18 marzo 2026? Sul FedWatch Tool, lo strumento principe per questo tipo di previsioni, le probabilità del taglio di 25 punti base ancora vicine allo zero, precisamente allo 0,8%No Change al 99,2%.  

Il CPI anno su anno nel 2026 

Marzo 2026: 2,4% (previsto 2,4%)
Febbraio 2026: 2,4% (previsto 2,5%)
Gennaio 2026: 2,6% (previsto 2,7%)

Dati del 2025: 

Dicembre 2025: 2,7% (previsto 3,1%)
Ottobre 2025: 3% (previsto 3,1%)
Settembre 2025: 2,9% (previsto 2,9%)
Agosto 2025: 2,7% (previsto 2,7%)
Luglio 2025: 2,7% (previsto 2,7%)
Giugno 2025: 2,4% (previsto 2,5%)
Maggio 2025: 2,3% (previsto 2,4%)
Aprile 2025: 2,4% (previsto 2,5%)
Marzo 2025: 2,8% (previsto 2,9%)
Febbraio 2025: 3% (previsto 2,9%)
Gennaio 2025: 2,9% (previsto 2,9%)

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Dazi e Iran: i mercati scontano l’incertezza

Dazi e Iran: i mercati scontano l’incertezza

I dazi al 15% e le tensioni geopolitiche spaventano i mercati: i futures USA in rosso, le crypto seguono, il dollaro perde punti e l’oro sale.

La sentenza della Corte Suprema provoca la reazione di Trump, che introduce dazi su scala globale al 15%. Intanto, gli Stati Uniti continuano ad ammassare la flotta militare nel Mediterraneo: attacco in Iran sempre più vicino? Gli investitori, per sicurezza, entrano in modalità risk-off: fuga dagli asset più volatili alla ricerca di stabilità. Il punto.

Dazi e Iran: il contesto macro

La scintilla che ha fatto saltare i nervi ai mercati ha un nome: Donald Trump. Se, infatti, la potenziale escalation militare in Iran, e l’incertezza che ne consegue, occupano da settimane le prime pagine dei giornali, la mossa che ha innescato le vendite arriva dalla Casa Bianca. Cos’è successo?

Trump non ha gradito la sentenza della Corte Suprema degli Stati Uniti  

La notizia è arrivata venerdì 20 febbraio come un fulmine a ciel sereno: per la Corte Suprema USA, la maggior parte dei dazi imposti da Trump sono illegali. Il Presidente degli Stati Uniti, ovviamente, non ha gradito la sentenza e ha dichiarato di aver già pronto un “piano di riserva”: altri dazi. 

L’inquilino della Casa Bianca, nel weekend immediatamente successivo, ha introdotto altre tariffe doganali globali al 10%, per poi rilanciare alzando la soglia al 15%. Sul suo social Truth, Trump ha scritto testualmente: “Io, in qualità di Presidente degli Stati Uniti d’America, innalzerò con effetto immediato i dazi globali del 10% applicati sui Paesi – molti dei quali hanno ‘derubato’ gli Stati Uniti per decenni, senza subire conseguenze (finché non sono arrivato io!) – portandoli al livello del 15%, una soglia pienamente consentita e confermata in sede legale“.

Investitori in modalità risk-off

Questa combo ha provocato un cambio netto del sentiment: siamo entrati in una fase di forte risk-off, in cui i capitali escono molto velocemente dagli asset considerati volatili o rischiosi per cercare sicurezza in lidi tradizionalmente più stabili.

Per fare un esempio, il Fear & Greed Index – l’indice che misura la paura degli investitori crypto – attualmente si trova a quota 5, “Extreme Fear”. Al contrario, e come da manuale durante le crisi geopolitiche, l’oro ha messo a segno un +3% a partire da venerdì 20, tornando sopra i 5.000 dollari/oncia.

Il punto sui mercati: i numeri di azionario e crypto

A Wall Street, il quadro sembra chiaro già al momento in cui scriviamo, prima dell’apertura delle borse: i futures sul Dow Jones cedono lo 0,3%, mentre quelli sull’S&P 500 e sul Nasdaq 100 stanno perdendo rispettivamente lo 0,3% e lo 0,4%. 

Anche il prezzo del petrolio ne risente: i futures sul Brent calano dello 0,5% fino a 71,2 dollari al barile, mentre quelli sul WTI – il greggio statunitense – si attestano a 66,11 dollari al barile, giù dello 0,6%.

Il mercato crypto, segue: nelle ultime ore, la market cap totale del settore è arrivata a cedere oltre 100 miliardi di dollari in due giorni, salvo poi recuperarne la metà nella giornata di lunedì. Bitcoin ha registrato un calo pesante di circa il 5,5%, fino a toccare i 64.300$ ma rimbalzando e attestandosi, per ora, sui 66.300$.

Molto interessante la situazione lato liquidazioni: circa 468 milioni di dollari in posizioni long liquidati tra domenica e lunedì. Ma non è tutto: un singolo trader ha visto andare in fumo ben 61,5 milioni di dollari in una sola operazione.

Altre due info di contorno, tra Ethereum e Nvidia

Chiudiamo con due notizie che potrebbero provocare ulteriori ripercussioni sul mercato, data la loro rilevanza. 

In primo luogo, i dati on-chain rilevati da Lookonchain segnalano un movimento che, tendenzialmente, non piace moltissimo alla community, per usare un eufemismo: Vitalik Buterin, il founder di Ethereum, è tornato a vendere ETH. Nel weekend del 21-22 febbraio, Buterin ha ceduto 1.869 ETH, incassando più di 3 milioni di dollari. Ethereum, in quelle stesse ore, ha ceduto fino al 6,4%, spingendosi anche sotto i 1.850$. 


Infine, mercoledì 25 febbraio, Nvidia pubblicherà i tanto attesi utili trimestrali. Il motivo alla base dell’importanza di questi numeri dovrebbe essere chiara a tutto il mondo: Nvidia non è solo un’azienda tecnologica, è il motore dell’intera narrativa legata all’Intelligenza Artificiale e, per estensione, del mercato azionario statunitense degli ultimi due anni. 

Se i dati dovessero deludere e non battere le altissime previsioni degli analisti, l‘evento potrebbe innescare un’ulteriore ondata di volatilità, trascinando giù con sé anche il comparto tech in generale, crypto incluse.

Cosa succederà nei prossimi mesi? Impossibile dirlo, più facile raccontarlo: entra nel nostro canale Telegram e iscriviti a Young Platform per restare sul pezzo!

Dazi, per la Corte Suprema USA sono illegali

Dazi, per la Corte Suprema USA sono illegali

I dazi reciproci imposti da Donald Trump, secondo la Corte Suprema degli Stati Uniti, sono illegali: l’ordinanza è arrivata venerdì 20 febbraio

I dazi reciproci introdotti dal Presidente Donald Trump in occasione del “Liberation Day” del 2 aprile 2025, sono stati giudicati illegali dalla Corte Suprema degli Stati Uniti. Il motivo ruota intorno alle modalità attraverso cui sono stati applicati. Vediamo rapidamente cos’è successo.

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Corte Suprema USA: “è necessaria l’autorizzazione del Congresso”

Nel pomeriggio italiano del 20 febbraio, la Corte Suprema degli Stati Uniti ha decretato in merito alla legittimità dei dazi reciproci imposti da Donald Trump

Il Presidente della Corte John Roberts ha redatto la motivazione della maggioranza, nella quale si legge: “Il presidente Trump rivendica il potere straordinario di imporre unilateralmente dazi di entità, durata e portata illimitate. Considerata l’ampiezza, la storia e il quadro costituzionale di tali poteri rivendicati, è necessario che dimostri una chiara autorizzazione del Congresso per poterli esercitare“.

In due parole, la SCOTUSSupreme Court of the United States – ci sta comunicando che i poteri di emergenza a cui Trump ha tentato di appellarsi “non sono sufficienti” .

I dazi, infatti, sono stati introdotti scavalcando il classico iter che prevede l’approvazione del Congresso degli Stati Uniti: Donald Trump, per poter fare ciò, si è appellato all’IEEPA, cioè l’International Emergency Economic Powers Act.

L’IEEPA, per dare contesto, è una legge federale degli Stati Uniti che permette al Presidente di dichiarare l’esistenza di “una minaccia per la sicurezza nazionale, la politica estera o l’economia degli Stati Uniti” che abbia origine “interamente o in misura sostanziale al di fuori degli Stati Uniti” – come si legge nell’articolo 50 dello United States Code.

In questo caso, secondo Trump, il deficit commerciale tra Stati Uniti, forti importatori, e il resto del mondo, che esporta moltissimo negli USA, costituiva una minaccia per l’economia nazionale. E i dazi rappresentavano lo strumento per ridurre questa disparità.

È una sconfitta bruciante per l’amministrazione Trump

Per capire la portata dell’evento, dobbiamo contestualizzarlo politicamente: questa ordinanza è, secondo molti analisti, la più importante sconfitta legale che la seconda amministrazione Trump abbia subìto da parte di una Corte Suprema a maggioranza conservatrice.

C’è, tuttavia, un punto rimasto irrisolto: se i dazi sono incostituzionali, che fine fanno i soldi già incassati? 

La Corte Suprema, infatti, pur dichiarando illegale la manovra, non ha specificato cosa debba accadere agli oltre 130 miliardi di dollari in tariffe già riscossi dal governo federale. Un nodo che, molto probabilmente, si tradurrà in una valanga di ricorsi da parte delle aziende importatrici danneggiate.

What’s next?

Secondo alcune fonti, il Presidente Trump avrebbe dichiarato che questa decisione “è una vergogna” e che “ho un piano di riserva”. Il punto fondamentale, però, e uno: la strategia commerciale di Trump, fondata sull’utilizzo dei dazi come leva negoziale contro chiunque, è appena stata neutralizzata dalla magistratura del suo stesso paese

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FOMC Minutes: le prospettive future della Fed

FOMC Minutes

Sono usciti i FOMC Minutes, dei verbali che interessano molto i mercati perché danno indizi sulle prospettive future della Fed. Qui gli highlight

Il 18 febbraio, alle 20 italiane, sono stati pubblicati i FOMC Minutes, ovvero i verbali della Federal Reserve che mostrano nel dettaglio le motivazioni alla base della decisione del  FOMC (Federal Open Market Committee), la riunione di politica monetaria in cui vengono stabiliti i tassi di interesse. I mercati sono molto attenti a questo tipo di comunicazioni, anche perché, spesso, danno delle anticipazioni sul futuro. Ma prima, vediamo rapidamente qual è il quadro di riferimento – relativo all’ultimo FOMC del 27-28 gennaio.

Il contesto macroeconomico: tra inflazione e mercato del lavoro

Per capire le discussioni interne alla Fed e la loro rilevanza, è però necessario fare un passo indietro e guardare ai numeri che Jerome Powell e colleghi avevano sul tavolo.

L’inflazione: i dati di febbraio

Il 13 febbraio 2026, il BLS (Bureau of Labor Statistics) ha pubblicato il report relativo al CPI (Consumer Price Index), cioè ai cambiamenti dei prezzi per i consumatori statunitensi: mese su mese, il CPI è aumentato dello 0,2%, mentre anno su anno ha registrato una crescita del 2,4%. Si tratta di un dato abbastanza positivo: l’inflazione su base annua è in diminuzione e resta vicina al target imposto dalla Fed, cioè il 2%.

Tassi di interesse (FOMC): la decisione del 28 gennaio

Al termine della riunione di fine gennaio, il FOMC ha lasciato i tassi di interesse invariati, nel range tra il 3,5% e il 3,75%, come ampiamente previsto. Durante la conferenza stampa, il presidente della Fed Jerome Powell ha sintetizzato in due frasi le ragioni principali dietro questa pausa: “L’economia statunitense è cresciuta a un ritmo sostenuto lo scorso anno ed entra nel 2026 su basi solide. Sebbene la creazione dei posti di lavoro sia rimasta contenuta, il tasso di disoccupazione ha mostrato alcuni segnali di stabilizzazione, mentre l’inflazione rimane piuttosto elevata”. 

Dunque, per riassumere, gli Stati Uniti si trovano in una situazione in cui l’inflazione accenna finalmente a diminuire, dopo aver trascorso molto tempo sopra la soglia del 3%, così come il tasso di disoccupazione, che riprende a scendere dopo un paio di mesi di risalita. Dall’altra parte, tuttavia, il mercato del lavoro fatica a offrire nuove posizioni. Passiamo ora ai Minutes. 

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FOMC Minutes: Fed divisa sul futuro

Arriviamo al nucleo centrale: cosa si sono detti i membri della banca centrale USA a porte chiuse? I verbali di ieri mostrano una Fed molto più divisa sulle scelte future di quanto il mercato si aspettasse.

Leggendo i Minutes, emerge che i funzionari concordano su uno stop ai tagli per il momento, pronti a riprenderli nel corso dell’anno, ma solo se l’inflazione lo permetterà. Allo stesso tempo, nel documento c’è scritto chiaramente che non è da escludere una politica monetaria hawkish – favorevole ai tassi alti – qualora l’inflazione dovesse rimanere a lungo sopra il target imposto (2%). 

In due righe, il punto centrale è che non si parla più solamente di mantenere i tassi invariati o tagliarli: alcuni membri hanno esplicitamente messo sul tavolo la possibilità di nuovi rialzi dei tassi.

Sul fronte della gestione del rischio, la stragrande maggioranza del comitato ritiene che i pericoli di un crollo dell’occupazione si siano attenuati, mentre – come abbiamo appena visto – il pericolo di un’inflazione persistente rimane vivo. Il timore principale, in questo senso, è uno: passare a una politica economica più restrittiva, alzando i tassi di interesse troppo in fretta, potrebbe avere effetti pesanti sul mercato del lavoro

Per questo motivo, “i partecipanti – alla riunione – hanno ritenuto necessario un attento bilanciamento dei rischi per centrare gli obiettivi del duplice mandato del Comitato”. Dunque, come ama dire il Presidente Powell, “la politica monetaria non segue un percorso prestabilito: prenderemo le nostre decisioni riunione per riunione

Prossimo FOMC: quali sono le previsioni?

Come ha recepito il mercato questi FOMC Minutes? Basta dare un’occhiata alle principali piattaforme di previsione per capire che l’ipotesi di un taglio dei tassi è stata praticamente scartata.

Al momento della scrittura, il FedWatch Tool – lo strumento di riferimento per le stime sulle mosse della Fed – vede la probabilità di No Change (tassi invariati) al 94,1%, lasciando appena un 5,9% di chance a un taglio di 25 punti base (pbs).

Se ci spostiamo dai mercati tradizionali ai prediction markets, il discorso non cambia: su Polymarket l’ipotesi No Change domina al 93%, contro il 6% di probabilità che si verifichi un abbassamento di 25 pbs. Infine, su Kalshi i tassi fermi sono dati al 91%, concedendo solo un 7% all’eventualità di un taglio da 25 bps.

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Bitcoin e interesse istituzionale: un update

Bitcoin e interesse istituzionale

Harvard ruota su Ethereum, mentre i fondi pensione USA comprano Strategy (MSTR), che domina gennaio con acquisti record di Bitcoin.

Gli istituzionali non si fermano. I documenti depositati alla SEC – i Form 13F trimestrali – parlano chiaro: l’Università di Harvard ribilancia il proprio portafoglio cedendo IBIT e comprando ETHA, mentre i grandi fondi pensione statunitensi consolidano la loro esposizione indiretta a Bitcoin acquistando Strategy. Vediamo i numeri nel dettaglio.

Harvard verso il cambio di passo?

Partiamo da una delle università più famose al mondo. Harvard ha deciso di modificare l’assetto del suo portafoglio a tema crypto, come emerge dall’ultimo report trimestrale: il celebre ateneo ha ridotto l’esposizione a IBIT, l’ETF Spot su Bitcoin di BlackRock, vendendo circa 1,48 milioni di quote, dopo il forte accumulo registrato quest’estate – +257% nel terzo trimestre (Q3) rispetto al secondo semestre (Q2) del 2025.  

A giudicare dai dati, sembra una rotazione di capitali: alla vendita di una parte di IBIT, infatti,  è seguita l’apertura di una posizione importante su ETHA, l’ETF Spot su Ethereum, emesso sempre da BlackRock, con un investimento di ben 86,8 milioni di dollari.

La strategia sembra chiara: diversificare l’esposizione sugli asset digitali, puntando anche sulla regina delle altcoin, nonché seconda crypto per market cap, Ethereum.

Le mosse dei fondi pensione USA

Mentre Harvard riduce le quote di IBIT, i fondi pensione pubblici statunitensi scelgono l’esposizione indiretta a Bitcoin acquistando Strategy (MSTR), la Bitcoin Treasury Company per eccellenza guidata da Michael Saylor. Diamo alcuni esempi – dati al 31.12.2025.

California Public Employees’ Retirement System 

Il California Public Employees’ Retirement System, il più grande fondo pensione pubblico degli Stati Uniti, ha aggiunto al portafoglio altre 22.475 azioni MSTR, portando il totale detenuto a 470.632 azioni: uno stake dal controvalore pari a circa 60 milioni di dollari (ai prezzi correnti).

Ohio State Teachers Retirement System 

Anche lo State Teachers Retirement System dell’Ohio si muove con decisione, incrementando le proprie quote in MSTR del 16,6%. Il totale sale così a 87.689 azioni, per un controvalore di 11 milioni di dollari (ai prezzi correnti).

North Carolina State Treasury

Infine, il North Carolina State Treasury aggiunge 9.117 azioni MSTR e porta la sua posizione complessiva a 168.688 azioni, valutate circa 22,6 milioni di dollari (ai prezzi correnti).

Strategy (MSTR): overview di gennaio

Come abbiamo appena visto, i fondi pensione stanno comprando Strategy (MSTR) per ottenere un’esposizione a Bitcoin senza detenerlo fisicamente. Ma come si è mossa l’azienda fondata da Michael Saylor nel primo mese dell’anno? 

Gennaio 2026, come riportato dal Corporate Adoption Report di BitcoinTreasuries.net, ha segnato una svolta decisiva: l’intensa “campagna acquisti” di Strategy starebbe ridefinendo il ritmo del mercato. Strategy, infatti, ha comprato 40.150 BTC in poco più di trenta giorni

Ma, in realtà, non si tratta di una tendenza del 2026: negli ultimi cinque anni, Strategy ha mantenuto una media di acquisto di 357 BTC al giorno. Per dare un termine di paragone, dal report emerge che, tra le società quotate – public companies – che detengono Bitcoin, solo venti riescono ad acquisire una media di almeno 10 BTC al giorno, mentre il resto aggiunge in media circa 1 BTC al giorno.

E proprio durante la stesura di questo articolo, abbiamo aperto X (ex Twitter) e abbiamo letto il solito tweet: “Strategy ha acquisito 2.486 BTC per circa 168,4 milioni di dollari, a un prezzo medio di ~67.710$ per Bitcoin. Al 16 febbraio 2026, deteniamo un totale di 717.131 BTC“. Reazione trascurabile di Bitcoin a un’ora dalla notizia: +0.3% – come volevasi dimostrare.

La grande domanda

Riflettiamo un secondo su questo dato. Ora, il mercato dà praticamente per scontato il fatto che Strategy compri centinaia di Bitcoin al giorno: i tweet settimanali della società in cui viene comunicato l’acquisto di migliaia di BTC non sortiscono alcun effetto a livello di prezzo, nonostante si tratti di cifre impressionanti – milioni di dollari ogni volta. 

La grande domanda è: quando Strategy deciderà di vendere Bitcoin, come verrà interpretata la notizia? Il bias della negatività, cioè “la tendenza cognitiva a dare maggiore importanza, peso e memoria alle esperienze, a notizie ed emozioni negative rispetto a quelle positive”, può aiutarci nella risposta: quasi sicuramente, si griderà all’apocalisse perché “anche Saylor sta vedendo!” e scatterà il panic selling, soprattutto tra gli investitori retail.
Sarà così o no? Nel dubbio, entra nel nostro canale Telegram e iscriviti a Young Platform per restare aggiornato sulle mosse degli istituzionali!