La guerra tra Israele-USA e Iran è giunta alla settima settimana: tra blocco dello Stretto di Hormuz e timori di escalation, le Borse sono incerte. E il mercato crypto?
La guerra tra Stati Uniti-Israele e Iran è entrata nella settima settimana: lo Stretto di Hormuz, snodo fondamentale dove passa un quinto della produzione mondiale di petrolio e GNL, è doppiamente bloccato: la Repubblica islamica sta concedendo il passaggio delle petroliere “alleate” in cambio di un pedaggio, mentre gli Stati Uniti starebbero posizionando la propria flotta appena dopo, nel Golfo di Oman. Le Borse mondiali, ovviamente, non hanno idea di cosa potrebbe succedere e navigano a vista. Il mercato crypto segue ma sembra leggermente più solido: qual è la situazione?
Entra nel nostro gruppo Telegram
Guerra in Iran: gli sviluppi dall’inizio del conflitto
Nella mattinata italiana del 28 febbraio, Stati Uniti e Israele davano ufficialmente avvio a una serie di bombardamenti coordinati ai danni dell’Iran: in meno di 24 ore, raggiungono uno dei principali obiettivi dei raid, eliminando l’Ayatollah Alì Khamenei, guida suprema della Repubblica islamica iraniana. A poche ore dall’evento, i Guardiani della rivoluzione, uno dei tre corpi armati iraniani, dichiaravano chiuso lo Stretto di Hormuz: “Se qualcuno tenterà di passare, gli eroi delle Guardie Rivoluzionarie e della marina regolare daranno alle fiamme quelle navi”.
Nei giorni successivi, il traffico nello Stretto si è ridotto drasticamente: i media e gli organi di sicurezza internazionali segnalavano la presenza di mine navali nel canale. Il prezzo delle materie prime energetiche, di conseguenza, è schizzato alle stelle: attraverso lo Stretto di Hormuz passa tra il 25% e il 30% della produzione mondiale di petrolio e di GNL (gas naturale liquefatto). Con l’apertura del fronte, il Brent – benchmark internazionale – è salito dai 73$ al barile agli odierni 113,7$.
Ma non finisce qui: nel weekend del 20-23 marzo, Trump ha mandato un ultimatum promettendo di “colpire e radere al suolo“ le infrastrutture iraniane legate al nucleare. La Repubblica islamica ha risposto col classico “occhio per occhio, dente per dente”: “Se colpite l’elettricità, noi colpiamo l’elettricità“.
Un paio di giorni dopo, il Presidente degli Stati Uniti è tornato sui suoi passi mettendo in atto il solito comportamento che gli è valso il soprannome di TACO: Trump Always Chickens Out – Trump si tira sempre indietro. Cosa ha fatto?
Il TACO è servito: parte 1
Ha pubblicato un post sul suo social Truth che recitava, con qualche errore di battitura: “Sono lieto di annunciare che gli Stati Uniti d’America e l’Iran hanno avuto, negli ultimi due giorni, conversazioni molto buone e produttive riguardo a una risoluzione completa e totale delle nostre ostilità in Medio Oriente”.
“Sulla base del tenore e del tono di queste conversazioni approfondite, dettagliate e costruttive, che continueranno per tutta la settimana”, continua il POTUS, “ho dato istruzioni al Dipartimento della Guerra di rinviare qualsiasi attacco militare contro le centrali elettriche e le infrastrutture energetiche iraniane per un periodo di cinque giorni, a condizione che gli incontri e le discussioni in corso abbiano successo”.
Gli iraniani, dall’altro lato, hanno prontamente smentito la dichiarazione bollandola come fake news. Allo scadere del secondo ultimatum, Trump ha esteso il periodo di “non attacco” di altri dieci giorni – forse.
Nella notte italiana tra l’1 e il 2 aprile, per aggiungere altra carne al fuoco, il Presidente degli Stati Uniti ha tenuto un discorso alla nazione con gli aggiornamenti sull’operazione militare: in sintesi, ha riferito al mondo che la guerra potrebbe continuare per altre sole due o tre settimane, perché gli Stati Uniti avrebbero raggiunto tutti gli obiettivi.
Infine, durante il weekend pasquale del 5-6 aprile, apparentemente le parti in conflitto avrebbero iniziato a dialogare in merito a un possibile accordo di cessate-il-fuoco della durata di 45 giorni. Ma Donald Trump, in un discorso tenuto nella giornata di lunedì 6 aprile, è stato abbastanza netto: o l’Iran accetta il piano entro le 20 ora di New York (2 del mattino italiane), o “raderà al suolo l’intero paese”.
Il TACO è servito: parte 2 (questa volta è un TACO XL)
Avevamo chiuso l’update con la domanda “è il solito bluff del TACO – Trump Always Chickens Out – President?” a cui è seguita una risposta affermativa: Trump ha accettato una tregua di due settimane col regime degli Ayatollah. In seguito, nel weekend del 11-12 aprile, le delegazioni statunitensi e iraniane si sono incontrate in Pakistan, per dialogare in merito a un possibile accordo definitivo.
I colloqui non sono andati bene e il Presidente degli Stati Uniti ha ordinato alla propria Marina di bloccare l’uscita dallo Stretto di Hormuz, creando quindi un blocco sul blocco. L’incertezza è totale, ma i mercati sembrano ottimisti.
Le performance dei principali indici azionari
Quando il prezzo dell’energia cresce a dismisura, l’economia reale ne risente: le aziende spendono di più per produrre a causa dell’aumento trasversale dei costi, come quelli per il trasporto e per l’elettricità in generale. Il risultato: i rincari, alla fine, vengono trasferiti sul consumatore, che vede un rialzo dei prezzi generalizzato, anche detto inflazione.
E i mercati sanno bene che alla crescita dell’inflazione aumentano le probabilità di un rialzo dei tassi di interesse – il prossimo FOMC avrà luogo tra 15 giorni. Cosa significa tutto ciò in numeri?
Partendo dagli Stati Uniti, dal giorno uno del conflitto, il Dow Jones sta cedendo l’1,55%, mentre l’S&P500 e il Nasdaq 100 sono tornati in positivo e stanno guadagnando, rispettivamente, lo 0,5% e il 2,3% – il Dow Jones subisce più degli altri due proprio perché maggiormente esposto alle variazioni dei prezzi energetici.
È interessante notare che, dall’ultimo update del 30 marzo, che è stato anche il bottom locale, i tre listini hanno messo a segno un recupero di una certa importanza: Dow Jones, S&P500 e Nasdaq 100 da quel giorno hanno guadagnato, nell’ordine, il 6,6%, l’8,5% e l’11%.
Ma voliamo in Europa, che non se la passa bene: l’Eurostoxx 50 (STOXX), l’indice che include le top 50 aziende europee, nello stesso periodo sta perdendo il 2,4%. Nel dettaglio, Londra è giù del 3%, Parigi del 3,5% e Francoforte del 5,2%. Milano fa molto meglio e torna addirittura in territorio positivo con un +0,8%. Anche in questo caso, vale lo stesso discorso di sopra: da martedì 30 marzo, STOXX ha recuperato il 9,1% mentre i principali quattro indici europei hanno messo a segno, nell’ordine, il +6,2%, il +7,7%, il +7,9% e il +10,5%.
In Asia la situazione è leggermente meno rosea: il Nikkei, che rappresenta le 225 aziende più importanti del Giappone, sta lasciando l’1,1%, mentre il KOSPI, principale indice sudcoreano, il 3,7%. In Cina, anche l’Hang Seng, che finora aveva contenuto le perdite, segna un calo del 2,8%. Naturalmente, le Borse asiatiche seguono lo stesso movimento delle “cugine” europee e statunitensi: il 30 marzo ha visto un rimbalzo che ha portato gli indici appena descritti verso un recupero importante: Tokyo +14,2%, Seul +15,2 e Hong Kong +5,5%.
Focus metalli preziosi: oro e argento
In questo caos, sarebbe lecito aspettarsi un buon comportamento da parte dei metalli preziosi, universalmente concepiti come lido sicuro in tempi di forti turbolenze. Non è proprio così.
La quotazione dell’oro, dalla chiusura del 27 febbraio, è scesa del 9,5%, seguita a stretto giro dall’argento (-17,9%). Contestualmente, nonostante non sia un metallo prezioso, il dollaro torna ad assumere un ruolo di riserva di valore: in queste sette settimane, il DXY – dollaro vs sei principali valute estere – sta guadagnando lo 0,5%
E il mercato crypto?
Il mercato crypto è in controtendenza rispetto all’andamento generale: da venerdì 27 febbraio, Bitcoin sta guadagnando il 13%, dopo settimane di alta volatilità in cui è riuscito a rompere i 70.000$ per ben quattro volte – ora si trova sulla linea dei 74.500$; Ethereum fa anche meglio con un +23,6%; Ripple e Solana, invece, mettono a segno performance più modeste, salendo dell’1,3% e 5,3%. In generale, la Total Market Cap è cresciuta di circa 252 miliardi di dollari (+11,2%).
Qualche dato interessante
Secondo BitcoinTreasuries.net, negli ultimi trenta giorni le Public Companies e gli ETF hanno aumentato i loro stake di Bitcoin del 1,9% e dello 0,9%. In altre parole, da una parte le società quotate – come Strategy (MSTR) – hanno portato il totale detenuto in Bitcoin pari a 1,17 milioni di BTC. Dall’altra, le società emittenti di ETF – come iShares di BlackRock proprietaria di IBIT – hanno registrato afflussi positivi e hanno aumentato il proprio stake a 1,618 milioni di BTC.
In sintesi, i dati ci dicono che la quantità di Bitcoin disponibile si riduce, con conseguenze positive per il prezzo, come spiegato dalla legge della domanda e dell’offerta.
Siamo di fronte a una rotazione dei capitali?
È la grande domanda, a cui gli investitori crypto (e non) stanno cercando di rispondere da giorni. Chiaramente, nessuno ha la risposta, perché il futuro non può essere previsto. In questi momenti, la cosa migliore da fare è studiare i fondamentali e capire il funzionamento dei protocolli. Non sai da dove partire? Non preoccuparti: la nostra Academy è ottima per chi vuole iniziare, ma anche per chi è già esperto e vuole ripassare.
In ultimo: se sei arrivata/o fino alla fine dell’articolo, significa che il tema ti interessa: iscriviti al nostro canale Telegram o a Young Platform cliccando qui sotto per non perdere gli aggiornamenti!

