Inflazione USA: il dato del CPI oggi

Inflazione USA: il dato del CPI di oggi

È uscito il Consumer Price Index (CPI), il dato utilizzato per stimare l’inflazione negli Stati Uniti d’America

È uscito il Consumer Price Index (CPI), il dato utilizzato per stimare l’inflazione negli Stati Uniti d’America. Il destino dei mercati passa dall’inflazione USA e, quindi, dal dato del Consumer Price Index (CPI) pubblicato il 10 giugno. In questo articolo, scopriremo cos’è il CPI, perché è importante e analizzeremo gli ultimi dati disponibili.. 

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CPI significato

Tecnicamente, il CPI (Consumer Price Index), o Indice dei Prezzi al Consumo, è un indicatore economico fondamentale che misura quanto sono cambiati i prezzi di beni e servizi che compriamo quotidianamente. In altre parole, il CPI ci dice quanto costa oggi vivere rispetto al passato.  

Il CPI si calcola raccogliendo i dati sui prezzi di un “paniere” rappresentativo di beni e servizi che i consumatori solitamente acquistano. Questo paniere include una varietà di prodotti, come cibo, abbigliamento, alloggio, trasporti, istruzione, assistenza sanitaria e altri beni e servizi comuni. Il Bureau of Labor Statistics (BLS) degli Stati Uniti raccoglie ogni mese i prezzi in 75 aree urbane e li confronta con quelli del periodo precedente.

Perché è importante?

Il CPI è utilizzato per misurare l’inflazione, cioè quanto aumenta il costo della vita. Se il CPI sale, significa che i prezzi stanno aumentando e che, in media, si deve spendere di più per vivere come si faceva prima.

Bitcoin e CPI: come sono legati?

Il Consumer Price Index è uno dei principali indicatori che i membri della Federal Reserve prendono in considerazione quando devono effettuare delle scelte in materia di politica monetaria: generalmente, quando l’inflazione scende, il FOMC (Federal Open Market Committee) è più sereno nel tagliare i tassi e viceversa.

Attualmente, tuttavia, gli analisti credono che il Presidente della Fed e il gruppo di Governatori – Board of Governors – che presiede il FOMC, siano inclini a mantenere stabili i tassi anche per le prossime riunioni, al fine di valutare l’impatto dei tagli effettuati durante il 2025.

Bitcoin, generalmente, accoglie positivamente il taglio dei tassi: quando il denaro costa meno, gli investitori sono più inclini a spostare la liquidità verso asset più volatili alla ricerca di maggiori profitti. In questo scenario ipotetico, azionario e crypto rientrano tra le scelte principali.

In ogni caso, il CPI resta uno strumento fondamentale per comprendere l’andamento dell’inflazione e cercare di prevedere il comportamento della banca centrale americana: se ti interessa il tema, trovi tutte le date per il 2026 nel nostro articolo sul calendario delle riunioni della Fed

L’ultima volta che è successo

L’ultimo CPI di maggio è risultato superiore rispetto alle previsioni e al CPI del mese precedente: l’inflazione cresce mese dopo mese spinta dai rincari dei prezzi dell’energia conseguenti allo scoppio della guerra in Iran, che ha portato al blocco dello Stretto di Hormuz, collo di bottiglia attraverso cui transita un quinto del petrolio e del GNL (gas naturale liquefatto) prodotti a livello mondiale.  

In numeri, com’è andato il CPI di oggi?

Inflazione USA di giugno 2026: l’analisi dei dati

Secondo il rapporto pubblicato dal BLS (Bureau of Labor Statistics), il CPI mensile (MoM) è aumentato dello 0,6% rispetto al mese precedente, così come il CPI anno su anno (YoY), in crescita del 3,8%. Questo dato, per usare un eufemismo, è negativo, poiché l’inflazione anno su anno non sembra arrestarsi e si allontana sempre di più dal target imposto dalla Fed, cioè il 2%. 

Il Il CPI di luglio sarà più alto? È probabile, ma non così sicuro: il dato di oggi (4,2% YoY) segnala un’inflazione già molto alta. Dall’altro lato, anche se la guerra che vede coinvolti Stati Uniti, Israele e Repubblica islamica dell’Iran dovesse terminare, gli effetti di un rincaro prolungato del prezzo del Brent e del WTI si faranno sentire a lungo.

Taglio dei tassi all’orizzonte? Scordiamocelo

Cosa deciderà la Fed riguardo ai tassi di interesse nel FOMC del 16-17 giugno 2026? Sul FedWatch Tool, lo strumento principe per questo tipo di previsioni, le probabilità del taglio di 25 punti base sono ormai pari a zero. Il No Change è dato al 96,2%, con un restante 3,8% legato al taglio dei tassi di 25 punti base.

Dati storici del CPI YoY nel 2026 

Ecco come sta andando il CPI nel 2026:

Giugno 2026:  +4,2% (previsto + 4,2%)
Maggio 2026: +3,8% (previsto 3,7%)
Aprile 2026: +3,3% (previsto 3,3%)
Marzo 2026: 2,4% (previsto 2,4%)
Febbraio 2026: 2,4% (previsto 2,5%)
Gennaio 2026: 2,6% (previsto 2,7%)

Dati del 2025: 

Dicembre 2025: 2,7% (previsto 3,1%)
Ottobre 2025: 3% (previsto 3,1%)
Settembre 2025: 2,9% (previsto 2,9%)
Agosto 2025: 2,7% (previsto 2,7%)
Luglio 2025: 2,7% (previsto 2,7%)
Giugno 2025: 2,4% (previsto 2,5%)
Maggio 2025: 2,3% (previsto 2,4%)
Aprile 2025: 2,4% (previsto 2,5%)
Marzo 2025: 2,8% (previsto 2,9%)
Febbraio 2025: 3% (previsto 2,9%)
Gennaio 2025: 2,9% (previsto 2,9%)

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Disoccupazione e Non Farm Payroll: i dati USA

Occupazione USA: i dati e le reazioni dei mercati

Sono usciti i dati sull’occupazione negli Stati Uniti: Non Farm Payrolls e disoccupazione. Qual è la situazione?

Nella giornata di venerdì 5 giugno, il BLS (Bureau of Labor Statistics) americano ha comunicato i dati relativi al mercato del lavoro. Nello specifico, sono uscite le rilevazioni sui Non Farm Payrolls (NFP), cioè i nuovi posti di lavoro creati al netto del settore agricolo, e sul tasso di disoccupazione. Qual è la situazione? Come si sono comportati i mercati e perchè?

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I dati: Non Farm Payrolls e tasso di disoccupazione 

La rilevazione del 5 giugno è la sesta del 2026, ma andiamo subito al sodo: i NFP sono cresciuti di 172.000 unità, un dato di gran lunga superiore rispetto alle aspettative che stimavano 85.000 nuovi posti di lavoro, mentre il tasso di disoccupazione resta invariato al 4,3% rispetto al mese di maggio, in linea con le previsioni.

Le implicazioni 

Come è noto, il mondo della finanza dà molta importanza a queste rilevazioni dal momento che il mercato del lavoro è un indicatore preso in forte considerazione, soprattutto da quando la Federal Reserve ha rilasciato i FOMC Minutes di maggio: nel valutare le mosse di politica monetaria, la banca centrale statunitense sta monitorando attentamente tanto la situazione occupazionale quanto la stabilità dei prezzi e, con lo scoppio della Guerra in Iran e delle relative pressioni inflazionistiche, è auspicabile che almeno il primo di questi due indicatori resti positivo. 

Sulla base di queste dichiarazioni, la catena logica che sta guidando i mercati dall’inizio del conflitto in Iran è la seguente: con un’inflazione così alta, se i NFP sono inferiori alle previsioni e il tasso di disoccupazione sale, allora aumentano le probabilità che il FOMC possa alzare i tassi di interesse nel corso di quest’anno – se ti interessano le riunioni di politica monetaria, qui trovi il calendario completo con tutti i meeting del 2026

Le previsioni sul FOMC di giugno

Il FedWatch del CME Group, uno strumento che calcola le probabilità del taglio dei tassi da parte del FOMC sulla base dei prezzi dei futures sui Fed Funds, attualmente dà il No Change al 98,3%, mentre il taglio di 25 punti base – cioè dello 0,25% – vede una probabilità pari all’1,7%. 

Anche se manca ancora un bel po’ al prossimo meeting, il Consumer Price Index di maggio, il secondo dallo scoppio del conflitto in territorio iraniano, segnala un importante ritorno dell’inflazione: il prezzo del petrolio Brent, che ormai viaggia stabilmente vicino ai 100$ al barile, sta provocando un rincaro generalizzato sul costo della vita.  

What’s next?

Nei prossimi giorni, con ogni probabilità, assisteremo a un mercato molto volatile, in particolare lato crypto. In merito, la politica degli Stati Uniti sta condizionando notevolmente il sentiment: il presidente USA Donald Trump sembra trovarsi in un momento di difficoltà. 
In ogni caso, noi saremo qui ad aggiornarti sulle notizie e sui fatti che muovono i mercati. Iscriviti al nostro canale Telegram – se già sei dentro condividi il link con amici e amiche interessati – e a Young Platform per non perderti ciò che conta!

Iran: quando la politica USA influenza i mercati

guerra in iran

Guerra in Iran: a Washington sta cambiando il clima? Trump sotto scacco? Intanto i mercati tradizionale e crypto accusano. Qual è lo scenario?

La Camera degli Stati Uniti ha approvato una risoluzione che traccia una linea di demarcazione netta nella politica estera americana: con 215 voti a favore e 208 contrari, il Congresso ha votato per frenare il Presidente Donald Trump, intimandogli di non intraprendere ulteriori azioni militari nel conflitto con l’Iran. Quando accaduto potrebbe avere un risvolto più importante di quanto si creda. Cerchiamo di capirlo insieme. 

Guerra in Iran: Trump ora appare molto più debole 

Ciò che è successo nella notte italiana tra il 3 e il 4 giugno potrebbe avere un’importanza clamorosa: dal punto di vista puramente tecnico, si tratta di una misura ampiamente simbolica, una specie di risoluzione non vincolante che non ha la forza legale di bloccare i fondi per l’esercito dall’oggi al domani.

 Tuttavia, il suo peso politico è enorme: l’atto impone formalmente alla Casa Bianca di ritirare le forze armate o, in alternativa, di chiedere un’approvazione esplicita al Congresso prima di ogni mossa.

Ma la vera notizia, a parer nostro, risiede nelle dinamiche interne del voto. I Democratici sono riusciti a far passare la misura solo grazie al sostegno di quattro deputati Repubblicani che hanno deciso di rompere i ranghi e votare contro il proprio leader. Questa spaccatura evidenzia una forte tensione interna alla maggioranza. 

Come si può immaginare, il motivo principale dietro questo nervosismo è legato alla reazione dell’opinione pubblica: con i prezzi della benzina in costante aumento alla pompa e un ritorno di fiamma dell’inflazione , i cittadini americani stanno mostrando una crescente insofferenza verso i costi economici dei conflitti mediorientali, spingendo i parlamentari a cercare una via d’uscita per non perdere il consenso degli elettori.

Qual è la conseguenza politica principale? La risposta è relativamente semplice: la votazione ha confermato che la maggioranza dei Repubblicani alla Camera è estremamente fragile

Tra qualche mese, a novembre, avranno luogo le Midterm, cioè le elezioni di metà mandato in cui si rinnova la composizione del Congresso: se, com’è probabile, il partito di Trump dovesse perdere il controllo sia della Camera che del Senato, l’intera agenda politica pro-business e pro-crypto, tipica del partito Repubblicano, subirebbe una brusca frenata.

Wall Street divisa: il Tech trema e l’industria festeggia

I riflessi di questo voto si sono fatti sentire immediatamente sui mercati finanziari globali, registrando reazioni asimmetriche nel pre-market, ovvero quella finestra temporale di contrattazioni che precede l’apertura ufficiale delle borse, dove si muovono principalmente i grandi operatori istituzionali.

L’indice S&P 500 che, come è noto, raggruppa le cinquecento aziende statunitensi a maggiore capitalizzazione, ha registrato un calo dello 0,49%, mentre il Nasdaq, l’indice tecnologico per eccellenza, sta cedendo l’1,21% – al momento della scrittura. 

Il motivo di queste performance è perfettamente coerente con quanto scritto poco fa: una probabile perdita di controllo politico da parte di Trump e la prospettiva di una futura avanzata democratica spaventano la Silicon Valley

Questo perché sotto l’amministrazione repubblicana, le aziende stanno beneficiando di una politica accomodante caratterizzata da deregolamentazione e sgravi fiscali. Uno spostamento dell’asse politico verso i Democratici potrebbe portare con sé un aumento delle tasse societarie e, in generale, un approccio molto più restrittivo sull’Antitrust, l’organismo che vigila sulla concorrenza per evitare monopoli, e sullo sviluppo normativo dell’Intelligenza Artificiale.

Al contrario, il Dow Jones sta viaggiando in territorio positivo con un incremento dello 0,45%. L’indice, infatti, è composto dai giganti dell’economia industriale, della manifattura e dei trasporti, come Caterpillar e Boeing. Per queste realtà, la fine delle ostilità in Iran significherebbe una riduzione immediata delle tensioni sul mercato del petrolio

In ultima istanza, un calo del prezzo del greggio ridurrebbe i costi di produzione e logistica, aumentando notevolmente i margini di profitto, erosi dagli attuali rincari energetici. 

L’effetto sul mercato crypto

Le ripercussioni di questo voto parlamentare, naturalmente, hanno un effetto netto anche sul mercato crypto: nella notte, Bitcoin è arrivato a sfiorare i 60.000$, mentre Ethereum è sceso a quota 1.730$, ma anche gli ETF su Crypto registrano forti deflussi. 

Il rischio principale, in questo caso, riguarda il CLARITY Act, il progetto di legge quadro che punta a definire una regolamentazione chiara e stabile per l’industria delle criptovalute negli Stati Uniti: senza una sponda politica forte a Washington, ora rappresentata dalla fazione repubblicana, la sua approvazione diventerebbe più che complessa.

Tuttavia, nonostante la tendenza a credere che la crescita del tech e delle crypto dipenda esclusivamente da governi di stampo repubblicano, i dati storici mostrano una realtà diversa: certamente il contesto era differente, caratterizzato da forti stimoli fiscali per contrastare gli effetti economici della pandemia, ma durante la presidenza del democratico Joe Biden, il valore di Bitcoin è cresciuto del 200%, rompendo per la prima volta in assoluto il tetto dei 100.000$.

CLARITY Act: Cynthia Lummis contro Jamie Dimon 

Già che abbiamo lanciato il tema, ne approfittiamo per approfondire rapidamente il discorso. Il CLARITY Act si trova oggi al centro di uno scontro tra la lobby bancaria e i sostenitori dell’innovazione finanziaria.

Come anticipato, il CLARITY Act è un disegno di legge che mira a stabilire regole certe per il mercato crypto: per questa ragione, sta incontrando una forte resistenza dal settore tradizionale, che vuole proteggere i propri spazi.

Jamie Dimon, amministratore delegato di JPMorgan, ha criticato pubblicamente la proposta di legge: per Dimon, il CLARITY Act concederebbe alle società crypto la possibilità di raccogliere capitali e pagare interessi sui depositi dei clienti senza però sottostare ai medesimi controlli previsti per gli istituti di credito ordinari. 

Il banchiere ha fatto riferimento in particolare al rispetto delle normative AML (Anti-Money Laundering), l’insieme di leggi antiriciclaggio per il tracciamento dei fondi illeciti, e del Bank Secrecy Act (BSA), la legge che impone agli intermediari finanziari di segnalare le transazioni sospette alle autorità di vigilanza.

La senatrice repubblicana Cynthia Lummis, da sempre favorevole allo sviluppo degli asset digitali, ha risposto in modo deciso all’attacco del numero uno di JPMorgan: secondo Lummis, le dichiarazioni di Dimon sono un tentativo di confondere l’opinione pubblica o derivano da una lettura parziale del testo di legge.

La sostanza della disputa è di natura commerciale, dal momento che le banche tradizionali temono lo sviluppo delle stablecoin: se aziende crypto avessero la piena legittimità di offrire rendimenti trasparenti sui depositi in stablecoin, molti risparmiatori potrebbero decidere di spostare i propri capitali fuori dal circuito bancario tradizionale – il cosiddetto deposit flight – dove i tassi di interesse sui conti correnti rimangono spesso vicini allo zero. 

In poche parole, l’obiettivo della lobby bancaria è quello di rallentare il più possibile il CLARITY Act, proprio in virtù di ciò che scrivevamo qualche riga fa: una Camera e un Senato non più a trazione repubblicana renderebbero l’approvazione del testo di legge molto complicata. 

Come andrà a finire?

Non ci resta che attendere: la politica americana ha regalato spesso forti colpi di scena che hanno cambiato le carte in tavola da un giorno all’altro. Noi, ovviamente, continueremo a seguirne gli sviluppi: per restare sempre sul pezzo su ciò che muove davvero i mercati, entra nel nostro canale Telegram ufficiale o iscriviti direttamente a Young Platform!

Bitcoin scivola a 66.000$: cosa è successo?

Bitcoin e interesse istituzionale

Bitcoin ha regalato una festa della Repubblica dal sapore amaro: giù fino a 66.000$. Il mercato crypto ha seguito. Quali sono le motivazioni?

Martedì sera, il mercato crypto ha deciso di turbare un tranquillo giorno di festa: in poche ore, Bitcoin è sceso sotto i 66.000 dollari, spingendosi fino ai 65.700 dollari, per poi recuperare leggermente rimbalzo in zona 66.460 dollari. Il resto del mercato ha seguito: Ethereum ha incassato il colpo perdendo il 7,7% e scivolando a 1.849 dollari. Vediamo insieme cosa ci dicono i dati.

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ETF e liquidazioni hanno grosse responsabilità 

Per capire la dinamica bisogna osservare dove si muovono i grandi flussi di denaro, in particolare quelli gestiti dagli investitori istituzionali: nella sola giornata di martedì, gli ETF spot su Bitcoin, che permettono ai grandi fondi di esporsi su BTC senza doverlo detenere direttamente, hanno segnato deflussi netti per ben 519,2 milioni di dollari, costringendo i gestori dei fondi a vendere BTC sul mercato per liquidare le quote. Una dinamica simile ha colpito anche gli ETF spot su Ethereum, che hanno visto uscire 90,2 milioni di dollari.

Il calo di prezzo che, come abbiamo visto, è anche una conseguenza dei deflussi istituzionali, ha poi innescato una forte ondata di liquidazioni delle posizioni long, quelle operazioni finanziarie in cui l’investitore compra un asset sperando che il suo valore cresca nel tempo. Molti trader, tuttavia, fanno questa scommessa utilizzando la leva finanziaria, ovvero prendendo in prestito denaro dalla piattaforma per amplificare i propri potenziali guadagni.

È chiaramente un gioco fantastico quando il mercato sale, ma diventa un incubo quando il prezzo scende anche solo dell’1-2%: se il valore dell’asset rompe al ribasso una certa soglia critica, la piattaforma fa scattare una “liquidazione forzata”, vendendo automaticamente la posizione del trader per recuperare il denaro prestato. 

Questo meccanismo crea un effetto domino di un certo rilievo: i prezzi scendono, scattano le liquidazioni dei trader a leva che buttano giù ulteriormente il prezzo e fanno scattare le liquidazioni del livello successivo e cosi via. 

In cifre: per Coinglass, tra martedì 2 giugno e mercoledì 3 giugno, sono stati liquidati quasi 270.000 trader con posizioni long per circa 1,8 miliardi di dollari.

Perché Strategy ha venduto Bitcoin dopo quattro anni?

In questo contesto, una notizia specifica ha catalizzato l’attenzione della comunità crypto mondiale: Strategy, la più grande Bitcoin Treasury Company al mondo, ha venduto Bitcoin. L’azienda guidata da Michael Saylor, considerata da tutti il faro dell’accumulo istituzionale, ha rotto il mantra del never sell liquidando 32 BTC per un valore di circa 2,5 milioni di dollari in un arco di tempo compreso tra il 26 e il 31 maggio. 

A prima vista, per chi segue le dinamiche di mercato con un occhio superficiale, potrebbe sembrare un segnale di resa: “se anche Saylor vende, è finita”. Ma, come sempre, occorre indagare più a fondo e analizzare i dettagli con razionalità, senza farsi prendere dal panico.

In primo luogo, è necessario ricordarsi che 32 BTC rappresentano letteralmente lo 0,0004% del totale detenuto, che ora ammonta a 843.706 BTC. In secondo luogo, la società ha immediatamente comunicato che questi fondi non rappresentano un cambio di rotta strategico, ma una pura necessità tecnica di gestione aziendale: servono a finanziare i dividendi sulle sue azioni privilegiate Stretch (STRC)

Nel caso in cui non lo sapessi, le azioni privilegiate sono strumenti finanziari particolari che garantiscono ai loro possessori un diritto di priorità nella distribuzione dei guadagni – i dividendi, appunto – rispetto agli azionisti ordinari, in cambio di solito della rinuncia al diritto di voto nelle assemblee.

Michael Saylor ha definito questa micro-vendita come una sorta di “inoculazione” per l’azienda: un piccolo vaccino finanziario controllato per mantenere sani e bilanciati i conti societari senza intaccare la strategia di accumulo di lungo termine. 

Ma i mercati finanziari stanno ancora cercando di assimilare e contestualizzare questa mossa: vedere Strategy, dopo quattro anni, dal lato dei venditori ha un impatto psicologico non trascurabile sul sentiment.

Strive in controtendenza: compra BTC e supera Coinbase

Mentre il grande pubblico si concentrava sui 32 BTC venduti da Saylor, c’è chi ha deciso di muoversi nella direzione opposta: Strive, un altro peso massimo della finanza, ha aspirato ben 2.500 BTC nella settimana tra il 23 maggio e il 1 giugno. 

Parliamo di un investimento massiccio da circa 185,2 milioni di dollari che ha portato le riserve totali di Strive alla cifra tonda di 19.000 BTC. Una mossa strategica che ha permesso all’azienda di diventare ufficialmente il settimo più grande detentore aziendale pubblico di Bitcoin al mondo, superando Coinbase.

Per evitare di cadere nella stessa necessità tecnica di Strategy ed essere costretta a vendere frazioni della propria riserva crypto per pagare gli investitori, Strive ha parallelamente blindato il proprio bilancio aumentando le riserve di contanti a 137,3 milioni di dollari. Questo tesoretto in valuta fiat ha l’obiettivo specifico e dichiarato di garantire una copertura sicura dei dividendi aziendali per i prossimi 18 mesi

È già qualche mese che il mercato sta cambiando natura sotto i nostri occhi: mentre i piccoli risparmiatori si lasciano spaventare dal rosso dei grafici giornalieri, i grandi capitali aziendali continuano a ridisegnare le proprie tesorerie per i prossimi anni

Noi, ovviamente, continueremo a monitorare la situazione giorno per giorno: per restare sempre aggiornati su ciò che muove davvero i mercati, entra nel nostro canale Telegram ufficiale o iscriviti direttamente a Young Platform.

FOMC Minutes: le prospettive future della Fed

FOMC Minutes

Sono usciti i FOMC Minutes, dei verbali che interessano molto i mercati perché danno indizi sulle prospettive future della Fed. Qui gli highlight

Il 20 maggio sono stati pubblicati i FOMC Minutes, ovvero i verbali della Federal Reserve che mostrano nel dettaglio le motivazioni alla base della decisione del FOMC (Federal Open Market Committee), la riunione di politica monetaria in cui vengono stabiliti i tassi di interesse. I mercati sono molto attenti a questo tipo di comunicazioni, anche perché, spesso, danno delle anticipazioni sul futuro. Ma prima, vediamo rapidamente qual è il quadro di riferimento – relativo all’ultimo FOMC del 28-29 aprile, l’ultimo presieduto da Jerome Powell prima del passaggio di testimone a Kevin Warsh

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Il contesto macroeconomico: tra inflazione e mercato del lavoro 

Per capire le discussioni interne alla Fed e la loro rilevanza, è però necessario fare un passo indietro e guardare ai numeri che Jerome Powell e colleghi avevano sul tavolo.

L’inflazione: i dati di maggio 

Secondo quanto pubblicato dal BLS (Bureau of Labor Statistic), l’inflazione si è attestata al 3,3% anno su anno. Il rialzo, com’è logico, è stato spinto fortemente dall’aumento dei prezzi dell’energia, innescato dalla chiusura dello Stretto di Hormuz e dal conflitto in Iran e nel Medio Oriente. Si tratta di un quadro abbastanza preoccupante: l’inflazione corre ancora ben sopra il target del 2% della Fed.

Tassi di interesse (FOMC): la decisione del 29 aprile 

Al termine della riunione di fine aprile, il FOMC ha lasciato i tassi di interesse invariati: durante la conferenza stampa, il Presidente uscente della Fed Jerome Powell ha difeso la scelta di mantenere nel comunicato il cosiddetto “easing bias” – un linguaggio che indica un’inclinazione verso futuri tagli – spiegando che modificare le parole è di per sé un segnale e la Fed preferisce mantenere un approccio più conservativo. 

Dunque, per riassumere, gli Stati Uniti si trovano in una situazione in cui l’inflazione ha ripreso a correre a causa degli shock geopolitici e dei massicci investimenti nell’intelligenza artificiale (AI), che stanno surriscaldando la domanda. Dall’altra parte, il tasso di disoccupazione si attesta al 4,3% con una creazione di nuovi posti di lavoro che rimane contenuta. Passiamo ora ai Minutes.

FOMC Minutes: cambio di rotta in arrivo?

Arriviamo al nucleo centrale: cosa si sono detti i membri della banca centrale USA a porte chiuse? I verbali mostrano una Fed che ha quasi del tutto accantonato la domanda degli ultimi due anni – ovvero se tagliare i tassi – per iniziare a valutare seriamente l’ipotesi opposta: alzarli.

Leggendo i Minutes, emerge che la maggioranza dei funzionari ha sottolineato che “un certo inasprimento della politica monetaria diventerebbe probabilmente appropriato se l’inflazione dovesse continuare a correre persistentemente sopra il 2%“. Inoltre, si segnala una certa preferenza nel rimuovere dal comunicato il cosiddetto easing bias, cioè la tendenza a includere il taglio dei tassi tra le alternative, supportando la linea dei tre presidenti – Hammack, Kashkari e Logan – che si sono opposti formalmente su quel preciso punto. Ma c’è anche chi continua a prediligere una politica monetaria più dovish: Stephen Miran, Governatore nominato da Trump in seguito alle dimissioni di Adriana Kugler, ha votato contro, preferendo – come sempre – un taglio di 25 punti base a causa dei rischi legati al mercato del lavoro.

Sul fronte della gestione del rischio, i membri concordano nel vedere rischi al rialzo per l’inflazione e rischi al ribasso per l’occupazione. Il timore principale è che i prezzi dell’energia prolungatamente alti e i dazi doganali possano rendere strutturale l’inflazione. Per questo motivo, la politica monetaria non segue un percorso prestabilito e i membri hanno ribadito che le decisioni future verranno prese riunione per riunione.

Prossimo FOMC: quali sono le previsioni? 

Le stime del FedWatch del CME Group sui mercati dei futures dei tassi di interesse, al momento della scrittura, indicano una probabilità di quasi il 50% di assistere ad almeno un aumento dei tassi di 25 punti base entro la fine di quest’anno. Per quanto riguarda il prossimo FOMC, il No Change – tassi invariati – è dato per certo al 99,1%, mentre il restante 0,9% si riferisce al rialzo. 
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Trimestrali: il calendario delle principali aziende quotate in borsa

Trimestrali NVIDIA e azionario: calendario e previsioni

Scopri il calendario dei dati trimestrali di NVIDIA e delle aziende più importanti dell’azionario

Il calendario dei dati trimestrali di NVIDIA e delle aziende più importanti dell’azionario è uno strumento essenziale per seguire al meglio i mercati. Ogni tre mesi, NVIDIA e tutte le aziende quotate sono tenute a pubblicare le trimestrali. Questi report contengono i risultati finanziari dell’azienda per l’ultimo trimestre, tra cui ricavi, profitti, spese, previsioni future e molto altro.

Scopri perché sono importanti, come influenzano le decisioni degli investitori e il calendario completo e aggiornato in questo articolo.

Trimestrali: perché le aziende come NVIDIA devono pubblicarle?

Prima di addentrarci nel calendario delle trimestrali di NVIDIA e delle altre aziende principali del mercato azionario, è utile capire alcune caratteristiche di questi report. Innanzitutto, va specificato che la pubblicazione di questi documenti è un obbligo normativo, volto a garantire un livello di trasparenza accettabile all’interno dei mercati. 

La pubblicazione delle trimestrali consente agli investitori di valutare l’andamento di un’azienda, comprendendo se sta crescendo, se è in grado di registrare profitti e fornendo gli elementi necessari per decidere se comprare o vendere le sue azioni.

Le trimestrali non sono solo un’indicazione della salute finanziaria di un’azienda, ma anche uno strumento per confrontarla con i suoi competitor. Per esempio, i risultati di NVIDIA possono essere utilizzati per confrontare l’azienda con altre nel settore tecnologico. Nel 2025, per esempio, la quotazione delle azioni di NVIDIA, che produce GPU, è cresciuta del 32% circa, portando la capitalizzazione di mercato dell’azienda a 4,38 trillion di dollari. 

Il prezzo delle azioni rappresenta il valore reale di NVIDIA? La market cap è ancora giustificata? Le risposte a queste domande, almeno in parte, possono essere trovate analizzando le trimestrali.

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Come influenzano i mercati

Le trimestrali di NVIDIA, così come quelle di tante altre aziende quotate, hanno un impatto significativo sui mercati. Tuttavia, l’effetto che queste hanno non è mai scontato e richiede esperienza e una comprensione approfondita per essere interpretato correttamente.

Intuitivamente, si potrebbe pensare che, quando i risultati di un’azienda sono positivi, il prezzo delle sue azioni è destinato a salire. In realtà, la reazione del mercato a questi dati non è così lineare.

La verità è che non esiste una formula precisa per prevedere come reagirà il mercato ai dati trimestrali. Le reazioni possono essere influenzate da molteplici fattori. Le aspettative degli investitori sono cruciali: se i risultati di un’azienda sono in linea con le previsioni degli analisti, o meglio ancora li superano, il titolo tenderà a salire. Tuttavia, se i risultati sono positivi ma non riescono a superare le aspettative, il titolo potrebbe scendere.

Un altro fattore determinante è il contesto macroeconomico. I mercati adesso si trovano in un periodo di incertezza e debolezza a causa dell’atteggiamento imprevedibile di Donald Trump, che impedisce agli investitori di avere una visione chiara del prossimo futuro, e del caos geopolitico causato dalle guerre in corso.

In questa situazione altalenante, anche una trimestrale positiva potrebbe non ricevere l’attenzione che merita. Per esempio, se durante il prossimo Federal Market Open Committee (FOMC) la Federal Reserve dovesse alzare o mantenere invariati i tassi di interesse, anche dei risultati trimestrali ottimi potrebbero non influire positivamente: in due parole, le politiche monetarie restrittive innescano la fuga del capitale dal mercato azionario verso alternative meno rischiose, come le obbligazioni e i titoli di stato. 

Infine non si possono non citare altri aspetti che giocano un ruolo centrale. La dimensione dell’azienda, il settore in cui opera, le quote di mercato e la sua reputazione sono tutti fattori che possono avere un effetto sulle percezioni e sulle reazioni del mercato ai risultati trimestrali. 

Trimestrale NVIDIA: un esempio per spiegare l’importanza di questi dati

Questo paragrafo è dedicato a un esempio concreto che testimonia la rilevanza che rivestono i comunicati sugli utili a livello finanziario: le trimestrali di NVIDIA del Q4 2025. Mercoledì 19 novembre, alle 22 circa, il CEO Jensen Huang ha comunicato gli utili del terzo trimestre: 57 miliardi di dollari, una cifra superiore di poco più di 2 miliardi rispetto ai 54,89 previsti.

Una performance del genere ha raffreddato i timori relativi all’AI Bubble, che da un paio di settimane stavano inquietando gli animi dei maggiori player finanziari: le paure di una bolla del comparto dell’intelligenza artificiale, “ufficializzata” dalla scommessa di Michael Burry contro Palantir e la stessa Nvidia, avevano portato i titoli principali dell’S&P500 e del Nasdaq 100 a perdere più del 10% dai massimi toccati alla fine di ottobre.

Le azioni NVIDIA, subito dopo la notizia, sono arrivate a guadagnare fino al 5,25%. Si tratta, infatti, di un risultato da record, dal momento che gli earnings del colosso dei microchip sono risultati superiori del 22% sul Q2 (QoQ, quarter-on-quarter) e del 62% sullo stesso trimestre dell’anno scorso (YoY, year-on-year).
Infatti, un profitto superiore del 22% rispetto a tre mesi prima, tenderebbe a giustificare il valore delle azioni di Nvidia in primis e, per estensione, delle restanti sei del gruppo “Magnificent 7” – Alphabet, Amazon, Apple, Meta Platforms, Microsoft e Tesla.

Calendario e storico 

Lunedì 13 aprile

  • Goldman Sachs – Market Cap: 284,18 miliardi di dollari – Utili: 17,23 miliardi di dollari (contro i 16,95 previsti)

Martedì 14 aprile

  • JPMorgan – Market Cap: 826,04 miliardi di dollari – Utili: 49,84 miliardi di dollari (contro i 49,02 previsti)
  • Wells Fargo – Market Cap: 243,37 miliardi di dollari – Utili: 21,45 miliardi di dollari (contro i 21,76 previsti)
  • Citigroup – Market Cap: 218,28 miliardi di dollari – Utili: 24,6 miliardi di dollari (contro i 23,51 previsti)
  • BlackRock – Market Cap: 170,31 miliardi di dollari – Utili: 6,7 miliardi di dollari (contro i 6,43 previsti)

Mercoledì 15 aprile

  • Bank of America – Market Cap: 371,11 miliardi di dollari – Utili: 30,3 miliardi di dollari (contro i 29,92 previsti)
  • Morgan Stanley – Market Cap: 297,15 miliardi di dollari – Utili: 20,58 miliardi di dollari (contro i 19,7 previsti)

Giovedì 16 aprile

  • Netflix – Market Cap: 389,25 miliardi di dollari – Utili: 12,25 miliardi di dollari (contro i 12,18 previsti)
  • Pepsi – Market Cap: 212,45 miliardi di dollari – Utili: 19,44 miliardi di dollari (contro i 18,94 previsti)

Mercoledì 22 aprile 

  • Tesla – Market Cap: 1,41 trillion di dollari – Utili: 22,39 miliardi di dollari (contro i 22,28 previsti)

Giovedì 23 aprile 

  • Intel – Market Cap: 414,85 miliardi di dollari – Utili: 13,58 miliardi di dollari (contro i 12,41 previsti)
  • American Express – Market Cap: 214,31 miliardi di dollari – Utili: 18,91 miliardi di dollari (contro i 18,61 previsti)

Martedì 28 aprile

  • Visa – Market Cap: 589,63 miliardi di dollari – Utili: 11,2 miliardi di dollari (contro i 10,75 previsti)
  • Coca-Cola – Market Cap: 329,83 miliardi di dollari – Utili: 12,5 miliardi di dollari (contro i 12,27 previsti)

Mercoledì 29 aprile

  • Alphabet (Google) – Market Cap: 4,16 trillion di dollari – Utili: 109,9 miliardi di dollari (contro i 106,79 previsti)
  • Microsoft – Market Cap: 3,15 trillion di dollari – Utili: 82,9 miliardi di dollari (contro gli 81,29 previsti)
  • Amazon – Market Cap: 2,84 trillion di dollari – Utili: 181,5 miliardi di dollari (contro i 177,13 previsti)
  • Meta – Market Cap: 1,7 trillion di dollari – Utili: 56,31 miliardi di dollari (contro i 55,52 previsti)

Giovedì 30 aprile

  • Apple – Market Cap: 3,98 trillion di dollari – Utili: 111,2 miliardi di dollari (contro i 108,92 previsti)
  • Mastercard – Market Cap: 790,98 miliardi di dollari – Utili: 8,4 miliardi di dollari (contro gli 8,26 previsti)

Venerdì 1 maggio

  • Exxon Mobil – Market Cap: 618,95 miliardi di dollari – Utili: 85,14 miliardi di dollari (contro gli 81,24 previsti)
  • Chevron – Market Cap: 368,92 miliardi di dollari – Utili: 48,61 miliardi di dollari (contro i 51,39 previsti)

Lunedì 4 maggio

  • Palantir – Market Cap: 343,01 miliardi di dollari – Utili: 

Martedì 5 maggio

  • Strategy – Market Cap: 59,57 miliardi di dollari – Utili:

Dichiarazione dei redditi e tasse sulle crypto: qual è il quadro nel 2026?

dichiarazione redditi 2026 crypto

La dichiarazione dei redditi è sempre un argomento complesso, specialmente quando ci sono di mezzo le crypto: come cambia la normativa nel 2026?

Le tasse sulle crypto sono soggette a continue modifiche, poiché si tratta di un settore relativamente giovane che deve ancora essere pienamente regolamentato. A fine dicembre 2025, il Parlamento ha approvato la nuova Legge di Bilancio, nella quale sono esposte le nuove normative sul tema della tassazione crypto: cosa dice il testo?

Una premessa rapida

Come avrai intuito, questo articolo si concentrerà sui cambiamenti in materia fiscale relativi alla detenzione e alla vendita di crypto: si tratta di un tema estremamente specifico, in continuo aggiornamento – sia dalle aliquote sia dalle interpretazioni legali e via dicendo. 

Noi, ogni anno, aggiorniamo i nostri articoli sulle tasse affinché la nostra Community – e non solo – possa operare nel pieno della consapevolezza senza rischiare sanzioni fino a migliaia di euro.

Allo stesso tempo, mettiamo a disposizione una serie di servizi fiscali con cui l’investitore può raggiungere l’obiettivo appena esposto, ma con una grande differenza: delegare il lavoro a tool e software professionali, risparmiando tempo, energie, pazienza e, soprattutto, soldi.

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Dichiarazione dei redditi e tasse sulle crypto: l’aliquota sulle plusvalenze resta al 26%? 

La risposta è una sola: dipende.

Ma, senza ulteriori giri di parole, andiamo diretti al punto:

Sulle plusvalenze e sugli altri proventi […] è applicata con l’aliquota del 33 per cento. Le disposizioni di cui al primo periodo si applicano con l’aliquota del 26 per cento, in luogo di quella ordinaria del 33 per cento, ai redditi diversi e agli altri proventi di cui alla lettera c-sexies) del comma 1 dell’articolo 67 del testo unico delle imposte sui redditi, di cui al decreto del Presidente della Repubblica 22 dicembre 1986, n. 917, derivanti da operazioni di detenzione, cessione o impiego di token di moneta elettronica denominati in euro”. 

In parole povere: 

  • l’aliquota resta al 26% nel momento in cui le plusvalenze derivano da scambio CRYPTO > EMT (Electronic Money Token, cioè le stablecoin) ancorate all’euro, come EURC
  • l’aliquota sale al 33% quando queste si ottengono con scambi che coinvolgono:
    • CRYPTO > Euro o altra valuta fiat (come il dollaro)
    • CRYPTO > EMT non denominati in euro, come USDC o USDT (ancorati al dollaro)

Ma facciamo un esempio concreto.

Esempio

Immagina di comprare 0,1 BTC a metà febbraio 2026, quando 1 Bitcoin valeva 60.700€, per poi vendere o scambiare lo stesso 0,1 BTC a ottobre 2026, quando – numero assolutamente casuale – il suo valore salirà a 86.600€. 

Questa la situazione: 

  • 0,1 BTC a febbraio 2026: valore 6.070€ (0,1 BTC x 60.700€)
  • 0,1 BTC a ottobre 2026:  valore 8.660€ (0,1 BTC x 86.600€)
  • Plusvalenza: 2.590€.

In base all’operazione effettuata, il trattamento fiscale della plusvalenza può variare. Vediamo le casistiche:

  • BTC > EURO → Vendi i tuoi 0,1 BTC per Euro → aliquota al 33% → 2.590€ x 33% = 854,7€ di imposta da versare nel 2027
  • BTC > USDT → Scambi i tuoi 0,1 BTC per un EMT ancorato al dollaro → aliquota al 33% → 2.590€ x 33% = 854,7€ di imposta da versare nel 2027
  • BTC > PAXG →  Converti i tuoi BTC in un ART ancorato all’oro → aliquota al 33% → 2.590€ x 33% = 854,7€ di imposta da versare nel 2027
  • BTC > EURC → Converti i tuoi BTC in un EMT ancorato all’euro → aliquota 26% →  2.590€ x 26% = 673,4€ di imposta da versare nel 2027
  • BTC > ETH → Converti i tuoi BTC per una crypto che NON è né ART né EMT (quindi sostanzialmente una stablecoin) → nessuna imposta

Quest’ultima casistica rientra tra le fattispecie di operazioni “non fiscalmente rilevanti” o, più semplicemente, fiscalmente neutre. Vediamole brevemente. 

Neutralità fiscale tra asset omogenei

Le operazioni di scambio tra cripto-attività – per usare la terminologia specifica – che presentano le stesse caratteristiche e funzioni non sono operazioni soggette a tassazione. In questo caso, lo scambio non genera né plusvalenze né minusvalenze, poiché non si configura un effettivo realizzo di ricchezza. Il costo fiscalmente riconosciuto – il prezzo di carico – dell’attività ceduta si trasferisce integralmente sul nuovo asset acquisito. 

Sarà necessario pagare le dovute imposte solo in caso di una vendita successiva in cambio di:

  • una qualsiasi valuta fiat (come euro o dollaro) 
  • di un EMT (come abbiamo visto sopra)
  • l’acquisto di beni e servizi

Riprendendo l’esempio di prima:

  • 0,1 BTC a febbraio 2026: valore 6.070€ (0,1 BTC x 60.700€)
  • 0,1 BTC a ottobre 2026:  valore 8.660€ (0,1 BTC x 86.600€)

Ora, immaginiamo che, a ottobre 2026, 1 ETH valga – anche qui, numero totalmente casuale –  2.000€ e vuoi convertire BTC in ETH

  • 0,1 BTC (valore 8.660€) → 4,3 ETH (con 1 ETH = 2.000€). 

Questo è classificato come evento fiscalmente neutro. Sarà necessario applicare le imposte solo quando deciderai di vendere ETH. 

Irrilevanza della conversione Euro → EMT

Il passaggio da euro a un EMT (Electronic Money Token) denominato in euro (come EURC), e viceversa, non produce alcuna variazione economica e, pertanto, non ha rilevanza fiscale. Tale conversione rimane esclusa dal calcolo dei redditi diversi, mantenendo l’obbligo fiscale limitato al solo monitoraggio nel Quadro W/RW e all’applicazione dell’imposta patrimoniale (Imposta di bollo o IVACA).

Per maggiori informazioni sul trattamento degli EMT e sulle operazioni fiscalmente rilevanti, leggi l’articolo dedicato → Stablecoin: come vengono classificate dalla MiCA e dalla normativa fiscale

Abolita la franchigia di 2.000€

Non è una breaking news, nel senso che, proprio come l’aumento dell’aliquota, questa misura era già prevista dalla Legge di Bilancio 2025 (Legge 207/2024). La franchigia, quindi, è stata eliminata e, dall’1 gennaio 2025, tutte le plusvalenze sono integralmente imponibili, indipendentemente dall’importo. 

Tuttavia, a causa di un errore del software dell’Agenzia delle Entrate (AdE), e grazie a un successivo chiarimento del 30 aprile 2025, migliaia di contribuenti potrebbero avere la possibilità di recuperare fino a 520€ di imposte versate in eccesso sulle plusvalenze. Ha diritto al rimborso chi:

  • Nel 2023 (anno d’imposta) hai realizzato plusvalenze da cripto-attività superiori a 2.000€.
  • Nel 2024 hai presentato la dichiarazione dei redditi pagando l’imposta sostitutiva del 26%.

Ti consigliamo di andare ad approfondire la questione nell’articolo dedicato: Abolita la franchigia dei 2.000€: come funziona per la dichiarazione dei redditi 2026.

Istituzione di un Tavolo Permanente 

Nel testo della Legge di Bilancio 2026, specialmente nella seconda parte dell’Articolo 13, si parla poi dell’istituzione di un “Tavolo permanente di controllo e vigilanza sulle criptoattività e la finanza innovativa volto a favorire lo sviluppo ordinato e legale del settore”. 

Si tratta di un “tavolo” composto da rappresentanti del MEF (Ministero dell’economia e delle Finanze), della Guardia di Finanza, della CONSOB (Commissione Nazionale per le Società e la Borsa), della Banca d’Italia, dell’Unità di Informazione Finanziaria e da accademici

In altre parole, la Legge prevede la creazione di un gruppo di esperti e addetti ai lavori che avrà il compito di affiancare le istituzioni di controllo, di monitorare i rischi, di prevenire le frodi, di contrastare attività connesse al riciclaggio e al terrorismo, di seguire l’evoluzione tecnologica del settore e di promuovere l’educazione finanziaria.

Il Tavolo Permanente, come dice il testo ufficiale, sarà attivo entro sessanta giorni dall’entrata in vigore della Legge di Bilancio 2026 – quindi, teoricamente, prima del 31 marzo 2026.

Per quest’anno è tutto, via ai titoli di coda.

Dazi e Iran: i mercati scontano l’incertezza

Dazi e Iran: i mercati scontano l’incertezza

I dazi al 15% e le tensioni geopolitiche spaventano i mercati: i futures USA in rosso, le crypto seguono, il dollaro perde punti e l’oro sale.

La sentenza della Corte Suprema provoca la reazione di Trump, che introduce dazi su scala globale al 15%. Intanto, gli Stati Uniti continuano ad ammassare la flotta militare nel Mediterraneo: attacco in Iran sempre più vicino? Gli investitori, per sicurezza, entrano in modalità risk-off: fuga dagli asset più volatili alla ricerca di stabilità. Il punto.

Dazi e Iran: il contesto macro

La scintilla che ha fatto saltare i nervi ai mercati ha un nome: Donald Trump. Se, infatti, la potenziale escalation militare in Iran, e l’incertezza che ne consegue, occupano da settimane le prime pagine dei giornali, la mossa che ha innescato le vendite arriva dalla Casa Bianca. Cos’è successo?

Trump non ha gradito la sentenza della Corte Suprema degli Stati Uniti  

La notizia è arrivata venerdì 20 febbraio come un fulmine a ciel sereno: per la Corte Suprema USA, la maggior parte dei dazi imposti da Trump sono illegali. Il Presidente degli Stati Uniti, ovviamente, non ha gradito la sentenza e ha dichiarato di aver già pronto un “piano di riserva”: altri dazi. 

L’inquilino della Casa Bianca, nel weekend immediatamente successivo, ha introdotto altre tariffe doganali globali al 10%, per poi rilanciare alzando la soglia al 15%. Sul suo social Truth, Trump ha scritto testualmente: “Io, in qualità di Presidente degli Stati Uniti d’America, innalzerò con effetto immediato i dazi globali del 10% applicati sui Paesi – molti dei quali hanno ‘derubato’ gli Stati Uniti per decenni, senza subire conseguenze (finché non sono arrivato io!) – portandoli al livello del 15%, una soglia pienamente consentita e confermata in sede legale“.

Investitori in modalità risk-off

Questa combo ha provocato un cambio netto del sentiment: siamo entrati in una fase di forte risk-off, in cui i capitali escono molto velocemente dagli asset considerati volatili o rischiosi per cercare sicurezza in lidi tradizionalmente più stabili.

Per fare un esempio, il Fear & Greed Index – l’indice che misura la paura degli investitori crypto – attualmente si trova a quota 5, “Extreme Fear”. Al contrario, e come da manuale durante le crisi geopolitiche, l’oro ha messo a segno un +3% a partire da venerdì 20, tornando sopra i 5.000 dollari/oncia.

Il punto sui mercati: i numeri di azionario e crypto

A Wall Street, il quadro sembra chiaro già al momento in cui scriviamo, prima dell’apertura delle borse: i futures sul Dow Jones cedono lo 0,3%, mentre quelli sull’S&P 500 e sul Nasdaq 100 stanno perdendo rispettivamente lo 0,3% e lo 0,4%. 

Anche il prezzo del petrolio ne risente: i futures sul Brent calano dello 0,5% fino a 71,2 dollari al barile, mentre quelli sul WTI – il greggio statunitense – si attestano a 66,11 dollari al barile, giù dello 0,6%.

Il mercato crypto, segue: nelle ultime ore, la market cap totale del settore è arrivata a cedere oltre 100 miliardi di dollari in due giorni, salvo poi recuperarne la metà nella giornata di lunedì. Bitcoin ha registrato un calo pesante di circa il 5,5%, fino a toccare i 64.300$ ma rimbalzando e attestandosi, per ora, sui 66.300$.

Molto interessante la situazione lato liquidazioni: circa 468 milioni di dollari in posizioni long liquidati tra domenica e lunedì. Ma non è tutto: un singolo trader ha visto andare in fumo ben 61,5 milioni di dollari in una sola operazione.

Altre due info di contorno, tra Ethereum e Nvidia

Chiudiamo con due notizie che potrebbero provocare ulteriori ripercussioni sul mercato, data la loro rilevanza. 

In primo luogo, i dati on-chain rilevati da Lookonchain segnalano un movimento che, tendenzialmente, non piace moltissimo alla community, per usare un eufemismo: Vitalik Buterin, il founder di Ethereum, è tornato a vendere ETH. Nel weekend del 21-22 febbraio, Buterin ha ceduto 1.869 ETH, incassando più di 3 milioni di dollari. Ethereum, in quelle stesse ore, ha ceduto fino al 6,4%, spingendosi anche sotto i 1.850$. 


Infine, mercoledì 25 febbraio, Nvidia pubblicherà i tanto attesi utili trimestrali. Il motivo alla base dell’importanza di questi numeri dovrebbe essere chiara a tutto il mondo: Nvidia non è solo un’azienda tecnologica, è il motore dell’intera narrativa legata all’Intelligenza Artificiale e, per estensione, del mercato azionario statunitense degli ultimi due anni. 

Se i dati dovessero deludere e non battere le altissime previsioni degli analisti, l‘evento potrebbe innescare un’ulteriore ondata di volatilità, trascinando giù con sé anche il comparto tech in generale, crypto incluse.

Cosa succederà nei prossimi mesi? Impossibile dirlo, più facile raccontarlo: entra nel nostro canale Telegram e iscriviti a Young Platform per restare sul pezzo!

Dazi, per la Corte Suprema USA sono illegali

Dazi, per la Corte Suprema USA sono illegali

I dazi reciproci imposti da Donald Trump, secondo la Corte Suprema degli Stati Uniti, sono illegali: l’ordinanza è arrivata venerdì 20 febbraio

I dazi reciproci introdotti dal Presidente Donald Trump in occasione del “Liberation Day” del 2 aprile 2025, sono stati giudicati illegali dalla Corte Suprema degli Stati Uniti. Il motivo ruota intorno alle modalità attraverso cui sono stati applicati. Vediamo rapidamente cos’è successo.

Queste news le trovi prima nel nostro canale Telegram

Corte Suprema USA: “è necessaria l’autorizzazione del Congresso”

Nel pomeriggio italiano del 20 febbraio, la Corte Suprema degli Stati Uniti ha decretato in merito alla legittimità dei dazi reciproci imposti da Donald Trump

Il Presidente della Corte John Roberts ha redatto la motivazione della maggioranza, nella quale si legge: “Il presidente Trump rivendica il potere straordinario di imporre unilateralmente dazi di entità, durata e portata illimitate. Considerata l’ampiezza, la storia e il quadro costituzionale di tali poteri rivendicati, è necessario che dimostri una chiara autorizzazione del Congresso per poterli esercitare“.

In due parole, la SCOTUSSupreme Court of the United States – ci sta comunicando che i poteri di emergenza a cui Trump ha tentato di appellarsi “non sono sufficienti” .

I dazi, infatti, sono stati introdotti scavalcando il classico iter che prevede l’approvazione del Congresso degli Stati Uniti: Donald Trump, per poter fare ciò, si è appellato all’IEEPA, cioè l’International Emergency Economic Powers Act.

L’IEEPA, per dare contesto, è una legge federale degli Stati Uniti che permette al Presidente di dichiarare l’esistenza di “una minaccia per la sicurezza nazionale, la politica estera o l’economia degli Stati Uniti” che abbia origine “interamente o in misura sostanziale al di fuori degli Stati Uniti” – come si legge nell’articolo 50 dello United States Code.

In questo caso, secondo Trump, il deficit commerciale tra Stati Uniti, forti importatori, e il resto del mondo, che esporta moltissimo negli USA, costituiva una minaccia per l’economia nazionale. E i dazi rappresentavano lo strumento per ridurre questa disparità.

È una sconfitta bruciante per l’amministrazione Trump

Per capire la portata dell’evento, dobbiamo contestualizzarlo politicamente: questa ordinanza è, secondo molti analisti, la più importante sconfitta legale che la seconda amministrazione Trump abbia subìto da parte di una Corte Suprema a maggioranza conservatrice.

C’è, tuttavia, un punto rimasto irrisolto: se i dazi sono incostituzionali, che fine fanno i soldi già incassati? 

La Corte Suprema, infatti, pur dichiarando illegale la manovra, non ha specificato cosa debba accadere agli oltre 130 miliardi di dollari in tariffe già riscossi dal governo federale. Un nodo che, molto probabilmente, si tradurrà in una valanga di ricorsi da parte delle aziende importatrici danneggiate.

What’s next?

Secondo alcune fonti, il Presidente Trump avrebbe dichiarato che questa decisione “è una vergogna” e che “ho un piano di riserva”. Il punto fondamentale, però, e uno: la strategia commerciale di Trump, fondata sull’utilizzo dei dazi come leva negoziale contro chiunque, è appena stata neutralizzata dalla magistratura del suo stesso paese

Come reagiranno i mercati a questo cambio netto? Entra nel nostro canale Telegram e registrati su Young Platform che te lo raccontiamo noi!

Bitcoin e interesse istituzionale: un update

Bitcoin e interesse istituzionale

Harvard ruota su Ethereum, mentre i fondi pensione USA comprano Strategy (MSTR), che domina gennaio con acquisti record di Bitcoin.

Gli istituzionali non si fermano. I documenti depositati alla SEC – i Form 13F trimestrali – parlano chiaro: l’Università di Harvard ribilancia il proprio portafoglio cedendo IBIT e comprando ETHA, mentre i grandi fondi pensione statunitensi consolidano la loro esposizione indiretta a Bitcoin acquistando Strategy. Vediamo i numeri nel dettaglio.

Harvard verso il cambio di passo?

Partiamo da una delle università più famose al mondo. Harvard ha deciso di modificare l’assetto del suo portafoglio a tema crypto, come emerge dall’ultimo report trimestrale: il celebre ateneo ha ridotto l’esposizione a IBIT, l’ETF Spot su Bitcoin di BlackRock, vendendo circa 1,48 milioni di quote, dopo il forte accumulo registrato quest’estate – +257% nel terzo trimestre (Q3) rispetto al secondo semestre (Q2) del 2025.  

A giudicare dai dati, sembra una rotazione di capitali: alla vendita di una parte di IBIT, infatti,  è seguita l’apertura di una posizione importante su ETHA, l’ETF Spot su Ethereum, emesso sempre da BlackRock, con un investimento di ben 86,8 milioni di dollari.

La strategia sembra chiara: diversificare l’esposizione sugli asset digitali, puntando anche sulla regina delle altcoin, nonché seconda crypto per market cap, Ethereum.

Le mosse dei fondi pensione USA

Mentre Harvard riduce le quote di IBIT, i fondi pensione pubblici statunitensi scelgono l’esposizione indiretta a Bitcoin acquistando Strategy (MSTR), la Bitcoin Treasury Company per eccellenza guidata da Michael Saylor. Diamo alcuni esempi – dati al 31.12.2025.

California Public Employees’ Retirement System 

Il California Public Employees’ Retirement System, il più grande fondo pensione pubblico degli Stati Uniti, ha aggiunto al portafoglio altre 22.475 azioni MSTR, portando il totale detenuto a 470.632 azioni: uno stake dal controvalore pari a circa 60 milioni di dollari (ai prezzi correnti).

Ohio State Teachers Retirement System 

Anche lo State Teachers Retirement System dell’Ohio si muove con decisione, incrementando le proprie quote in MSTR del 16,6%. Il totale sale così a 87.689 azioni, per un controvalore di 11 milioni di dollari (ai prezzi correnti).

North Carolina State Treasury

Infine, il North Carolina State Treasury aggiunge 9.117 azioni MSTR e porta la sua posizione complessiva a 168.688 azioni, valutate circa 22,6 milioni di dollari (ai prezzi correnti).

Strategy (MSTR): overview di gennaio

Come abbiamo appena visto, i fondi pensione stanno comprando Strategy (MSTR) per ottenere un’esposizione a Bitcoin senza detenerlo fisicamente. Ma come si è mossa l’azienda fondata da Michael Saylor nel primo mese dell’anno? 

Gennaio 2026, come riportato dal Corporate Adoption Report di BitcoinTreasuries.net, ha segnato una svolta decisiva: l’intensa “campagna acquisti” di Strategy starebbe ridefinendo il ritmo del mercato. Strategy, infatti, ha comprato 40.150 BTC in poco più di trenta giorni

Ma, in realtà, non si tratta di una tendenza del 2026: negli ultimi cinque anni, Strategy ha mantenuto una media di acquisto di 357 BTC al giorno. Per dare un termine di paragone, dal report emerge che, tra le società quotate – public companies – che detengono Bitcoin, solo venti riescono ad acquisire una media di almeno 10 BTC al giorno, mentre il resto aggiunge in media circa 1 BTC al giorno.

E proprio durante la stesura di questo articolo, abbiamo aperto X (ex Twitter) e abbiamo letto il solito tweet: “Strategy ha acquisito 2.486 BTC per circa 168,4 milioni di dollari, a un prezzo medio di ~67.710$ per Bitcoin. Al 16 febbraio 2026, deteniamo un totale di 717.131 BTC“. Reazione trascurabile di Bitcoin a un’ora dalla notizia: +0.3% – come volevasi dimostrare.

La grande domanda

Riflettiamo un secondo su questo dato. Ora, il mercato dà praticamente per scontato il fatto che Strategy compri centinaia di Bitcoin al giorno: i tweet settimanali della società in cui viene comunicato l’acquisto di migliaia di BTC non sortiscono alcun effetto a livello di prezzo, nonostante si tratti di cifre impressionanti – milioni di dollari ogni volta. 

La grande domanda è: quando Strategy deciderà di vendere Bitcoin, come verrà interpretata la notizia? Il bias della negatività, cioè “la tendenza cognitiva a dare maggiore importanza, peso e memoria alle esperienze, a notizie ed emozioni negative rispetto a quelle positive”, può aiutarci nella risposta: quasi sicuramente, si griderà all’apocalisse perché “anche Saylor sta vedendo!” e scatterà il panic selling, soprattutto tra gli investitori retail.
Sarà così o no? Nel dubbio, entra nel nostro canale Telegram e iscriviti a Young Platform per restare aggiornato sulle mosse degli istituzionali!