Swift, blockchain e tokenizzazione: via al test

Swift, blockchain e tokenizzazione: via al test

Swift si prepara al grande test: “pronti a implementare la blockchain per il trasferimento cross-border di depositi tokenizzati”

Nel mondo degli investimenti in cripto-attività, si parla spesso di come la finanza tradizionale (TradFi) stia lentamente abbracciando la tecnologia decentralizzata. Oggi, però, uno degli attori centrali del mondo economico e finanziario globale ha fatto un passo da gigante che merita tutta la nostra attenzione. Parliamo di Swift: via al test per il trasferimento dei depositi tokenizzati su blockchain.

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Cos’è Swift e perché questa notizia è fondamentale

Per chi non è così esperto di infrastruttura bancaria, Swift rappresenta la spina dorsale invisibile dei pagamenti mondiali: è una cooperativa di respiro globale controllata dai propri membri, nonché principale fornitore al mondo di sistemi per il trasferimento di denaro a livello internazionale. Per capire l’importanza di Swift, basti pensare che la sua infrastruttura connette oltre 11.500 istituzioni finanziarie in più di 200 paesi e territori.

La notizia di cui parleremo in questa sede è la seguente:  il nuovo registro distribuito di Swift, interamente basato su blockchain, è ufficialmente pronto per la fase di test.

Dalla teoria alla pratica: il test globale e l’obiettivo 24/7 

Come recita la nota canzone del celebre ex wrestler John Cena, “The Time is Now”. Swift, il 9 luglio, ha diffuso un comunicato stampa che non lascia spazio a interpretazioni: “Il registro blockchain di Swift è pronto all’uso: 17 banche fanno da apripista per i pagamenti transfrontalieri tokenizzati su un’infrastruttura globale affidabile”. 

È chiaro che non stiamo parlando di una remota dichiarazione di intenti, ma di un aggiornamento pronto per essere implementato: ben 17 grandi banche provenienti da più continenti si stanno preparando per avviare transazioni pilota utilizzando depositi tokenizzati direttamente sui propri registri.

Tra i partecipanti di questa prima fase sperimentale figurano colossi finanziari del calibro di Citibank, Bank of New York, HSBC, UBS e BNP Paribas.

Qual è l’obiettivo finale di questa operazione?

Molto semplicemente, lo scopo è risolvere uno dei problemi più antichi della finanza globale: gli orari di chiusura. Come? Ovviamente – e non siamo per nulla stupiti – sfruttando la blockchain. In questo modo, l’infrastruttura punta a sbloccare movimenti di denaro più veloci e flessibili, supportando pagamenti transfrontalieri operativi 24 ore su 24 e 7 giorni su 7. Questo significa permettere lo spostamento di fondi e la liquidazione anche durante la notte e nei fine settimana, esattamente come accade da anni sui mercati crypto.

Ciò che stupisce, però, è la velocità con cui si è passati dalla teoria alla pratica: Swift ha bruciato una tappa dopo l’altra, saltando dall’ideazione concettuale all’attivazione del ledger basato su blockchain in soli nove mesi, grazie ai feedback diretti delle istituzioni internazionali. 

Le grandi banche in piena FOMO?

I top manager delle top banche mondiali non lo nascondono più: la decentralizzazione e i registri distribuiti non sono più visti come esperimenti di nicchia, ma come la soluzione più efficiente per questo tipo di problemi.

Thierry Chilosi, Chief Business Officer di Swift, ha spiegato che la blockchain permette al valore tokenizzato di spostarsi oltre confine con la flessibilità e la velocità richieste dal commercio moderno, portando “la fiducia e la stabilità della finanza consolidata alle frontiere della moneta digitale“. 

Sulla stessa lunghezza d’onda si pongono dirigenti come Lim Soon Chong di DBS (The Development Bank of Singapore) e Lisa Vasic di ANZ (Australia and New Zealand Banking Group), i quali hanno sottolineato come i fondi tokenizzati consentano alle banche di gestire la liquidità in modo radicalmente più flessibile, rapido e trasparente.

Manish Kohli di HSBC (The Hongkong and Shanghai Banking Corporation) ha evidenziato il fatto che l’infrastruttura blockchain sia uno strumento fondamentale per far funzionare i pagamenti “in tempo reale, attraverso i fusi orari, e senza interruzioni artificiali“. 

Allo stesso modo, manager come So Lay Hua di UOB (United Overseas Bank) e Andreas Kubli di UBS (Union Bank of Switzerland) confermano che questo nuovo ecosistema 24/7 sblocca il settlement istantaneo e facilita l’adozione su larga scala degli asset digitali.

Se Swift punta sulla blockchain…

Insomma, quando Swift, infrastruttura alla base del sistema economico e finanziario globale, arriva a considerare seriamente la blockchain per spostare enormi masse di denaro tokenizzato, il dato è chiaro: la tokenizzazione degli asset non è una promessa del futuro, ma è già qui e, probabilmente, è destinata a restare.

Azimut punta su Young Group con un investimento da 22,5 milioni di euro

Young Group ha concluso un importante aumento di capitale da 22,5 milioni di euro guidato dal Gruppo Azimut: un momento storico per Young Platform 

Azimut, gruppo quotato alla Borsa di Milano, leader nella gestione degli investimenti pubblici e privati e nei servizi finanziari per le imprese, ha deciso di puntare con convinzione su Young Group, holding che riunisce Young Platform e Fleap. È un momento fondamentale per la nostra storia e per il futuro dell’innovazione in Italia.  

Young Group: crypto, digital banking e tokenizzazione degli asset reali 

Chi ci segue fin dai primi momenti sa bene che Young Platform e il suo ecosistema nascono da una volontà molto chiara: democratizzare e semplificare l’accesso al mondo delle cripto-attività

Questa missione prende forma dalla visione di un gruppo di studenti del Politecnico di Torino che, animati dalla passione per l’innovazione e la tecnologia, decisero di trasformare questa idea in realtà

Oggi, a quasi dieci anni di distanza, Young Platform rappresenta una via sicura, affidabile e trasparente al mondo delle cripto-attività per centinaia di migliaia di investitori, italiani e non. Il tutto rafforzato dal recente ottenimento dell’autorizzazione MiCA, un sigillo di garanzia emesso dai regolatori italiani ed europei che, in questo modo, certificano ufficialmente la totale compliance della nostra piattaforma con le normative vigenti.

Nel tempo, però, abbiamo voluto allargare il nostro raggio d’azione, concentrandoci anche su un trend, sempre legato alla blockchain, destinato a rivoluzionare il sistema finanziario globale: la tokenizzazione degli asset reali (RWA, Real World Assets). Come? Integrando nel nostro ecosistema Fleap, la prima azienda italiana ad aver ottenuto l’autorizzazione di CONSOB (Commissione Nazionale per le Società e la Borsa) per la digitalizzazione e tokenizzazione di strumenti finanziari come azioni, obbligazioni e titoli di debito.

È per queste ragioni che nasce Young Group, una holding che ha sede a Torino, creata proprio allo scopo di unire queste due anime sotto lo stesso tetto e, in definitiva, dare vita a un’infrastruttura sempre più completa, trasversale ed efficiente

Azimut supporta Young Group con un investimento di 22,5 milioni di euro

Il Gruppo Azimut crede nel futuro del progetto e l’ha dimostrato guidando un investimento di 22,5 milioni di euro su Young Group in qualità di lead investor, cioè investitore principale. Questo perchè, come sottolineato dal CEO Giorgio Medda, la strategia del Gruppo Azimut “da tempo guarda con attenzione all’evoluzione dei mercati finanziari e al ruolo degli asset digitali e delle tecnologie blockchain” e Young Group, in questo senso, “è un progetto imprenditoriale solido, in rapida crescita, che si distingue per competenze tecnologiche di rilievo e per una forte attenzione ai temi della sicurezza e della conformità normativa”.

Ma, per comprendere a fondo la portata dell’evento, forse è utile capire chi è Azimut: parliamo di un gruppo indipendente e globale, leader nell’asset management nei mercati pubblici e privati, nel wealth management e nell’investment banking. È una società quotata alla Borsa di Milano, presente in ben 20 Paesi nel mondo e forte di una rete di circa 2.000 professionisti tra gestori e consulenti finanziari. 

Cosa significa questo aumento di capitale per Young Platform?

Andrea Ferrero, nostro Co-CEO e cofounder, ha risposto a questa domanda in modo molto chiaro: “L’investimento segna una nuova fase nel percorso di crescita di Young Group e rafforza la nostra capacità di eseguire una visione che perseguiamo fin dalla nascita: costruire un’infrastruttura finanziaria in cui cripto-attività, servizi bancari e asset tokenizzati convivano in un’unica esperienza, semplice, regolamentata e accessibile”.

In questo nuovo capitolo che si sta per aprire, ci teniamo a fare una precisazione: la nostra identità rimane e rimarrà sempre incentrata sulla Community, cioè su chi non ha mai smesso di credere in Young Platform. 

Il cuore pulsante che lega i nostri sostenitori è Young (YNG), l’utility token necessario per sfruttare al massimo le funzionalità della piattaforma, progettato in modo da riflettere intimamente la crescita e le performance dell’intero ecosistema. In altre parole: più Young Group si espande e si rafforza più le fondamenta su cui poggia il token YNG diventano solide.

Allacciate le cinture: comincia una nuova avventura

Per concludere, con questo aumento di capitale da 22,5 milioni di euro, Young Group entra in una nuova era: il supporto continuo di partner istituzionali del calibro di Azimut ci consente di alzare gli standard e accelerare lo sviluppo, potenziando l’ecosistema attraverso i tre pilastri fondamentali:

  • Crypto: con Young Platform sempre più efficiente e il token Young (YNG) al centro del progetto;
  • Digital Banking: attraverso il Conto di pagamento e la Carta Young;
  • Real World Asset: grazie alle infrastrutture di digitalizzazione e tokenizzazione offerte da Fleap.

Abbiamo sognato in grande fin dal primo giorno e oggi abbiamo gli strumenti, i capitali, le licenze e, soprattutto, la community giusta per portare avanti i nostri obiettivi. Noi siamo pronti a cominciare una nuova fase della nostra storia, tu sei con noi?

Parlano di noi

Iran: guerra finita? Come stanno reagendo i mercati?

Guerra Israele-USA e Iran: le reazioni dei mercati?

La guerra tra USA e Iran sembra essere arrivata alla fine: le parti dovrebbero firmare un accordo in settimana. Come stanno reagendo i mercati?

La guerra tra Stati Uniti-Israele e Iran è entrata nel terzo mese, che sembra anche essere l’ultimo: lo Stretto di Hormuz, snodo fondamentale dove passa un quinto della produzione mondiale di petrolio e GNL, potrebbe iniziare a sbloccarsi a breve, poiché le delegazioni iraniana e statunitense sembrano intenzionate a trovare un accordo. Le Borse mondiali, ovviamente, sono molto ottimiste. Il mercato crypto sembra seguire: qual è la situazione?

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Guerra in Iran: la timeline del conflitto

Nella mattinata italiana del 28 febbraio, Stati Uniti e Israele davano ufficialmente avvio a una serie di bombardamenti coordinati ai danni dell’Iran: in meno di 24 ore, raggiungono uno dei principali obiettivi dei raid, eliminando l’Ayatollah Alì Khamenei, guida suprema della Repubblica islamica iraniana. A poche ore dall’evento, i Guardiani della rivoluzione, uno dei tre corpi armati iraniani, dichiaravano chiuso lo Stretto di Hormuz: “Se qualcuno tenterà di passare, gli eroi delle Guardie Rivoluzionarie e della marina regolare daranno alle fiamme quelle navi”. 

Nei giorni successivi, il traffico nello Stretto si è ridotto drasticamente: i media e gli organi di sicurezza internazionali segnalavano la presenza di mine navali nel canale. Il prezzo delle materie prime energetiche, di conseguenza, è schizzato alle stelle: attraverso lo Stretto di Hormuz passa tra il 25% e il 30% della produzione mondiale di petrolio e di GNL (gas naturale liquefatto). Con l’apertura del fronte, il Brent – benchmark internazionale – è schizzato alle stelle ed è rimasto stabilmente sopra i 100$ al barile. 

I tre mesi successivi è stato un continuo alternarsi tra minacce reciproche e aperture negoziali, ma le parti in conflitto sono riuscite a mettersi d’accordo: ufficialmente, mentre scriviamo, Stati Uniti e Repubblica islamica dell’Iran hanno temporaneamente seppellito l’ascia di guerra. 

In merito, dal weekend del 23-24 maggio, i principali media internazionali hanno iniziato a parlare di passi avanti verso la chiusura definitiva della guerra: CNN, per esempio, titolava “Stati Uniti e Iran mostrano segnali di progresso negli sforzi per porre fine al conflitto, ma i dettagli cruciali di un accordo quadro sono ancora in fase di negoziazione”.

Alla fine, tra venerdì 12 e domenica 14 giugno, il presidente degli Stati Uniti ha iniziato a dare segnali sempre più incoraggianti: da un vago “abbiamo concluso la guerra” a un vero e proprio annuncio di firma imminente. 

Infatti, secondo quanto riferito dai media più importanti del mondo, venerdì 19 giugno le rispettive delegazioni dovrebbero incontrarsi in Svizzera per apporre le firme. 

Il Brent, dai massimi toccato a fine aprile, ha peso più del 30% e, mentre scriviamo, si aggira sugli 82,6$ al barile, un prezzo che non si vedeva dal 4 marzo. 

Le performance dei principali indici azionari

Quando il prezzo dell’energia cresce a dismisura, l’economia reale ne risente: le aziende spendono di più per produrre a causa dell’aumento trasversale dei costi, come quelli per il trasporto e per l’elettricità in generale. Il risultato: i rincari, alla fine, vengono trasferiti sul consumatore, che vede un rialzo dei prezzi generalizzato, anche detto inflazione

E i mercati sanno bene che alla crescita dell’inflazione aumentano le probabilità di un rialzo dei tassi di interesse – il prossimo FOMC avrà luogo tra due giorni esatti. Cosa significa tutto ciò in numeri? 

Partendo dagli Stati Uniti, i tre principali listini sono tornati ampiamente in territorio positivo: dal giorno uno del conflitto, il Dow Jones sta guadagnando il 4,7%, mentre l’S&P500 e il Nasdaq 100 hanno messo a segno nuovi All Time High e stanno guadagnando, rispettivamente, l’8% e il 18,6% – il Dow Jones cresce meno più degli altri due proprio perché maggiormente esposto alle variazioni dei prezzi energetici. 

Queste percentuali, tuttavia, non considerano la giornata di lunedì 15 giugno perché, al momento della scrittura, le Borse americane sono ancora chiuse. I futures ci possono aiutare: il pre-market segnala un’apertura a dir poco allegra, col Dow Jones che guadagna l’1,08%, l’S&P500 l’1,27% e il Nasdaq il 2,1%.

Ma voliamo in Europa, che se la passa un po’ peggio, ma comunque non ha di che lamentarsi: l’Eurostoxx 50 (STOXX), l’indice che include le top 50 aziende europee, continua il suo percorso in territorio positivo, dopo aver ceduto fino al 10%: attualmente, è su del 4,9% rispetto alla chiusura del 2 marzo. Ma la situazione non è rosea per tutti: nel dettaglio, Londra è giù del 2,9%,, mentre Parigi e Francoforte e Milano, al contrario, stanno guadagnando rispettivamente lo 0,8% e l’1,4%. 

Milano sembra giocare un campionato a parte: dal 2 marzo, primo giorno di contrattazione dall’apertura del fronte, l’indice FTSEMIB è cresciuto del 12,4%.

In Asia la situazione è tornata molto più favorevole: il Nikkei, che rappresenta le 225 aziende più importanti del Giappone, ha aggiornato i massimi storici e, dal 2 marzo, sta mettendo a segno un +20,3%, mentre il KOSPI, il principale indice sudcoreano che, con lo scoppio della guerra, era arrivato a cedere anche fino al 18%, ha invertito il trend con una performance senza senso: +47,5% dalla chiusura del 3 marzo. In Cina, l’Hang Seng viaggia in negativo: -4,7% dal Day One. 

Focus metalli preziosi: oro e argento 

In questo caos, sarebbe lecito aspettarsi un buon comportamento da parte dei metalli preziosi, universalmente concepiti come lido sicuro in tempi di forti turbolenze. Non è proprio così

La quotazione dell’oro, dall’inizio dei bombardamenti, è scesa del 18,16%, seguita a stretto giro dall’argento (-20,4%). Contestualmente, nonostante non sia un metallo prezioso, il dollaro torna ad assumere un ruolo di riserva di valore: in queste dieci settimane, il DXY – dollaro vs sei principali valute estere – sta guadagnando l’1,6%

E il mercato crypto?

Il mercato crypto sembrava essere legato all’andamento del settore tech USA: da venerdì 27 febbraio a metà maggio, Bitcoin ha guadagnato il 25,8%, dopo settimane di alta volatilità in cui ha puntato i 70.000$ per ben quattro volte, riuscendo infine a rompere quel tetto e passare all’attacco degli 80.000$; Ethereum ha fatto peggio ma era cresciuto comunque del 23%

Da quel momento, tuttavia, il mercato crypto ha subito una contrazione che potrebbe essere legata a fattori di natura più politica. Coerentemente, la Total Market Cap è cresciuta solo di circa 11,5 miliardi di dollari (+0,5%).

Qualche dato interessante  

Secondo BitcoinTreasuries.net, negli ultimi trenta giorni le Public Companies hanno aumentato i loro stake di Bitcoin del 3,2%. In altre parole, le società quotate – come Strategy (MSTR) – hanno portato il totale detenuto in Bitcoin pari a 1,262 milioni di BTC. Discorso opposto per ETF ed exchange: i recenti deflussi hanno ridotto la quantità di BTC detenuti dello 0,4% (totale: 1,622 milioni di BTC). 

In merito, è interessante confrontare gli stake delle entità più rappresentative di queste due categorie: Strategy (MSTR) per le Public Companies e IBIT per gli ETF. Si tratta di un testa a testa serratissimo: la prima detiene 846.842 BTC, il secondo 764.259 BTC

Cosa ci attende?

È la grande domanda, a cui gli investitori crypto (e non) stanno cercando di rispondere da giorni. Chiaramente, nessuno ha la risposta, perché il futuro non può essere previsto. In questi momenti, la cosa migliore da fare è studiare i fondamentali e capire il funzionamento dei protocolli

Non sai da dove partire? Non preoccuparti: la nostra Academy è ottima per chi vuole iniziare, ma anche per chi è già esperto e vuole ripassare.  

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Riunione BCE giugno 2026: i risultati

Riunione BCE marzo 2026: i risultati

La BCE si è riunita l’11 giugno per decidere la politica monetaria dell’Eurozona: cosa è successo ai tassi di interesse? Qui i risultati

La riunione della Banca Centrale Europea di giovedì 11 giugno 2026 ha visto i membri del Consiglio Direttivo riunirsi per discutere, tra le altre cose, in merito alle politiche monetarie dell’Eurozona. Sul tavolo, le decisioni relative ai tassi di interesse. Cosa è successo?

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Riunione della BCE: qual è il contesto economico?

La riunione della BCE di giugno 2026 è avvenuta in uno scenario economico complesso, in cui l’incertezza sul futuro domina incontrastata, tra l’imprevedibilità di Donald Trump e le guerre che sembrano destinate a durare ancora a lungo. 

I temi principali hanno riguardato soprattutto la crescita economica, fortemente condizionata dall’instabilità del contesto geopolitico, e l’inflazione, al 3,2% secondo l’ultima rilevazione – maggiore rispetto alle previsioni. Vediamo nel dettaglio cosa si è deciso.

La BCE alza i tassi di interesse 

Giovedì 11 giugno. Il Consiglio Direttivo della Banca Centrale Europea ha comunicato la sua decisione in materia di politica monetaria per l’Eurozona: per la prima volta dal 2023, la BCE ha deciso alzare i suoi tre tassi di interesse chiave di 25 punti base

Di conseguenza, il tasso sui depositi presso la banca centrale sale al 2,25%, il tasso sulle operazioni di rifinanziamento principali al 2,40% e il tasso sulla marginal lending facility al 2,65%.

Le motivazioni dietro la scelta

La BCE ha spiegato che la decisione è è riassunta in questa frase: “Il conflitto in Medio Oriente sta generando pressioni inflazionistiche e la decisione di aumentare i tassi è solida rispetto a una serie di scenari che delineano come lo shock potrebbe evolvere e incidere sulle prospettive di medio termine per l’area euro”.

In questo contesto, come è logico che sia, “le implicazioni complessive della guerra per l’inflazione e la crescita a medio termine dipenderanno dall’intensità e dalla durata dello shock sui prezzi dell’energia, nonché dalla portata dei suoi effetti indiretti e di secondo impatto.”.

Naturalmente, le settimane che verranno saranno fondamentali per capire quale sarà la prossima mossa dell’Eurotower

La prossima riunione è prevista per il 22-23 Luglio 2026: cosa decideranno i membri del Consiglio direttivo? Per non perderti i prossimi meeting, dai un’occhiata al nostro calendario della BCE del 2026 – in ogni caso, noi saremo qui a commentarli. 

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Disoccupazione e Non Farm Payroll: i dati USA

Occupazione USA: i dati e le reazioni dei mercati

Sono usciti i dati sull’occupazione negli Stati Uniti: Non Farm Payrolls e disoccupazione. Qual è la situazione?

Nella giornata di venerdì 5 giugno, il BLS (Bureau of Labor Statistics) americano ha comunicato i dati relativi al mercato del lavoro. Nello specifico, sono uscite le rilevazioni sui Non Farm Payrolls (NFP), cioè i nuovi posti di lavoro creati al netto del settore agricolo, e sul tasso di disoccupazione. Qual è la situazione? Come si sono comportati i mercati e perchè?

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I dati: Non Farm Payrolls e tasso di disoccupazione 

La rilevazione del 5 giugno è la sesta del 2026, ma andiamo subito al sodo: i NFP sono cresciuti di 172.000 unità, un dato di gran lunga superiore rispetto alle aspettative che stimavano 85.000 nuovi posti di lavoro, mentre il tasso di disoccupazione resta invariato al 4,3% rispetto al mese di maggio, in linea con le previsioni.

Le implicazioni 

Come è noto, il mondo della finanza dà molta importanza a queste rilevazioni dal momento che il mercato del lavoro è un indicatore preso in forte considerazione, soprattutto da quando la Federal Reserve ha rilasciato i FOMC Minutes di maggio: nel valutare le mosse di politica monetaria, la banca centrale statunitense sta monitorando attentamente tanto la situazione occupazionale quanto la stabilità dei prezzi e, con lo scoppio della Guerra in Iran e delle relative pressioni inflazionistiche, è auspicabile che almeno il primo di questi due indicatori resti positivo. 

Sulla base di queste dichiarazioni, la catena logica che sta guidando i mercati dall’inizio del conflitto in Iran è la seguente: con un’inflazione così alta, se i NFP sono inferiori alle previsioni e il tasso di disoccupazione sale, allora aumentano le probabilità che il FOMC possa alzare i tassi di interesse nel corso di quest’anno – se ti interessano le riunioni di politica monetaria, qui trovi il calendario completo con tutti i meeting del 2026

Le previsioni sul FOMC di giugno

Il FedWatch del CME Group, uno strumento che calcola le probabilità del taglio dei tassi da parte del FOMC sulla base dei prezzi dei futures sui Fed Funds, attualmente dà il No Change al 98,3%, mentre il taglio di 25 punti base – cioè dello 0,25% – vede una probabilità pari all’1,7%. 

Anche se manca ancora un bel po’ al prossimo meeting, il Consumer Price Index di maggio, il secondo dallo scoppio del conflitto in territorio iraniano, segnala un importante ritorno dell’inflazione: il prezzo del petrolio Brent, che ormai viaggia stabilmente vicino ai 100$ al barile, sta provocando un rincaro generalizzato sul costo della vita.  

What’s next?

Nei prossimi giorni, con ogni probabilità, assisteremo a un mercato molto volatile, in particolare lato crypto. In merito, la politica degli Stati Uniti sta condizionando notevolmente il sentiment: il presidente USA Donald Trump sembra trovarsi in un momento di difficoltà. 
In ogni caso, noi saremo qui ad aggiornarti sulle notizie e sui fatti che muovono i mercati. Iscriviti al nostro canale Telegram – se già sei dentro condividi il link con amici e amiche interessati – e a Young Platform per non perderti ciò che conta!

Iran: quando la politica USA influenza i mercati

guerra in iran

Guerra in Iran: a Washington sta cambiando il clima? Trump sotto scacco? Intanto i mercati tradizionale e crypto accusano. Qual è lo scenario?

La Camera degli Stati Uniti ha approvato una risoluzione che traccia una linea di demarcazione netta nella politica estera americana: con 215 voti a favore e 208 contrari, il Congresso ha votato per frenare il Presidente Donald Trump, intimandogli di non intraprendere ulteriori azioni militari nel conflitto con l’Iran. Quando accaduto potrebbe avere un risvolto più importante di quanto si creda. Cerchiamo di capirlo insieme. 

Guerra in Iran: Trump ora appare molto più debole 

Ciò che è successo nella notte italiana tra il 3 e il 4 giugno potrebbe avere un’importanza clamorosa: dal punto di vista puramente tecnico, si tratta di una misura ampiamente simbolica, una specie di risoluzione non vincolante che non ha la forza legale di bloccare i fondi per l’esercito dall’oggi al domani.

 Tuttavia, il suo peso politico è enorme: l’atto impone formalmente alla Casa Bianca di ritirare le forze armate o, in alternativa, di chiedere un’approvazione esplicita al Congresso prima di ogni mossa.

Ma la vera notizia, a parer nostro, risiede nelle dinamiche interne del voto. I Democratici sono riusciti a far passare la misura solo grazie al sostegno di quattro deputati Repubblicani che hanno deciso di rompere i ranghi e votare contro il proprio leader. Questa spaccatura evidenzia una forte tensione interna alla maggioranza. 

Come si può immaginare, il motivo principale dietro questo nervosismo è legato alla reazione dell’opinione pubblica: con i prezzi della benzina in costante aumento alla pompa e un ritorno di fiamma dell’inflazione , i cittadini americani stanno mostrando una crescente insofferenza verso i costi economici dei conflitti mediorientali, spingendo i parlamentari a cercare una via d’uscita per non perdere il consenso degli elettori.

Qual è la conseguenza politica principale? La risposta è relativamente semplice: la votazione ha confermato che la maggioranza dei Repubblicani alla Camera è estremamente fragile

Tra qualche mese, a novembre, avranno luogo le Midterm, cioè le elezioni di metà mandato in cui si rinnova la composizione del Congresso: se, com’è probabile, il partito di Trump dovesse perdere il controllo sia della Camera che del Senato, l’intera agenda politica pro-business e pro-crypto, tipica del partito Repubblicano, subirebbe una brusca frenata.

Wall Street divisa: il Tech trema e l’industria festeggia

I riflessi di questo voto si sono fatti sentire immediatamente sui mercati finanziari globali, registrando reazioni asimmetriche nel pre-market, ovvero quella finestra temporale di contrattazioni che precede l’apertura ufficiale delle borse, dove si muovono principalmente i grandi operatori istituzionali.

L’indice S&P 500 che, come è noto, raggruppa le cinquecento aziende statunitensi a maggiore capitalizzazione, ha registrato un calo dello 0,49%, mentre il Nasdaq, l’indice tecnologico per eccellenza, sta cedendo l’1,21% – al momento della scrittura. 

Il motivo di queste performance è perfettamente coerente con quanto scritto poco fa: una probabile perdita di controllo politico da parte di Trump e la prospettiva di una futura avanzata democratica spaventano la Silicon Valley

Questo perché sotto l’amministrazione repubblicana, le aziende stanno beneficiando di una politica accomodante caratterizzata da deregolamentazione e sgravi fiscali. Uno spostamento dell’asse politico verso i Democratici potrebbe portare con sé un aumento delle tasse societarie e, in generale, un approccio molto più restrittivo sull’Antitrust, l’organismo che vigila sulla concorrenza per evitare monopoli, e sullo sviluppo normativo dell’Intelligenza Artificiale.

Al contrario, il Dow Jones sta viaggiando in territorio positivo con un incremento dello 0,45%. L’indice, infatti, è composto dai giganti dell’economia industriale, della manifattura e dei trasporti, come Caterpillar e Boeing. Per queste realtà, la fine delle ostilità in Iran significherebbe una riduzione immediata delle tensioni sul mercato del petrolio

In ultima istanza, un calo del prezzo del greggio ridurrebbe i costi di produzione e logistica, aumentando notevolmente i margini di profitto, erosi dagli attuali rincari energetici. 

L’effetto sul mercato crypto

Le ripercussioni di questo voto parlamentare, naturalmente, hanno un effetto netto anche sul mercato crypto: nella notte, Bitcoin è arrivato a sfiorare i 60.000$, mentre Ethereum è sceso a quota 1.730$, ma anche gli ETF su Crypto registrano forti deflussi. 

Il rischio principale, in questo caso, riguarda il CLARITY Act, il progetto di legge quadro che punta a definire una regolamentazione chiara e stabile per l’industria delle criptovalute negli Stati Uniti: senza una sponda politica forte a Washington, ora rappresentata dalla fazione repubblicana, la sua approvazione diventerebbe più che complessa.

Tuttavia, nonostante la tendenza a credere che la crescita del tech e delle crypto dipenda esclusivamente da governi di stampo repubblicano, i dati storici mostrano una realtà diversa: certamente il contesto era differente, caratterizzato da forti stimoli fiscali per contrastare gli effetti economici della pandemia, ma durante la presidenza del democratico Joe Biden, il valore di Bitcoin è cresciuto del 200%, rompendo per la prima volta in assoluto il tetto dei 100.000$.

CLARITY Act: Cynthia Lummis contro Jamie Dimon 

Già che abbiamo lanciato il tema, ne approfittiamo per approfondire rapidamente il discorso. Il CLARITY Act si trova oggi al centro di uno scontro tra la lobby bancaria e i sostenitori dell’innovazione finanziaria.

Come anticipato, il CLARITY Act è un disegno di legge che mira a stabilire regole certe per il mercato crypto: per questa ragione, sta incontrando una forte resistenza dal settore tradizionale, che vuole proteggere i propri spazi.

Jamie Dimon, amministratore delegato di JPMorgan, ha criticato pubblicamente la proposta di legge: per Dimon, il CLARITY Act concederebbe alle società crypto la possibilità di raccogliere capitali e pagare interessi sui depositi dei clienti senza però sottostare ai medesimi controlli previsti per gli istituti di credito ordinari. 

Il banchiere ha fatto riferimento in particolare al rispetto delle normative AML (Anti-Money Laundering), l’insieme di leggi antiriciclaggio per il tracciamento dei fondi illeciti, e del Bank Secrecy Act (BSA), la legge che impone agli intermediari finanziari di segnalare le transazioni sospette alle autorità di vigilanza.

La senatrice repubblicana Cynthia Lummis, da sempre favorevole allo sviluppo degli asset digitali, ha risposto in modo deciso all’attacco del numero uno di JPMorgan: secondo Lummis, le dichiarazioni di Dimon sono un tentativo di confondere l’opinione pubblica o derivano da una lettura parziale del testo di legge.

La sostanza della disputa è di natura commerciale, dal momento che le banche tradizionali temono lo sviluppo delle stablecoin: se aziende crypto avessero la piena legittimità di offrire rendimenti trasparenti sui depositi in stablecoin, molti risparmiatori potrebbero decidere di spostare i propri capitali fuori dal circuito bancario tradizionale – il cosiddetto deposit flight – dove i tassi di interesse sui conti correnti rimangono spesso vicini allo zero. 

In poche parole, l’obiettivo della lobby bancaria è quello di rallentare il più possibile il CLARITY Act, proprio in virtù di ciò che scrivevamo qualche riga fa: una Camera e un Senato non più a trazione repubblicana renderebbero l’approvazione del testo di legge molto complicata. 

Come andrà a finire?

Non ci resta che attendere: la politica americana ha regalato spesso forti colpi di scena che hanno cambiato le carte in tavola da un giorno all’altro. Noi, ovviamente, continueremo a seguirne gli sviluppi: per restare sempre sul pezzo su ciò che muove davvero i mercati, entra nel nostro canale Telegram ufficiale o iscriviti direttamente a Young Platform!

Bitcoin scivola a 66.000$: cosa è successo?

Bitcoin e interesse istituzionale

Bitcoin ha regalato una festa della Repubblica dal sapore amaro: giù fino a 66.000$. Il mercato crypto ha seguito. Quali sono le motivazioni?

Martedì sera, il mercato crypto ha deciso di turbare un tranquillo giorno di festa: in poche ore, Bitcoin è sceso sotto i 66.000 dollari, spingendosi fino ai 65.700 dollari, per poi recuperare leggermente rimbalzo in zona 66.460 dollari. Il resto del mercato ha seguito: Ethereum ha incassato il colpo perdendo il 7,7% e scivolando a 1.849 dollari. Vediamo insieme cosa ci dicono i dati.

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ETF e liquidazioni hanno grosse responsabilità 

Per capire la dinamica bisogna osservare dove si muovono i grandi flussi di denaro, in particolare quelli gestiti dagli investitori istituzionali: nella sola giornata di martedì, gli ETF spot su Bitcoin, che permettono ai grandi fondi di esporsi su BTC senza doverlo detenere direttamente, hanno segnato deflussi netti per ben 519,2 milioni di dollari, costringendo i gestori dei fondi a vendere BTC sul mercato per liquidare le quote. Una dinamica simile ha colpito anche gli ETF spot su Ethereum, che hanno visto uscire 90,2 milioni di dollari.

Il calo di prezzo che, come abbiamo visto, è anche una conseguenza dei deflussi istituzionali, ha poi innescato una forte ondata di liquidazioni delle posizioni long, quelle operazioni finanziarie in cui l’investitore compra un asset sperando che il suo valore cresca nel tempo. Molti trader, tuttavia, fanno questa scommessa utilizzando la leva finanziaria, ovvero prendendo in prestito denaro dalla piattaforma per amplificare i propri potenziali guadagni.

È chiaramente un gioco fantastico quando il mercato sale, ma diventa un incubo quando il prezzo scende anche solo dell’1-2%: se il valore dell’asset rompe al ribasso una certa soglia critica, la piattaforma fa scattare una “liquidazione forzata”, vendendo automaticamente la posizione del trader per recuperare il denaro prestato. 

Questo meccanismo crea un effetto domino di un certo rilievo: i prezzi scendono, scattano le liquidazioni dei trader a leva che buttano giù ulteriormente il prezzo e fanno scattare le liquidazioni del livello successivo e cosi via. 

In cifre: per Coinglass, tra martedì 2 giugno e mercoledì 3 giugno, sono stati liquidati quasi 270.000 trader con posizioni long per circa 1,8 miliardi di dollari.

Perché Strategy ha venduto Bitcoin dopo quattro anni?

In questo contesto, una notizia specifica ha catalizzato l’attenzione della comunità crypto mondiale: Strategy, la più grande Bitcoin Treasury Company al mondo, ha venduto Bitcoin. L’azienda guidata da Michael Saylor, considerata da tutti il faro dell’accumulo istituzionale, ha rotto il mantra del never sell liquidando 32 BTC per un valore di circa 2,5 milioni di dollari in un arco di tempo compreso tra il 26 e il 31 maggio. 

A prima vista, per chi segue le dinamiche di mercato con un occhio superficiale, potrebbe sembrare un segnale di resa: “se anche Saylor vende, è finita”. Ma, come sempre, occorre indagare più a fondo e analizzare i dettagli con razionalità, senza farsi prendere dal panico.

In primo luogo, è necessario ricordarsi che 32 BTC rappresentano letteralmente lo 0,0004% del totale detenuto, che ora ammonta a 843.706 BTC. In secondo luogo, la società ha immediatamente comunicato che questi fondi non rappresentano un cambio di rotta strategico, ma una pura necessità tecnica di gestione aziendale: servono a finanziare i dividendi sulle sue azioni privilegiate Stretch (STRC)

Nel caso in cui non lo sapessi, le azioni privilegiate sono strumenti finanziari particolari che garantiscono ai loro possessori un diritto di priorità nella distribuzione dei guadagni – i dividendi, appunto – rispetto agli azionisti ordinari, in cambio di solito della rinuncia al diritto di voto nelle assemblee.

Michael Saylor ha definito questa micro-vendita come una sorta di “inoculazione” per l’azienda: un piccolo vaccino finanziario controllato per mantenere sani e bilanciati i conti societari senza intaccare la strategia di accumulo di lungo termine. 

Ma i mercati finanziari stanno ancora cercando di assimilare e contestualizzare questa mossa: vedere Strategy, dopo quattro anni, dal lato dei venditori ha un impatto psicologico non trascurabile sul sentiment.

Strive in controtendenza: compra BTC e supera Coinbase

Mentre il grande pubblico si concentrava sui 32 BTC venduti da Saylor, c’è chi ha deciso di muoversi nella direzione opposta: Strive, un altro peso massimo della finanza, ha aspirato ben 2.500 BTC nella settimana tra il 23 maggio e il 1 giugno. 

Parliamo di un investimento massiccio da circa 185,2 milioni di dollari che ha portato le riserve totali di Strive alla cifra tonda di 19.000 BTC. Una mossa strategica che ha permesso all’azienda di diventare ufficialmente il settimo più grande detentore aziendale pubblico di Bitcoin al mondo, superando Coinbase.

Per evitare di cadere nella stessa necessità tecnica di Strategy ed essere costretta a vendere frazioni della propria riserva crypto per pagare gli investitori, Strive ha parallelamente blindato il proprio bilancio aumentando le riserve di contanti a 137,3 milioni di dollari. Questo tesoretto in valuta fiat ha l’obiettivo specifico e dichiarato di garantire una copertura sicura dei dividendi aziendali per i prossimi 18 mesi

È già qualche mese che il mercato sta cambiando natura sotto i nostri occhi: mentre i piccoli risparmiatori si lasciano spaventare dal rosso dei grafici giornalieri, i grandi capitali aziendali continuano a ridisegnare le proprie tesorerie per i prossimi anni

Noi, ovviamente, continueremo a monitorare la situazione giorno per giorno: per restare sempre aggiornati su ciò che muove davvero i mercati, entra nel nostro canale Telegram ufficiale o iscriviti direttamente a Young Platform.

FOMC Minutes: le prospettive future della Fed

FOMC Minutes

Sono usciti i FOMC Minutes, dei verbali che interessano molto i mercati perché danno indizi sulle prospettive future della Fed. Qui gli highlight

Il 20 maggio sono stati pubblicati i FOMC Minutes, ovvero i verbali della Federal Reserve che mostrano nel dettaglio le motivazioni alla base della decisione del FOMC (Federal Open Market Committee), la riunione di politica monetaria in cui vengono stabiliti i tassi di interesse. I mercati sono molto attenti a questo tipo di comunicazioni, anche perché, spesso, danno delle anticipazioni sul futuro. Ma prima, vediamo rapidamente qual è il quadro di riferimento – relativo all’ultimo FOMC del 28-29 aprile, l’ultimo presieduto da Jerome Powell prima del passaggio di testimone a Kevin Warsh

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Il contesto macroeconomico: tra inflazione e mercato del lavoro 

Per capire le discussioni interne alla Fed e la loro rilevanza, è però necessario fare un passo indietro e guardare ai numeri che Jerome Powell e colleghi avevano sul tavolo.

L’inflazione: i dati di maggio 

Secondo quanto pubblicato dal BLS (Bureau of Labor Statistic), l’inflazione si è attestata al 3,3% anno su anno. Il rialzo, com’è logico, è stato spinto fortemente dall’aumento dei prezzi dell’energia, innescato dalla chiusura dello Stretto di Hormuz e dal conflitto in Iran e nel Medio Oriente. Si tratta di un quadro abbastanza preoccupante: l’inflazione corre ancora ben sopra il target del 2% della Fed.

Tassi di interesse (FOMC): la decisione del 29 aprile 

Al termine della riunione di fine aprile, il FOMC ha lasciato i tassi di interesse invariati: durante la conferenza stampa, il Presidente uscente della Fed Jerome Powell ha difeso la scelta di mantenere nel comunicato il cosiddetto “easing bias” – un linguaggio che indica un’inclinazione verso futuri tagli – spiegando che modificare le parole è di per sé un segnale e la Fed preferisce mantenere un approccio più conservativo. 

Dunque, per riassumere, gli Stati Uniti si trovano in una situazione in cui l’inflazione ha ripreso a correre a causa degli shock geopolitici e dei massicci investimenti nell’intelligenza artificiale (AI), che stanno surriscaldando la domanda. Dall’altra parte, il tasso di disoccupazione si attesta al 4,3% con una creazione di nuovi posti di lavoro che rimane contenuta. Passiamo ora ai Minutes.

FOMC Minutes: cambio di rotta in arrivo?

Arriviamo al nucleo centrale: cosa si sono detti i membri della banca centrale USA a porte chiuse? I verbali mostrano una Fed che ha quasi del tutto accantonato la domanda degli ultimi due anni – ovvero se tagliare i tassi – per iniziare a valutare seriamente l’ipotesi opposta: alzarli.

Leggendo i Minutes, emerge che la maggioranza dei funzionari ha sottolineato che “un certo inasprimento della politica monetaria diventerebbe probabilmente appropriato se l’inflazione dovesse continuare a correre persistentemente sopra il 2%“. Inoltre, si segnala una certa preferenza nel rimuovere dal comunicato il cosiddetto easing bias, cioè la tendenza a includere il taglio dei tassi tra le alternative, supportando la linea dei tre presidenti – Hammack, Kashkari e Logan – che si sono opposti formalmente su quel preciso punto. Ma c’è anche chi continua a prediligere una politica monetaria più dovish: Stephen Miran, Governatore nominato da Trump in seguito alle dimissioni di Adriana Kugler, ha votato contro, preferendo – come sempre – un taglio di 25 punti base a causa dei rischi legati al mercato del lavoro.

Sul fronte della gestione del rischio, i membri concordano nel vedere rischi al rialzo per l’inflazione e rischi al ribasso per l’occupazione. Il timore principale è che i prezzi dell’energia prolungatamente alti e i dazi doganali possano rendere strutturale l’inflazione. Per questo motivo, la politica monetaria non segue un percorso prestabilito e i membri hanno ribadito che le decisioni future verranno prese riunione per riunione.

Prossimo FOMC: quali sono le previsioni? 

Le stime del FedWatch del CME Group sui mercati dei futures dei tassi di interesse, al momento della scrittura, indicano una probabilità di quasi il 50% di assistere ad almeno un aumento dei tassi di 25 punti base entro la fine di quest’anno. Per quanto riguarda il prossimo FOMC, il No Change – tassi invariati – è dato per certo al 99,1%, mentre il restante 0,9% si riferisce al rialzo. 
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Dichiarazione dei redditi e tasse sulle crypto: qual è il quadro nel 2026?

dichiarazione redditi 2026 crypto

La dichiarazione dei redditi è sempre un argomento complesso, specialmente quando ci sono di mezzo le crypto: come cambia la normativa nel 2026?

Le tasse sulle crypto sono soggette a continue modifiche, poiché si tratta di un settore relativamente giovane che deve ancora essere pienamente regolamentato. A fine dicembre 2025, il Parlamento ha approvato la nuova Legge di Bilancio, nella quale sono esposte le nuove normative sul tema della tassazione crypto: cosa dice il testo?

Una premessa rapida

Come avrai intuito, questo articolo si concentrerà sui cambiamenti in materia fiscale relativi alla detenzione e alla vendita di crypto: si tratta di un tema estremamente specifico, in continuo aggiornamento – sia dalle aliquote sia dalle interpretazioni legali e via dicendo. 

Noi, ogni anno, aggiorniamo i nostri articoli sulle tasse affinché la nostra Community – e non solo – possa operare nel pieno della consapevolezza senza rischiare sanzioni fino a migliaia di euro.

Allo stesso tempo, mettiamo a disposizione una serie di servizi fiscali con cui l’investitore può raggiungere l’obiettivo appena esposto, ma con una grande differenza: delegare il lavoro a tool e software professionali, risparmiando tempo, energie, pazienza e, soprattutto, soldi.

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Dichiarazione dei redditi e tasse sulle crypto: l’aliquota sulle plusvalenze resta al 26%? 

La risposta è una sola: dipende.

Ma, senza ulteriori giri di parole, andiamo diretti al punto:

Sulle plusvalenze e sugli altri proventi […] è applicata con l’aliquota del 33 per cento. Le disposizioni di cui al primo periodo si applicano con l’aliquota del 26 per cento, in luogo di quella ordinaria del 33 per cento, ai redditi diversi e agli altri proventi di cui alla lettera c-sexies) del comma 1 dell’articolo 67 del testo unico delle imposte sui redditi, di cui al decreto del Presidente della Repubblica 22 dicembre 1986, n. 917, derivanti da operazioni di detenzione, cessione o impiego di token di moneta elettronica denominati in euro”. 

In parole povere: 

  • l’aliquota resta al 26% nel momento in cui le plusvalenze derivano da scambio CRYPTO > EMT (Electronic Money Token, cioè le stablecoin) ancorate all’euro, come EURC
  • l’aliquota sale al 33% quando queste si ottengono con scambi che coinvolgono:
    • CRYPTO > Euro o altra valuta fiat (come il dollaro)
    • CRYPTO > EMT non denominati in euro, come USDC o USDT (ancorati al dollaro)

Ma facciamo un esempio concreto.

Esempio

Immagina di comprare 0,1 BTC a metà febbraio 2026, quando 1 Bitcoin valeva 60.700€, per poi vendere o scambiare lo stesso 0,1 BTC a ottobre 2026, quando – numero assolutamente casuale – il suo valore salirà a 86.600€. 

Questa la situazione: 

  • 0,1 BTC a febbraio 2026: valore 6.070€ (0,1 BTC x 60.700€)
  • 0,1 BTC a ottobre 2026:  valore 8.660€ (0,1 BTC x 86.600€)
  • Plusvalenza: 2.590€.

In base all’operazione effettuata, il trattamento fiscale della plusvalenza può variare. Vediamo le casistiche:

  • BTC > EURO → Vendi i tuoi 0,1 BTC per Euro → aliquota al 33% → 2.590€ x 33% = 854,7€ di imposta da versare nel 2027
  • BTC > USDT → Scambi i tuoi 0,1 BTC per un EMT ancorato al dollaro → aliquota al 33% → 2.590€ x 33% = 854,7€ di imposta da versare nel 2027
  • BTC > PAXG →  Converti i tuoi BTC in un ART ancorato all’oro → aliquota al 33% → 2.590€ x 33% = 854,7€ di imposta da versare nel 2027
  • BTC > EURC → Converti i tuoi BTC in un EMT ancorato all’euro → aliquota 26% →  2.590€ x 26% = 673,4€ di imposta da versare nel 2027
  • BTC > ETH → Converti i tuoi BTC per una crypto che NON è né ART né EMT (quindi sostanzialmente una stablecoin) → nessuna imposta

Quest’ultima casistica rientra tra le fattispecie di operazioni “non fiscalmente rilevanti” o, più semplicemente, fiscalmente neutre. Vediamole brevemente. 

Neutralità fiscale tra asset omogenei

Le operazioni di scambio tra cripto-attività – per usare la terminologia specifica – che presentano le stesse caratteristiche e funzioni non sono operazioni soggette a tassazione. In questo caso, lo scambio non genera né plusvalenze né minusvalenze, poiché non si configura un effettivo realizzo di ricchezza. Il costo fiscalmente riconosciuto – il prezzo di carico – dell’attività ceduta si trasferisce integralmente sul nuovo asset acquisito. 

Sarà necessario pagare le dovute imposte solo in caso di una vendita successiva in cambio di:

  • una qualsiasi valuta fiat (come euro o dollaro) 
  • di un EMT (come abbiamo visto sopra)
  • l’acquisto di beni e servizi

Riprendendo l’esempio di prima:

  • 0,1 BTC a febbraio 2026: valore 6.070€ (0,1 BTC x 60.700€)
  • 0,1 BTC a ottobre 2026:  valore 8.660€ (0,1 BTC x 86.600€)

Ora, immaginiamo che, a ottobre 2026, 1 ETH valga – anche qui, numero totalmente casuale –  2.000€ e vuoi convertire BTC in ETH

  • 0,1 BTC (valore 8.660€) → 4,3 ETH (con 1 ETH = 2.000€). 

Questo è classificato come evento fiscalmente neutro. Sarà necessario applicare le imposte solo quando deciderai di vendere ETH. 

Irrilevanza della conversione Euro → EMT

Il passaggio da euro a un EMT (Electronic Money Token) denominato in euro (come EURC), e viceversa, non produce alcuna variazione economica e, pertanto, non ha rilevanza fiscale. Tale conversione rimane esclusa dal calcolo dei redditi diversi, mantenendo l’obbligo fiscale limitato al solo monitoraggio nel Quadro W/RW e all’applicazione dell’imposta patrimoniale (Imposta di bollo o IVACA).

Per maggiori informazioni sul trattamento degli EMT e sulle operazioni fiscalmente rilevanti, leggi l’articolo dedicato → Stablecoin: come vengono classificate dalla MiCA e dalla normativa fiscale

Abolita la franchigia di 2.000€

Non è una breaking news, nel senso che, proprio come l’aumento dell’aliquota, questa misura era già prevista dalla Legge di Bilancio 2025 (Legge 207/2024). La franchigia, quindi, è stata eliminata e, dall’1 gennaio 2025, tutte le plusvalenze sono integralmente imponibili, indipendentemente dall’importo. 

Tuttavia, a causa di un errore del software dell’Agenzia delle Entrate (AdE), e grazie a un successivo chiarimento del 30 aprile 2025, migliaia di contribuenti potrebbero avere la possibilità di recuperare fino a 520€ di imposte versate in eccesso sulle plusvalenze. Ha diritto al rimborso chi:

  • Nel 2023 (anno d’imposta) hai realizzato plusvalenze da cripto-attività superiori a 2.000€.
  • Nel 2024 hai presentato la dichiarazione dei redditi pagando l’imposta sostitutiva del 26%.

Ti consigliamo di andare ad approfondire la questione nell’articolo dedicato: Abolita la franchigia dei 2.000€: come funziona per la dichiarazione dei redditi 2026.

Istituzione di un Tavolo Permanente 

Nel testo della Legge di Bilancio 2026, specialmente nella seconda parte dell’Articolo 13, si parla poi dell’istituzione di un “Tavolo permanente di controllo e vigilanza sulle criptoattività e la finanza innovativa volto a favorire lo sviluppo ordinato e legale del settore”. 

Si tratta di un “tavolo” composto da rappresentanti del MEF (Ministero dell’economia e delle Finanze), della Guardia di Finanza, della CONSOB (Commissione Nazionale per le Società e la Borsa), della Banca d’Italia, dell’Unità di Informazione Finanziaria e da accademici

In altre parole, la Legge prevede la creazione di un gruppo di esperti e addetti ai lavori che avrà il compito di affiancare le istituzioni di controllo, di monitorare i rischi, di prevenire le frodi, di contrastare attività connesse al riciclaggio e al terrorismo, di seguire l’evoluzione tecnologica del settore e di promuovere l’educazione finanziaria.

Il Tavolo Permanente, come dice il testo ufficiale, sarà attivo entro sessanta giorni dall’entrata in vigore della Legge di Bilancio 2026 – quindi, teoricamente, prima del 31 marzo 2026.

Per quest’anno è tutto, via ai titoli di coda.

Dazi e Iran: i mercati scontano l’incertezza

Dazi e Iran: i mercati scontano l’incertezza

I dazi al 15% e le tensioni geopolitiche spaventano i mercati: i futures USA in rosso, le crypto seguono, il dollaro perde punti e l’oro sale.

La sentenza della Corte Suprema provoca la reazione di Trump, che introduce dazi su scala globale al 15%. Intanto, gli Stati Uniti continuano ad ammassare la flotta militare nel Mediterraneo: attacco in Iran sempre più vicino? Gli investitori, per sicurezza, entrano in modalità risk-off: fuga dagli asset più volatili alla ricerca di stabilità. Il punto.

Dazi e Iran: il contesto macro

La scintilla che ha fatto saltare i nervi ai mercati ha un nome: Donald Trump. Se, infatti, la potenziale escalation militare in Iran, e l’incertezza che ne consegue, occupano da settimane le prime pagine dei giornali, la mossa che ha innescato le vendite arriva dalla Casa Bianca. Cos’è successo?

Trump non ha gradito la sentenza della Corte Suprema degli Stati Uniti  

La notizia è arrivata venerdì 20 febbraio come un fulmine a ciel sereno: per la Corte Suprema USA, la maggior parte dei dazi imposti da Trump sono illegali. Il Presidente degli Stati Uniti, ovviamente, non ha gradito la sentenza e ha dichiarato di aver già pronto un “piano di riserva”: altri dazi. 

L’inquilino della Casa Bianca, nel weekend immediatamente successivo, ha introdotto altre tariffe doganali globali al 10%, per poi rilanciare alzando la soglia al 15%. Sul suo social Truth, Trump ha scritto testualmente: “Io, in qualità di Presidente degli Stati Uniti d’America, innalzerò con effetto immediato i dazi globali del 10% applicati sui Paesi – molti dei quali hanno ‘derubato’ gli Stati Uniti per decenni, senza subire conseguenze (finché non sono arrivato io!) – portandoli al livello del 15%, una soglia pienamente consentita e confermata in sede legale“.

Investitori in modalità risk-off

Questa combo ha provocato un cambio netto del sentiment: siamo entrati in una fase di forte risk-off, in cui i capitali escono molto velocemente dagli asset considerati volatili o rischiosi per cercare sicurezza in lidi tradizionalmente più stabili.

Per fare un esempio, il Fear & Greed Index – l’indice che misura la paura degli investitori crypto – attualmente si trova a quota 5, “Extreme Fear”. Al contrario, e come da manuale durante le crisi geopolitiche, l’oro ha messo a segno un +3% a partire da venerdì 20, tornando sopra i 5.000 dollari/oncia.

Il punto sui mercati: i numeri di azionario e crypto

A Wall Street, il quadro sembra chiaro già al momento in cui scriviamo, prima dell’apertura delle borse: i futures sul Dow Jones cedono lo 0,3%, mentre quelli sull’S&P 500 e sul Nasdaq 100 stanno perdendo rispettivamente lo 0,3% e lo 0,4%. 

Anche il prezzo del petrolio ne risente: i futures sul Brent calano dello 0,5% fino a 71,2 dollari al barile, mentre quelli sul WTI – il greggio statunitense – si attestano a 66,11 dollari al barile, giù dello 0,6%.

Il mercato crypto, segue: nelle ultime ore, la market cap totale del settore è arrivata a cedere oltre 100 miliardi di dollari in due giorni, salvo poi recuperarne la metà nella giornata di lunedì. Bitcoin ha registrato un calo pesante di circa il 5,5%, fino a toccare i 64.300$ ma rimbalzando e attestandosi, per ora, sui 66.300$.

Molto interessante la situazione lato liquidazioni: circa 468 milioni di dollari in posizioni long liquidati tra domenica e lunedì. Ma non è tutto: un singolo trader ha visto andare in fumo ben 61,5 milioni di dollari in una sola operazione.

Altre due info di contorno, tra Ethereum e Nvidia

Chiudiamo con due notizie che potrebbero provocare ulteriori ripercussioni sul mercato, data la loro rilevanza. 

In primo luogo, i dati on-chain rilevati da Lookonchain segnalano un movimento che, tendenzialmente, non piace moltissimo alla community, per usare un eufemismo: Vitalik Buterin, il founder di Ethereum, è tornato a vendere ETH. Nel weekend del 21-22 febbraio, Buterin ha ceduto 1.869 ETH, incassando più di 3 milioni di dollari. Ethereum, in quelle stesse ore, ha ceduto fino al 6,4%, spingendosi anche sotto i 1.850$. 


Infine, mercoledì 25 febbraio, Nvidia pubblicherà i tanto attesi utili trimestrali. Il motivo alla base dell’importanza di questi numeri dovrebbe essere chiara a tutto il mondo: Nvidia non è solo un’azienda tecnologica, è il motore dell’intera narrativa legata all’Intelligenza Artificiale e, per estensione, del mercato azionario statunitense degli ultimi due anni. 

Se i dati dovessero deludere e non battere le altissime previsioni degli analisti, l‘evento potrebbe innescare un’ulteriore ondata di volatilità, trascinando giù con sé anche il comparto tech in generale, crypto incluse.

Cosa succederà nei prossimi mesi? Impossibile dirlo, più facile raccontarlo: entra nel nostro canale Telegram e iscriviti a Young Platform per restare sul pezzo!