Guerra Israele Iran: il punto sui mercati

Guerra Israele Iran: il punto sui mercati

La guerra tra Israele e Iran colpisce anche i mercati: borse in rosso, petrolio alle stelle e modalità risk off. Cosa succede?

L’attacco congiunto di Israele e USA ai danni dell’Iran mette in allerta i mercati: il risveglio in questo lunedì 2 marzo è caratterizzato da una forte incertezza sul futuro, con conseguente turbolenza sulle principali Borse. Una situazione simile, come da manuale, porta gli investitori a riposizionare i capitali: fuga dalla volatilità alla ricerca della stabilità. Vediamo nel dettaglio cosa sta succedendo.

Israele, USA e Iran: escalation all’orizzonte?

Tutto è cominciato nel fine settimana: sabato 28 febbraio, Israele e Stati Uniti hanno condotto una serie di attacchi mirati in Iran, raggiungendo in meno di 24 ore l’obiettivo strategico che si erano prefissati: eliminare la guida suprema iraniana, l’Ayatollah Ali Khamenei

La risposta della Repubblica Islamica non si è fatta attendere: dal territorio iraniano è partita una rappresaglia con bombardamenti diretti contro lo stato ebraico e le monarchie arabe del Golfo. Alcune tra queste ultime, Arabia Saudita in primis, hanno dichiarato la volontà di scendere in campo a fianco degli alleati statunitensi: lo scontro Iran-Israele rischia di trasformarsi in una guerra dalle dimensioni regionali. Come stanno reagendo i mercati?

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Parola d’ordine: risk-off

Un caos geopolitico di questa portata spinge inevitabilmente gli investitori verso un approccio risk-off, ovvero verso la fuga generalizzata dagli asset più volatili, in cerca di lidi tradizionalmente più stabili. 

In merito, molti analisti ritengono che questo atteggiamento dipenda quasi interamente dalla durata del conflitto. Nello specifico, se la crisi tra Israele e Iran dovesse risolversi in tempi brevi, la flessione a cui stiamo assistendo potrebbe assumere un carattere transitorio e tornare “alla normalità” in tempi relativamente brevi

Ma se, al contrario, l’operazione dovesse trasformarsi in un tentativo di cambio di regime – in gergo regime change – con una durata compresa dalle tre alle cinque settimane, i mercati potrebbero reagire in modo decisamente peggiore.

A quel punto, ci troveremmo di fronte a una vera e propria guerra tra potenze militari e dovremmo fare i conti con tutte le conseguenze del caso. La principale: una prolungata interruzione delle forniture energetiche mondiali – a breve vedremo perché.

Borse europee e Wall Street in rosso

La reazione dei principali indici mondiali è stata immediata e abbastanza pasente. L’Europa apre la settimana in negativo: l’indice Stoxx Europe 600 (SXXP) – l’equivalente europeo di quello che è l’S&P 500 per gli Stati Uniti – al momento della scrittura, sta cedendo quasi il 2%

In particolare, il DAX di Francoforte fa peggio di tutti e perde il 2,7%, preceduto dal FTSE MIB di Milano, che sta mettendo a segno il -2,55%. Quadro leggermente migliore per il CAC 40 di Parigi, giù del 2,25%, mentre il FTSE 100 di Londra cede “solo” l’1,5%.    

Oltreoceano, il quadro non è certo migliore. Guardando ai futures nel pre-market, Wall Street si prepara a un avvio in rosso: il Dow Jones perde circa l’1%, l’S&P 500 segna un -1,1%, mentre il comparto tecnologico del Nasdaq subisce il colpo più duro con un -1,44%.

Oro, Argento e DXY

Come da manuale nelle situazioni di panico, i capitali si stanno spostando dalla volatilità alla stabilità. L’oro sta recuperando i livelli di fine gennaio, quando aveva aggiornato l’ATH: arrivato a toccare quota 5.400 dollari l’oncia, registra una crescita del 3,9% dalla chiusura di venerdì 27 febbraio, prima dell’inizio dei bombardamenti. Anche l’argento segue, segnando un +5,3% dallo scorso venerdì. 

Sul fronte valutario, il dollaro americano recupera terreno: Il DXY – l’indice che misura la forza del biglietto verde contro un paniere delle sei principali valute fiat – ha guadagnato lo 0,6% dal 27 febbraio. 

Questi dati, confermerebbero la ricerca di porti sicuri da parte degli operatori finanziari a livello globale: “intanto preserviamo i capitali, poi pensiamo alle strategie”. 

Focus sul mercato crypto 

Sabato, mentre le borse di tutto il mondo erano chiuse, il mercato crypto ha avuto modo di scontare immediatamente l’inizio dei bombardamenti: Bitcoin ed Ethereum hanno accusato il colpo, arrivando a toccare, rispettivamente, i 62.300$ e i 1.800$. 

Tuttavia, la domanda si è fatta sentire quasi subito: nel corso del weekend BTC ed ETH hanno recuperato il terreno perso, tornando – mentre scriviamo – in area 68.600$ (+9%) e 1.960$ (+10,8%). Solana ha disegnato una traiettoria simile: il 28 febbraio ha toccato un minimo di 77$, ma da lì ad oggi, ha guadagnato il 13,6%, riportandosi a quota 85$. 

In generale, la Total Crypto Market Cap – la capitalizzazione totale del settore – segna un +2,1% dal 27 febbraio (+48,5 miliardi di dollari).

E gli istituzionali? Mentre restiamo in attesa dei dati sugli afflussi degli ETF Spot che, per via della chiusura dei mercati tradizionali nel weekend, non sono ancora disponibili per la giornata di oggi, abbiamo già una certezza: Michael Saylor ha annunciato l’ennesimo acquisto di Bitcoin da parte di Strategy (MSTR); le cifre esatte arriveranno in settimana.

Stretto di Hormuz chiuso: perché è così importante? 

Poco fa avevamo detto che una delle principali conseguenze di un conflitto duraturo in questa area del mondo, avrebbe a che fare con lo stop prolungato delle forniture energetiche. Per quale motivo?

Una sola risposta: lo Stretto di Hormuz. L’Iran ha intimato alle navi di non attraversare questo cruciale collo di bottiglia, a sud del paese, che collega Kuwait, Bahrain, Qatar e Emirati Arabi Uniti al Mar Arabico e, quindi, all’Oceano Indiano. 

Detto in altre parole: attraverso questo stretto transita tra il 20% e il 30% del petrolio e del gas a livello mondiale. I prezzi globali del greggio sono già esplosi a seguito degli attacchi. I futures sul Brent crude – il benchmark di riferimento globale per i prezzi del petrolio – sono balzati del 10% nella sola giornata di lunedì, superando gli 82 dollari al barile. Nel weekend, infatti, sarebbero state attaccate tre navi commerciali. Stesso discorso per i prezzi del gas naturale, su del 25%. 

Per cercare di arginare la crisi, già domenica il gruppo dei paesi produttori OPEC+ ha concordato di aumentare la produzione a 206.000 barili al giorno: un tentativo di attutire il rincaro dei prezzi sfruttando la legge della domanda e dell’offerta.

L’inflazione bussa alla porta

Il fantasma dell’inflazione torna ad aggirarsi per i corridoi delle banche centrali: se il petrolio e il gas dovessero rimanere a questi livelli a causa del blocco logistico in Medio Oriente, potremmo assistere a un ritorno dell’inflazione importata – come durante i primi due anni del conflitto russo-ucraino. 

A quel punto, gli istituti centrali – Federal Reserve in primis – potrebbero dover ricalibrare la loro postura e rivedere i loro piani sui tassi di interesse: al momento in cui scriviamo, secondo il FedWatch, le possibilità che il prossimo FOMC veda un taglio sono ridotte al 2,5%.

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Dazi e Iran: i mercati scontano l’incertezza

Dazi e Iran: i mercati scontano l’incertezza

I dazi al 15% e le tensioni geopolitiche spaventano i mercati: i futures USA in rosso, le crypto seguono, il dollaro perde punti e l’oro sale.

La sentenza della Corte Suprema provoca la reazione di Trump, che introduce dazi su scala globale al 15%. Intanto, gli Stati Uniti continuano ad ammassare la flotta militare nel Mediterraneo: attacco in Iran sempre più vicino? Gli investitori, per sicurezza, entrano in modalità risk-off: fuga dagli asset più volatili alla ricerca di stabilità. Il punto.

Dazi e Iran: il contesto macro

La scintilla che ha fatto saltare i nervi ai mercati ha un nome: Donald Trump. Se, infatti, la potenziale escalation militare in Iran, e l’incertezza che ne consegue, occupano da settimane le prime pagine dei giornali, la mossa che ha innescato le vendite arriva dalla Casa Bianca. Cos’è successo?

Trump non ha gradito la sentenza della Corte Suprema degli Stati Uniti  

La notizia è arrivata venerdì 20 febbraio come un fulmine a ciel sereno: per la Corte Suprema USA, la maggior parte dei dazi imposti da Trump sono illegali. Il Presidente degli Stati Uniti, ovviamente, non ha gradito la sentenza e ha dichiarato di aver già pronto un “piano di riserva”: altri dazi. 

L’inquilino della Casa Bianca, nel weekend immediatamente successivo, ha introdotto altre tariffe doganali globali al 10%, per poi rilanciare alzando la soglia al 15%. Sul suo social Truth, Trump ha scritto testualmente: “Io, in qualità di Presidente degli Stati Uniti d’America, innalzerò con effetto immediato i dazi globali del 10% applicati sui Paesi – molti dei quali hanno ‘derubato’ gli Stati Uniti per decenni, senza subire conseguenze (finché non sono arrivato io!) – portandoli al livello del 15%, una soglia pienamente consentita e confermata in sede legale“.

Investitori in modalità risk-off

Questa combo ha provocato un cambio netto del sentiment: siamo entrati in una fase di forte risk-off, in cui i capitali escono molto velocemente dagli asset considerati volatili o rischiosi per cercare sicurezza in lidi tradizionalmente più stabili.

Per fare un esempio, il Fear & Greed Index – l’indice che misura la paura degli investitori crypto – attualmente si trova a quota 5, “Extreme Fear”. Al contrario, e come da manuale durante le crisi geopolitiche, l’oro ha messo a segno un +3% a partire da venerdì 20, tornando sopra i 5.000 dollari/oncia.

Il punto sui mercati: i numeri di azionario e crypto

A Wall Street, il quadro sembra chiaro già al momento in cui scriviamo, prima dell’apertura delle borse: i futures sul Dow Jones cedono lo 0,3%, mentre quelli sull’S&P 500 e sul Nasdaq 100 stanno perdendo rispettivamente lo 0,3% e lo 0,4%. 

Anche il prezzo del petrolio ne risente: i futures sul Brent calano dello 0,5% fino a 71,2 dollari al barile, mentre quelli sul WTI – il greggio statunitense – si attestano a 66,11 dollari al barile, giù dello 0,6%.

Il mercato crypto, segue: nelle ultime ore, la market cap totale del settore è arrivata a cedere oltre 100 miliardi di dollari in due giorni, salvo poi recuperarne la metà nella giornata di lunedì. Bitcoin ha registrato un calo pesante di circa il 5,5%, fino a toccare i 64.300$ ma rimbalzando e attestandosi, per ora, sui 66.300$.

Molto interessante la situazione lato liquidazioni: circa 468 milioni di dollari in posizioni long liquidati tra domenica e lunedì. Ma non è tutto: un singolo trader ha visto andare in fumo ben 61,5 milioni di dollari in una sola operazione.

Altre due info di contorno, tra Ethereum e Nvidia

Chiudiamo con due notizie che potrebbero provocare ulteriori ripercussioni sul mercato, data la loro rilevanza. 

In primo luogo, i dati on-chain rilevati da Lookonchain segnalano un movimento che, tendenzialmente, non piace moltissimo alla community, per usare un eufemismo: Vitalik Buterin, il founder di Ethereum, è tornato a vendere ETH. Nel weekend del 21-22 febbraio, Buterin ha ceduto 1.869 ETH, incassando più di 3 milioni di dollari. Ethereum, in quelle stesse ore, ha ceduto fino al 6,4%, spingendosi anche sotto i 1.850$. 


Infine, mercoledì 25 febbraio, Nvidia pubblicherà i tanto attesi utili trimestrali. Il motivo alla base dell’importanza di questi numeri dovrebbe essere chiara a tutto il mondo: Nvidia non è solo un’azienda tecnologica, è il motore dell’intera narrativa legata all’Intelligenza Artificiale e, per estensione, del mercato azionario statunitense degli ultimi due anni. 

Se i dati dovessero deludere e non battere le altissime previsioni degli analisti, l‘evento potrebbe innescare un’ulteriore ondata di volatilità, trascinando giù con sé anche il comparto tech in generale, crypto incluse.

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Dazi, per la Corte Suprema USA sono illegali

Dazi, per la Corte Suprema USA sono illegali

I dazi reciproci imposti da Donald Trump, secondo la Corte Suprema degli Stati Uniti, sono illegali: l’ordinanza è arrivata venerdì 20 febbraio

I dazi reciproci introdotti dal Presidente Donald Trump in occasione del “Liberation Day” del 2 aprile 2025, sono stati giudicati illegali dalla Corte Suprema degli Stati Uniti. Il motivo ruota intorno alle modalità attraverso cui sono stati applicati. Vediamo rapidamente cos’è successo.

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Corte Suprema USA: “è necessaria l’autorizzazione del Congresso”

Nel pomeriggio italiano del 20 febbraio, la Corte Suprema degli Stati Uniti ha decretato in merito alla legittimità dei dazi reciproci imposti da Donald Trump

Il Presidente della Corte John Roberts ha redatto la motivazione della maggioranza, nella quale si legge: “Il presidente Trump rivendica il potere straordinario di imporre unilateralmente dazi di entità, durata e portata illimitate. Considerata l’ampiezza, la storia e il quadro costituzionale di tali poteri rivendicati, è necessario che dimostri una chiara autorizzazione del Congresso per poterli esercitare“.

In due parole, la SCOTUSSupreme Court of the United States – ci sta comunicando che i poteri di emergenza a cui Trump ha tentato di appellarsi “non sono sufficienti” .

I dazi, infatti, sono stati introdotti scavalcando il classico iter che prevede l’approvazione del Congresso degli Stati Uniti: Donald Trump, per poter fare ciò, si è appellato all’IEEPA, cioè l’International Emergency Economic Powers Act.

L’IEEPA, per dare contesto, è una legge federale degli Stati Uniti che permette al Presidente di dichiarare l’esistenza di “una minaccia per la sicurezza nazionale, la politica estera o l’economia degli Stati Uniti” che abbia origine “interamente o in misura sostanziale al di fuori degli Stati Uniti” – come si legge nell’articolo 50 dello United States Code.

In questo caso, secondo Trump, il deficit commerciale tra Stati Uniti, forti importatori, e il resto del mondo, che esporta moltissimo negli USA, costituiva una minaccia per l’economia nazionale. E i dazi rappresentavano lo strumento per ridurre questa disparità.

È una sconfitta bruciante per l’amministrazione Trump

Per capire la portata dell’evento, dobbiamo contestualizzarlo politicamente: questa ordinanza è, secondo molti analisti, la più importante sconfitta legale che la seconda amministrazione Trump abbia subìto da parte di una Corte Suprema a maggioranza conservatrice.

C’è, tuttavia, un punto rimasto irrisolto: se i dazi sono incostituzionali, che fine fanno i soldi già incassati? 

La Corte Suprema, infatti, pur dichiarando illegale la manovra, non ha specificato cosa debba accadere agli oltre 130 miliardi di dollari in tariffe già riscossi dal governo federale. Un nodo che, molto probabilmente, si tradurrà in una valanga di ricorsi da parte delle aziende importatrici danneggiate.

What’s next?

Secondo alcune fonti, il Presidente Trump avrebbe dichiarato che questa decisione “è una vergogna” e che “ho un piano di riserva”. Il punto fondamentale, però, e uno: la strategia commerciale di Trump, fondata sull’utilizzo dei dazi come leva negoziale contro chiunque, è appena stata neutralizzata dalla magistratura del suo stesso paese

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FOMC Minutes: le prospettive future della Fed

FOMC Minutes

Sono usciti i FOMC Minutes, dei verbali che interessano molto i mercati perché danno indizi sulle prospettive future della Fed. Qui gli highlight

Il 18 febbraio, alle 20 italiane, sono stati pubblicati i FOMC Minutes, ovvero i verbali della Federal Reserve che mostrano nel dettaglio le motivazioni alla base della decisione del  FOMC (Federal Open Market Committee), la riunione di politica monetaria in cui vengono stabiliti i tassi di interesse. I mercati sono molto attenti a questo tipo di comunicazioni, anche perché, spesso, danno delle anticipazioni sul futuro. Ma prima, vediamo rapidamente qual è il quadro di riferimento – relativo all’ultimo FOMC del 27-28 gennaio.

Il contesto macroeconomico: tra inflazione e mercato del lavoro

Per capire le discussioni interne alla Fed e la loro rilevanza, è però necessario fare un passo indietro e guardare ai numeri che Jerome Powell e colleghi avevano sul tavolo.

L’inflazione: i dati di febbraio

Il 13 febbraio 2026, il BLS (Bureau of Labor Statistics) ha pubblicato il report relativo al CPI (Consumer Price Index), cioè ai cambiamenti dei prezzi per i consumatori statunitensi: mese su mese, il CPI è aumentato dello 0,2%, mentre anno su anno ha registrato una crescita del 2,4%. Si tratta di un dato abbastanza positivo: l’inflazione su base annua è in diminuzione e resta vicina al target imposto dalla Fed, cioè il 2%.

Tassi di interesse (FOMC): la decisione del 28 gennaio

Al termine della riunione di fine gennaio, il FOMC ha lasciato i tassi di interesse invariati, nel range tra il 3,5% e il 3,75%, come ampiamente previsto. Durante la conferenza stampa, il presidente della Fed Jerome Powell ha sintetizzato in due frasi le ragioni principali dietro questa pausa: “L’economia statunitense è cresciuta a un ritmo sostenuto lo scorso anno ed entra nel 2026 su basi solide. Sebbene la creazione dei posti di lavoro sia rimasta contenuta, il tasso di disoccupazione ha mostrato alcuni segnali di stabilizzazione, mentre l’inflazione rimane piuttosto elevata”. 

Dunque, per riassumere, gli Stati Uniti si trovano in una situazione in cui l’inflazione accenna finalmente a diminuire, dopo aver trascorso molto tempo sopra la soglia del 3%, così come il tasso di disoccupazione, che riprende a scendere dopo un paio di mesi di risalita. Dall’altra parte, tuttavia, il mercato del lavoro fatica a offrire nuove posizioni. Passiamo ora ai Minutes. 

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FOMC Minutes: Fed divisa sul futuro

Arriviamo al nucleo centrale: cosa si sono detti i membri della banca centrale USA a porte chiuse? I verbali di ieri mostrano una Fed molto più divisa sulle scelte future di quanto il mercato si aspettasse.

Leggendo i Minutes, emerge che i funzionari concordano su uno stop ai tagli per il momento, pronti a riprenderli nel corso dell’anno, ma solo se l’inflazione lo permetterà. Allo stesso tempo, nel documento c’è scritto chiaramente che non è da escludere una politica monetaria hawkish – favorevole ai tassi alti – qualora l’inflazione dovesse rimanere a lungo sopra il target imposto (2%). 

In due righe, il punto centrale è che non si parla più solamente di mantenere i tassi invariati o tagliarli: alcuni membri hanno esplicitamente messo sul tavolo la possibilità di nuovi rialzi dei tassi.

Sul fronte della gestione del rischio, la stragrande maggioranza del comitato ritiene che i pericoli di un crollo dell’occupazione si siano attenuati, mentre – come abbiamo appena visto – il pericolo di un’inflazione persistente rimane vivo. Il timore principale, in questo senso, è uno: passare a una politica economica più restrittiva, alzando i tassi di interesse troppo in fretta, potrebbe avere effetti pesanti sul mercato del lavoro

Per questo motivo, “i partecipanti – alla riunione – hanno ritenuto necessario un attento bilanciamento dei rischi per centrare gli obiettivi del duplice mandato del Comitato”. Dunque, come ama dire il Presidente Powell, “la politica monetaria non segue un percorso prestabilito: prenderemo le nostre decisioni riunione per riunione

Prossimo FOMC: quali sono le previsioni?

Come ha recepito il mercato questi FOMC Minutes? Basta dare un’occhiata alle principali piattaforme di previsione per capire che l’ipotesi di un taglio dei tassi è stata praticamente scartata.

Al momento della scrittura, il FedWatch Tool – lo strumento di riferimento per le stime sulle mosse della Fed – vede la probabilità di No Change (tassi invariati) al 94,1%, lasciando appena un 5,9% di chance a un taglio di 25 punti base (pbs).

Se ci spostiamo dai mercati tradizionali ai prediction markets, il discorso non cambia: su Polymarket l’ipotesi No Change domina al 93%, contro il 6% di probabilità che si verifichi un abbassamento di 25 pbs. Infine, su Kalshi i tassi fermi sono dati al 91%, concedendo solo un 7% all’eventualità di un taglio da 25 bps.

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Bitcoin e interesse istituzionale: un update

Bitcoin e interesse istituzionale

Harvard ruota su Ethereum, mentre i fondi pensione USA comprano Strategy (MSTR), che domina gennaio con acquisti record di Bitcoin.

Gli istituzionali non si fermano. I documenti depositati alla SEC – i Form 13F trimestrali – parlano chiaro: l’Università di Harvard ribilancia il proprio portafoglio cedendo IBIT e comprando ETHA, mentre i grandi fondi pensione statunitensi consolidano la loro esposizione indiretta a Bitcoin acquistando Strategy. Vediamo i numeri nel dettaglio.

Harvard verso il cambio di passo?

Partiamo da una delle università più famose al mondo. Harvard ha deciso di modificare l’assetto del suo portafoglio a tema crypto, come emerge dall’ultimo report trimestrale: il celebre ateneo ha ridotto l’esposizione a IBIT, l’ETF Spot su Bitcoin di BlackRock, vendendo circa 1,48 milioni di quote, dopo il forte accumulo registrato quest’estate – +257% nel terzo trimestre (Q3) rispetto al secondo semestre (Q2) del 2025.  

A giudicare dai dati, sembra una rotazione di capitali: alla vendita di una parte di IBIT, infatti,  è seguita l’apertura di una posizione importante su ETHA, l’ETF Spot su Ethereum, emesso sempre da BlackRock, con un investimento di ben 86,8 milioni di dollari.

La strategia sembra chiara: diversificare l’esposizione sugli asset digitali, puntando anche sulla regina delle altcoin, nonché seconda crypto per market cap, Ethereum.

Le mosse dei fondi pensione USA

Mentre Harvard riduce le quote di IBIT, i fondi pensione pubblici statunitensi scelgono l’esposizione indiretta a Bitcoin acquistando Strategy (MSTR), la Bitcoin Treasury Company per eccellenza guidata da Michael Saylor. Diamo alcuni esempi – dati al 31.12.2025.

California Public Employees’ Retirement System 

Il California Public Employees’ Retirement System, il più grande fondo pensione pubblico degli Stati Uniti, ha aggiunto al portafoglio altre 22.475 azioni MSTR, portando il totale detenuto a 470.632 azioni: uno stake dal controvalore pari a circa 60 milioni di dollari (ai prezzi correnti).

Ohio State Teachers Retirement System 

Anche lo State Teachers Retirement System dell’Ohio si muove con decisione, incrementando le proprie quote in MSTR del 16,6%. Il totale sale così a 87.689 azioni, per un controvalore di 11 milioni di dollari (ai prezzi correnti).

North Carolina State Treasury

Infine, il North Carolina State Treasury aggiunge 9.117 azioni MSTR e porta la sua posizione complessiva a 168.688 azioni, valutate circa 22,6 milioni di dollari (ai prezzi correnti).

Strategy (MSTR): overview di gennaio

Come abbiamo appena visto, i fondi pensione stanno comprando Strategy (MSTR) per ottenere un’esposizione a Bitcoin senza detenerlo fisicamente. Ma come si è mossa l’azienda fondata da Michael Saylor nel primo mese dell’anno? 

Gennaio 2026, come riportato dal Corporate Adoption Report di BitcoinTreasuries.net, ha segnato una svolta decisiva: l’intensa “campagna acquisti” di Strategy starebbe ridefinendo il ritmo del mercato. Strategy, infatti, ha comprato 40.150 BTC in poco più di trenta giorni

Ma, in realtà, non si tratta di una tendenza del 2026: negli ultimi cinque anni, Strategy ha mantenuto una media di acquisto di 357 BTC al giorno. Per dare un termine di paragone, dal report emerge che, tra le società quotate – public companies – che detengono Bitcoin, solo venti riescono ad acquisire una media di almeno 10 BTC al giorno, mentre il resto aggiunge in media circa 1 BTC al giorno.

E proprio durante la stesura di questo articolo, abbiamo aperto X (ex Twitter) e abbiamo letto il solito tweet: “Strategy ha acquisito 2.486 BTC per circa 168,4 milioni di dollari, a un prezzo medio di ~67.710$ per Bitcoin. Al 16 febbraio 2026, deteniamo un totale di 717.131 BTC“. Reazione trascurabile di Bitcoin a un’ora dalla notizia: +0.3% – come volevasi dimostrare.

La grande domanda

Riflettiamo un secondo su questo dato. Ora, il mercato dà praticamente per scontato il fatto che Strategy compri centinaia di Bitcoin al giorno: i tweet settimanali della società in cui viene comunicato l’acquisto di migliaia di BTC non sortiscono alcun effetto a livello di prezzo, nonostante si tratti di cifre impressionanti – milioni di dollari ogni volta. 

La grande domanda è: quando Strategy deciderà di vendere Bitcoin, come verrà interpretata la notizia? Il bias della negatività, cioè “la tendenza cognitiva a dare maggiore importanza, peso e memoria alle esperienze, a notizie ed emozioni negative rispetto a quelle positive”, può aiutarci nella risposta: quasi sicuramente, si griderà all’apocalisse perché “anche Saylor sta vedendo!” e scatterà il panic selling, soprattutto tra gli investitori retail.
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Inflazione USA: il dato del CPI oggi

Inflazione USA: il dato del CPI di oggi

È uscito il Consumer Price Index (CPI), il dato utilizzato per stimare l’inflazione negli Stati Uniti d’America.

È uscito il Consumer Price Index (CPI), il dato utilizzato per stimare l’inflazione negli Stati Uniti d’America. Il destino dei mercati passa dall’inflazione USA e, quindi, dal dato del Consumer Price Index (CPI) pubblicato il 13 febbraio. In questo articolo, scopriremo cos’è il CPI, perché è importante e analizzeremo gli ultimi dati disponibili. 

CPI significato

Tecnicamente, il CPI (Consumer Price Index), o Indice dei Prezzi al Consumo, è un indicatore economico fondamentale che misura quanto sono cambiati i prezzi di beni e servizi che compriamo quotidianamente. In altre parole, il CPI ci dice quanto costa oggi vivere rispetto al passato.  

Il CPI si calcola raccogliendo i dati sui prezzi di un “paniere” rappresentativo di beni e servizi che i consumatori solitamente acquistano. Questo paniere include una varietà di prodotti, come cibo, abbigliamento, alloggio, trasporti, istruzione, assistenza sanitaria e altri beni e servizi comuni. Il Bureau of Labor Statistics (BLS) degli Stati Uniti raccoglie ogni mese i prezzi in 75 aree urbane e li confronta con quelli del periodo precedente.

Perché è importante?

Il CPI è utilizzato per misurare l’inflazione, cioè quanto aumenta il costo della vita. Se il CPI sale, significa che i prezzi stanno aumentando e che, in media, si deve spendere di più per vivere come si faceva prima.

Bitcoin e CPI: come sono legati?

Il Consumer Price Index è uno dei principali indicatori che i membri della Federal Reserve prendono in considerazione quando devono effettuare delle scelte in materia di politica monetaria: generalmente, quando l’inflazione scende, il FOMC (Federal Open Market Committee) è più sereno nel tagliare i tassi e viceversa.

Attualmente, tuttavia, gli analisti credono che il Presidente della Fed e il gruppo di Governatori – Board of Governors – che presiede il FOMC, siano inclini a mantenere stabili i tassi anche per le prossime riunioni, al fine di valutare l’impatto dei tagli effettuati durante il 2025. 

In ogni caso, il CPI resta uno strumento fondamentale per comprendere l’andamento dell’inflazione e cercare di prevedere il comportamento della banca centrale americana: se ti interessa il tema, trovi tutte le date per il 2026 nel nostro articolo sul calendario delle riunioni della Fed

L’ultima volta che è successo

L’ultimo CPI di gennaio è risultato inferiore rispetto alle previsioni e al CPI del mese precedente: il dato, coerentemente con quanto scritto sopra, non ha influenzato le scelte della Fed la quale, come abbiamo anticipato, ha lasciato i tassi ai livelli di dicembre

Quindi, com’è andato il CPI di oggi?

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CPI di febbraio 2026: l’analisi dei dati

Il 13 febbraio 2026, il BLS ha pubblicato il report relativo ai cambiamenti dei prezzi per i consumatori statunitensi. Secondo il rapporto, il CPI mensile (MoM) è aumentato dello 0,2% rispetto al mese precedente, così come il CPI anno su anno (YoY), in crescita del 2,4%. Questo dato è abbastanza positivo, poiché l’inflazione anno su anno è stabile e resta vicina al target imposto dalla FED, cioè il 2%.

Cosa significano questi numeri?

Il fatto che il CPI sia salito dello 0,2% mese su mese e del 2,4% anno su anno, significa che l’inflazione sembra essere entrata in una fase di stabilizzazione: le rilevazioni sono di poco inferiori rispetto a quelle del mese precedente. A gennaio, infatti, il report del BLS segnava un aumento dello 0,3% MoM e del 2,6% YoY. 

Cosa deciderà la Fed riguardo ai tassi di interesse nel FOMC del 17-18 marzo 2026? Sul FedWatch Tool, lo strumento principe per questo tipo di previsioni, le probabilità del taglio di 25 punti base ancora molto basse, al 9,8%.  

Il CPI anno su anno nel 2026

Febbraio 2026: 2,4% (previsto 2,5%)
Gennaio 2026: 2,6% (previsto 2,7%)

Dati del 2025: 

Dicembre 2025: 2,7% (previsto 3,1%)
Ottobre 2025: 3% (previsto 3,1%)
Settembre 2025: 2,9% (previsto 2,9%)
Agosto 2025: 2,7% (previsto 2,7%)
Luglio 2025: 2,7% (previsto 2,7%)
Giugno 2025: 2,4% (previsto 2,5%)
Maggio 2025: 2,3% (previsto 2,4%)
Aprile 2025: 2,4% (previsto 2,5%)
Marzo 2025: 2,8% (previsto 2,9%)
Febbraio 2025: 3% (previsto 2,9%)
Gennaio 2025: 2,9% (previsto 2,9%)

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Disoccupazione e Non Farm Payroll: i dati USA

Occupazione USA: i dati e le reazioni dei mercati

Sono usciti i dati sull’occupazione negli Stati Uniti: Non Farm Payrolls e disoccupazione. Come hanno reagito i mercati?

Nella giornata di mercoledì 11 gennaio, il BLS (Bureau of Labor Statistics) americano ha comunicato i dati relativi al mercato del lavoro. Nello specifico, sono uscite le rilevazioni sui Non Farm Payrolls (NFP), cioè i nuovi posti di lavoro creati al netto del settore agricolo, e sul tasso di disoccupazione. Qual è la situazione? Come si sono comportati i mercati e perchè? 

I dati: Non Farm Payrolls e tasso di disoccupazione 

La rilevazione dell’11 febbraio è la seconda dell’anno nuovo appena iniziato, ma andiamo subito al sodo: i NFP sono cresciuti di 130.000 unità, un dato di gran lunga superiore rispetto alle aspettative che stimavano 70.000 nuovi posti di lavoro, mentre il tasso di disoccupazione scende al 4,3%, un valore più basso dello 0,1% rispetto al mese precedente e dello 0,1% rispetto previsioni.

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Le implicazioni 

Come è noto, il mondo della finanza dà molta importanza a queste rilevazioni dal momento che il mercato del lavoro è un indicatore preso in forte considerazione, soprattutto da quando il Presidente della Federal Reserve Jerome Powell, nel suo discorso a Jackson Hole, ha confermato il cambio di priorità: nel valutare le mosse di politica monetaria, la banca centrale statunitense ora dà più rilievo al contenimento della disoccupazione piuttosto che alla stabilità dei prezzi. 

Sulla base di queste dichiarazioni, la catena logica che guida gli investitori da almeno quattro mesi è la seguente: se i NFP sono inferiori alle previsioni e il tasso di disoccupazione sale, allora è molto probabile che il prossimo meeting del FOMC vedrà un taglio dei tassi. 

Tuttavia, come avvenuto in occasione dell’ultimo FOMC, gli analisti ritengono che i membri del Board of Governors, prima di tornare a un approccio più dovish, vogliano attendere per valutare l’impatto dei tagli effettuati durante il 2025 – se ti interessano le riunioni di politica monetaria, qui trovi il calendario completo con tutti i meeting del 2026

Le previsioni sul FOMC di marzo

Il FedWatch del CME Group, uno strumento che calcola le probabilità del taglio dei tassi da parte del FOMC sulla base dei prezzi dei futures sui Fed Funds, attualmente dà il No Change al 94,1%, mentre il taglio di 25 punti base – cioè dello 0,25% – è probabile al 5,9%. Ma si tratta di percentuali totalmente provvisorie che cambiano di giorno in giorno: saranno sicuramente meno mobili a ridosso della riunione. 

Come hanno reagito i mercati?

Il mercato crypto, per ora, mostra una reazione negativa: rispetto al giorno precedente alla pubblicazione dei dati sul lavoro, Bitcoin sta perdendo il 3,7% e viaggia in zona 66.300$; anche Ethereum va in territorio negativo e cede il 4,8%: attualmente si trova sui 1.920$. Solana segue e fa come ETH scendendo del 4,3% a quota 79,4$. Chiudiamo questa sezione con la Total Market Cap, che si attesta a 2,24 trillion di dollari. 

Il DXY, che misura l’andamento del dollaro contro le principali sei valute mondiali, sale dello 0,14% mentre l’oro cresce dello 0,5%, continuando sui 5.050$.

What’s next?

Nei prossimi giorni, con ogni probabilità, assisteremo a un mercato molto volatile, in particolare lato crypto: il momento attuale, infatti, è condizionato da una forte emotività che può spostare miliardi di capitale in poche ore. 
In ogni caso, noi saremo qui ad aggiornarti sulle notizie e sui fatti che muovono i mercati. Iscriviti al nostro canale Telegram – se già sei dentro condividi il link con amici e amiche interessati – e a Young Platform per non perderti ciò che conta!

Riunione BCE febbraio 2026: i risultati

Riunione BCE dicembre 2025: i risultati

La BCE si è riunita il 5 febbraio per decidere la politica monetaria dell’Eurozona: cosa è successo ai tassi di interesse? Qui i risultati

La riunione della Banca Centrale Europea di giovedì 5 febbraio 2026 ha visto i membri del Consiglio Direttivo riunirsi per discutere, tra le altre cose, in merito alle politiche monetarie dell’Eurozona. Sul tavolo, le decisioni relative ai tassi di interesse. Cosa è successo?

Riunione della BCE: qual è il contesto economico?

La prima riunione della BCE nel 2026 è avvenuta in uno scenario economico complesso, in cui l’incertezza sul futuro domina incontrastata, tra l’imprevedibilità di Donald Trump e le guerre che sembrano destinate a durare ancora un po’. I temi principali hanno riguardato soprattutto la crescita economica, fortemente condizionata dall’instabilità del contesto geopolitico, e l’inflazione, all’1,7% secondo l’ultima rilevazione – in linea con le previsioni. Vediamo nel dettaglio cosa si è deciso.

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La BCE lascia i tassi di interesse invariati

Giovedì 5 febbraio, Francoforte. Il Consiglio Direttivo della Banca Centrale Europea ha comunicato la sua decisione in materia di politica monetaria per l’Eurozona. Come atteso dalla maggioranza degli analisti, la BCE ha deciso mantenere invariati i suoi tre tassi di interesse chiave. Di conseguenza, il tasso sui depositi presso la banca centrale resta stabile al 2%, il tasso sulle operazioni di rifinanziamento principali al 2,15%, così come il tasso sulla marginal lending facility al 2,40%.

Le motivazioni dietro la scelta

La BCE ha spiegato che la decisione è stata guidata dal fatto che il processo di disinflazione è in linea con le aspettative e dovrebbe stabilizzarsi sull’obiettivo del 2% a medio termine. Come abbiamo anticipato, l’ultima rilevazione ha mostrato un’inflazione nell’Unione Europea attestarsi all’1,7%, una soglia decisamente più bassa rispetto agli obiettivi fissati dal Consiglio direttivo. 

L’economia dell’Eurozona ha mostrato resilienza nei confronti dei recenti shock che hanno colpito il mercato globale: secondo quanto si legge nel comunicato ufficiale, “l’economia continua a mostrare buona capacità di tenuta in un difficile contesto mondiale. Il basso livello di disoccupazione, la solidità dei bilanci del settore privato, l’esecuzione graduale della spesa pubblica per difesa e infrastrutture, insieme agli effetti favorevoli derivanti dalle passate riduzioni dei tassi di interesse, stanno sostenendo la crescita”. 

Con questa riunione, la BCE conferma la traiettoria

La riunione della BCE di febbraio 2026 ha decretato il mantenimento dei tassi di interesse ai livelli di dicembre: è la quinta riunione di fila che vede questo esito. Nonostante il contesto globale fortemente confuso, l’inflazione continua a reggere botta e la Banca Centrale segnala un cauto ottimismo: con questa decisione conferma la sua traiettoria futura. Le settimane che verranno saranno fondamentali per capire se i dati confermeranno lo scenario attuale e quale sarà la prossima mossa dell’Eurotower

La prossima riunione è prevista per il 18-10 Marzo 2026: cosa decideranno i membri del Consiglio direttivo? Per non perderti i prossimi meeting, dai un’occhiata al nostro calendario della BCE del 2026 – in ogni caso, noi saremo qui a commentarli.

Prospettive Future

Mantenere i tassi di interesse a un livello basso è una misura di politica economica espansiva che ha l’obiettivo di sostenere la crescita riducendo il costo del denaro: le imprese possono chiedere prestiti più facilmente, producono più ricchezza e l’economia ne beneficia. Quando il denaro costa meno anche i mercati azionari ne traggono vantaggio, dal momento che i tassi bassi stimolano la circolazione del capitale: da un lato le imprese chiedono più facilmente i soldi in prestito, hanno più margine per operazioni finanziarie, acquisizioni ed espansioni. Così incrementano i potenziali guadagni e con essi la probabilità che il prezzo delle azioni salga.

Dall’altro gli investitori si spostano da titoli più stabili ma meno profittevoli, come le obbligazioni, ad asset finanziari più rischiosi con ritorni potenziali più alti. In questa seconda seconda categoria rientrano le azioni e i relativi indici, ma anche le criptovalute.

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Riunione FED gennaio 2026: cos’è successo?

Riunione FED ottobre 2025: cos’è successo?

Riunione FED gennaio 2026: il FOMC mantiene i tassi di interesse invariati. Quali sono le motivazioni? Come hanno reagito i mercati? 

Si è appena conclusa la riunione della FED del 28 gennaio 2025 in cui il Presidente Jerome Powell ha comunicato la decisione del FOMC sui tassi di interesse. Come previsto, il Comitato ha scelto di mantenere i tassi di interesse invariati nel range tra il 3,5% e il 3,75%.

Riunione FED gennaio 2026: come da previsione, il FOMC lascia i tassi invariati

Al termine della riunione del 28 gennaio 2026, il Federal Open Market Committee (FOMC) ha annunciato la sua attesa decisione sulla politica monetaria statunitense. Il comitato guidato da Jerome Powell ha optato per mantenere i tassi di interesse invariati, nel range tra il 3,5% e il 3,75%, come ampiamente previsto.

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Le motivazioni

Le motivazioni principali alla base di questa decisione, sono riassunte in una frase pronunciata dal Presidente della Federal Reserve Jerome Powell, all’inizio della conferenza stampa successiva al comunicato: “L’economia statunitense è cresciuta a un ritmo sostenuto lo scorso anno ed entra nel 2026 su basi solide. Sebbene la creazione di posti di lavoro sia rimasta contenuta, il tasso di disoccupazione ha mostrato alcuni segnali di stabilizzazione, mentre l’inflazione rimane piuttosto elevata”.

Powell, nel suo discorso, ha poi approfondito ognuna di queste tre parti. Sulla crescita economica, il Chair della Fed ha affermato che “la spesa dei consumatori si è dimostrata resiliente e gli investimenti fissi delle imprese hanno continuato a espandersi”, anche se “l’attività nel settore immobiliare è rimasta debole”. 

In merito al mercato del lavoro, “gli indicatori suggeriscono una possibile stabilizzazione delle condizioni dopo un periodo di graduale indebolimento. A dicembre il tasso di disoccupazione si è attestato al 4,4%, mostrando variazioni minime negli ultimi mesi”. Nello specifico, “la creazione di nuovi posti di lavoro è rimasta contenuta. Il totale degli NFP (Non Farm Payroll) è calato a un ritmo medio di 22.000 unità al mese negli ultimi tre mesi; al netto del settore pubblico, l’occupazione nel settore privato è cresciuta a una media di 29.000 unità mensili”. 

Infine, “l’inflazione si è significativamente attenuata rispetto ai massimi di metà 2022, ma rimane piuttosto elevata rispetto al nostro obiettivo di lungo periodo del 2%”, e “gli indicatori delle aspettative d’inflazione a breve termine sono calati rispetto ai picchi dello scorso anno”. 

Prossime riunioni della FED: taglio dei tassi all’orizzonte?

Difficile prevedere il comportamento dei banchieri centrali statunitensi, anche perché a maggio 2026 ci sarà un cambio al vertice della Fed – abbiamo scritto un articolo dedicato ai potenziali candidati presidenti

In ogni caso, al momento della scrittura, il FedWatch Tool, con la prossima riunione prevista per il 18 marzo, stima un taglio di 25 pbs al 13,5%, mentre il No Change è dato all’86,5%.
L’appuntamento, quindi, è fra un mese e mezzo abbondante, per il FOMC del 30-31 gennaio: entra nel nostro gruppo Telegram o iscriviti a Young Platform e non perderti le notizie rilevanti che muovono i mercati!

Bitcoin scende, ma agli istituzionali non interessa

Bitcoin scende ma agli istituzionali non interessa

La Groenlandia spinge BTC sotto i 90.000$, ma ai grandi player non interessa: l’adozione istituzionale procede con assoluta determinazione

La Groenlandia e il caos intorno al tema si fa sentire: nei mercati si vede un po’ di panico, con Bitcoin che scivola sotto la soglia dei 90.000$. Ma allargando l’orizzonte, oltre il grafico a breve termine, la situazione cambia: mentre il prezzo scende, gli istituzionali continuano a scegliere Bitcoin per le loro tesorerie. Vediamo i dati.

Caos Groenlandia: lo scontro tra USA e UE tinge i mercati di rosso

Il caos geopolitico scoppiato in Groenlandia ha generato un’ondata di panico che ha colpito i mercati finanziari, tradizionali e non: i principali indici americani ed europei sono in rosso, Bitcoin è sceso sotto i 90.000$ ed Ethereum ha salutato i 3.000$ ed è tornato in zona 2.960$ – al momento della scrittura. 

La più classica delle reazioni emotive: di fronte all’incertezza globale improvvisa, gli investitori entrano in modalità risk-off e si spostano verso asset più sicuri – l’oro ha nuovamente aggiornato i massimi, rompendo con decisione il tetto dei 4.880$.

Ma questo, per i grandi player istituzionali, è solamente rumore di fondo.  

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Le compagnie assicurative mettono le mani su Bitcoin

La notizia del giorno arriva dal Delaware Life Insurance Company, una compagnia assicurativa da 60 miliardi di AUM (Asset Under Management): con un comunicato del 20 gennaio, hanno annunciato l’inserimento del BlackRock U.S. Equity Bitcoin Balanced Risk 12% Index nel proprio portafoglio di Fixed Index Annuity (FIA) – Rendita Fissa Indicizzata. Cosa vuol dire?

Innanzitutto, lo U.S. Equity Bitcoin Balanced Risk 12% di BlackRock è un indice con cui è possibile esporsi sull’azionario, tramite l’iShares Core S&P 500 ETF, e su Bitcoin, con liShares Bitcoin Trust ETF, noto al grande pubblico come IBIT, l’ETF Spot su BTC

Questo prodotto finanziario, come abbiamo anticipato, è stato inserito all’interno della FIA, una categoria di strumenti di risparmio a lungo termine, molto popolare negli Stati Uniti per la pianificazione pensionistica

Con questa mossa, il management della Delaware Life ha stabilito un importante precedente nel settore: è la prima volta che una compagnia assicurativa offre un indice che include le criptovalute.

Strategy non si ferma: altro acquisto record

Intanto, Michael Saylor non guarda in faccia nessuno: Strategy, la Bitcoin Treasury Company per eccellenza, di cui è presidente, ha appena annunciato l’acquisto di altri 22.305 Bitcoin per 2,13 miliardi di dollari. 

Si tratta del quarto acquisto più grande di sempre per l’azienda, che ora detiene un totale di 709.715 Bitcoin: parliamo del 3,4% dell’intera offerta totale di BTC esistente. In merito, secondo bitcointreasuries.net, le Top 100 Public Bitcoin Treasury Companies – cioè le prime compagnie quotate in borsa per Bitcoin detenuti – possiedono 1,127,656 BTC

I dati on-chain confermano l’accumulo

Non è solo Saylor a muoversi. I dati di Glassnode ci dicono che negli ultimi sei mesi le tesorerie aziendali hanno assorbito ben 260.000 BTC, a un ritmo di circa 43.000 BTC al mese. 

A conferma del trend, CryptoQuant segnala un aumento esponenziale dei wallet di fascia media – quelli con un saldo compreso tra 100 e 1.000 BTC. 

In una frase: mentre il prezzo scende, le Whales – le balene –  stanno facendo scorta di Bitcoin. Anche abbastanza velocemente. 

I Big Money lavorano sotto traccia 

Da una parte i retail si lasciano distrarre dalle dinamiche di prezzo e vendono nel panico,dall’altra i Big Money si disinteressano della volatilità giornaliera e si concentrano sul medio-lungo periodo

Volendo riassumere, il punto centrale è uno: chi ha decine di miliardi di dollari da gestire, guarda a Bitcoin, alle crypto e alla blockchain – tokenizzazione ti dice qualcosa? – con interesse sempre maggiore. Avranno ragione? 

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