Guerra in Iran, quarta settimana: gli aggiornamenti dai mercati

La guerra in Iran è entrata nella quarta settimana: il prezzo del petrolio e i timori dell’escalation portano le Borse in rosso. E il mercato crypto? 

La guerra tra Stati Uniti-Israele e Iran è entrata nella quarta settimana: la Repubblica islamica iraniana si è organizzata per rendere impraticabile lo Stretto di Hormuz, snodo fondamentale dove passa un quinto della produzione mondiale di petrolio e GNL. Gli Stati Uniti hanno risposto con un ultimatum che, a quanto pare, non ha avuto effetti. Le Borse mondiali, ovviamente, temono l’escalation e accusano il colpo. Il mercato crypto segue ma sembra leggermente più solido: qual è la situazione? 

Diamo uno sguardo ai mercati tradizionali: le performance dall’inizio della guerra

Nella mattinata italiana del 28 febbraio, Stati Uniti e Israele davano ufficialmente avvio a una serie di bombardamenti coordinati ai danni dell’Iran: in meno di 24 ore, raggiungono uno dei principali obiettivi dei raid, eliminando l’Ayatollah Alì Khamenei, guida suprema della Repubblica islamica iraniana. A poche ore dall’evento, i Guardiani della rivoluzione, uno dei tre corpi armati iraniani, dichiaravano chiuso lo Stretto di Hormuz: “Se qualcuno tenterà di passare, gli eroi delle Guardie Rivoluzionarie e della marina regolare daranno alle fiamme quelle navi”. 

Nei giorni successivi, il traffico nello Stretto si è ridotto drasticamente: i media e gli organi di sicurezza internazionali segnalavano la presenza di mine navali nel canale. Il prezzo delle materie prime energetiche, di conseguenza, è schizzato alle stelle: attraverso lo Stretto di Hormuz passa tra il 25% e il 30% della produzione mondiale di petrolio e di GNL (gas naturale liquefatto). Con l’apertura del fronte, il Brent – benchmark internazionale – è salito dai 73$ al barile agli odierni 103$. 

Ma non finisce qui: nel weekend del 20-23 marzo, Trump ha mandato un ultimatum promettendo di “colpire e radere al suolo le infrastrutture iraniane legate al nucleare. La Repubblica islamica ha risposto col classico “occhio per occhio, dente per dente”: “Se colpite l’elettricità, noi colpiamo l’elettricità“.

Lunedì, proprio mentre scrivevamo questo articolo, il Presidente degli Stati Uniti è tornato sui suoi passi mettendo in atto il solito comportamento che gli è valso il soprannome di TACO: Trump Always Chickens Out – Trump si tira sempre indietro. Cosa ha fatto? 

Ha pubblicato un post sul suo social Truth in cui scrive, con qualche errore di battitura: “Sono lieto di annunciare che gli Stati Uniti d’America e l’Iran hanno avuto, negli ultimi due giorni, conversazioni molto buone e produttive riguardo a una risoluzione completa e totale delle nostre ostilità in Medio Oriente”. 

Sulla base del tenore e del tono di queste conversazioni approfondite, dettagliate e costruttive, che continueranno per tutta la settimana”, continua il POTUS, “ho dato istruzioni al Dipartimento della Guerra di rinviare qualsiasi attacco militare contro le centrali elettriche e le infrastrutture energetiche iraniane per un periodo di cinque giorni, a condizione che gli incontri e le discussioni in corso abbiano successo”.

Alla luce di questo nuovo aggiornamento, che ha cambiato completamente le carte in tavola, qual è la situazione attuale? Vediamo come si stanno comportando i mercati tradizionali dall’inizio dall’inizio della guerra a oggi – lunedì 23 marzo.

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I principali indici azionari

Quando il prezzo dell’energia cresce a dismisura, l’economia reale ne risente: le aziende spendono di più per produrre a causa dell’aumento trasversale dei costi, come quelli per il trasporto e per l’elettricità in generale. Il risultato: i rincari, alla fine, vengono trasferiti sul consumatore, che vede un rialzo dei prezzi generalizzato, anche detto inflazione. Cosa significa tutto ciò in numeri? 

Partendo dagli Stati Uniti dove, al momento della scrittura, i mercati sono ancora chiusi, il Dow Jones sta cedendo il 6,8%, l’S&P500 il 5,4% e il Nasdaq 100 il 4,4%. Il Dow Jones subisce più degli altri due proprio perché maggiormente esposto alle variazioni dei prezzi energetici: al suo interno troviamo titoli il cui valore dipende molto dal costo dell’energia, come Boeing (-15%) e Caterpillar (-9,5%)

Nota: nel premarket, i futures sugli stessi indici segnalano, rispettivamente, un guadagno del +1,6%, del +1,58% e dell’1,54%: la notizia del rinvio dei bombardamenti, che abbiamo riportato poco sopra, sta dando i suoi frutti.

Ma voliamo in Europa, che se la passa anche peggio: l’Eurostoxx 50 (STOXX), l’indice che include le top 50 aziende europee, nello stesso periodo sta perdendo l’8,6%. Nel dettaglio, Londra è giù del 9,5%, Parigi dell’8,2%, Francoforte dell’8% e Milano del 6,6%.  

Anche in Asia la situazione non è rosea: il Nikkei, che rappresenta le 225 aziende più importanti del Giappone, sta lasciando l’8,8%, mentre il KOSPI, principale indice sudcoreano, il 12,3%. In Cina, anche l’Hang Seng, che finora aveva contenuto le perdite, segna un calo del 7,3%.

Focus metalli preziosi: oro e argento 

In questo caos, sarebbe lecito aspettarsi un buon comportamento da parte dei metalli preziosi, universalmente concepiti come lido sicuro in tempi di forti turbolenze. Non è proprio così

La quotazione dell’oro, dal 2 marzo (primo giorno di contrattazioni dall’inizio della guerra), è scesa di quasi venti punti percentuali (-19%), seguita a stretto giro dall’argento (-30%). Contestualmente, nonostante non sia un metallo prezioso, il dollaro torna ad assumere un ruolo di riserva di valore: in queste tre settimane, il DXY – dollaro vs cinque principali valute estere – sta guadagnando l’1,8%. 

E il mercato crypto?

Il mercato crypto è in forte controtendenza rispetto all’andamento generale: da sabato 28 febbraio, Bitcoin ha guadagnato il 6,2% ed è riuscito a rompere i 70.000$ dopo due tentativi – ora viaggia proprio sui 70.000$; Ethereum fa anche meglio con un +10,1%; Ripple e Solana si uniscono alla festa salendo, rispettivamente, del 4,5% e dell’8,9%. In generale, la Total Market Cap del settore ha visto l’ingresso di quasi 130 miliardi di dollari (+5,8%).

Qualche dato interessante  

Glassnode ci dice che i wallet con saldo uguale a superiore a 1.000 BTC, dal 28 febbraio, sono aumentati di 19 unità, da 1.264 a 1.283. Detta in un altro modo, sembra che le cosiddette whale – le balene, cioè chi detiene grandi quantità di Bitcoin – stiano tornando ad accumulare

In modo complementare, nell’ultimo mese, si è verificato un deflusso dagli exchange pari a circa 78.611 BTC. La quantità di Bitcoin disponibile si riduce, con conseguenze positive per il prezzo, come spiegato dalla legge della domanda e dell’offerta.

Se, invece, spostiamo lo sguardo verso gli attori istituzionali, gli ETF su Bitcoin hanno registrato un net flow – saldo tra acquisti e vendite, cioè tra entrate e uscite –  di più di 20.100 BTC.

Siamo di fronte a una rotazione dei capitali?

È la grande domanda, a cui gli investitori crypto (e non) stanno cercando di rispondere da giorni. Chiaramente, nessuno ha la risposta, perché il futuro non può essere previsto. In questi momenti, la cosa migliore da fare è studiare i fondamentali e capire il funzionamento dei protocolli. Non sai da dove partire? Non preoccuparti: la nostra Academy è ottima per chi vuole iniziare, ma anche per chi è già esperto e vuole ripassare.  

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