La guerra tra Israele-USA e Iran è giunta alla sesta settimana: il prezzo del petrolio e i timori dell’escalation portano le Borse in rosso. E il mercato crypto?
La guerra tra Stati Uniti-Israele e Iran è entrata nella quinta settimana: lo Stretto di Hormuz, snodo fondamentale dove passa un quinto della produzione mondiale di petrolio e GNL, è ancora poco accessibile: la Repubblica islamica sta concedendo il passaggio delle petroliere “alleate” in cambio di un pedaggio. Dagli Stati Uniti, arrivano notizie confuse: il Presidente Trump ha affermato che in due o tre settimane il conflitto sarà concluso, ma l’incertezza regna, tra possibili piani di pace e ultimatum trumpiani. Le Borse mondiali, ovviamente, non hanno idea di cosa potrebbe succedere e navigano a vista. Il mercato crypto segue ma sembra leggermente più solido: qual è la situazione?
Entra nel nostro gruppo Telegram
Guerra in Iran: gli sviluppi dall’inizio del conflitto
Nella mattinata italiana del 28 febbraio, Stati Uniti e Israele davano ufficialmente avvio a una serie di bombardamenti coordinati ai danni dell’Iran: in meno di 24 ore, raggiungono uno dei principali obiettivi dei raid, eliminando l’Ayatollah Alì Khamenei, guida suprema della Repubblica islamica iraniana. A poche ore dall’evento, i Guardiani della rivoluzione, uno dei tre corpi armati iraniani, dichiaravano chiuso lo Stretto di Hormuz: “Se qualcuno tenterà di passare, gli eroi delle Guardie Rivoluzionarie e della marina regolare daranno alle fiamme quelle navi”.
Nei giorni successivi, il traffico nello Stretto si è ridotto drasticamente: i media e gli organi di sicurezza internazionali segnalavano la presenza di mine navali nel canale. Il prezzo delle materie prime energetiche, di conseguenza, è schizzato alle stelle: attraverso lo Stretto di Hormuz passa tra il 25% e il 30% della produzione mondiale di petrolio e di GNL (gas naturale liquefatto). Con l’apertura del fronte, il Brent – benchmark internazionale – è salito dai 73$ al barile agli odierni 113,7$.
Ma non finisce qui: nel weekend del 20-23 marzo, Trump ha mandato un ultimatum promettendo di “colpire e radere al suolo“ le infrastrutture iraniane legate al nucleare. La Repubblica islamica ha risposto col classico “occhio per occhio, dente per dente”: “Se colpite l’elettricità, noi colpiamo l’elettricità“.
Un paio di giorni dopo, il Presidente degli Stati Uniti è tornato sui suoi passi mettendo in atto il solito comportamento che gli è valso il soprannome di TACO: Trump Always Chickens Out – Trump si tira sempre indietro. Cosa ha fatto?
Ha pubblicato un post sul suo social Truth che recitava, con qualche errore di battitura: “Sono lieto di annunciare che gli Stati Uniti d’America e l’Iran hanno avuto, negli ultimi due giorni, conversazioni molto buone e produttive riguardo a una risoluzione completa e totale delle nostre ostilità in Medio Oriente”.
“Sulla base del tenore e del tono di queste conversazioni approfondite, dettagliate e costruttive, che continueranno per tutta la settimana”, continua il POTUS, “ho dato istruzioni al Dipartimento della Guerra di rinviare qualsiasi attacco militare contro le centrali elettriche e le infrastrutture energetiche iraniane per un periodo di cinque giorni, a condizione che gli incontri e le discussioni in corso abbiano successo”.
Gli iraniani, dall’altro lato, hanno prontamente smentito la dichiarazione bollandola come fake news. Allo scadere del secondo ultimatum, Trump ha esteso il periodo di “non attacco” di altri dieci giorni – forse.
Nella notte italiana tra l’1 e il 2 aprile, per aggiungere altra carne al fuoco, il Presidente degli Stati Uniti ha tenuto un discorso alla nazione con gli aggiornamenti sull’operazione militare: in sintesi, ha riferito al mondo che la guerra potrebbe continuare per altre sole due o tre settimane, perché gli Stati Uniti avrebbero raggiunto tutti gli obiettivi.
Infine, durante il weekend pasquale del 5-6 aprile, apparentemente le parti in conflitto avrebbero iniziato a dialogare in merito a un possibile accordo di cessate-il-fuoco della durata di 45 giorni. Ma Donald Trump, in un discorso tenuto nella giornata di lunedì 6 aprile, è stato abbastanza netto: o l’Iran accetta il piano entro le 20 ora di New York (2 del mattino italiane), o “raderà al suolo l’intero paese”.
È il solito bluff del TACO – Trump Always Chickens Out – President?
Le performance dei principali indici azionari
Quando il prezzo dell’energia cresce a dismisura, l’economia reale ne risente: le aziende spendono di più per produrre a causa dell’aumento trasversale dei costi, come quelli per il trasporto e per l’elettricità in generale. Il risultato: i rincari, alla fine, vengono trasferiti sul consumatore, che vede un rialzo dei prezzi generalizzato, anche detto inflazione.
E i mercati sanno bene che alla crescita dell’inflazione aumentano le probabilità di un rialzo dei tassi di interesse – il prossimo FOMC avrà luogo tra 22 giorni. Cosa significa tutto ciò in numeri?
Partendo dagli Stati Uniti, dal giorno uno del conflitto, il Dow Jones sta cedendo il 4,3%, l’S&P500 il 3,1% e il Nasdaq 100 l’1,6% – il Dow Jones subisce più degli altri due proprio perché maggiormente esposto alle variazioni dei prezzi energetici. È interessante notare che, dall’ultimo update, i tre listini hanno messo a segno un recupero di una certa importanza: Dow Jones, S&P500 e Nasdaq 100 da lunedì 30 marzo hanno guadagnato, rispettivamente, il 3,2%, il 4,2% e il 5,4%.
Ma voliamo in Europa, che non se la passa bene: l’Eurostoxx 50 (STOXX), l’indice che include le top 50 aziende europee, nello stesso periodo sta perdendo il 5,1%. Nel dettaglio, Londra è giù del 3,3%, Parigi del 4,7% e Francoforte del 5,7%. Milano fa molto meglio e frena le perdite a un modesto -0,8%. Anche in questo caso, vale lo stesso discorso di sopra: da martedì 30 marzo, STOXX ha recuperato il 3.9% mentre i principali quattro indici europei hanno messo a segno, nell’ordine, il +4,6%, il +4%, il +4,4% e il +6,1%.
Anche in Asia la situazione non è rosea: il Nikkei, che rappresenta le 225 aziende più importanti del Giappone, sta lasciando il 7,1%, mentre il KOSPI, principale indice sudcoreano, il 10,9%. In Cina, anche l’Hang Seng, che finora aveva contenuto le perdite, segna un calo del 3,7%.
Focus metalli preziosi: oro e argento
In questo caos, sarebbe lecito aspettarsi un buon comportamento da parte dei metalli preziosi, universalmente concepiti come lido sicuro in tempi di forti turbolenze. Non è proprio così.
La quotazione dell’oro, dal 2 marzo (primo giorno di contrattazioni dall’inizio della guerra), è scesa dell’8,6%, seguita a stretto giro dall’argento (-19,2%). Contestualmente, nonostante non sia un metallo prezioso, il dollaro torna ad assumere un ruolo di riserva di valore: in queste cinque settimane, il DXY – dollaro vs sei principali valute estere – sta guadagnando l’1,5%.
E il mercato crypto?
Il mercato crypto è in controtendenza rispetto all’andamento generale: da sabato 28 febbraio, Bitcoin sta guadagnando il 3,5%, dopo settimane di alta volatilità in cui è riuscito a rompere i 70.000$ per ben tre volte – ora si trova sulla linea dei 68.100$; Ethereum fa anche meglio con un +8%; Ripple e Solana, invece, viaggiano in territorio negativo rispettivamente a -3,5% e -3%. In generale, la Total Market Cap è cresciuta di circa 67 miliardi di dollari (+3%).
Qualche dato interessante
Secondo BitcoinTreasuries.net, negli ultimi trenta giorni le Public Companies e gli ETF hanno aumentato i loro stake di Bitcoin del 2,4% e dello 0,5%. In altre parole, da una parte le società quotate – come Strategy (MSTR) – hanno aggiunto circa 27.300 BTC alle proprie tesorerie, portando il totale detenuto a 1,17 milioni di BTC. Dall’altra, le società emittenti di ETF – come iShares di BlackRock proprietaria di IBIT – hanno registrato afflussi positivi pari a circa 8.000 BTC.
In sintesi, i dati ci dicono che la quantità di Bitcoin disponibile si riduce, con conseguenze positive per il prezzo, come spiegato dalla legge della domanda e dell’offerta.
Siamo di fronte a una rotazione dei capitali?
È la grande domanda, a cui gli investitori crypto (e non) stanno cercando di rispondere da giorni. Chiaramente, nessuno ha la risposta, perché il futuro non può essere previsto. In questi momenti, la cosa migliore da fare è studiare i fondamentali e capire il funzionamento dei protocolli. Non sai da dove partire? Non preoccuparti: la nostra Academy è ottima per chi vuole iniziare, ma anche per chi è già esperto e vuole ripassare.
In ultimo: se sei arrivata/o fino alla fine dell’articolo, significa che il tema ti interessa: iscriviti al nostro canale Telegram o a Young Platform cliccando qui sotto per non perdere gli aggiornamenti!


