Riunione FED luglio 2026: cos’è successo? 

Kevin Warsh FOMC giugno

Riunione FED luglio 2026: il FOMC mantiene i tassi di interesse invariati. Quali sono le motivazioni? Come hanno reagito i mercati? 

Si è appena conclusa la riunione della FED del 29 luglio 2026 in cui il neo Presidente Kevin Warsh ha comunicato la decisione del FOMC sui tassi di interesse. Come previsto, il Comitato ha scelto di mantenere i tassi di interesse invariati nel range tra il 3,5% e il 3,75%.

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Riunione FED luglio 2026: come da previsione, il FOMC lascia i tassi invariati

Al termine della riunione del 29 luglio 2026, il Federal Open Market Committee (FOMC) ha annunciato la sua attesa decisione sulla politica monetaria statunitense. Il comitato guidato da Kevin Warsh ha optato per mantenere i tassi di interesse invariati, nel range tra il 3,5% e il 3,75%, come previsto. La decisione è arrivata con un voto spaccato 9 a 3.

Le motivazioni

Durante la conferenza stampa, il Presidente della Fed ha voluto sciogliere un nodo rilevante: nessun approccio dovish – incline al taglio dei tassi – sul breve termine. “L’economia statunitense”, ha affermato Warsh, “mostra un’impressionante resilienza”, con una crescita solida e un mercato del lavoro stabile, ma la lotta all’inflazione resta la priorità assoluta.

Sul tema, il Fed Chair ha pronunciato parole chiare: “Lasciatemelo ribadire: Non esiste un target d’inflazione morbido, non esiste un target implicito morbido, non sotto la guida di questo Comitato. C’è un solo target, ed è il 2%

Il Presidente ha poi sottolineato come il raggiungimento della stabilità dei prezzi sia un processo che richieda tempo: “Questa Fed non vacillerà: abbiamo iniziato un nuovo capitolo e comprendiamo che oltre cinque anni di inflazione sopra il target non possono essere curati in nove settimane o da un singolo mese di lievi cali dei prezzi”.

Un messaggio chiaramente hawkish, che segnala la forte determinazione della Fed a guida Warsh nel voler riportare l’inflazione quanto più vicina al target del 2%, costi quel che costi.

Le reazioni dei mercati

L’intransigenza di Warsh sull’inflazione ha sorpreso in negativo i mercati finanziari tradizionali, mentre il mercato crypto ha mostrato maggiore resistenza.  

Wall Street ha accusato il colpo:

Il Dow Jones ha chiuso in ribasso di 1.153,18 punti (-2,19%), registrando la peggiore perdita giornaliera da aprile 2025. L’S&P 500 è sceso del 1,52% a quota 7.316,15 punti, mentre il Nasdaq ha ceduto l’1,74% scendendo a 24.442,94 punti.

La conferenza di Warsh, inoltre, non ha aiutato le aziende legate all’AI, che continuano a perdere terreno dopo il sell-off di questi giorni: Nvidia -3,55% (settimanale: -8,7%), AMD -5,5% (settimanale: -18,6%), Broadcom -2,8% (settimanale: -5%), ASML -2% (settimanale: -10,8%), Micron -9,9% (settimanale: -20,7%) e Intel -5,1% (settimanale: -11,4%). 

E il mercato crypto?

Il mercato crypto inizialmente reagisce in positivo per poi ritracciare e assestarsi sui livelli pre-conferenza. 

Bitcoin si era spinto verso i $64.400 subito dopo l’annuncio dei tassi invariati, per poi tornare sotto i $64.000 non appena Warsh ha aperto la conferenza dichiarando che “non esiste un target morbido sull’inflazione”. Ethereum, che prima della conferenza si aggirava suI 1.930$, è tornato sui 1.880$ per poi rimbalzare in zona 1.900$. La Total Market Cap non si è mossa troppo dai 2,17 trillion di dollari.

Prossime riunioni della FED: cosa aspettarsi?

La sensazione generale è che la Fed rimarrà dipendente dai dati economici in arrivo senza anticipare le proprie mosse. Tuttavia, la stragrande maggioranza degli analisti si aspetta almeno un rialzo dei tassi di interesse entro la fine del 2026

Per cui, dal momento che l’anno sta giungendo al termine, si alzano notevolmente le probabilità di un incremento: coerentemente il FedWatch – ad oggi, 30 luglio –dà il No Change al 32,8% e il rialzo di 25 punti base al 67,2%. 

Il prossimo FOMC è previsto per il 15-16 settembre: entra nel nostro canale Telegram per rimanere aggiornato sulle news che muovono i mercati!

AI sell-off: Nvidia non è più l’azienda a maggiore capitalizzazione del mondo. Qual è la situazione?

NVIDIA

Il settore tech e dei chip sta affrontando un forte sell-off: Nvidia perde il primo posto come azienda più capitalizzata al mondo. Cosa succede?

I mercati globali stanno attraversando una fase di forte turbolenza, con il settore tecnologico e, in particolare, i produttori di chip al centro di un’intensa ondata di vendite. I timori legati ai pesanti investimenti nell’Intelligenza Artificiale, uniti all’avanzamento della concorrenza asiatica e all’incertezza sui tassi di interesse, stanno provocando una fuga generalizzata dai titoli legati al settore.

AI sell-off: il KOSPI perde il 10%, Nvidia il 5%

Negli ultimi giorni, le azioni legate alle società produttrici di semiconduttori stanno attraversando una fase di flessione netta. L’indice sudcoreano KOSPI, ad esempio, ha perso circa un terzo del suo valore rispetto ai massimi segnati verso la metà di giugno.

L’indice KOSPI, infatti, si caratterizza per essere fortemente sbilanciato sul comparto tech e, nella notte tra il 27 e il 28 luglio, ha subito un tracollo di quasi il 10%: le autorità, per scongiurare scenari catastrofici, sono state costrette ad attivare il “circuit breaker“, un meccanismo finalizzato a frenare il panic selling. Le principali responsabilità di tale performance sono da attribuire ai colossi come Samsung Electronics e SK Hynix, che hanno registrato perdite di circa il 12%.

Quali sono le cause di questo nervosismo? In una frase, i crescenti dubbi del mercato sono legati alla domanda: chi si farà carico dei costi stratosferici riconducibili al boom dell’AI?

A ciò, si aggiunge la “minaccia” di una concorrenza cinese sempre più aggressiva, che potrebbe rendere vani gli investimenti in Capex (Capital Expenditure) delle società americane, ma anche il discorso relativo alla politica monetaria degli Stati Uniti

Infatti, data la situazione attuale, in cui il prezzo dell’energia agisce come un fattore inflazionistico per nulla trascurabile, il taglio dei tassi di interesse da parte del FOMC (Federal Open Market Committee) è un’opzione molto improbabile, per usare un eufemismo. 

In questo clima, Nvidia, l’azienda che più di tutte rappresenta il settore dell’AI, nella seduta del 27 luglio ha perso il 5%. A innescare le vendite, la diffusione di indiscrezioni su un suo potenziale investimento da 250 miliardi di dollari per un maxi-progetto di data center targato OpenAI.

Nvidia perde il primo posto come azienda più capitalizzata

Nvidia ha perso lo status di azienda più capitalizzata al mondo, cedendo il gradino più alto del podio ad Apple: alla chiusura dei mercati di lunedì, Apple ha raggiunto una capitalizzazione di 4,95 trillion di dollari, superando i 4,76 trillion di Nvidia

Gli investitori starebbero premiando la strategia di Apple, ritenuta più oculata: l’azienda di Cupertino ha sempre preferito affittare capacità computazionale per l’AI anziché sostenere gli ingenti costi necessari per costruire infrastrutture e data center propri.

Open Secure AI Alliance: cos’è, chi partecipa e a cosa serve?

Mentre i mercati azionari tremano, le aziende AI si muovono: Nvidia ha annunciato la nascita dell’Open Secure AI Alliance, una coalizione che riunisce giganti della tecnologia, cybersecurity e ricerca, tra cui Adobe, CrowdStrike, Dell Technologies, Microsoft e Hugging Face.

Lo scopo dell’alleanza è sviluppare, difendere e condividere strumenti open source per garantire la sicurezza informatica e contrastare le minacce guidate dall’AI. Concettualmente, l’Open Secure AI Alliance è per l’intelligenza artificiale ciò che il Bitcoin Security Consortium è per Bitcoin, con una differenza fondamentale: se il secondo ha una funzione preventiva, finalizzata ad anticipare le future potenziali minacce rappresentate dal quantum computing, la prima nasce in risposta a un recente incidente di sicurezza già avvenuto.

È il caso dell’hacking di Hugging Face, una piattaforma di riferimento per l’intelligenza artificiale, causato proprio da un agente autonomo di OpenAI, riuscito a sfuggire al controllo

E il mercato crypto?

Data la nota correlazione tra gli asset digitali e il settore tech, ci saremmo potuti aspettare un mercato crypto meno resistente ad eventi di questa portata. Bitcoin ed Ethereum, invece, sembrerebbero mostrare forza

Dall’inizio della settimana (lunedì 27 luglio) al momento in cui scriviamo (28 luglio, ore 11:35), BTC ed ETH stanno cedendo, rispettivamente, il 2,9% e il 3,7% mentre la Total Market Cap ha visto l’uscita di “soli” 63 miliardi di dollari, equivalente a un -2,8%.

Come accennato più volte, tendenzialmente la correlazione tra BTC e i titoli azionari è più marcata quando lo stress di mercato scaturisce da eventi di natura più macroeconomica, come l’andamento dei tassi d’interesse. 

Tuttavia, quando la pressione riguarda prettamente i dubbi sugli utili o sulle spese aziendali nel solo mercato azionario, Bitcoin tende a disaccoppiarsi. È importante sottolineare che non si tratta – ovviamente – di una legge ma di un pattern osservato più volte che, per definizione, è soggetto a invalidazione.

Il sell-off nell’AI continuerà o è una correzione momentanea?

Questa ondata di vendite segna l’inizio di una fuga dal settore dell’AI o, al contrario, si tratta semplicemente di una correzione, cioè una presa di profitto, dopo un bull market che dura da mesi? 

Detta in un altro modo: gli investimenti messi in campo per l’AI riusciranno a tradursi in ritorni economici e profitti reali per le Big Tech, oppure stiamo andando incontro a un drastico ridimensionamento delle stime di crescita? 

Con i giganti della tecnologia prossimi a pubblicare le loro trimestrali e le imminenti decisioni della Federal Reserve sui tassi di interesse, le prossime giornate saranno fondamentali per cercare di avere un quadro più chiaro: siamo al capolinea di un rally incredibile o semplicemente ci troviamo di fronte a un’inversione temporanea?

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Clarity Act: emergono nuovi problemi? Update al 23/07

Clarity Act

Il Clarity Act, la legge per regolamentare le crypto, sembra vicino all’approvazione finale. Ecco le ultime novità.

Il Clarity Act, la più importante proposta di legge sulla regolamentazione delle criptovalute negli Stati Uniti, sembrerebbe vicino alla svolta. Il recente superamento dell’ostacolo politico principale, rappresentato dalla questione etica relativa ai profitti crypto di funzionari federali, tra cui Donald Trump, avrebbe sbloccato la situazione. Quindi, quali sono gli ultimi sviluppi?

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Cos’è il Clarity Act?

Prima di entrare nel dettaglio, diamo rapidamente un po’ di contesto: cos’è il Clarity Act? E perché è così decisivo?

Il Clarity Act, in breve, è una proposta di legge sulla struttura del mercato degli asset digitali che mira a regolamentare in modo completo l’industria delle criptovalute negli Stati Uniti per la primissima volta. 

Il disegno di legge, infatti, ha l’obiettivo di definire regole chiare per il settore, soprattutto attraverso una distinzione netta dei ruoli delle autorità di vigilanza più importanti, cioè la Commodity Futures Trading Commission (CFTC) e la Securities and Exchange Commission (SEC)

A cosa serve il Clarity Act? 

Il Clarity Act ha lo scopo di stabilire se un asset digitale sia da considerarsi una “commodity“, cioè un bene di scambio o materia prima, o una “security“, ovvero un titolo finanziario o contratto di investimento. Nel primo caso, l’asset in questione rientrerebbe nel perimetro di competenza della CFTC mentre, nel secondo, sarebbe sottoposto alla giurisdizione della SEC. 

Oltre a ciò, il Clarity Act si pone anche l’obiettivo di migliorare e rendere effettive le norme legate alla trasparenza, all’antiriciclaggio e alle eventuali sanzioni.

Gli effetti della sua approvazione sarebbero enormi. Un mercato regolamentato da un quadro normativo chiaro come quello garantito dal Clarity Act potrebbe favorire una nuova e forte ondata di investimenti e innovazione nel settore crypto degli Stati Uniti. 

Il motivo è semplice: i grandi capitali fuggono dal rischio e hanno bisogno di certezze. Pensaci: finanzieresti mai la costruzione di un condominio su un terreno dove i permessi per costruire devono ancora essere concessi?  

Le ultime dichiarazioni: qualcosa si muove?

Il dibattito politico attorno alla legge si è intensificato e le ultime settimane sono state decisive. In particolare, un paio di dichiarazioni abbastanza esplicite hanno attirato la nostra attenzione. Vediamole al volo.

Scott Bessent: “1-Yard Line

Il Segretario al Tesoro degli Stati Uniti, Scott Bessent, ha fornito una prospettiva a dir poco ottimistica sull’iter di approvazione: ricorrendo a una metafora del football americano, sport molto popolare negli Stati Uniti, Bessent ha dichiarato che i legislatori si trovano sulla “1-Yard Line”, letteralmente la “a una sola yard dalla meta” per il Clarity Act. 

Come si può facilmente dedurre, il Segretario al Tesoro ha usato questa espressione per comunicare ai media che siamo a “un solo passo dalla meta”, cioè dal raggiungimento dell’obiettivo.

Inoltre, lo stesso Bessent ha esortato il Congresso a compiere l’ultimo sforzo necessario per far approvare il provvedimento in via definitiva prima dell’imminente pausa estiva, cioè prima di agosto.

Kevin Cramer: “Almost there

Il senatore repubblicano Kevin Cramer sembra essere sulla stessa lunghezza d’onda: ha affermato che il Senato è “quasi arrivato” a un accordo finale. Cramer, nello specifico, ha spiegato che i dettagli normativi si stanno facendo sempre più chiari e che l’ostacolo principale in questa fase finale riguarda solo la revisione da parte dei Democratici di alcuni nuovi emendamenti.

Restano da limare ancora dei piccoli dettagli, ma Cramer – come Scott Bessent – ha sottolineato l’assoluta necessità di completare i lavori entro “un paio di settimane, prima che il Senato chiuda per le vacanze.

Clarity Act e Trump: la questione etica

Il più grande ostacolo che ha bloccato l’avanzamento del disegno di legge per oltre un anno è stata la cosiddetta “disposizione etica“, in inglese “ethics provision”. Si tratta di una norma progettata per vietare ai funzionari federali, inclusi il Presidente, il Vicepresidente e i membri del Congresso, di emettere criptovalute, sponsorizzarle o trarne profitto durante il loro mandato governativo.

A volere fortemente l’inserimento di questa clausola nel disegno di legge sono stati in primo luogo i Democratici, a causa delle attività di Donald Trump: i documenti finanziari – la financial disclosure – pubblicati nel luglio 2026, hanno infatti rivelato che Trump ha incassato circa 1,4 miliardi di dollari in profitti legati alle criptovalute nel corso del 2025, derivanti in gran parte dalla sua memecoin TRUMP e dalla società di famiglia World Liberty Financial (WLFI). 

Per disinnescare le accuse di conflitto di interessi, neutralizzare la leva politica dell’opposizione e ottenere i voti democratici necessari per superare l’ostruzionismo (il cosiddetto muro dei 60 voti), a Trump è stato chiesto di accettare queste limitazioni etiche. 

A che punto siamo? Dopo mesi di trattative, a fine luglio 2026, Trump avrebbe dato il suo consenso e firmato il testo della disposizione etica: l’accordo prevede che l’ente incaricato di far rispettare queste regole sarà il Dipartimento di Giustizia (DOJ) e non i procuratori generali dei singoli Stati (come volevano i Democratici), un dettaglio che continua a generare qualche attrito. 

Update al 23/07: emergono nuovi problemi  

La recente pubblicazione della bozza finale di 616 pagine del Clarity Act da parte dei senatori repubblicani ha però raffreddato rapidamente gli entusiasmi: la disposizione etica non è così…etica.

Il testo, infatti, vieta l’emissione di asset digitali ai funzionari pubblici e ai loro coniugi, ma non si estende agli altri membri della famiglia: un modo per salvaguardare di fatto gli affari della famiglia Trump legati alla World Liberty Financial (WLFI).

Inoltre, la bozza non richiede ai politici di liquidare gli attuali investimenti in criptovalute e include una “clausola di decadenza” – originale: sunset clause – che farà scadere queste restrizioni già a gennaio 2029.

Di fronte alle condizioni appena descritte, ritenute troppo deboli, e all’affidamento dei controlli al Dipartimento di Giustizia, alcuni Democratici moderati chiave hanno annunciato che non supporteranno il disegno di legge in Senato. Si tratta, ovviamente, di una pessima notizia per i Repubblicani: senza il loro supporto, non è possibile superare la soglia dei 60 voti necessari per l’approvazione.

Ma non ci sono solo i Democratici. A complicare ulteriormente la situazione è l’industria bancaria tradizionale: le principali associazioni bancarie americane si sono formalmente schierate contro il disegno di legge, sostenendo che non tuteli adeguatamente il sistema finanziario.

Uno dei timori principali fa riferimento ai rendimenti offerti dalle stablecoin e il relativo “deposit flight”: perché un risparmiatore dovrebbe continuare a tenere fermi i propri fondi in banca quando può generare yield con le stablecoin?

Le reazioni dei mercati: ottimismo o scetticismo?

Nonostante l’importante passo avanti a livello politico, i mercati segnalano un mix di ottimismo a breve termine e scetticismo sulle probabilità di successo finale. 

Infatti, la notizia dell’accordo di Trump sulla disposizione etica coincide con una ripresa dell’interesse: dal 20 luglio, secondo quanto riportato da Coinglass, gli ETF crypto hanno registrato afflussi netti per ben 692,5 milioni di dollari, di cui 499 milioni sugli ETF su Bitcoin e 147,5 milioni su quelli su Ethereum. Coerentemente, nello stesso breve periodo, Bitcoin è cresciuto fino al 2,8% fallendo, però, l’assalto alla resistenza dei 67.000$, così come Ethereum, che prima sale fino ai 1.955$ (+4,5%) per poi ritracciare e segnare un più modesto + 2,1%. 

N.B. – Ricordiamo che correlazione non significa causalità. Gli ETF Crypto, per esempio, stanno attraversando un momento complessivamente buono: dopo giugno, il peggior mese di sempre, i dati ci dicono che il net flow (acquisti meno vendite) relativo a questi prodotti finanziari è positivo da sette giorni consecutivi.

Le reazioni dei mercati: ottimismo o scetticismo?

Nonostante l’importante passo avanti a livello politico, i mercati segnalano un mix di ottimismo a breve termine e scetticismo sulle probabilità di successo finale. 

Infatti, la notizia dell’accordo di Trump sulla disposizione etica coincide con una ripresa dell’interesse: dal 20 luglio, secondo quanto riportato da Coinglass, gli ETF crypto hanno registrato afflussi netti per ben 552 milioni di dollari, di cui 430 milioni sugli ETF su Bitcoin e 75,5 milioni su quelli su Ethereum. Coerentemente, nello stesso breve periodo, Bitcoin è cresciuto fino al 2,8% fallendo, però, l’assalto alla resistenza dei 67.000$, mentre Ethereum ha segnato un +3,1%.

N.B. – Ricordiamo che correlazione non significa causalità. Gli ETF Crypto, per esempio, stanno attraversando un momento complessivamente buono: dopo giugno, il peggior mese di sempre, i dati ci dicono che il net flow (acquisti meno vendite) relativo a questi prodotti finanziari è positivo da sei giorni consecutivi.

Il Clarity Act verrà approvato?

Difficile dirlo con certezza: da un lato, il superamento dell’ostacolo etico potrebbe facilitare il consenso bipartisan, ovvero il voto favorevole da parte di Democratici e Repubblicani; dall’altro lato, c’è un tema di tempo: il Senato ha a disposizione solo fino alla prima settimana di agosto per votare e la legge deve competere per lo spazio in aula con altre priorità politiche urgentissime. 

Come abbiamo detto all’inizio, il Clarity Act è un importante provvedimento che regolarizzerebbe il mercato crypto americano: la sua approvazione aprirebbe la porta a investimenti, innovazione e sviluppo a lungo termine, offrendo quella certezza legale tanto attesa dagli operatori, che potrebbero finalmente abbandonare le preoccupazioni legate alle ripercussioni normative.

Non resta che attendere e vedere se il Congresso riuscirà a segnare quest’ultimo touchdown, per usare la metafora di Bessent. 

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Inflazione USA: il dato del CPI oggi

Inflazione USA: il dato del CPI di oggi

È uscito il Consumer Price Index (CPI), il dato utilizzato per stimare l’inflazione negli Stati Uniti d’America

È uscito il Consumer Price Index (CPI), il dato utilizzato per stimare l’inflazione negli Stati Uniti d’America. Il destino dei mercati passa dall’inflazione USA e, quindi, dal dato del Consumer Price Index (CPI) pubblicato il 14 luglio. In questo articolo, scopriremo cos’è il CPI, perché è importante e analizzeremo gli ultimi dati disponibili.

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CPI significato

Tecnicamente, il CPI (Consumer Price Index), o Indice dei Prezzi al Consumo, è un indicatore economico fondamentale che misura quanto sono cambiati i prezzi di beni e servizi che compriamo quotidianamente. In altre parole, il CPI ci dice quanto costa oggi vivere rispetto al passato.  

Il CPI si calcola raccogliendo i dati sui prezzi di un “paniere” rappresentativo di beni e servizi che i consumatori solitamente acquistano. Questo paniere include una varietà di prodotti, come cibo, abbigliamento, alloggio, trasporti, istruzione, assistenza sanitaria e altri beni e servizi comuni. Il Bureau of Labor Statistics (BLS) degli Stati Uniti raccoglie ogni mese i prezzi in 75 aree urbane e li confronta con quelli del periodo precedente.

Perché è importante?

Il CPI è utilizzato per misurare l’inflazione, cioè quanto aumenta il costo della vita. Se il CPI sale, significa che i prezzi stanno aumentando e che, in media, si deve spendere di più per vivere come si faceva prima.

Bitcoin e CPI: come sono legati?

Il Consumer Price Index è uno dei principali indicatori che i membri della Federal Reserve prendono in considerazione quando devono effettuare delle scelte in materia di politica monetaria: generalmente, quando l’inflazione scende, il FOMC (Federal Open Market Committee) è più sereno nel tagliare i tassi e viceversa.

Attualmente, tuttavia, gli analisti prevedono almeno un rialzo dei tassi di interesse entro la fine del 2026, soprattutto col cambio di vertice e l’ingresso del neo Presidente Kevin Warsh.

Bitcoin, in ogni caso, accoglie positivamente il taglio dei tassi: quando il denaro costa meno, gli investitori sono più inclini a spostare la liquidità verso asset più volatili alla ricerca di maggiori profitti. In questo scenario ipotetico, azionario e crypto rientrano tra le scelte principali.

In ogni caso, il CPI resta uno strumento fondamentale per comprendere l’andamento dell’inflazione e cercare di prevedere il comportamento della banca centrale americana: se ti interessa il tema, trovi tutte le date per il 2026 nel nostro articolo sul calendario delle riunioni della Fed.  

Ma quindi, com’è andato il CPI di oggi?

Inflazione USA di luglio 2026: l’analisi dei dati

Secondo il rapporto pubblicato dal BLS (Bureau of Labor Statistics), il CPI mensile (MoM) è diminuito dello 0,4% rispetto al mese precedente, così come il CPI anno su anno (YoY), che si è attestato al 3,5%, in forte calo dal 4,2% registrato a maggio – e diffuso a giugno.  Questo dato è abbastanza positivo, poiché l’inflazione anno su anno sembra rallentare dopo la fiammata causata dai rincari del prezzo dell’energia, avvicinandosi al target imposto dalla Fed, cioè il 2%. 

Il CPI di agosto sarà più alto? È probabile, ma non così sicuro: il dato di oggi (3,5% YoY) segnala un’inflazione più debole rispetto al mese scorso. Dall’altro lato, la guerra che vede coinvolti Stati Uniti, Israele e Repubblica islamica dell’Iran, e il relativo blocco di due dei principali colli di bottiglia al mondo – lo Stretto di Hormuz e di Bab-el Mandeb – stanno provocando ulteriori rincari del prezzo del petrolio Brent e WTI, con effetti inflazionistici a cascata su tutta la catena di produzione.

Taglio dei tassi all’orizzonte? Scordiamocelo

Cosa deciderà la Fed riguardo ai tassi di interesse nel FOMC del 15-16 settembre 2026? Sul FedWatch Tool, lo strumento principe per questo tipo di previsioni, le probabilità del taglio di 25 punti base sono ormai pari a zero. Il No Change è dato al 34,8%, con un restante 65,2% legato al rialzo dei tassi di 25 punti base. 

Dati storici del CPI YoY nel 2026 

Ecco come sta andando il CPI nel 2026:

Luglio 2026: +3,5% (+3,8%)
Giugno 2026: +4,2% (previsto + 4,2%)
Maggio 2026: +3,8% (previsto 3,7%)
Aprile 2026: +3,3% (previsto 3,3%)
Marzo 2026: 2,4% (previsto 2,4%)
Febbraio 2026: 2,4% (previsto 2,5%)
Gennaio 2026: 2,6% (previsto 2,7%)

Dati del 2025: 

Dicembre 2025: 2,7% (previsto 3,1%)
Ottobre 2025: 3% (previsto 3,1%)
Settembre 2025: 2,9% (previsto 2,9%)
Agosto 2025: 2,7% (previsto 2,7%)
Luglio 2025: 2,7% (previsto 2,7%)
Giugno 2025: 2,4% (previsto 2,5%)
Maggio 2025: 2,3% (previsto 2,4%)
Aprile 2025: 2,4% (previsto 2,5%)
Marzo 2025: 2,8% (previsto 2,9%)
Febbraio 2025: 3% (previsto 2,9%)
Gennaio 2025: 2,9% (previsto 2,9%)

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Adozione aziendale crypto: il report di giugno 

Crypto 2026

Bitcoin, Ethereum e crypto in generale: come si sono comportate le aziende a giugno? Cosa ci dice il report mensile di BitcoinTreasuries.net?

Quando il quadro è super bullish, l’attenzione è massima, l’euforia domina e arriva la solita valanga di post su X (ex Twitter) pieni di razzi, fiamme e caps lock. Dall’altro lato, quando il mercato è in flessione e il sentiment è negativo, il disinteresse regna, anche se è proprio in quei momenti che gli Smart Money accumulano in vista di miglioramenti futuri. In questo articolo analizziamo il June 2026 Corporate Adoption Report pubblicato da BitcoinTreasuries.net: come si sono mosse le aziende a giugno?

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Quanti Bitcoin sono entrati nelle tesorerie a giugno?

Senza ulteriori giri di parole, andiamo subito al dunque: nel corso del mese di giugno, le tesorerie delle società pubbliche, cioè quelle quotate in Borsa, hanno incrementato le loro posizioni in Bitcoin riportando un’aggiunta lorda di 8.992 BTC. Per aggiunta lorda si intende il volume totale degli acquisti effettuati sul mercato al netto delle vendite, cioè prima di sottrarre le eventuali cessioni. 

Se, infatti, andiamo a considerare il saldo netto mensile, ovvero la differenza tra i Bitcoin entrati e quelli usciti dalle tesorerie aziendali (nello stesso arco di tempo), la cifra si attesta a 7.314 BTC, equivalenti a circa 427 milioni di dollari. 

Il report, poi, considera anche il secondo trimestre del 2026, appena concluso: nei mesi di aprile, maggio e giugno, BitcoinTreasuries.net stima un’aggiunta netta di 110.000 BTC per le tesorerie delle società quotate: una crescita, riferiscono, superiore a quella dei due trimestri precedenti – Q1 2026 e Q4 2025.

Ma c’è una precisazione da fare: “Poiché alcune aziende presentano i report trimestrali a luglio, alcune operazioni di acquisto e vendita potrebbero non essere rilevate in questa sede”. I numeri, pertanto, potrebbero essere leggermente diversi da quelli appena descritti ma, continuano, “l’attività di acquisto si conferma ampiamente sostenuta nel tempo”.

I principali buyer del mese

Nel club dei grandi accumulatori societari, Strategy mantiene la prima posizione come top buyer ma, questa volta, con un margine nettamente inferiore sulla seconda rispetto al mese precedente: la Bitcoin Treasury Company più famosa del mondo, a giugno, ha inserito in bilancio 3.625 BTC – circa 22.000 BTC in meno rispetto a maggio. 

Al secondo posto troviamo Strive, asset manager istituzionale quotato al Nasdaq col ticker ASST fondato nel 2022, con 3.364 BTC aggiunti in tesoreria. Ultimo gradino del podio, infine, per MARA Holdings (MARA), che si occupa di digital asset e infrastrutture energetiche, nota principalmente per essere sia holder che miner di Bitcoin: l’azienda, durante il sesto mese dell’anno, ha comprato 1.000 BTC

Non solo acquisti: chi ha venduto e quanto?

Il mercato, ovviamente, non è fatto di solo accumulo. A giugno, infatti, il totale venduto dalle società pubbliche ammonta a 1.677 BTC, equivalenti a 98 milioni di dollari. Le riduzioni di tesoreria più significative sono state effettuate da Fold Holdings (-634 BTC), Nakamoto Inc (-591 BTC) e HIVE Digital (-331 BTC).

Grande attesa per la Bitcoin Standard Treasury Company di Adam Back

Il report di BitcoinTreasuries.net segnala BSTR, acronimo di Bitcoin Standard Treasury Company. Ma cos’è BSTR? Diamo rapidamente contesto.

Creata e guidata da Adam Back, celebre pioniere degli albori di Bitcoin e attuale CEO di Blockstream, BSTR è un’azienda che fonda il suo modello di business sull’accumulo di Bitcoin su larga scala, a cui sono affiancate le classiche strategie attive per la generazione di rendimento. In ogni caso, l’obiettivo finale dichiarato di BSTR è quello di imporsi come un attore di primo piano nel settore delle tesorerie crypto. 

La Bitcoin Standard Treasury Company dovrebbe essere inserita a breve nel Nasdaq, diventando così una public company: la data è incerta, ma BSTR prevede di quotarsi con ben 30.021 BTC a bilancio. Una volta pubblica, la società di Adam Back guadagnerebbe la quinta posizione per Bitcoin detenuti nella classifica delle Bitcoin Treasury Companies quotate.

Ethereum e altcoin: la diversificazione corporate da quasi 20 miliardi

Fermarsi solo a Bitcoin racconterebbe una storia incompleta, perché le aziende più innovative stanno iniziando a guardare con estremo interesse alle altcoin: attualmente, le società pubbliche detengono nei propri bilanci quasi 20 miliardi di dollari in altcoin, di cui 12,5 miliardi solo in Ethereum

Bitmine domina ancora e si conferma il colosso indiscusso con più di 5,7 milioni di ETH in tesoreria. Nello specifico, a giugno, l’azienda presieduta da Tom Lee ha comprato circa 309.000 ETH, di cui 127.000 solo nella seconda settimana del mese: si tratta di un incremento del 5,7% rispetto a maggio.

Ma, come è noto, l’azienda non ha intenzione fermarsi: ha formalmente dichiarato al mercato di puntare al raggiungimento del 5% – the Alchemy of 5% – dell’intera fornitura totale nel corso del 2026.

Un altro attore di rilievo è Sharplink, che attualmente detiene quasi 870.000 ETH (sei volte in meno rispetto a Bitmine): ne parleremo tra un mese, perché l’azienda ha ripreso ad acquistare Ethereum a luglio, dopo ben otto mesi di stop. 

Spazio anche per Solana, Hyperliquid e XRP

I dati di giugno 2026 evidenziano infine che l’interesse corporate sta colonizzando anche altri progetti: in breve, i bilanci aziendali registrano attualmente posizioni di rilievo in Solana per circa 1,4 miliardi di dollari, Rain e Hyperliquid per 1,3 miliardi, e XRP per poco più di mezzo miliardo.

Ci sentiamo tra un mese!

In conclusione: oggi la tesoreria aziendale va ben oltre i classici titoli di Stato a basso rendimento, ma sembrerebbe in una fase di evoluzione in una gestione digitale e diversificata, perfettamente integrata con le tecnologie finanziarie più moderne

In ogni caso, a prescindere dall’andamento del mercato, noi monitoreremo mese per mese le strategie aziendali relative al settore crypto: per continuare a seguire questi aggiornamenti, iscriviti al nostro canale Telegram o clicca qui sotto!

Swift, blockchain e tokenizzazione: via al test

Swift, blockchain e tokenizzazione: via al test

Swift si prepara al grande test: “pronti a implementare la blockchain per il trasferimento cross-border di depositi tokenizzati”

Nel mondo degli investimenti in cripto-attività, si parla spesso di come la finanza tradizionale (TradFi) stia lentamente abbracciando la tecnologia decentralizzata. Oggi, però, uno degli attori centrali del mondo economico e finanziario globale ha fatto un passo da gigante che merita tutta la nostra attenzione. Parliamo di Swift: via al test per il trasferimento dei depositi tokenizzati su blockchain.

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Cos’è Swift e perché questa notizia è fondamentale

Per chi non è così esperto di infrastruttura bancaria, Swift rappresenta la spina dorsale invisibile dei pagamenti mondiali: è una cooperativa di respiro globale controllata dai propri membri, nonché principale fornitore al mondo di sistemi per il trasferimento di denaro a livello internazionale. Per capire l’importanza di Swift, basti pensare che la sua infrastruttura connette oltre 11.500 istituzioni finanziarie in più di 200 paesi e territori.

La notizia di cui parleremo in questa sede è la seguente:  il nuovo registro distribuito di Swift, interamente basato su blockchain, è ufficialmente pronto per la fase di test.

Dalla teoria alla pratica: il test globale e l’obiettivo 24/7 

Come recita la nota canzone del celebre ex wrestler John Cena, “The Time is Now”. Swift, il 9 luglio, ha diffuso un comunicato stampa che non lascia spazio a interpretazioni: “Il registro blockchain di Swift è pronto all’uso: 17 banche fanno da apripista per i pagamenti transfrontalieri tokenizzati su un’infrastruttura globale affidabile”. 

È chiaro che non stiamo parlando di una remota dichiarazione di intenti, ma di un aggiornamento pronto per essere implementato: ben 17 grandi banche provenienti da più continenti si stanno preparando per avviare transazioni pilota utilizzando depositi tokenizzati direttamente sui propri registri.

Tra i partecipanti di questa prima fase sperimentale figurano colossi finanziari del calibro di Citibank, Bank of New York, HSBC, UBS e BNP Paribas.

Qual è l’obiettivo finale di questa operazione?

Molto semplicemente, lo scopo è risolvere uno dei problemi più antichi della finanza globale: gli orari di chiusura. Come? Ovviamente – e non siamo per nulla stupiti – sfruttando la blockchain. In questo modo, l’infrastruttura punta a sbloccare movimenti di denaro più veloci e flessibili, supportando pagamenti transfrontalieri operativi 24 ore su 24 e 7 giorni su 7. Questo significa permettere lo spostamento di fondi e la liquidazione anche durante la notte e nei fine settimana, esattamente come accade da anni sui mercati crypto.

Ciò che stupisce, però, è la velocità con cui si è passati dalla teoria alla pratica: Swift ha bruciato una tappa dopo l’altra, saltando dall’ideazione concettuale all’attivazione del ledger basato su blockchain in soli nove mesi, grazie ai feedback diretti delle istituzioni internazionali. 

Le grandi banche in piena FOMO?

I top manager delle top banche mondiali non lo nascondono più: la decentralizzazione e i registri distribuiti non sono più visti come esperimenti di nicchia, ma come la soluzione più efficiente per questo tipo di problemi.

Thierry Chilosi, Chief Business Officer di Swift, ha spiegato che la blockchain permette al valore tokenizzato di spostarsi oltre confine con la flessibilità e la velocità richieste dal commercio moderno, portando “la fiducia e la stabilità della finanza consolidata alle frontiere della moneta digitale“. 

Sulla stessa lunghezza d’onda si pongono dirigenti come Lim Soon Chong di DBS (The Development Bank of Singapore) e Lisa Vasic di ANZ (Australia and New Zealand Banking Group), i quali hanno sottolineato come i fondi tokenizzati consentano alle banche di gestire la liquidità in modo radicalmente più flessibile, rapido e trasparente.

Manish Kohli di HSBC (The Hongkong and Shanghai Banking Corporation) ha evidenziato il fatto che l’infrastruttura blockchain sia uno strumento fondamentale per far funzionare i pagamenti “in tempo reale, attraverso i fusi orari, e senza interruzioni artificiali“. 

Allo stesso modo, manager come So Lay Hua di UOB (United Overseas Bank) e Andreas Kubli di UBS (Union Bank of Switzerland) confermano che questo nuovo ecosistema 24/7 sblocca il settlement istantaneo e facilita l’adozione su larga scala degli asset digitali.

Se Swift punta sulla blockchain…

Insomma, quando Swift, infrastruttura alla base del sistema economico e finanziario globale, arriva a considerare seriamente la blockchain per spostare enormi masse di denaro tokenizzato, il dato è chiaro: la tokenizzazione degli asset non è una promessa del futuro, ma è già qui e, probabilmente, è destinata a restare.

Iran: guerra finita? Come stanno reagendo i mercati?

Guerra Israele-USA e Iran: le reazioni dei mercati?

La guerra tra USA e Iran sembra essere arrivata alla fine: le parti dovrebbero firmare un accordo in settimana. Come stanno reagendo i mercati?

La guerra tra Stati Uniti-Israele e Iran è entrata nel terzo mese, che sembra anche essere l’ultimo: lo Stretto di Hormuz, snodo fondamentale dove passa un quinto della produzione mondiale di petrolio e GNL, potrebbe iniziare a sbloccarsi a breve, poiché le delegazioni iraniana e statunitense sembrano intenzionate a trovare un accordo. Le Borse mondiali, ovviamente, sono molto ottimiste. Il mercato crypto sembra seguire: qual è la situazione?

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Guerra in Iran: la timeline del conflitto

Nella mattinata italiana del 28 febbraio, Stati Uniti e Israele davano ufficialmente avvio a una serie di bombardamenti coordinati ai danni dell’Iran: in meno di 24 ore, raggiungono uno dei principali obiettivi dei raid, eliminando l’Ayatollah Alì Khamenei, guida suprema della Repubblica islamica iraniana. A poche ore dall’evento, i Guardiani della rivoluzione, uno dei tre corpi armati iraniani, dichiaravano chiuso lo Stretto di Hormuz: “Se qualcuno tenterà di passare, gli eroi delle Guardie Rivoluzionarie e della marina regolare daranno alle fiamme quelle navi”. 

Nei giorni successivi, il traffico nello Stretto si è ridotto drasticamente: i media e gli organi di sicurezza internazionali segnalavano la presenza di mine navali nel canale. Il prezzo delle materie prime energetiche, di conseguenza, è schizzato alle stelle: attraverso lo Stretto di Hormuz passa tra il 25% e il 30% della produzione mondiale di petrolio e di GNL (gas naturale liquefatto). Con l’apertura del fronte, il Brent – benchmark internazionale – è schizzato alle stelle ed è rimasto stabilmente sopra i 100$ al barile. 

I tre mesi successivi è stato un continuo alternarsi tra minacce reciproche e aperture negoziali, ma le parti in conflitto sono riuscite a mettersi d’accordo: ufficialmente, mentre scriviamo, Stati Uniti e Repubblica islamica dell’Iran hanno temporaneamente seppellito l’ascia di guerra. 

In merito, dal weekend del 23-24 maggio, i principali media internazionali hanno iniziato a parlare di passi avanti verso la chiusura definitiva della guerra: CNN, per esempio, titolava “Stati Uniti e Iran mostrano segnali di progresso negli sforzi per porre fine al conflitto, ma i dettagli cruciali di un accordo quadro sono ancora in fase di negoziazione”.

Alla fine, tra venerdì 12 e domenica 14 giugno, il presidente degli Stati Uniti ha iniziato a dare segnali sempre più incoraggianti: da un vago “abbiamo concluso la guerra” a un vero e proprio annuncio di firma imminente. 

Infatti, secondo quanto riferito dai media più importanti del mondo, venerdì 19 giugno le rispettive delegazioni dovrebbero incontrarsi in Svizzera per apporre le firme. 

Il Brent, dai massimi toccato a fine aprile, ha peso più del 30% e, mentre scriviamo, si aggira sugli 82,6$ al barile, un prezzo che non si vedeva dal 4 marzo. 

Le performance dei principali indici azionari

Quando il prezzo dell’energia cresce a dismisura, l’economia reale ne risente: le aziende spendono di più per produrre a causa dell’aumento trasversale dei costi, come quelli per il trasporto e per l’elettricità in generale. Il risultato: i rincari, alla fine, vengono trasferiti sul consumatore, che vede un rialzo dei prezzi generalizzato, anche detto inflazione

E i mercati sanno bene che alla crescita dell’inflazione aumentano le probabilità di un rialzo dei tassi di interesse – il prossimo FOMC avrà luogo tra due giorni esatti. Cosa significa tutto ciò in numeri? 

Partendo dagli Stati Uniti, i tre principali listini sono tornati ampiamente in territorio positivo: dal giorno uno del conflitto, il Dow Jones sta guadagnando il 4,7%, mentre l’S&P500 e il Nasdaq 100 hanno messo a segno nuovi All Time High e stanno guadagnando, rispettivamente, l’8% e il 18,6% – il Dow Jones cresce meno più degli altri due proprio perché maggiormente esposto alle variazioni dei prezzi energetici. 

Queste percentuali, tuttavia, non considerano la giornata di lunedì 15 giugno perché, al momento della scrittura, le Borse americane sono ancora chiuse. I futures ci possono aiutare: il pre-market segnala un’apertura a dir poco allegra, col Dow Jones che guadagna l’1,08%, l’S&P500 l’1,27% e il Nasdaq il 2,1%.

Ma voliamo in Europa, che se la passa un po’ peggio, ma comunque non ha di che lamentarsi: l’Eurostoxx 50 (STOXX), l’indice che include le top 50 aziende europee, continua il suo percorso in territorio positivo, dopo aver ceduto fino al 10%: attualmente, è su del 4,9% rispetto alla chiusura del 2 marzo. Ma la situazione non è rosea per tutti: nel dettaglio, Londra è giù del 2,9%,, mentre Parigi e Francoforte e Milano, al contrario, stanno guadagnando rispettivamente lo 0,8% e l’1,4%. 

Milano sembra giocare un campionato a parte: dal 2 marzo, primo giorno di contrattazione dall’apertura del fronte, l’indice FTSEMIB è cresciuto del 12,4%.

In Asia la situazione è tornata molto più favorevole: il Nikkei, che rappresenta le 225 aziende più importanti del Giappone, ha aggiornato i massimi storici e, dal 2 marzo, sta mettendo a segno un +20,3%, mentre il KOSPI, il principale indice sudcoreano che, con lo scoppio della guerra, era arrivato a cedere anche fino al 18%, ha invertito il trend con una performance senza senso: +47,5% dalla chiusura del 3 marzo. In Cina, l’Hang Seng viaggia in negativo: -4,7% dal Day One. 

Focus metalli preziosi: oro e argento 

In questo caos, sarebbe lecito aspettarsi un buon comportamento da parte dei metalli preziosi, universalmente concepiti come lido sicuro in tempi di forti turbolenze. Non è proprio così

La quotazione dell’oro, dall’inizio dei bombardamenti, è scesa del 18,16%, seguita a stretto giro dall’argento (-20,4%). Contestualmente, nonostante non sia un metallo prezioso, il dollaro torna ad assumere un ruolo di riserva di valore: in queste dieci settimane, il DXY – dollaro vs sei principali valute estere – sta guadagnando l’1,6%

E il mercato crypto?

Il mercato crypto sembrava essere legato all’andamento del settore tech USA: da venerdì 27 febbraio a metà maggio, Bitcoin ha guadagnato il 25,8%, dopo settimane di alta volatilità in cui ha puntato i 70.000$ per ben quattro volte, riuscendo infine a rompere quel tetto e passare all’attacco degli 80.000$; Ethereum ha fatto peggio ma era cresciuto comunque del 23%

Da quel momento, tuttavia, il mercato crypto ha subito una contrazione che potrebbe essere legata a fattori di natura più politica. Coerentemente, la Total Market Cap è cresciuta solo di circa 11,5 miliardi di dollari (+0,5%).

Qualche dato interessante  

Secondo BitcoinTreasuries.net, negli ultimi trenta giorni le Public Companies hanno aumentato i loro stake di Bitcoin del 3,2%. In altre parole, le società quotate – come Strategy (MSTR) – hanno portato il totale detenuto in Bitcoin pari a 1,262 milioni di BTC. Discorso opposto per ETF ed exchange: i recenti deflussi hanno ridotto la quantità di BTC detenuti dello 0,4% (totale: 1,622 milioni di BTC). 

In merito, è interessante confrontare gli stake delle entità più rappresentative di queste due categorie: Strategy (MSTR) per le Public Companies e IBIT per gli ETF. Si tratta di un testa a testa serratissimo: la prima detiene 846.842 BTC, il secondo 764.259 BTC

Cosa ci attende?

È la grande domanda, a cui gli investitori crypto (e non) stanno cercando di rispondere da giorni. Chiaramente, nessuno ha la risposta, perché il futuro non può essere previsto. In questi momenti, la cosa migliore da fare è studiare i fondamentali e capire il funzionamento dei protocolli

Non sai da dove partire? Non preoccuparti: la nostra Academy è ottima per chi vuole iniziare, ma anche per chi è già esperto e vuole ripassare.  

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Riunione BCE giugno 2026: i risultati

Riunione BCE marzo 2026: i risultati

La BCE si è riunita l’11 giugno per decidere la politica monetaria dell’Eurozona: cosa è successo ai tassi di interesse? Qui i risultati

La riunione della Banca Centrale Europea di giovedì 11 giugno 2026 ha visto i membri del Consiglio Direttivo riunirsi per discutere, tra le altre cose, in merito alle politiche monetarie dell’Eurozona. Sul tavolo, le decisioni relative ai tassi di interesse. Cosa è successo?

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Riunione della BCE: qual è il contesto economico?

La riunione della BCE di giugno 2026 è avvenuta in uno scenario economico complesso, in cui l’incertezza sul futuro domina incontrastata, tra l’imprevedibilità di Donald Trump e le guerre che sembrano destinate a durare ancora a lungo. 

I temi principali hanno riguardato soprattutto la crescita economica, fortemente condizionata dall’instabilità del contesto geopolitico, e l’inflazione, al 3,2% secondo l’ultima rilevazione – maggiore rispetto alle previsioni. Vediamo nel dettaglio cosa si è deciso.

La BCE alza i tassi di interesse 

Giovedì 11 giugno. Il Consiglio Direttivo della Banca Centrale Europea ha comunicato la sua decisione in materia di politica monetaria per l’Eurozona: per la prima volta dal 2023, la BCE ha deciso alzare i suoi tre tassi di interesse chiave di 25 punti base

Di conseguenza, il tasso sui depositi presso la banca centrale sale al 2,25%, il tasso sulle operazioni di rifinanziamento principali al 2,40% e il tasso sulla marginal lending facility al 2,65%.

Le motivazioni dietro la scelta

La BCE ha spiegato che la decisione è è riassunta in questa frase: “Il conflitto in Medio Oriente sta generando pressioni inflazionistiche e la decisione di aumentare i tassi è solida rispetto a una serie di scenari che delineano come lo shock potrebbe evolvere e incidere sulle prospettive di medio termine per l’area euro”.

In questo contesto, come è logico che sia, “le implicazioni complessive della guerra per l’inflazione e la crescita a medio termine dipenderanno dall’intensità e dalla durata dello shock sui prezzi dell’energia, nonché dalla portata dei suoi effetti indiretti e di secondo impatto.”.

Naturalmente, le settimane che verranno saranno fondamentali per capire quale sarà la prossima mossa dell’Eurotower

La prossima riunione è prevista per il 22-23 Luglio 2026: cosa decideranno i membri del Consiglio direttivo? Per non perderti i prossimi meeting, dai un’occhiata al nostro calendario della BCE del 2026 – in ogni caso, noi saremo qui a commentarli. 

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Disoccupazione e Non Farm Payroll: i dati USA

Occupazione USA: i dati e le reazioni dei mercati

Sono usciti i dati sull’occupazione negli Stati Uniti: Non Farm Payrolls e disoccupazione. Qual è la situazione?

Nella giornata di venerdì 5 giugno, il BLS (Bureau of Labor Statistics) americano ha comunicato i dati relativi al mercato del lavoro. Nello specifico, sono uscite le rilevazioni sui Non Farm Payrolls (NFP), cioè i nuovi posti di lavoro creati al netto del settore agricolo, e sul tasso di disoccupazione. Qual è la situazione? Come si sono comportati i mercati e perchè?

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I dati: Non Farm Payrolls e tasso di disoccupazione 

La rilevazione del 5 giugno è la sesta del 2026, ma andiamo subito al sodo: i NFP sono cresciuti di 172.000 unità, un dato di gran lunga superiore rispetto alle aspettative che stimavano 85.000 nuovi posti di lavoro, mentre il tasso di disoccupazione resta invariato al 4,3% rispetto al mese di maggio, in linea con le previsioni.

Le implicazioni 

Come è noto, il mondo della finanza dà molta importanza a queste rilevazioni dal momento che il mercato del lavoro è un indicatore preso in forte considerazione, soprattutto da quando la Federal Reserve ha rilasciato i FOMC Minutes di maggio: nel valutare le mosse di politica monetaria, la banca centrale statunitense sta monitorando attentamente tanto la situazione occupazionale quanto la stabilità dei prezzi e, con lo scoppio della Guerra in Iran e delle relative pressioni inflazionistiche, è auspicabile che almeno il primo di questi due indicatori resti positivo. 

Sulla base di queste dichiarazioni, la catena logica che sta guidando i mercati dall’inizio del conflitto in Iran è la seguente: con un’inflazione così alta, se i NFP sono inferiori alle previsioni e il tasso di disoccupazione sale, allora aumentano le probabilità che il FOMC possa alzare i tassi di interesse nel corso di quest’anno – se ti interessano le riunioni di politica monetaria, qui trovi il calendario completo con tutti i meeting del 2026

Le previsioni sul FOMC di giugno

Il FedWatch del CME Group, uno strumento che calcola le probabilità del taglio dei tassi da parte del FOMC sulla base dei prezzi dei futures sui Fed Funds, attualmente dà il No Change al 98,3%, mentre il taglio di 25 punti base – cioè dello 0,25% – vede una probabilità pari all’1,7%. 

Anche se manca ancora un bel po’ al prossimo meeting, il Consumer Price Index di maggio, il secondo dallo scoppio del conflitto in territorio iraniano, segnala un importante ritorno dell’inflazione: il prezzo del petrolio Brent, che ormai viaggia stabilmente vicino ai 100$ al barile, sta provocando un rincaro generalizzato sul costo della vita.  

What’s next?

Nei prossimi giorni, con ogni probabilità, assisteremo a un mercato molto volatile, in particolare lato crypto. In merito, la politica degli Stati Uniti sta condizionando notevolmente il sentiment: il presidente USA Donald Trump sembra trovarsi in un momento di difficoltà. 
In ogni caso, noi saremo qui ad aggiornarti sulle notizie e sui fatti che muovono i mercati. Iscriviti al nostro canale Telegram – se già sei dentro condividi il link con amici e amiche interessati – e a Young Platform per non perderti ciò che conta!

Iran: quando la politica USA influenza i mercati

guerra in iran

Guerra in Iran: a Washington sta cambiando il clima? Trump sotto scacco? Intanto i mercati tradizionale e crypto accusano. Qual è lo scenario?

La Camera degli Stati Uniti ha approvato una risoluzione che traccia una linea di demarcazione netta nella politica estera americana: con 215 voti a favore e 208 contrari, il Congresso ha votato per frenare il Presidente Donald Trump, intimandogli di non intraprendere ulteriori azioni militari nel conflitto con l’Iran. Quando accaduto potrebbe avere un risvolto più importante di quanto si creda. Cerchiamo di capirlo insieme. 

Guerra in Iran: Trump ora appare molto più debole 

Ciò che è successo nella notte italiana tra il 3 e il 4 giugno potrebbe avere un’importanza clamorosa: dal punto di vista puramente tecnico, si tratta di una misura ampiamente simbolica, una specie di risoluzione non vincolante che non ha la forza legale di bloccare i fondi per l’esercito dall’oggi al domani.

 Tuttavia, il suo peso politico è enorme: l’atto impone formalmente alla Casa Bianca di ritirare le forze armate o, in alternativa, di chiedere un’approvazione esplicita al Congresso prima di ogni mossa.

Ma la vera notizia, a parer nostro, risiede nelle dinamiche interne del voto. I Democratici sono riusciti a far passare la misura solo grazie al sostegno di quattro deputati Repubblicani che hanno deciso di rompere i ranghi e votare contro il proprio leader. Questa spaccatura evidenzia una forte tensione interna alla maggioranza. 

Come si può immaginare, il motivo principale dietro questo nervosismo è legato alla reazione dell’opinione pubblica: con i prezzi della benzina in costante aumento alla pompa e un ritorno di fiamma dell’inflazione , i cittadini americani stanno mostrando una crescente insofferenza verso i costi economici dei conflitti mediorientali, spingendo i parlamentari a cercare una via d’uscita per non perdere il consenso degli elettori.

Qual è la conseguenza politica principale? La risposta è relativamente semplice: la votazione ha confermato che la maggioranza dei Repubblicani alla Camera è estremamente fragile

Tra qualche mese, a novembre, avranno luogo le Midterm, cioè le elezioni di metà mandato in cui si rinnova la composizione del Congresso: se, com’è probabile, il partito di Trump dovesse perdere il controllo sia della Camera che del Senato, l’intera agenda politica pro-business e pro-crypto, tipica del partito Repubblicano, subirebbe una brusca frenata.

Wall Street divisa: il Tech trema e l’industria festeggia

I riflessi di questo voto si sono fatti sentire immediatamente sui mercati finanziari globali, registrando reazioni asimmetriche nel pre-market, ovvero quella finestra temporale di contrattazioni che precede l’apertura ufficiale delle borse, dove si muovono principalmente i grandi operatori istituzionali.

L’indice S&P 500 che, come è noto, raggruppa le cinquecento aziende statunitensi a maggiore capitalizzazione, ha registrato un calo dello 0,49%, mentre il Nasdaq, l’indice tecnologico per eccellenza, sta cedendo l’1,21% – al momento della scrittura. 

Il motivo di queste performance è perfettamente coerente con quanto scritto poco fa: una probabile perdita di controllo politico da parte di Trump e la prospettiva di una futura avanzata democratica spaventano la Silicon Valley

Questo perché sotto l’amministrazione repubblicana, le aziende stanno beneficiando di una politica accomodante caratterizzata da deregolamentazione e sgravi fiscali. Uno spostamento dell’asse politico verso i Democratici potrebbe portare con sé un aumento delle tasse societarie e, in generale, un approccio molto più restrittivo sull’Antitrust, l’organismo che vigila sulla concorrenza per evitare monopoli, e sullo sviluppo normativo dell’Intelligenza Artificiale.

Al contrario, il Dow Jones sta viaggiando in territorio positivo con un incremento dello 0,45%. L’indice, infatti, è composto dai giganti dell’economia industriale, della manifattura e dei trasporti, come Caterpillar e Boeing. Per queste realtà, la fine delle ostilità in Iran significherebbe una riduzione immediata delle tensioni sul mercato del petrolio

In ultima istanza, un calo del prezzo del greggio ridurrebbe i costi di produzione e logistica, aumentando notevolmente i margini di profitto, erosi dagli attuali rincari energetici. 

L’effetto sul mercato crypto

Le ripercussioni di questo voto parlamentare, naturalmente, hanno un effetto netto anche sul mercato crypto: nella notte, Bitcoin è arrivato a sfiorare i 60.000$, mentre Ethereum è sceso a quota 1.730$, ma anche gli ETF su Crypto registrano forti deflussi. 

Il rischio principale, in questo caso, riguarda il CLARITY Act, il progetto di legge quadro che punta a definire una regolamentazione chiara e stabile per l’industria delle criptovalute negli Stati Uniti: senza una sponda politica forte a Washington, ora rappresentata dalla fazione repubblicana, la sua approvazione diventerebbe più che complessa.

Tuttavia, nonostante la tendenza a credere che la crescita del tech e delle crypto dipenda esclusivamente da governi di stampo repubblicano, i dati storici mostrano una realtà diversa: certamente il contesto era differente, caratterizzato da forti stimoli fiscali per contrastare gli effetti economici della pandemia, ma durante la presidenza del democratico Joe Biden, il valore di Bitcoin è cresciuto del 200%, rompendo per la prima volta in assoluto il tetto dei 100.000$.

CLARITY Act: Cynthia Lummis contro Jamie Dimon 

Già che abbiamo lanciato il tema, ne approfittiamo per approfondire rapidamente il discorso. Il CLARITY Act si trova oggi al centro di uno scontro tra la lobby bancaria e i sostenitori dell’innovazione finanziaria.

Come anticipato, il CLARITY Act è un disegno di legge che mira a stabilire regole certe per il mercato crypto: per questa ragione, sta incontrando una forte resistenza dal settore tradizionale, che vuole proteggere i propri spazi.

Jamie Dimon, amministratore delegato di JPMorgan, ha criticato pubblicamente la proposta di legge: per Dimon, il CLARITY Act concederebbe alle società crypto la possibilità di raccogliere capitali e pagare interessi sui depositi dei clienti senza però sottostare ai medesimi controlli previsti per gli istituti di credito ordinari. 

Il banchiere ha fatto riferimento in particolare al rispetto delle normative AML (Anti-Money Laundering), l’insieme di leggi antiriciclaggio per il tracciamento dei fondi illeciti, e del Bank Secrecy Act (BSA), la legge che impone agli intermediari finanziari di segnalare le transazioni sospette alle autorità di vigilanza.

La senatrice repubblicana Cynthia Lummis, da sempre favorevole allo sviluppo degli asset digitali, ha risposto in modo deciso all’attacco del numero uno di JPMorgan: secondo Lummis, le dichiarazioni di Dimon sono un tentativo di confondere l’opinione pubblica o derivano da una lettura parziale del testo di legge.

La sostanza della disputa è di natura commerciale, dal momento che le banche tradizionali temono lo sviluppo delle stablecoin: se aziende crypto avessero la piena legittimità di offrire rendimenti trasparenti sui depositi in stablecoin, molti risparmiatori potrebbero decidere di spostare i propri capitali fuori dal circuito bancario tradizionale – il cosiddetto deposit flight – dove i tassi di interesse sui conti correnti rimangono spesso vicini allo zero. 

In poche parole, l’obiettivo della lobby bancaria è quello di rallentare il più possibile il CLARITY Act, proprio in virtù di ciò che scrivevamo qualche riga fa: una Camera e un Senato non più a trazione repubblicana renderebbero l’approvazione del testo di legge molto complicata. 

Come andrà a finire?

Non ci resta che attendere: la politica americana ha regalato spesso forti colpi di scena che hanno cambiato le carte in tavola da un giorno all’altro. Noi, ovviamente, continueremo a seguirne gli sviluppi: per restare sempre sul pezzo su ciò che muove davvero i mercati, entra nel nostro canale Telegram ufficiale o iscriviti direttamente a Young Platform!