La guerra tra Israele-USA e Iran entra nel terzo mese: le Borse sembrano ignorare il blocco dello Stretto di Hormuz. E il mercato crypto?
La guerra tra Stati Uniti-Israele e Iran è entrata nel terzo mese: lo Stretto di Hormuz, snodo fondamentale dove passa un quinto della produzione mondiale di petrolio e GNL, è ancora semibloccato, anche se le delegazioni iraniana e statunitense sembrano intenzionate a trovare un accordo. Le Borse mondiali, ovviamente, non hanno idea di cosa potrebbe riservare il futuro ma sono molto ottimiste. Il mercato crypto segue ma ultimamente accusa: qual è la situazione?
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Guerra in Iran: la timeline del conflitto
Nella mattinata italiana del 28 febbraio, Stati Uniti e Israele davano ufficialmente avvio a una serie di bombardamenti coordinati ai danni dell’Iran: in meno di 24 ore, raggiungono uno dei principali obiettivi dei raid, eliminando l’Ayatollah Alì Khamenei, guida suprema della Repubblica islamica iraniana. A poche ore dall’evento, i Guardiani della rivoluzione, uno dei tre corpi armati iraniani, dichiaravano chiuso lo Stretto di Hormuz: “Se qualcuno tenterà di passare, gli eroi delle Guardie Rivoluzionarie e della marina regolare daranno alle fiamme quelle navi”.
Nei giorni successivi, il traffico nello Stretto si è ridotto drasticamente: i media e gli organi di sicurezza internazionali segnalavano la presenza di mine navali nel canale. Il prezzo delle materie prime energetiche, di conseguenza, è schizzato alle stelle: attraverso lo Stretto di Hormuz passa tra il 25% e il 30% della produzione mondiale di petrolio e di GNL (gas naturale liquefatto). Con l’apertura del fronte, il Brent – benchmark internazionale – è schizzato alle stelle ed è rimasto stabilmente sopra i 100$ al barile.
I tre mesi successivi è stato un continuo alternarsi tra minacce reciproche e aperture negoziali, ma le parti in conflitto sono riuscite a mettersi d’accordo: ufficialmente, mentre scriviamo, Stati Uniti e Repubblica islamica dell’Iran hanno temporaneamente seppellito l’ascia di guerra.
In merito, nel weekend del 23-24 maggio, i principali media internazionali parlano di passi avanti verso la chiusura definitiva della guerra: CNN, per esempio, riferisce che “Stati Uniti e Iran mostrano segnali di progresso negli sforzi per porre fine al conflitto, ma i dettagli cruciali di un accordo quadro sono ancora in fase di negoziazione”.
Nonostante non la situazione non sia chiarissima, la notizia appena menzionata ha riportato il prezzo del Brent sotto i 100$ al barile dopo più di un mese.
Le performance dei principali indici azionari
Quando il prezzo dell’energia cresce a dismisura, l’economia reale ne risente: le aziende spendono di più per produrre a causa dell’aumento trasversale dei costi, come quelli per il trasporto e per l’elettricità in generale. Il risultato: i rincari, alla fine, vengono trasferiti sul consumatore, che vede un rialzo dei prezzi generalizzato, anche detto inflazione.
E i mercati sanno bene che alla crescita dell’inflazione aumentano le probabilità di un rialzo dei tassi di interesse – il prossimo FOMC avrà luogo tra meno di un mese giorni. Cosa significa tutto ciò in numeri?
Partendo dagli Stati Uniti, i tre principali listini sono tornati ampiamente in territorio positivo: dal giorno uno del conflitto, il Dow Jones sta guadagnando il 3,4%, mentre l’S&P500 e il Nasdaq 100 hanno messo a segno nuovi All Time High e stanno guadagnando, rispettivamente, l’8,6% e il 18% – il Dow Jones subisce più degli altri due proprio perché maggiormente esposto alle variazioni dei prezzi energetici.
Il momento di turning point, cioè il bottom a cui è seguita l’inversione di trend, si è verificato il 30 marzo. Dalla chiusura di quel giorno, i tre listini hanno messo a segno un recupero di una certa importanza: Dow Jones, S&P500 e Nasdaq 100 stanno guadagnando, nell’ordine, l’11,86%, il 17,8% e il 30,4%.
Ma voliamo in Europa, che se la passa un po’ peggio: l’Eurostoxx 50 (STOXX), l’indice che include le top 50 aziende europee, torna in positivo per la prima volta dall’inizio del conflitto: attualmente, è su del 2% rispetto alla chiusura del 2 marzo. Ma la situazione non è rosea per tutti: nel dettaglio, Londra è giù del 2,9%, Parigi dell’1,8%, mentre Francoforte e Milano, al contrario, stanno guadagnando rispettivamente il 2,5% e l’8,15%.
In Asia la situazione è tornata più favorevole: il Nikkei, che rappresenta le 225 aziende più importanti del Giappone, ha aggiornato i massimi storici e, dal 2 marzo, sta mettendo a segno un +13,6%, mentre il KOSPI, il principale indice sudcoreano che, con lo scoppio della guerra, era arrivato a cedere anche fino al 18%, ha invertito il trend con una performance senza senso: +35,5% dalla chiusura del 3 marzo. In Cina, l’Hang Seng viaggia in negativo: -1,6% dal Day One.
Focus metalli preziosi: oro e argento
In questo caos, sarebbe lecito aspettarsi un buon comportamento da parte dei metalli preziosi, universalmente concepiti come lido sicuro in tempi di forti turbolenze. Non è proprio così.
La quotazione dell’oro, dall’inizio dei bombardamenti, è scesa del 14,1%, seguita a stretto giro dall’argento (-12,5%). Contestualmente, nonostante non sia un metallo prezioso, il dollaro torna ad assumere un ruolo di riserva di valore: in queste dieci settimane, il DXY – dollaro vs sei principali valute estere – sta guadagnando l’1,15%.
E il mercato crypto?
Il mercato crypto sembra essere legato, con le dovute proporzioni, all’andamento del settore tech USA: da venerdì 27 febbraio, Bitcoin sta guadagnando il 17,8%, dopo settimane di alta volatilità in cui ha puntato i 70.000$ per ben quattro volte, riuscendo infine a rompere quel tetto e passare all’attacco degli 80.000$; Ethereum fa peggio ma cresce comunque del 9,8%; Ripple e Solana, invece, mettono a segno performance più modeste, salendo dello 0,5% e del 5%. In generale, la Total Market Cap è cresciuta di circa 308,5 miliardi di dollari (+13,7%).
Qualche dato interessante
Secondo BitcoinTreasuries.net, negli ultimi trenta giorni le Public Companies hanno aumentato i loro stake di Bitcoin del 2,2%. In altre parole, le società quotate – come Strategy (MSTR) – hanno portato il totale detenuto in Bitcoin pari a 1,24 milioni di BTC. Discorso opposto per ETF ed exchange: i recenti deflussi hanno ridotto la quantità di BTC detenuti dello 0,2% (totale: 1,62 milioni di BTC).
In merito, è interessante confrontare gli stake delle entità più rappresentative di queste due categorie: Strategy (MSTR) per le Public Companies e IBIT per gli ETF. Si tratta di un testa a testa serratissimo: la prima detiene 843.738 BTC, il secondo 804.921 BTC.
Cosa ci attende?
È la grande domanda, a cui gli investitori crypto (e non) stanno cercando di rispondere da giorni. Chiaramente, nessuno ha la risposta, perché il futuro non può essere previsto. In questi momenti, la cosa migliore da fare è studiare i fondamentali e capire il funzionamento dei protocolli.
Non sai da dove partire? Non preoccuparti: la nostra Academy è ottima per chi vuole iniziare, ma anche per chi è già esperto e vuole ripassare.
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