Sono in arrivo i Bit Bond, obbligazioni governative americane con sottostante Bitcoin?

Bond su Bitcoin: arrivano i “Bit Bond”?

Il Bitcoin Policy Institute ha proposto i bond su Bitcoin, un innovativo strumento finanziario teoricamente in grado di garantire buoni rendimenti e rischio nullo. Scopri di cosa si tratta

I bond su Bitcoin potrebbero arrivare davvero. L’approccio favorevole dell’amministrazione Trump nei confronti delle crypto non è in discussione, ed è già emerso in più frangenti – soprattutto al momento dell’approvazione della riserva governativa in Bitcoin.

Tuttavia, nelle ultime settimane si discute a riguardo di un passo avanti ulteriore, che ha il sapore di un’innovazione finanziaria decisiva. È in arrivo un nuovo modo per integrare Bitcoin all’interno del sistema finanziario globale. BTC diventerà uno dei pilastri che sostiene il debito americano attraverso i Bit Bonds? Come funzionano queste obbligazioni con una marcia in più?

Il debito americano lievita e preoccupa

La proposta di introdurre dei bond su Bitcoin è nata in relazione a ciò che sta accadendo al debito pubblico statunitense, in costante crescita (in relazione al PIL) dalla pandemia. Ovviamente, quando un problema si acutizza, parte la corsa alla ricerca di una soluzione, che in questo caso potrebbe coincidere con il lancio di obbligazioni backed by BTC.

Non si tratta di bond interamente collateralizzati da BTC, ma di strumenti finanziari che contemplano un’allocazione strategica nella crypto. Se ci pensate, l’idea di fondo è piuttosto ambiziosa (e anche per questo ci piace) – “potenziare” strumenti finanziari praticamente privi di rischio con una commodity digitale per produrre un beneficio netto sia per i governi che per gli investitori.

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Come funzionano i Bit Bonds

I Bit Bonds funzionano, a prima vista, in modo simile ai classici titoli di Stato americani: sono, di fatto, Treasury – titoli di debito emessi dagli Stati per raccogliere denaro con un tasso di interesse (coupon rate) più basso rispetto alla media di mercato. Il rendimento di questi strumenti finanziari è più basso non perché siano inefficienti, ma per la necessità di creare un segmento in cui Bitcoin può inserirsi.

Detto in parole semplici: l’interesse – o il rendimento – è più basso perché parte del denaro raccolto attraverso i bond viene investita in Bitcoin, il cui aumento di valore potrebbe riflettersi positivamente sugli interessi dei bond.

Come avrete compreso, il funzionamento dei Bit Bonds – almeno a livello teorico – è molto semplice, oltre ad essere vantaggioso per le parti in gioco: lo Stato e gli investitori. Nello specifico, il primo risparmia miliardi di dollari di interessi sul debito, poiché il tasso associato ai bond è più basso, e gli investitori si espongono indirettamente a BTC, un asset che fino ad oggi si è sempre apprezzato nel lungo termine.

Perché non sono strumenti finanziari rischiosi?

La cosa più interessante dei bond su Bitcoin è che non sono affatto rischiosi. O meglio, hanno lo stesso identico grado di rischio delle obbligazioni governative. Ti chiederai come è possibile: il prezzo di Bitcoin non cresce sempre e quindi deve per forza esserci un rischio associato.

Falso! Ogni volta che viene emesso un nuovo Bit Bond, una piccola parte del capitale raccolto viene usata per comprare Bitcoin, che viene poi bloccato in una pool separata. Alla scadenza del bond, ti viene restituito tutto il capitale iniziale (principal), come accade quando acquisti una normale obbligazione. In più, se il prezzo di BTC è aumentato, ricevi anche un pagamento extra proporzionale all’aumento

Ciò significa che il tuo investimento viene spacchettato in due: una quota fissa (tipica dei titoli di Stato) e una quota variabile che segue l’andamento del prezzo di Bitcoin. Esistono già strumenti simili come come i TIPS (inflation-linked bonds) o le obbligazioni legate all’oro. 

Tuttavia, i Bit Bonds incorporano una volatilità maggiore ma anche un rendimento atteso ben superiore come evidenziato dai dati storici. Il motivo? Il prezzo di Bitcoin ha sempre, ogni ciclo di mercato, registrato movimenti rialzisti impetuosi, mentre le oscillazioni a cui è soggetto l’oro o l’inflazione sono molto più contenute.

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Questo rende i Bit Bonds più appetibili per lo Stato, che può permettersi di offrire tassi di interesse più bassi, e per l’investitore, che può potenzialmente ottenere un ritorno simile a quello garantito in media dal mercato azionario (circa il 10%) e un grado di rischio minimo.

Quanto potrebbero risparmiare gli Stati Uniti grazie ai ‘Bit Bond’?

Secondo alcune stime, rifinanziare 2 trilioni di dollari di debito con Bit Bonds al 2% invece che al 5% permetterebbe al governo USA di risparmiare circa 700 miliardi di dollari in 10 anni. Ma c’è di più, questi risparmi potrebbero essere impiegati per abbattere parte del debito stesso, finanziare programmi pubblici o investimenti infrastrutturali, senza aumentare le tasse.

Il concetto chiave dietro i Bit Bonds è noto a tutti quelli che si interessano al mondo degli investimenti: l’asimmetria tra rischio e rendimento:

  • Nella peggiore delle ipotesi, Bitcoin non sale ma il governo ha comunque pagato meno interessi.
  • Nella migliore, Bitcoin sale e lo Stato incassa guadagni extra con cui può ripagare il debito.

Questa struttura non è molto diversa da tanti prodotti strutturati già usati nella finanza tradizionale, in cui un asset a basso rischio viene combinato con uno più volatile per creare un profilo con un bilanciamento tra rischio e rendimento più favorevole.

Inoltre, chi emette fondi pensione, le assicurazioni e i fondi sovrani sono spesso restii a investire direttamente in crypto. Ma se le agenzie di rating dovessero classificare i Bit Bonds come “quasi risk-free” (perché il capitale è garantito dallo Stato), questi strumenti potrebbero entrare nei portafogli istituzionali.

Insomma, per l’investitore retail, i Bit Bonds potrebbero essere la porta d’ingresso perfetta nel mondo crypto. Senza la necessità di effettuare il setup di wallet o le magagne connesse alla custodia. Solo un titolo di Stato, ma con una marcia in più.

In un’epoca di deficit da trilioni di dollari e totale assenza di disciplina fiscale, i Bit Bonds offrono una soluzione innovativa: sfruttare la crescita di Bitcoin per alleviare il peso degli interessi e abbattere (almeno in parte) il debito pubblico. 

Gioco d’azzardo in Italia: storia, cultura e impatto economico

Gioco d’azzardo in Italia: il quadro attuale

Il gioco d’azzardo è un’attività vecchia quanto la storia dell’Uomo: da millenni le persone sfidano la sorte e scommettono. Qual è la situazione in Italia? 

Giocare d’azzardo su una quota alta e poter solo immaginare di vincere la cifra mostrata è una delle ragioni principali per cui le persone passano ore e ore tra casinò online e slot machine fisiche. Già ai tempi dell’Antica Roma c’erano le bische clandestine e i movimenti di condanna. Ad oggi, però, la situazione in Italia non è rosa e fiori: chi gioca d’azzardo più frequentemente e perché? Ma soprattutto, quanto spende?

La storia del gioco d’azzardo

Il gioco d’azzardo ha accompagnato – e accompagnerà – la razza umana durante tutto il suo cammino poiché da quando ha imparato a scrivere, intorno al 3000 a.C., l’uomo ha iniziato a scommettere. Il primo gioco da tavolo, il senet, è stato ritrovato nell’Antico Egitto e risale al terzo millennio a.C. Considerato uno degli antenati del Backgammon, il senet consisteva in pedine e scacchiera e legava la dimensione dell’azzardo a quella religiosa: si credeva che il defunto dovesse giocare la sua sorte contro il Destino in persona. Passano un paio di millenni e i dadi si impongono come gioco d’azzardo preferito soprattutto per i Romani, che li chiamano tesserae, seppur già proibiti (con scarso successo) con la Lex Alearia.

Nel Medioevo i dadi mantengono il primato, tanto che Dante nel Purgatorio parla della zara, gioco di origine bizantina che prevedeva due giocatori e tre dadi. Si diffondono anche le baratterie, luoghi appositamente dediti al gioco d’azzardo, che vengono legalizzati e tassati: la condanna morale e religiosa viene messa in secondo piano in favore delle entrate economiche. 

Con l’invenzione della carta nel II secondo secolo d.C, è il momento delle carte da gioco: si ritiene che la loro diffusione in Europa sia partita dalla Cina, passando per Medio Oriente ed Egitto, circa dieci secoli dopo, intorno al 1300. Successivamente arrivano anche le lotterie, con la prima in assoluto tenuta a Milano, in piazza Sant’Ambrogio, nel 1449. 

Finisce il Medioevo e con l’età moderna il gioco d’azzardo sale di livello: viene introdotto il poker, le scommesse sulle corse dei cavalli guadagnano popolarità e prende piede la roulette: una leggenda dice che il suo inventore fu il celebre Blaise Pascal, intento a studiare il moto perpetuo. Nel 1638 viene istituito a Venezia il Ridotto pubblico, la prima casa da gioco, un vero e proprio casinò

Nel 1891 a Brooklyn, New York, viene inventata la prima gambling machine, precursore della fortunata slot machine. Il XIX e il XX secolo vedono la proliferazione di casinò, seppur alternata da fasi di proibizionismo del gioco d’azzardo, fino ai giorni nostri, in cui il gambling online – nei relativi casinò online – è decisamente la forma di gioco più popolare. 

Chi gioca d’azzardo in Italia? Un fenomeno trasversale

Nulla di nuovo sotto il sole. Il gioco d’azzardo in Italia sembra essere diffuso in ogni fascia d’età, nonostante la legge vieti ai minorenni di scommettere. Analisi recenti suddividono le tipologie di scommettitori in tre gruppi: i giovani (dai 14 ai 19 anni), gli adulti (dai 20 ai 64) e gli over 65 (dai 65 anni in su). Il primo e il secondo gruppo si avvicinano al mondo delle scommesse perché hanno amici e/o parenti che giocano e rappresentano rispettivamente il 34% e il 60% della popolazione; l’ultimo gruppo, composto per lo più da pensionati e/o vedovi, invece gioca d’azzardo per impegnare il tempo e costituisce il 26% dei giocatori. 
La fascia d’età più accanita e che spende di più è quella che va dai 25 ai 36 anni

Un altro dato interessante è relativo al gender gap: non solo gli uomini giocano d’azzardo più frequentemente delle donne – rispettivamente il 51,1% e il 34,4% – ma spendono anche di più, con un importo medio della scommessa corrispondente a 31,6€ contro i 22,9€. 

Perchè si gioca d’azzardo? 

Le motivazioni principali sono fondamentalmente tre

La prima è piuttosto ovvia, nonché connessa alla possibilità di ottenere grandi premi in denaro. Tuttavia, va aldilà dell’accezione puramente economica ma rientra nella sfera psicologica. Il prezzo del biglietto (o della puntata) è molto basso rispetto alla capacità di spesa mentre il premio potenziale è incredibilmente alto rispetto al reddito di chi scommette. La bilancia costi/benefici pende – in modo ingannevole – dalla parte dei benefici. 

La seconda invece riguarda l’eccitazione della sfida, che risulta essere la motivazione più comune fra giovani e adulti. Il gioco d’azzardo offre l’opportunità di mettere alla prova le proprie abilità ma anche di competere contro gli altri, in una sfida che viene premiata con denaro reale. È chiaro quindi come per molte persone questa sensazione di adrenalina possa risultare piacevole e gratificante, al punto da generare dipendenza

Infine l’evasione dallo stress quotidiano: è la ragione più preoccupante, poiché il gioco d’azzardo qui viene utilizzato come una forte distrazione da problemi più seri e importanti, permettendo ai giocatori di sperimentare sensazioni di temporanea tranquillità e soddisfazione. 

L’impatto economico: si spende sempre di più

Nel 2023, il volume totale del denaro speso nel gioco d’azzardo in Italia ammontava a 150 miliardi di euro – l’anno prima la cifra si aggirava intorno ai 136 miliardi – e le previsioni indicano una tendenza al rialzo, con 180 miliardi nel 2025. Numeri decisamente impressionanti. Per fare un paragone, se nel 2022 gli italiani hanno riversato 136 miliardi di euro in scommesse e casinò online, in quello stesso anno la spesa per la sanità ammontava a 128 miliardi, mentre quella per l’istruzione a 52 miliardi. 

Federconsumatori, nel suo report “Il Libro Nero dell’Azzardo”, ci comunica che nel 2022 la quota pro capite per gioco d’azzardo fisico e da remoto, calcolata sulla popolazione maggiorenne residente in Italia, era pari a 2.731,68€. La cifra però varia in base alle diverse aree del Paese: la regione con più alto volume di scommesse è infatti la Lombardia con 13 miliardi di euro raccolti. Seguono Campania, Lazio ed Emilia-Romagna, con una somma totale compresa fra i 7 e i 10 miliardi. Interessante notare come il comune con quota pro capite più alta non si trovi in nessuna di queste regioni. Si tratta di Anguillara Veneta che, con 4.161 abitanti, si aggiudica il record di 13.073 euro/persona.

Un ultimo punto è relativo alla criminalità organizzata: il report menzionato prima ha quantificato in una cifra compresa fra i 16 e i 18 miliardi l’importo attribuibile ad attività legate alla malavita. Il gioco d’azzardo online permette di recuperare circa 94 euro su 100 rispetto ai 70 del gioco fisico ed è quindi un mezzo importante per riciclare grandi quantità di denaro. 

Il gioco d’azzardo non vale la candela

Nonostante possa sembrare appetibile, il gioco d’azzardo si fonda su dinamiche subdole e ingannevoli: nel 2018 l’Istituto Superiore di Sanità ha realizzato la prima indagine epidemiologica in Italia per acquisire una comprensione più chiara della diffusione del fenomeno. I dati dicono che su 14,5 milioni di giocatori italiani, un milione e mezzo sono stati classificati come problematici. A perdere è sempre chi gioca.

Sì, sembra la classica frase fatta che direbbero i tuoi genitori. Ma indovina un po’? I tuoi genitori hanno ragione e la matematica fornisce prove a supporto: scommesse, slot machine, roulette e qualsiasi gioco d’azzardo è scientificamente progettato per garantire un vantaggio al casinò, secondo la regola del valore atteso. Se così non fosse, questo modello di business non sarebbe sostenibile

A questo punto, è quasi inutile sottolinearlo ma scommettere non è investire, a lungo termine il banco vince sempre

Gettoni d’oro: cosa sono e quanto vale ciascuno?

Gettoni d’oro: cosa sono e quanto vale questa moneta

Gettoni d’oro in euro: quanto vale questa moneta, cos’è e perché viene usata nei quiz televisivi? 

Cosa sono i gettoni d’oro e quanto vale davvero questo denaro? Da Masterchef a L’Eredità, chi vince un gioco o un reality televisivo viene ricompensato con queste vere e proprie monete fatte del metallo prezioso noto per essere il bene rifugio per eccellenza. Ma i premi in gettoni d’oro hanno lo stesso valore di quelli in euro… Come si calcola quanto vale un gettone d’oro davvero? 

Cerchi un asset simile all’oro, ma più facile da acquistare, vendere e detenere? Bitcoin viene da tempo soprannominato l’oro digitale, grazie alla scarsità che deriva dalla sua disponibilità limitata. I Bitcoin in circolazione non saranno mai più di 21 milioni, e attualmente, sono circa 19,9.

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Gettoni d’oro: cosa sono e perché vengono usati 

Prima di scoprire quanto vale un gettone d’oro, vediamo cosa sono queste “valute” e perché vengono utilizzate. I gettoni d’oro sono delle monete composte del metallo prezioso in diversi carati, di peso variabile e che raffigurano il logo dell’azienda che li commissiona come Mediaset o la RAI. Fanno la loro prima apparizione nel 1955 come metodo di pagamento per le vincite dei quiz televisivi. Dal 1955 fino al 2019 in Italia la legge vietava alle emittenti televisive e radiofoniche di pagare in contanti i vincitori di giochi a premi. Questo perché l’erogazione di contanti dopo una vincita era associata al gioco d’azzardo, che deve essere svolto solo in luoghi autorizzati. Cosa sono dunque i gettoni d’oro? Una modalità per ovviare al problema normativo e continuare a premiare i vincitori dei programmi. 

Nel 2018 una sentenza del TAR del Lazio ha autorizzato i pagamenti in contanti, tuttavia i gettoni d’oro rimangono il mezzo più usato per tali vincite. Queste monete vengono prodotte dal Banco Metalli e vengono consegnate entro sei mesi. 

Per i partecipanti dei giochi a premi, i gettoni d’oro sono il modo più svantaggioso per ricevere il bottino. Il loro valore infatti è sempre inferiore rispetto al corrispettivo in euro dichiarato. Ecco quanto vale un gettone d’oro davvero. 

Gettoni d’oro: quanto vale questa moneta

Quanto vale un gettone d’oro? Il primo mito da sfatare è che un gettone d’oro non equivale a un euro. Il valore delle monete dei premi dipende da diversi fattori, in primis la percentuale di oro contenuto nelle monete ovvero i carati, poi dal prezzo del metallo sul mercato e infine dalle tasse

Una curiosità che forse non tutti conoscono è relativa alla purezza dei gettoni assegnati al montepremi: il loro contenuto d’oro è di 750 parti su 1000, con le restanti 250 costituite da una lega di altri metalli. Questa caratteristica incide sul valore dei gettoni d’oro, poiché la valutazione si riferirà all’oro 18 carati, inferiore rispetto a quella dell’oro 24 carati. La Rai però si distingue essendo l’unica a premiare con gettoni d’oro puro 24 carati. 
Un carato infatti corrisponde a 1/24 di una massa di oro puro: l’oro 24 carati ha 24 parti di oro su 24, mentre quello dei gettoni d’oro, come abbiamo visto, ne contiene 18 su 24, rendendolo puro al 75%. 

Per sapere quanto vale un gettone d’oro bisogna considerare anche le imposte che vanno pagate sulla vincita. Dall’importo del premio viene tolta l’IVA al 22%.
Quindi se il premio stabilito è di 10.000 euro in gettoni d’oro, si ricevono 7.800 euro. Il secondo passaggio per calcolare il loro valore  riguarda la conversione in euro. Per cambiarli in contanti si hanno due possibilità:

  • Venderli direttamente al Banco Metalli che li ha prodotti con una commissione del 5%, sempre considerando il prezzo dell’oro all’oncia in riferimento ai suoi carati;
  • Ricevere i gettoni e rivenderli in autonomia. In questo caso è bene cercare di vendere quando è più vantaggioso. L’oro infatti non ha un prezzo stabile, ma varia sulla legge della domanda e l’offerta. Quest’anno ad esempio i prezzi sono vicini ai massimi storici. 

I gettoni d’oro, per quanto possano sembrare “scomodi”, possono far fruttare una fortuna se si aspetta il momento di mercato giusto. Del resto l’oro è uno dei beni di rifugio per eccellenza e nei momenti di crisi o instabilità economica il suo valore può crescere esponenzialmente. 

Forse non sai che Bitcoin viene soprannominato “oro digitale” perché condivide alcune caratteristiche con il metallo prezioso. 

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Incassato il corrispettivo in contanti, ci sono ulteriori tasse da pagare per conoscere in maniera definitiva quanto vale un gettone d’oro. 

Come vengono tassati i gettoni d’oro?

Oltre all’IVA che viene sottratta in maniera automatica, come vengono tassati i gettoni d’oro? I premi dei programmi televisivi appartengono alla categoria dei “redditi diversi”, quindi vengono tassati con una ritenuta a titolo d’imposta del 20%. Per fare un confronto, le lotterie o le tombole hanno un’imposta al 10%. 

È proprio il caso di dire “non è tutto oro ciò che luccica”. Il valore delle cifre da capogiro dei gettoni che promettono in televisione può essere ridotto da tasse e commissioni. Ora che sai come si calcola quanto vale un gettone d’oro, il mondo dei quiz ti aspetta!

Sei sul blog di Young Platform, la piattaforma italiana per comprare criptovalute. Qui puoi trovare le ultime novità su blockchain, Bitcoin e Web3. Raccontiamo da vicino questa economia emergente con un occhio alla finanza tradizionale, così hai tutto quello che ti serve per entrare nella nuova era del denaro. 

Dazi: Trump impone il 20% all’Ue, il 34% alla Cina e un minimo del 10% a tutti i Paesi.

Sale la tensione: USA, dazi e guerra commerciale

Von der Leyen: «dai dazi conseguenze terribili per milioni di persone». Meloni: : «evitare una guerra commerciale». Cina: «non ci sono vincitori in una guerra commerciale e non c’è via d’uscita per il protezionismo».

Dal giorno dell’insediamento, il Presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha dimostrato di voler mantenere le promesse fatte in campagna elettorale: nella notte fra il 2 e il 3 Aprile ha annunciato i tanto attesi dazi reciproci verso tutti i partner commerciali. Gli USA si isolano e il mondo risponde, cosa sta succedendo? Intanto, l’oro raggiunge il prezzo record di 3,157 dollari.

Cosa sono e come funzionano i dazi? 

I dazi sono una tassa commerciale che un paese decide di applicare sulle merci che importa per spingere i propri cittadini a scegliere beni di produzione nazionale, col fine ultimo di proteggere e favorire le proprie imprese dalla concorrenza estera. L’idea è scoraggiare l’acquisto di merci straniere attraverso l’imposizione di una tassa ad hoc, espressa in termini percentuali, spesso a carico dell’importatore.

In parole povere: l’Italia vuole incentivare la vendita di un determinato bene che produce internamente e impone dei dazi doganali al 25% a paesi che già lo esportano in Italia. Se il costo finale di tale oggetto nel paese di produzione è di 10€, sarà di 12,5€ nei paesi che lo esportano. Segue che i consumatori italiani saranno spinti a preferire beni prodotti nel loro paese perché più economici. Ma funziona sempre così?

Un dazio non fa primavera

Il processo non è sempre automatico: l’imposizione di dazi non è necessariamente correlata alla crescita economica. Questo per alcuni motivi: 

  • Dipende dal tipo di prodotto: più un prodotto è essenziale, più i consumatori saranno disposti ad accettare l’onere del dazio e del sovrapprezzo. In tal caso, continueranno a scegliere merci importate piuttosto che di produzione nazionale, con conseguente aumento dell’inflazione. 
  • C’è il rischio di ottenere l’effetto contrario: se i dazi doganali riguardano beni di prima necessità, si corre il rischio di colpire più duramente le fasce di popolazione con reddito più basso, perché hanno meno margine di spesa. In breve: 2€ in più sul detersivo hanno un impatto maggiore su chi guadagna 1000€ rispetto a chi ne prende 5000€.
  • Front Loading: comportamento che le imprese adottano per paura di guerre commerciali imminenti che consiste nel fare scorta di quella merce che si teme sarà sottoposta a dazi. Fenomeno verificatosi recentemente con la forte importazione di tequila dal Messico, o del vino dall’Italia, verso gli Stati Uniti. 

Su questo ultimo punto, la presidente di Federvini, Micaela Pallini, ha commentato: «La decisione di applicare dazi alle esportazioni europee negli Stati Uniti rappresenta un danno gravissimo per il nostro settore e un attacco diretto al libero mercato. Ci siamo già passati, e sappiamo bene quanto possa costare: in passato queste misure ci hanno portato a perdere fino al 50% delle esportazioni verso gli Usa. Ora rischiamo di rivivere quel trauma economico, con ripercussioni pesantissime su tutta la filiera, dalla produzione alla distribuzione, fino al consumatore finale.»

Perchè Donald Trump vuole mettere i dazi: M.A.G.A e America First

Come è noto, M.A.G.A.Make America Great Again – è stato lo slogan della campagna elettorale che ha portato Donald Trump ad essere il 47esimo Presidente degli Stati Uniti d’America. Uno dei punti fermi di questa campagna è stato l’“America First”, un programma finalizzato a privilegiare le questioni interne, isolazionistico e protezionistico, a scapito della tradizionale vocazione espansionistica che caratterizza il paese a stelle e strisce. 

Infatti, in occasione del discorso di insediamento del 20 Gennaio, il tycoon newyorkese ha dichiarato: “Durante ogni singolo giorno dell’amministrazione Trump metterò semplicemente l’America al primo posto, America First” per “restituire al popolo la sua fede, la sua ricchezza, la sua democrazia e la sua libertà… Il declino dell’America è finito”. 

Oltre alle questioni di politica interna – come immigrazione e sicurezza – l’America First passa ovviamente per la politica economica: la scelta di scatenare una guerra commerciale deriva dal fatto che, storicamente, gli USA sono un paese fortemente importatore con un deficit (il bilancio negativo netto fra export e import) di 1,2 trilioni di dollari. Donald Trump ha promesso che avrebbe fermato tutto ciò e ieri alle ore 22 italiane ha comunicato al mondo la strategia per farlo.

Liberation Day: Trump rivela i dazi doganali

Dal Rose Garden della Casa Bianca, il Presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha tenuto un discorso in cui ha finalmente reso noti i tanto promessi dazi reciproci, generando forte caos fra i governi di tutto il mondo: si parte da una base del 10% su quasi tutte le merci importate negli USA fino ad avvicinarsi al 50% di tariffe doganali verso i paesi più “sleali”. Partito dalla mezzanotte anche il 25% su tutte le auto prodotte all’estero.

Ecco una lista di alcuni dei paesi colpiti:

  • Unione Europea: 20%
  • Cina: 34% (a cui si somma il precedente 20%)
  • Giappone: 24%
  • Taiwan: 32%
  • Regno Unito: 10%
  • India: 26%
  • Australia: 10%
  • Corea del Sud: 25%
  • Arabia Saudita: 10%
  • Emirati Arabi: 10%
  • Israele: 10%

Effetto Trump sui mercati: la reazione all’annuncio dei dazi

Per quanto riguarda la reazione delle principali Borse all’annuncio di ieri notte (al momento in cui scriviamo):

  • in Giappone il Nikkei perde quasi il 3%
  • In Cina l’indice di Shanghai va giù di 0,5% punti, Hong Kong cala del 2,26% e Shenzhen dell’1,5%
  • In Europa l’indice Euro Stoxx 50 apre in calo di oltre il 2%, il Dax tedesco registra un -2,3% così come il Ftse Mib di Milano mostra un ribasso dell’1,8%

L’ oro ritraccia dopo aver aggiornato il record a 3.167,57 dollari/oncia, mentre bitcoin perde l’1,9% assestandosi intorno agli 83.000 dollari. Il dollaro USA perde terreno nei confronti delle principali valute.

Per la borsa americana occorre attendere l’apertura alle 15:30 italiane. Ad ora il dato che abbiamo a disposizione è relativo ai futures, in forte calo per timore che una guerra commerciale possa spingere l’economia globale in recessione.

Per completare il quadro, potrebbe essere utile sapere che dal giorno stesso in cui Trump si è insediato, S&P 500 e Nasdaq, i due indici più importanti di Wall Street, hanno perso rispettivamente il 10,2% e il 12%. Inoltre, sono calate in modo netto anche le aspettative sulla crescita economica degli Stati Uniti (dal 2,2% al 2%) nel 2025 così come, al contrario, sono cresciute le attese dei consumatori sull’inflazione (dal 4% al 5%).

Le dichiarazioni dei principali leader mondiali. 

La Presidente della Commissione Europea Ursula Von der Leyen non ha tardato ad esprimere il suo disappunto nei confronti dell’aggressività americana: “i dazi americani sono un colpo importante per l’economia globale. Ci saranno conseguenze per milioni di consumatori del mondo”. Dall’Italia, Giorgia Meloni ha annullato tutti gli impegni presi per oggi, al fine di concentrarsi sulla risposta ai dazi.

In Germania, il vicecancelliere tedesco Robert Habeck confida in una risposta coordinata fra i paesi membri UE affermando che “l’Unione Europea darà una risposta equilibrata, chiara e determinata. Siamo preparati a questo”. Più aggressiva la Francia di Macron, dove il portavoce del governo francese ha annunciato che l’UE è “pronta per una guerra commerciale” e ha in programma di “attaccare i servizi online USA”. 

Solita linea dura da Pechino, dove il Ministro del Commercio cinese ha affermato di “opporsi fermamente” alle nuove tariffe doganali promettendo “contromisure per salvaguardare i propri diritti e interessi”. 

La guerra commerciale non fa bene a nessuno, neppure a chi la scatena

È la conclusione che dovrebbe seguire quanto esposto sopra: l’isolazionismo e il protezionismo made in M.A.G.A., secondo numerosi analisti, porterà a conseguenze negative dal punto vista economico soprattutto agli Stati Uniti. 
L’Europa, senza l’alleato commerciale di riferimento, sarà costretta a guardare verso altri mercati. L’opzione più probabile è senza dubbio la Cina, che si sta già muovendo in questo senso: oltre ai numerosissimi “Free Trade Agreements” – Accordi di Libero Scambio – già in essere, è di questi giorni l’intesa commerciale a tre fra Corea del Sud, Giappone e la stessa Cina, in risposta ai dazi promessi da Donald Trump. Attenzione anche all’apertura al Mercosur.

Staking e ricompense: come vengono tassati?

staking crypto

Le ricompense ottenute tramite staking, mining e airdrop sono soggette a tassazione. Ecco come calcolare e dichiarare correttamente le imposte.

Negli ultimi anni, lo staking delle criptovalute è diventato un metodo sempre più diffuso per guadagnare rendite passive nel mondo crypto. Grazie alla crescita delle blockchain basate su Proof-of-Stake (PoS), molti investitori scelgono di bloccare le proprie criptovalute per ottenere ricompense periodiche. Tuttavia, quando si parla di guadagni, è inevitabile affrontare il tema delle tasse.

In Italia, la tassazione delle rendite da staking è un argomento complesso e in continua evoluzione. Capire come funziona è fondamentale per evitare brutte sorprese con il Fisco.

Punti chiave da cui partire:

  • Le ricompense da staking vengono tassate al momento dell’accredito con un’aliquota del 26%.
  • Se successivamente vengono vendute a un prezzo superiore, si applica un ulteriore 26% sulla plusvalenza.
  • Le stesse regole si applicano ai guadagni da airdrop, mining ed earning.
  • La dichiarazione fiscale deve essere fatta compilando il Quadro RW/W e il Quadro RT/T.

Cos’è lo staking e come funziona?

Lo staking consiste nel bloccare una certa quantità di criptovalute per supportare la sicurezza e il funzionamento di una rete blockchain. In cambio, si ricevono ricompense periodiche, un po’ come accade con gli interessi su un deposito bancario.

Esistono diversi modi per fare staking:

  • Staking diretto su blockchain PoS → L’utente può gestire direttamente un nodo validatore o delegare i propri token a un validatore, contribuendo alla rete.
  • Staking su exchange centralizzati → Piattaforme come Young Platform offrono la possibilità di affidare i propri asset e ricevere le ricompense senza gestire un nodo.
  • Liquid staking → Questo metodo permette di ottenere token derivati in cambio delle criptovalute bloccate, consentendo di mantenere liquidità e utilizzarli in altri investimenti.

Dal punto di vista fiscale, la tassazione dello staking dipende dal momento in cui si ricevono le ricompense e dall’uso che se ne fa in seguito, come la loro eventuale vendita. Vediamo come funziona nel dettaglio.

Come vengono tassate le rendite da staking?

Dal 2024, la tassazione delle ricompense da staking segue un sistema a doppia imposizione:

  1. Imposta del 26% al momento dell’accredito delle ricompense.
  2. Ulteriore imposta del 26% sulla plusvalenza in caso di vendita a un prezzo superiore.

In pratica, chi riceve ricompense da staking deve subito pagare un’imposta del 26% sul valore di mercato del token al momento della ricezione, indipendentemente dal fatto che venga venduto o meno. Se in seguito decide di venderlo a un prezzo superiore, dovrà versare un’ulteriore imposta del 26% sulla differenza tra il prezzo di vendita e il valore di accredito.

Esempio pratico

  • Un utente riceve 0,5 ETH quando 1 ETH vale 3.000€
  • Il valore imponibile è: 0,5 × 3.000€ = 1.500€
  • L’imposta da pagare per l’accredito dei token è: 1.500 x 26% = 390€ 

Se in futuro si vendono quei 0,5 ETH quando il prezzo di 1 ETH è di 4.000€, il guadagno sarà:

  • Valore di 0,5 ETH al momento dell’accredito: 3.000 x 0,5 = 1.500€
  • Valore di 0,5 ETH al momento della vendita: 4.000 x 0,5 = 2.000€
  • Valore imponibile = 2.000 – 1.500 = 500€ 
  • Su questa plusvalenza si applica il 26%, ottenendo così 500€ x 26% = 130€ di imposta

Come funziona la rendicontazione fiscale dello staking su Young Platform

La contabilità fiscale delle ricompense ricevute tramite staking sulla piattaforma Young Platform segue questa prassi:

  • La chiusura di uno stake attivo e il conseguente accredito delle ricompense sul tuo wallet Principale è considerao un evento fiscalmente rilevante. Se hai più stake attivi sulla stessa criptovaluta, questi NON costituiscono un evento fiscalmente rilevante fino alla loro chiusura.
  • Sulle ricompense ricevute viene applicata un’imposta del 26%, ma solo sugli importi guadagnati e NON sull’intero capitale in staking. Questa regola vale anche per lo staking effettuato su altre piattaforme o su protocolli DeFi.
  • Un’ulteriore tassazione si applica SOLO SE l’utente decide di vendere le ricompense ricevute. In questo caso, il 26% viene calcolato sulla plusvalenza, ossia sulla differenza tra il prezzo di vendita e il valore di mercato della criptovaluta al momento dell’accredito.

In altre parole, fiscalmente, la vendita delle ricompense viene trattata come qualsiasi altra vendita di criptovalute in euro o stablecoin.

Il calcolo delle ricompense, l’aliquota applicata e l’imposta dovuta sono riportati nel Report Fiscale. Se utilizzi la funzionalità di staking su Young Platform, non dovrai preoccuparti di nulla:

  • Se hai chiuso degli stake nel 2024, le ricompense guadagnate verranno riportate come plusvalenza su cui è applicato il 26%.
  • Se hai venduto parte o tutte queste ricompense per Euro o stablecoin, verranno riportate come plusvalenza su cui è applicato un ulteriore 26%.
  • Tutte le ricompense ricevute tramite staking, siano esse ancora in uno stake attivo o trasferite nel tuo portafoglio principale dopo la chiusura di uno stake, vengono incluse nel totale del tuo capitale in criptovaluta ai fini del pagamento dell’imposta di bollo, che Young Platform ha già provveduto a versare.

Come sempre, consigliamo di acquistare il Report fiscale e di scaricare la ricevuta dell’imposta di bollo dalla sezione “Tasse e Report” per avere tutta la documentazione necessaria alla dichiarazione dei redditi.

Come dichiarare lo staking nella dichiarazione dei redditi?

Se guadagni criptovalute grazie allo staking, devi indicarlo correttamente nella tua dichiarazione dei redditi. In Italia, esistono due sezioni principali da compilare per rispettare la normativa fiscale:

1. Quadro RW o Quadro W – Dichiarare il possesso delle criptovalute

Il Quadro RW del Modello Redditi e Quadro W del 730 servono a dichiarare di possedere criptovalute, anche se non derivano da trading. È obbligatorio per calcolare e pagare l’imposta di bollo del 2 per mille sul valore delle tue criptovalute al 31 dicembre di ogni anno.

In pratica: Se hai criptovalute in staking (o in un wallet), devi inserirle in questa sezione, indipendentemente dal fatto che tu le abbia comprate o guadagnate.

2. Quadro RT o Quadro T – Dichiarare i guadagni dallo staking

Questa parte della dichiarazione serve per segnalare i guadagni ottenuti con lo staking e calcolare le imposte dovute. A seconda del modello che utilizzi per la dichiarazione, devi compilare il Quadro RT (Modello Redditi) o Quadro T (Modello 730).

Come semplificare la dichiarazione?

Per chi utilizza Young Platform, la gestione fiscale dello staking diventa più semplice grazie a una serie di strumenti dedicati. La piattaforma offre servizi specifici per aiutare gli utenti a rispettare le normative senza difficoltà.

1. Report Fiscale completo

Se hai effettuato staking su Young Platform, puoi acquistare un Report Fiscale precompilato, che fornisce tutti i dati necessari per la dichiarazione. Questo documento include il calcolo delle imposte dovute, rendendo più semplice e sicuro il processo di compilazione della dichiarazione dei redditi.

2. Pagamento automatico dell’imposta di bollo

Uno dei vantaggi di utilizzare Young Platform è il calcolo e versamento automatico dell’imposta di bollo sui token guadagnati tramite staking. Questo servizio evita errori nella dichiarazione e garantisce il pagamento corretto dell’imposta del 2 per mille sul valore delle criptovalute al 31 dicembre.

3. Consulenza con commercialisti esperti in criptovalute

Per chi ha una situazione fiscale più complessa o necessita di un supporto personalizzato, Young Platform mette a disposizione la possibilità di prenotare una consulenza con commercialisti specializzati in fiscalità crypto. Questo servizio è accessibile direttamente dalla sezione Tasse & Report della piattaforma, permettendo di ricevere assistenza su misura per la dichiarazione dei redditi e la gestione delle imposte sulle criptovalute.Grazie a questi strumenti, chi utilizza Young Platform può gestire in modo più semplice e sicuro la tassazione dello staking, riducendo il rischio di errori e sanzioni.

staking crypto dichiarazione plusvalenze

Come vengono tassati airdrop, mining ed earning?

Le stesse regole fiscali applicate alle ricompense dello staking valgono anche per altri tipi di guadagni in criptovalute, come airdrop, mining ed earning.

  • Airdrop → Si tratta di criptovalute ricevute gratuitamente, spesso come parte di campagne promozionali o come premi per il possesso di determinati token.
  • Mining → È il processo di validazione delle transazioni su blockchain Proof-of-Work (PoW), che ricompensa i miner con nuove criptovalute. Se il mining viene svolto in modo continuativo e professionale, potrebbe essere considerato attività d’impresa e soggetto a tassazione come reddito di lavoro autonomo. In caso contrario, si applicano le regole dello staking.
  • Earning → Include interessi e premi ottenuti attraverso piattaforme di finanza decentralizzata (DeFi) o servizi centralizzati che offrono rendimenti sulle criptovalute depositate.

Tirando le somme

Lo staking è un’opportunità interessante per generare rendite passive, ma è fondamentale essere consapevoli delle regole fiscali per evitare sanzioni e gestire al meglio il pagamento delle imposte.

Per semplificare la dichiarazione, strumenti come il Report Fiscale di Young Platform e il supporto di consulenti esperti in criptovalute possono aiutare a gestire il processo in modo corretto, evitando errori e riducendo lo stress. Una buona gestione fiscale permette di sfruttare al meglio i vantaggi dello staking, mantenendo la piena conformità con le normative italiane.

Glossario essenziale per la dichiarazione fiscale sulle criptovalute

Dichiarazione redditi criptovalute: glossario fiscale

Scopri tutte le definizioni utili a compilare la dichiarazione dei redditi da criptovalute per evitare errori con il Fisco.

Dichiarare le criptovalute nel modo corretto può essere complesso, soprattutto con il continuo aggiornamento delle normative fiscali. Per questo, abbiamo creato un glossario chiaro e sintetico con i termini fondamentali che ogni investitore crypto dovrebbe conoscere per affrontare la dichiarazione fiscale senza incertezze. In questa guida troverai le definizioni dei concetti chiave, dai metodi di calcolo delle plusvalenze ai quadri dichiarativi necessari per mettersi in regola con il fisco.

Airdrop

Distribuzione gratuita di criptovalute da parte di un progetto blockchain o di un exchange. Le criptovalute ricevute tramite airdrop sono tassate con riferimento al momento dell’accredito con un’aliquota del 26%. Se successivamente vengono vendute in euro o stablecoin a un prezzo superiore, viene applicata un’ulteriore imposta del 26% sulla plusvalenza (33% dal 2026). Il prezzo di carico da considerare è quello al momento dell’accredito sul wallet.

Bot di trading (Smart Trades)

Software automatizzati che eseguono operazioni di acquisto, vendita o scambio di criptovalute in base a strategie preimpostate, come gli Smart Trades. Le operazioni di trading effettuate dai bot sono fiscalmente rilevanti se le criptovalute vengono convertite in valuta fiat o stablecoin.

Commissioni di transazione

Costi applicati dagli exchange o dalle blockchain per l’esecuzione di operazioni di trading, prelievi o trasferimenti. Le commissioni non sono deducibili dal calcolo delle plusvalenze e minusvalenze.

Crypto-asset

Termine utilizzato dalla normativa per indicare le cripto-attività o criptovalute. Rappresenta qualsiasi asset digitale basato su tecnologia blockchain, incluso Bitcoin, Ethereum e stablecoin, e comprende anche token di utilità, security token e NFT. Tutti i crypto-asset sono soggetti a tassazione se generano plusvalenze.

Dichiarazione fiscale

Documento che riporta tutti i redditi e le operazioni soggette a tassazione. Per chi detiene o opera in criptovalute, la dichiarazione fiscale include la segnalazione delle plusvalenze, minusvalenze e del possesso degli asset digitali.

Depositi in valuta fiat

Trasferimenti di euro o altre valute tradizionali su un exchange con carta o bonifico bancario. Non sono fiscalmente rilevanti.

Depositi in criptovalute

Trasferimenti di asset digitali su un exchange. Non generano tassazione diretta, ma devono essere dichiarati nel Quadro RW. Queste criptovalute, come tutte le altre, diventano rilevanti se vendute per euro o stablecoin. La cosa da sottolineare è il trattamento fiscale: in questo caso deve essere dichiarato il prezzo di carico sull’exchange su cui si deposita. Se non si inserisce il prezzo a cui queste criptovalute sono state comprate, l’Agenzia delle Entrate considera come plusvalenza tutte le criptovalute depositate, applicando quindi sull’intero importo la tassa del 26% al momento della vendita.

Guadagni mining

Ricompense ottenute attraverso l’attività di mining, ovvero la validazione delle transazioni su una blockchain. Le criptovalute minate sono tassate con riferimento al momento dell’accredito con un’aliquota del 26%. Se in seguito vengono vendute a un prezzo superiore, si applica un’ulteriore imposta del 26% sulla plusvalenza (33% dal 2026). Mining personale: si applica l’aliquota del 26% sul valore al momento dell’accredito e un’eventuale ulteriore imposta sulla plusvalenza in caso di vendita. Mining professionale: può essere considerato attività d’impresa e soggetto a un regime fiscale diverso, con tassazione specifica per le aziende.

Imposta di bollo

Tassa applicata sul valore complessivo delle criptovalute detenute al 31 dicembre di ogni anno. L’imposta è pari al 2 per mille (0,2%) del valore totale e deve essere dichiarata nel Quadro RW.

Metodo contabile LIFO (Last In, First Out)

Sistema di calcolo per la determinazione delle plusvalenze in cui si assume che gli ultimi asset acquistati siano i primi a essere venduti. Questo è il metodo utilizzato nei Report fiscali di Young Platform.

Minusvalenze

Perdita generata dalla vendita di criptovalute a un prezzo inferiore rispetto al prezzo di acquisto. Le minusvalenze possono essere compensate con future plusvalenze nei successivi 5 anni.

Modello Unico

Modello di dichiarazione fiscale utilizzato principalmente da lavoratori autonomi e titolari di partita IVA. Per chi detiene criptovalute, è necessario compilare i Quadri RW e RT.

Ordini con valuta fiat

Operazioni di acquisto o vendita di criptovalute effettuate utilizzando valute tradizionali (es. euro, dollari). Le plusvalenze generate dalla vendita di crypto contro fiat sono sempre imponibili.

Per gli ordini che coinvolgono una valuta fiat come valuta quotata (quote currency), il profitto o la perdita viene calcolato basandosi sul prezzo di carico dello stack di criptovalute.

Esempio:

  • Se possedete 0.5 BTC acquistati a 10.000€ e ulteriori 0.5 BTC a 15.000€, e vendete 0.8 BTC a 20.000€ ciascuno, il calcolo sarà il seguente:
  • Vendete prima i 0.5 BTC a 15.000€, poi 0.3 BTC dei BTC acquistati a 10.000€.
  • Profitto = (0.5 × (20.000 – 15.000)) + (0.3 × (20.000 – 10.000)) = 2.500€ + 3.000€ = 5.500€.

Ordini con stablecoin

Quando si effettua una compravendita utilizzando una stablecoin invece di una valuta fiat come l’euro, è necessario convertire l’importo in euro al tasso di cambio corrente per determinare il prezzo di carico e il profitto.

Esempio pratico:

  • Supponiamo di acquistare 1 ETH pagando 1.000 USDT, con un tasso di cambio di 1 USDT = 0.93 EUR.
  • Il prezzo di carico in euro sarà quindi: 1.000 USDT * 0.93 EUR = 930€.
  • Se in seguito vendiamo lo stesso ETH per 1.100 USDT, con un tasso di cambio aggiornato di 1 USDT = 0.94 EUR, il valore di vendita in euro sarà: 1.100 USDT * 0.94 EUR = 1.034€.
  • Il profitto imponibile sarà quindi calcolato come: 1.034€ – 930€ = 104€.

Ordini swap

Gli ordini swap sono operazioni di scambio diretto tra criptovalute con le medesime caratteristiche e funzioni, e non sono imponibili fiscalmente in quanto non vi è conversione in euro o stablecoin. Tuttavia, il prezzo di carico della criptovaluta ceduta viene trasferito alla criptovaluta ottenuta nello scambio.

Ad esempio:

  • Un utente possiede 1 BTC acquistato a 5.000€ e decide di scambiarlo per 10 ETH.
  • Il prezzo di carico dei 10 ETH sarà di 500€ ciascuno, derivato dal valore del BTC al momento dello swap.
  • Non si genera alcuna plusvalenza immediata, ma solo nel momento in cui gli ETH vengono venduti successivamente.

Se in un secondo momento l’utente vende 8 ETH quando il loro valore è aumentato, ottenendo 1 BTC valutato 4.000€, la plusvalenza si realizzerà solo quando il BTC o gli ETH rimanenti saranno venduti a un prezzo superiore al loro costo di carico.

In sintesi, gli swap trasferiscono il valore d’acquisto da una criptovaluta all’altra, senza generare una tassazione immediata.

Pair (valuta base e valuta quotata)

Nelle coppie di trading, la valuta base è quella che si sta comprando o vendendo, mentre la valuta quotata è quella con cui si misura il valore della valuta base. Ad esempio, nel pair BTC/EUR, BTC è la valuta base e EUR è la valuta quotata.

Plusvalenze

Guadagno derivante dalla vendita di criptovalute a un prezzo superiore a quello di acquisto. Le plusvalenze sono tassate al 26% fino al 2025 e al 33% dal 2026.

Premi di Earn

Qualsiasi accredito di criptovalute effettuato da un exchange, app o piattaforma a seguito di un’azione dell’utente. Ad esempio, se si completa un quiz su una piattaforma e si ricevono crypto in premio, queste sono tassate con riferimento al momento dell’accredito con un’aliquota del 26%.

Se successivamente vengono vendute in euro o stablecoin a un prezzo superiore, si applica un’ulteriore imposta del 26% sulla plusvalenza (33% dal 2026). Il prezzo di carico da considerare è il valore di mercato al momento dell’accredito. La plusvalenza tassata sarà quindi la differenza tra il prezzo di vendita e il prezzo di accredito.

Prezzo di carico

Il valore di acquisto di una criptovaluta, determinante per il calcolo delle plusvalenze o minusvalenze al momento della vendita. In caso di accredito di ricompense per attività di mining, staking, funzionalità Earn o airdrop, il prezzo di carico è pari al prezzo al momento dell’accredito. In caso di deposito di criptovalute su un exchange, il prezzo di carico deve essere dichiarato manualmente, inserendo il prezzo di acquisto di quelle criptovalute. Se il prezzo di carico è 0€ al momento della vendita, l’intero importo verrà considerato come plusvalenza, su cui verrà applicata un’aliquota del 26%.

Quadro RW

Sezione della dichiarazione fiscale utilizzata per dichiarare il possesso di criptovalute detenute su qualsiasi exchange o wallet. È necessario per il calcolo dell’imposta di bollo. Fa parte del Modello Unico, obbligatorio per titolari di partita IVA e liberi professionisti.

Quadro RT

Sezione della dichiarazione fiscale dedicata alla segnalazione delle plusvalenze derivanti dalla vendita di criptovalute per euro o stablecoin. Deve essere compilato da chi ha ottenuto guadagni imponibili durante l’anno fiscale. Fa parte del Modello Unico, obbligatorio per titolari di partita IVA e liberi professionisti.

Quadro T

Sezione introdotta nel Modello 730 per la dichiarazione delle plusvalenze sulle criptovalute. Da compilare se si è lavoratori dipendenti o pensionati.

Quadro W

Parte del Modello 730 dedicata al monitoraggio del possesso di criptovalute. Equivalente del Quadro RW nel Modello Unico.

Ravvedimento Operoso

Procedura che consente ai contribuenti di regolarizzare errori o omissioni nella dichiarazione fiscale delle criptovalute, pagando imposte, interessi e sanzioni ridotte.

Ricompense staking

Ricompense ottenute attraverso lo staking, ossia il blocco di criptovalute per supportare il funzionamento della blockchain. Le criptovalute ottenute tramite staking sono tassate con riferimento al momento dell’accredito con un’aliquota del 26%. Se vengono successivamente vendute in euro o stablecoin a un prezzo superiore, viene applicata un’ulteriore imposta del 26% sulla plusvalenza (33% dal 2026). Il prezzo di carico da considerare è il valore di mercato della criptovaluta al momento dell’accredito sul wallet. La plusvalenza tassata sarà la differenza tra il prezzo di vendita e il prezzo al momento dell’accredito.

Rivalutazione

Meccanismo che permette di aggiornare il valore fiscale delle criptovalute detenute al 1° gennaio dell’anno di dichiarazione, pagando un’imposta sostitutiva ridotta invece della normale tassazione sulle plusvalenze. Per le imposte sulle plusvalenze del 2024, ciò significa inserire come prezzo di acquisto (o prezzo di carico) il valore al 1° gennaio 2025. Questo sistema è particolarmente utile per chi non conosce il prezzo di acquisto delle proprie criptovalute perché le ha comprate molto tempo fa, non dispone della documentazione degli anni passati o è un early adopter che ha acquistato a prezzi molto bassi. L’obiettivo è evitare di pagare un’imposta molto elevata sulle plusvalenze accumulate nel tempo. Tuttavia, aderire alla rivalutazione comporta l’obbligo esplicito di pagare subito il 18% di imposta sostitutiva e, in futuro, il 26% sulle plusvalenze generate dalla vendita.

Soglia o franchigia

Importo minimo sotto il quale le plusvalenze da criptovalute non erano soggette a tassazione (ad esempio, la soglia di 2.000€ per il 2023). A partire dal 2024, questa franchigia è stata eliminata, rendendo tutte le plusvalenze imponibili.

Stack di criptovalute

Il totale delle criptovalute detenute da un utente, suddiviso per prezzo di acquisto o metodo di acquisizione. Ogni transazione di acquisto, accredito da staking, mining o airdrop contribuisce ad aumentare lo stack di criptovalute, mentre le vendite o conversioni lo riducono.

USDT Tether

Stablecoin ancorata al valore del dollaro statunitense (USD). Le conversioni tra crypto e USDT sono fiscalmente rilevanti.

USD Coin (USDC)

Stablecoin ancorata al valore del dollaro statunitense. Analogamente a USDT, le operazioni di scambio con USDC sono considerate imponibili.

Valuta fiat

Moneta a corso legale emessa da un governo, come l’euro (EUR) o il dollaro statunitense (USD). Le operazioni di conversione tra criptovalute e valute fiat sono sempre soggette a tassazione.

Tassazione delle plusvalenze crypto: come cambia la soglia dei 2.000€ con la nuova normativa

plusvalenze criptovalute soglia 2000 euro

Dal 2025 la soglia di esenzione dei 2.000€ sulle plusvalenze crypto viene eliminata. Scopri cosa cambia e come dichiarare correttamente i tuoi guadagni.

Negli ultimi anni, le criptovalute sono diventate sempre più popolari come forma di investimento e risparmio. Tuttavia, quando si parla di guadagni, è fondamentale capire anche le regole fiscali applicate dal Fisco italiano.

Uno dei punti più discussi riguarda la cosiddetta soglia dei 2.000€: fino al 2024, le plusvalenze sulle criptovalute non erano tassate se, nel corso dell’anno, non superavano questa cifra. Ma dal 1° gennaio 2025, la normativa cambia: qualsiasi plusvalenza ottenuta dalla vendita di criptovalute sarà soggetta a imposta, indipendentemente dall’importo.

Se non hai esperienza con il mondo della fiscalità o degli investimenti, non preoccuparti: in questo articolo ti spiegheremo tutto in modo semplice e chiaro, con esempi pratici per aiutarti a capire come funziona la tassazione e cosa cambia con le nuove regole.

Cosa significa “plusvalenza” e perché viene tassata?

Per capire meglio il discorso sulle tasse, dobbiamo prima chiarire cos’è una plusvalenza.

In parole semplici, la plusvalenza è il guadagno che ottieni vendendo un bene (in questo caso, criptovalute) a un prezzo più alto rispetto a quello a cui lo hai acquistato. 

Esempio pratico

  • Acquisti 1 Bitcoin a 30.000€.
  • Dopo qualche mese, il valore di Bitcoin sale e decidi di venderlo a 40.000€.
  • Il tuo guadagno è 10.000€ (40.000€ – 30.000€): questa è la tua plusvalenza, su cui dovrai pagare le tasse.

Le criptovalute vengono trattate dal Fisco come strumenti finanziari: proprio come accade con le azioni in borsa, i guadagni derivanti dalla loro vendita vengono tassati.

Fino al 2024: le plusvalenze sotto i 2.000€ non erano tassate

Prima dell’entrata in vigore della nuova normativa, esisteva una regola che favoriva i piccoli investitori: se nell’arco dell’anno le tue plusvalenze non superavano i 2.000€, non dovevi pagare tasse.

Attenzione: questa non era una franchigia, ma una soglia di esenzione. Questo significa che anche con 1€ in più, si superava il limite dei 2.000€ e l’intero importo diventava tassabile, non solo la parte eccedente.

Esempi pratici fino al 2024

  • Se guadagni 1.900€ dalla vendita di crypto → Non paghi imposte. 
  • Se guadagni 2.100€ → L’intero importo viene tassato al 26%, non solo i 100€ eccedenti, per un totale di 2100 x 26% = 546 euro.

Fino al 2024, questa regola ha permesso a chi faceva operazioni di piccolo taglio di non pagare tasse.

Dal 2025: tutte le plusvalenze crypto sono tassate

Con la Legge di Bilancio 2025, la soglia di esenzione dei 2.000€ viene eliminata.

Cosa significa in pratica?

  • Non esiste più un limite minimo sotto il quale non si pagano tasse: anche piccoli guadagni saranno tassabili.
  • Qualsiasi plusvalenza, anche di 50€ o 100€, sarà soggetta a tassazione immediata.
  • L’aliquota applicata è del 26%, come lo scorso anno.

Esempio pratico dal 2025

  • Se un investitore realizza 500€ di plusvalenza, dovrà pagare 130€ di tasse (500 × 26%).
  • Se realizza 3.000€ di plusvalenza, l’imposta sarà 780€.

Questo cambiamento ha un impatto significativo, soprattutto per chi effettuava operazioni di trading o vendita occasionale senza preoccuparsi della soglia di esenzione.

Come gestire al meglio la tassazione sulle criptovalute?

Con le nuove regole, diventa essenziale monitorare le operazioni e dichiarare correttamente i guadagni. Ecco alcuni consigli utili:

  • Tieni traccia di tutte le tue transazioni → Registra acquisti, vendite e movimenti per avere un quadro chiaro della situazione fiscale.
  • Usa strumenti di gestione fiscale → Alcune piattaforme come Young Platform offrono report fiscali con il calcolo delle plusvalenze, semplificando la dichiarazione.
  • Compensa le minusvalenze → Se hai subito perdite vendendo altre criptovalute, puoi dedurle dai guadagni per ridurre l’importo tassabile.

Quindi cosa cambia per chi investe in criptovalute?

Il 2025 segna una svolta nella tassazione delle criptovalute in Italia. L’abolizione della soglia dei 2.000€ significa che tutti i guadagni diventano tassabili.

Se fino al 2024 i piccoli investitori potevano operare senza preoccuparsi della dichiarazione fiscale (finché restavano sotto i 2.000€ di guadagni), ora anche chi fa operazioni di piccolo taglio dovrà pagare le imposte.

Punti chiave da ricordare:

  • Fino al 2024: Nessuna tassa se le plusvalenze erano inferiori a 2.000€.
  • Dal 2025: Qualsiasi guadagno, anche minimo, sarà tassato.
  • Aliquota fiscale: 26% nel 2025 
  • Monitorare le operazioni è fondamentale per evitare errori e compensare le plus con il minusvalenze.

Con l’aumento della tassazione, sarà sempre più importante utilizzare strumenti fiscali adeguati o rivolgersi a consulenti specializzati per gestire correttamente i propri investimenti in criptovalute. Ti consigliamo quindi di dare un’occhiata ai servizi fiscali di Young Platform.

Casinò: il banco vince sempre, meglio puntare sugli investimenti

Casinò: il valore atteso e gli investimenti

Si dice che “il banco vince sempre”, in realtà non vince proprio sempre, ma sicuramente più spesso dei giocatori. Quali sono le probabilità di vincere giocando al casinò e perché è meglio investire?

Qual è il valore atteso di giocare al casinò e come si misura questa grandezza nel mondo degli investimenti? Cos’hanno in comune queste due attività, a parte le intrinseche leggi probabilistiche che le regolano?

La cosa interessante è che entrambe possono essere analizzate a livello statistico e confrontate. Sia i colorati e vibranti giochi del casinò, che i noiosi (non per noi) asset finanziari, hanno un valore atteso. Come si calcola e per quale attività è superiore?

Il banco vince sempre  spesso

Il richiamo sfavillante dei giochi da casinò è forte, tra luci e jackpot promessi – ma matematicamente è una battaglia persa in partenza. Si dice che il banco vince sempre per evocare il vantaggio ineluttabile a favore delle case da gioco (o dello Stato) e si sa, i detti popolari sono spesso efficaci per descrivere la realtà.

In ogni caso, il concetto statistico fondamentale che sta alla base di quanto affermato è noto come valore atteso. Questo è alquanto popolare anche nel mondo degli investimenti, dove viene spesso chiamato “rendimento atteso”, un mezzo indispensabile per gli investitori che intendono valutare i potenziali effetti delle loro decisioni.

Che cos’è il valore atteso?

Prima di affrontare la definizione formale, vediamo un esempio pratico: la via più utile e intuitiva per assimilare questo concetto. Facciamo finta di essere in un casinò e di star giocando a Craps, un gioco dove i giocatori scommettono sul lancio di un dado a sei facce; qual è la probabilità che esca il numero due

Comprensibilmente la risposta a questa domanda è ⅙, dato che le facce sono 6 e la probabilità che “esca” ogni numero è identica. In questo caso il valore atteso si ricava sommando i possibili valori di un evento (il numero sulla faccia del dado), ciascuno moltiplicato per la probabilità che esso si verifichi, che come abbiamo visto è ⅙.

Ecco il calcolo da svolgere: 

(1*⅙) + (2*⅙) + (3*⅙) + (4*⅙) + (5*⅙) + (6*⅙) = 3.5

La prossima volta che assisterai al lancio di un dado in un casinò saprai che il valore atteso sarà 3,5. Ciò significa che se lanci un dado a sei facce moltissime volte, la media dei numeri che otterrai tenderà a essere 3,5. Ma adesso concentriamoci sulla definizione più formale.

“In teoria della probabilità il valore atteso (chiamato anche media o speranza matematica) di una variabile casuale X è un numero indicato con E(X) formalizza l’idea euristica di valore medio di un fenomeno aleatorio.”

Ricapitolando, il valore atteso di un evento è dato dalla somma dei possibili valori, ciascuno moltiplicato per la probabilità che si verifichi. In altre parole è uguale alla media ponderata dei possibili risultati. Teniamo a mente quest’ultima frase che ci tornerà molto utile quando parleremo di investimenti.

Il banco vince sempre: perché non vale la pena giocare al casinò

Teletrasportiamoci in un casinò. Ora che abbiamo capito cos’è il valore atteso, tutto appare sotto una nuova luce: questo valore è sempre negativo per i giocatori, e sempre positivo per il banco.

Se questa frase vi è scivolata addosso senza troppa attenzione, forse vi è sfuggito un dettaglio non da poco: abbiamo appena messo in discussione un’industria che, solo in Europa, ha generato 131 miliardi di euro di ricavi (dati del 2023).

La ragione è semplice. I giochi d’azzardo sono progettati per garantire un margine di vantaggio al casinò — noto come house edge. È questo vantaggio che rende sostenibile il loro modello di business: se il valore atteso fosse positivo per i giocatori, gestire un casinò equivarrebbe a regalare denaro ai clienti nel lungo periodo.

Certo, non tutti i giochi sono uguali. Alcuni, come la roulette, hanno un valore atteso solo lievemente negativo. Altri, come il SuperEnalotto, presentano probabilità talmente sfavorevoli da rendere praticamente impossibile una vincita consistente. Ma andiamo a vedere nel dettaglio il valore atteso dei giochi da casinò più popolari.

Un esempio pratico: il valore atteso della Roulette

Uno dei giochi da casinò più generosi nei confronti dei giocatori è la roulette europea, ovvero quella con un solo zero. Per confermare quanto affermato calcoliamo le probabilità di una puntata semplice, ad esempio rosso o nero, pari o dispari, 1-18 o 19-36. In una roulette europea ci sono 37 numeri possibili (18 rossi, 18 neri, 1 zero verde). 

Scommettendo, ad esempio, sul rosso:

  • La probabilità di vincere è 18/37 (circa il 48.65%), perché 18 numeri su 37 sono rossi. 
  • La probabilità di perdere è 19/37 (circa il 51.35%), perché 18 sono neri più lo zero che fa perdere le puntate sul rosso.

Il payout per una puntata vincente sul rosso è 1:1. In altre parole, si raddoppia la posta: se puntiamo 1€ ne otteniamo 2€ in totale quando vinciamo, ovvero 1€ di profitto netto, mentre se perdiamo, perdiamo l’intera somma puntata

Il valore atteso totale sarà quindi il risultato della differenza tra il valore atteso dalla probabilità di vittoria (18/37) meno quello della sconfitta (19/37), il cui risultato è una perdita di 0,027€ per ogni euro puntato. Per semplificare il discorso non abbiamo riportato la formula, ma se vuoi verificare calcolando questa differenza dopo aver applicato lo stesso procedimento che abbiamo seguito per il dado.

Il Valore atteso negli investimenti finanziari

Ora che conosci, in linea generale, il concetto di valore atteso dei giochi da casinò, è il momento di parlare di investimenti; dato che per stimare il rendimento futuro di strumenti come azioni, obbligazioni, indici e anche criptovalute si utilizzano leggi probabilistiche simili.

Innanzitutto, bisogna specificare che cambiando sistema di riferimento cambia anche il tipo di approccio alla probabilità. Non possiamo analizzare il mondo finanziario in modo probabilisticamente oggettivo, dato che non è costituito da eventi perfettamente simmetrici e costruiti (come il lancio di un dato). In questo caso, si modellano le probabilità in base ai dati storici. 

Il valore atteso negli investimenti è detto rendimento atteso e non è altro che la media ponderata dei possibili rendimenti di un investimento, tenendo conto della probabilità di ciascun risultato. Se ci fate caso, questa definizione è praticamente identica a quella enunciata sopra parlando di giochi da casinò.

In questo articolo per comprendere il valore atteso in finanza utilizzeremo uno degli indici azionari più longevi del mercato: l’S&P 500. L’S&P 500 è uno degli indici azionari più importanti al mondo, che segue l’andamento delle 500 grandi aziende statunitensi più capitalizzate. Ha uno storico di dati di quasi un secolo, ed è quindi molto efficace e utilizzato per stimare i rendimenti azionari di lungo termine. Storicamente, l’S&P 500 ha offerto un rendimento medio annuo positivo.

Quello atteso è attualmente del +10% circa considerando i dati storici dal 1928 ad oggi, includendo i dividendi reinvestiti, su lunghi periodi. Sarebbe interessante fare lo stesso con Bitcoin, ma purtroppo quindici anni di storico sono decisamente pochi per valutare un fenomeno finanziario dal punto di vista statistico. Ad oggi il rendimento atteso sarebbe dell’85%, analizzando le sue performance dal 2011 ad oggi.

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Perché investire non è come giocare d’azzardo: conclusioni

Sebbene sia vero che sia l’investimento sia il gioco d’azzardo implicano il mettere a rischio del capitale con la speranza di aumento, la differenza fondamentale sta nel segno e nella natura del valore atteso.

Nel gioco d’azzardo il valore atteso è negativo per il giocatore, il sistema è chiuso e a somma negativa: il banco trattiene sempre una frazione delle puntate (il margine). Non importa quanto a lungo si giochi o quali strategie di puntata vengano adottate. Sistemi come la Martingala e simili possono modificare la distribuzione delle vincite nel breve termine, ma non possono agire sul valore atteso.

Alla lunga il giocatore perderà, in media, la percentuale corrispondente al vantaggio del banco. Insomma, “il banco vince sempre” non è solo un detto: è una legge matematicamente dimostrata dovuta alla struttura del gioco

Negli investimenti finanziari, soprattutto sul mercato azionario, il valore atteso per l’investitore è storicamente positivo. Questo perché l’economia genera costantemente nuova ricchezza: le aziende crescono, producono utili, innovazione, e ciò si riflette in un aumento di valore nel lungo termine. Investire in un indice di mercato diversificato significa partecipare alla crescita economica generale.

Certo, esiste il rischio di scegliere un investimento sbagliato o di subire flessioni nel breve periodo, ma questo può essere gestito con la diversificazione, impostando i propri obiettivi in un orizzonte temporale di lungo periodo e con la disciplina (accortezze impossibili da attuare nel gioco d’azzardo, dove ogni puntata è indipendente e sicuramente sfavorevole).

Volatilità e valore atteso: la relazione

L’ultimo punto da considerare in questo confronto tra giochi da casinò e mondo degli investimenti è la volatilità, messa in contrapposizione con la certezza di registrare una perdita. Nei giochi da casinò, ma anche nei gratta e vinci e nel Superenalotto il risultato è prevedibile nel lungo termine (perdita di una frazione fissa di quanto giocato), con una volatilità che tende a ridursi come percentuale sul volume giocato man mano che aumentano le puntate

Negli investimenti, invece, la volatilità non scompare per periodi di tempo più prolungati (anzi, inizialmente può far aumentare l’incertezza di risultato nell’orizzonte medio), ma poiché il valore atteso è positivo, col passare del tempo crescono le probabilità di registrare un rendimento positivo. 

Ad esempio, detenere un’azione per un singolo giorno è come lanciare una moneta (circa 50% di giorni positivi, 50% negativi); holdarla per un anno dà una buona probabilità di rendimento positivo, ma non garantita; conservarla per 10 o 20 anni storicamente ha quasi sempre garantito un rendimento significativo.​

Al contrario, giocare alla roulette ripetutamente per 10 o 20 anni darà sicuramente un risultato netto negativo vicino al valore atteso teorico, salvo il verificarsi di eventi eccezionali e irripetibili. Mentre se si punta sul rosso una sola volta le probabilità di vittoria sono incredibilmente più alte.

In conclusione, investire (saggiamente) è un’attività statisticamente vincente nel lungo termine, mentre chi gioca d’azzardo ha la certezza matematica di registrare perdite. L’investimento produce ricchezza nel sistema economico, mentre il gioco d’azzardo ridistribuisce semplicemente il valore e ne erode una parte, quella che finisce nelle casse del banco.

Naturalmente, ciò non significa che investire sia un’attività priva di rischio: ma che chi investe viene compensato da un premio per il rischio che si assume, cosa che non avviene nel gioco d’azzardo, dove il rischio si traduce solo in ulteriore svantaggio senza alcun premio atteso.

Scadenza dichiarazione redditi 2025: il calendario fiscale

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Per evitare sanzioni e adempiere correttamente agli obblighi fiscali, è fondamentale conoscere le scadenze principali e le nuove regole applicabili. Scopriamo dunque il calendario fiscale 2025.

Di seguito, troverai una guida chiara ed esaustiva sulle date chiave per il pagamento delle imposte, la dichiarazione dei redditi e le principali modifiche normative introdotte per il 2025.

Tassazione delle criptovalute: cosa bisogna sapere

Chi investe in criptovalute deve rispettare due obblighi principali:

  1. Pagamento delle imposte → riguarda il versamento delle somme dovute allo Stato, come l’imposta sulle plusvalenze e altre imposte specifiche.
  2. Dichiarazione dei redditi → consiste nella presentazione del documento fiscale che riepiloga i redditi percepiti nell’anno, comprese le entrate derivanti dalle criptovalute.

Non rispettare questi obblighi può comportare sanzioni, quindi è essenziale conoscere le date chiave per il 2025.

Scadenze per il pagamento delle imposte sulle criptovalute

Ecco le principali date da segnare in calendario:

30 giugno 2025

  • Pagamento dell’imposta sulle plusvalenze realizzate nel 2024 (26%).
  • Pagamento dell’IVACA (imposta di bollo dello 0,2% sulle cripto-attività) sul valore delle criptovalute detenute al 31 dicembre 2024. Da pagarsi qualora le cripto attività non siano custodite presso un exchange che provveda autonomamente a trattenere e versare l’imposta di bollo.
  • Versamento del primo acconto sulle imposte per l’anno fiscale 2025.

30 novembre 2025

  • Versamento del secondo acconto sulle imposte per il 2025.

Se non si rispettano queste date, si rischiano sanzioni e interessi di mora. In caso di ritardo, è possibile regolarizzare i versamenti con il ravvedimento operoso, pagando una sanzione ridotta.

Scadenze per la Dichiarazione dei redditi nel 2025

Le dichiarazioni fiscali devono essere presentate nei seguenti termini:

30 settembre 2025 → Scadenza Modello 730

  • Utilizzato principalmente da lavoratori dipendenti e pensionati.
  • Contiene il Quadro W per il monitoraggio del possesso di cripto-attività.
  • Include il Quadro T, dove si dichiarano le plusvalenze derivanti da criptovalute.

31 ottobre 2025 → Scadenza Modello Redditi Persone Fisiche (PF)

  • Necessario per chi ha redditi diversi dal lavoro dipendente, come partite IVA e liberi professionisti.
  • Contiene il Quadro RW per il monitoraggio del possesso di cripto-attività.
  • Include il Quadro RT, dove si dichiarano le plusvalenze derivanti da criptovalute.
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Novità della Legge di Bilancio 2025 sulla tassazione crypto

La Legge di Bilancio ha introdotto importanti modifiche fiscali per chi detiene criptovalute. Ecco le principali:

Abolizione della soglia di esenzione

  • Fino al 2024, le plusvalenze sotto i 2.000 euro non erano tassate.
  • Dal 1° gennaio 2025, tutte le plusvalenze, anche di importi minimi, saranno soggette a tassazione.

Imposta sostitutiva sul valore delle Criptovalute

  • È possibile optare per una tassazione fissa del 18% sul valore delle cripto-attività, rivalutate al prezzo del 1° gennaio 2025.
  • Il pagamento dell’imposta deve avvenire entro il 30 novembre 2025.
  • L’importo può essere rateizzato in tre anni, con un interesse annuo del 3% sulle rate successive alla prima.
  • Chi opta per la rivalutazione, deve comunque pagare un’ulteriore tassa del 26% sulle plusvalenze in caso di vendita per Euro o conversione a stablecoin.  

Cosa fare in caso di ritardo nei pagamenti

Se non si rispettano le scadenze, è necessario:

  • Calcolare e versare gli interessi di mora e le eventuali sanzioni.
  • Usare il ravvedimento operoso per regolarizzare la situazione con una sanzione ridotta.
  • Consultare un commercialista o esperto fiscale per valutare la soluzione migliore.

Consigli pratici per la gestione fiscale delle criptovalute

1. Tieni traccia di tutte le transazioni

  • Registra tutte le transazioni: mantieni traccia di acquisti, vendite, scambi e trasferimenti.
  • Scarica la ricevuta dell’imposta di bollo: se utilizzi una piattaforma che ha già anticipato il pagamento per te, come Young Platform, scarica la ricevuta e conservala. Questa dovrà essere allegata alla dichiarazione dei redditi.
  • Utilizza un Report Fiscale: per semplificare la compilazione della dichiarazione dei redditi, puoi acquistare un Report Fiscale fornito da un consulente specializzato o da piattaforme come Young Platform, che offrono facsimili precompilati per agevolare il processo.

2. Affidati a un consulente fiscale

La normativa sulle criptovalute è complessa e in continua evoluzione. Se hai grandi capitali o una situazione piuttosto complessa perché utilizzi protocolli DeFi e molti wallet, un commercialista esperto è quello che ci vuole.

3. Pianifica i pagamenti

  • Non aspettare l’ultimo momento per versare le imposte.
  • Se possibile, accantona una parte dei guadagni per coprire le tasse future.

Commercialista esperto di criptovalute: accedi ai servizi di consulenza di Young Platform

Commercialista criptovalute

Gestisci al meglio la fiscalità crypto con il supporto di commercialisti specializzati. Scopri come ottimizzare la dichiarazione e ridurre i rischi fiscali.

Investire in criptovalute può essere redditizio e stimolante, ma la gestione fiscale rappresenta spesso un ostacolo complesso. La normativa in materia di crypto asset cambia praticamente ogni anno ed è purtroppo facile commettere errori nella dichiarazione dei redditi,  portando a sanzioni significative.

La soluzione: un commercialista crypto

Per questo motivo, abbiamo creato un portale di consulenza fiscale dedicato, che ti mette in contatto diretto con commercialisti esperti del settore. Grazie al loro supporto, potrai gestire in modo corretto e strategico la tua posizione fiscale, evitando rischi e ottimizzando il pagamento delle imposte.

I principali vantaggi del servizio sono:

  • Dichiarazione corretta degli asset digitali, con l’assistenza di un esperto.
  • Ottimizzazione fiscale, per ridurre il carico tributario nei limiti della legge.
  • Regolarizzazione di errori passati, tramite il ravvedimento operoso.
  • Consulenza su operazioni specifiche, come cash out, trasferimenti all’estero e gestione di fondi bloccati.

La combo Report fiscale di Young Platform o Report fiscale Young-Okipo più commercialista è quello che ci vuole se sei in difficoltà.

Prenota il tuo appuntamento con il commercialista

L’accesso al servizio è semplice e immediato. È sufficiente:

  1. Accedere alla sezione Tasse & Report della piattaforma
  2. Cliccare sul banner dedicato alla consulenza fiscale
  3. Compilare un rapido questionario
  4. Scegliere un orario disponibile per l’appuntamento con il team di Young Platform.

Durante l’appuntamento non verrai messo subito in contatto con un commercialista: prima facciamo un incontro conoscitivo con te per capire meglio le tue esigenze. 

Vogliamo infatti valutare insieme se sia davvero necessario attivare una consulenza fiscale professionale, che rappresenta comunque una spesa. In molti casi possiamo già aiutarti noi a chiarire dubbi e rispondere alle domande più comuni. Se invece la situazione lo richiede, ti supporteremo anche nel passaggio successivo, mettendoti in contatto con il nostro commercialista qualificato.

La scadenza per il pagamento delle imposte è fissato al 30 giugno 2025. Nei mesi precedenti questa data, la richiesta di consulenze aumenta sensibilmente. Prenotare in anticipo consente di ricevere l’assistenza necessaria senza il rischio di ritardi o sovraccarichi.

Nel caso ritenessi di averne bisogno, ti consigliamo di prenotare il prima possibile, per non rischiare di arrivare in overbooking sul calendario del commercialista. Perché scegliere la consulenza fiscale di Young Platform?

Commercialisti esperti in criptovalute

I professionisti disponibili tramite il nostro servizio sono specializzati nel settore crypto e costantemente aggiornati sulle normative fiscali più recenti. Questo consente di ricevere un supporto mirato e affidabile, riducendo al minimo il rischio di errori o omissioni nella dichiarazione.

Integrazione con i Report Fiscali di Young Platform

Uno dei principali vantaggi è l’integrazione con i report fiscali della piattaforma. Questi documenti forniscono un quadro chiaro e dettagliato di tutte le transazioni effettuate, facilitando la compilazione della dichiarazione dei redditi.

Acquistare il Report Fiscale consente di ottenere un riepilogo preciso della propria attività crypto, riducendo il rischio di errori e facilitando il lavoro del commercialista.

Supporto personalizzato in base alle esigenze individuali

Ogni investitore ha una situazione fiscale unica. Per questo motivo, il nostro servizio di consulenza offre un supporto su misura, adattandosi alle necessità specifiche di ciascun utente.

I principali servizi offerti includono:

  • Analisi della situazione fiscale individuale, per sviluppare le strategie dichiarative più efficaci.
  • Compilazione dei quadri RW e RT, necessari per la dichiarazione degli asset digitali.
  • Calcolo delle imposte su plusvalenze e minusvalenze, per una gestione fiscale ottimale.
  • Gestione di fondi bloccati o allocati su piattaforme problematiche, con assistenza nella dichiarazione.
  • Consulenza su strategie per ottimizzare i cash out, evitando impatti fiscali imprevisti.
  • Supporto per trasferimenti di criptovalute da e per l’estero, con analisi degli obblighi fiscali connessi.
  • Guida alla conservazione della documentazione fiscale, per garantire una gestione corretta e conforme.
  • Preparazione alla difesa in caso di accertamenti da parte dell’Agenzia delle Entrate.
  • Assistenza per il ravvedimento operoso, per correggere eventuali errori dichiarativi di anni precedenti.
  • Consulenza su attività imprenditoriali legate alle crypto, come accettazione di pagamenti digitali, fiscalità internazionale, eredità e donazioni.
  • Supporto dedicato a chi ha vissuto situazioni complesse, come vittime di frodi o utenti che hanno perso fondi a causa del fallimento di exchange o piattaforme non più operative

Due formule di servizio: scegli quella più adatta a te

Offriamo due livelli di supporto, pensati per adattarsi al meglio alle tue esigenze:

  • Consulenza Fiscale
    Un incontro singolo con un esperto fiscale per ricevere chiarimenti su dubbi specifici, ottenere indicazioni su come procedere con la dichiarazione e valutare la tua situazione fiscale complessiva.
  • Pacchetto Completo
    Un servizio più approfondito, pensato per chi ha una situazione più articolata o preferisce delegare completamente la gestione della parte fiscale. Include l’analisi dei movimenti, il calcolo delle imposte, la compilazione della dichiarazione e la consegna dei documenti pronti per l’invio.

Queste informazioni sono riprese anche nelle mail che riceverai automaticamente al momento della prenotazione della chiamata, così avrai tutto chiaro fin da subito.

Ravvedimento Operoso e gestione di errori fiscali

Se negli anni precedenti hai commesso errori nella dichiarazione delle criptovalute, il ravvedimento operoso rappresenta la soluzione per regolarizzare la tua posizione fiscale riducendo le sanzioni.

Grazie alla consulenza dei nostri esperti, potrai:

  • Analizzare la tua situazione fiscale e individuare eventuali irregolarità.
  • Ricevere un piano dettagliato su come correggere errori passati.
  • Minimizzare i costi delle sanzioni grazie all’intervento tempestivo.
  • Evitare il rischio di accertamenti futuri e contestazioni da parte dell’Agenzia delle Entrate.

Correggere eventuali inesattezze prima di ricevere una comunicazione ufficiale dall’Agenzia delle Entrate è fondamentale per evitare problemi e costi aggiuntivi.

Gestisci le tue criptovalute con sicurezza e tranquillità

Affidarsi a un commercialista esperto consente di eliminare ogni incertezza sulla fiscalità crypto, evitando errori e garantendo la conformità con la normativa vigente.

Grazie alla nostra consulenza specializzata, potrai concentrarti esclusivamente sulla crescita del tuo portafoglio, senza preoccupazioni legate alla dichiarazione dei redditi.