Riunione BCE marzo 2026: i risultati

Riunione BCE marzo 2026: i risultati

La BCE si è riunita il 19 marzo per decidere la politica monetaria dell’Eurozona: cosa è successo ai tassi di interesse? Qui i risultati

La riunione della Banca Centrale Europea di giovedì 19 marzo 2026 ha visto i membri del Consiglio Direttivo riunirsi per discutere, tra le altre cose, in merito alle politiche monetarie dell’Eurozona. Sul tavolo, le decisioni relative ai tassi di interesse. Cosa è successo?

Riunione della BCE: qual è il contesto economico?

La seconda riunione della BCE nel 2026 è avvenuta in uno scenario economico complesso, in cui l’incertezza sul futuro domina incontrastata, tra l’imprevedibilità di Donald Trump e le guerre che sembrano destinate a durare ancora un po’. I temi principali hanno riguardato soprattutto la crescita economica, fortemente condizionata dall’instabilità del contesto geopolitico, e l’inflazione, all’1,9% secondo l’ultima rilevazione – maggiore rispetto alle previsioni. Vediamo nel dettaglio cosa si è deciso.

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La BCE lascia i tassi di interesse invariati

Giovedì 19 marzo, Francoforte. Il Consiglio Direttivo della Banca Centrale Europea ha comunicato la sua decisione in materia di politica monetaria per l’Eurozona. Come atteso dalla maggioranza degli analisti, la BCE ha deciso mantenere invariati i suoi tre tassi di interesse chiave. Di conseguenza, il tasso sui depositi presso la banca centrale resta stabile al 2%, il tasso sulle operazioni di rifinanziamento principali al 2,15%, così come il tasso sulla marginal lending facility al 2,40%.

Le motivazioni dietro la scelta

La BCE ha spiegato che la decisione è stata guidata dal fatto che il processo di disinflazione è in linea con le aspettative e dovrebbe stabilizzarsi sull’obiettivo del 2% a medio termine. Tuttavia, si legge nel comunicato, “la guerra in Medio Oriente ha reso le prospettive significativamente più incerte, generando rischi al rialzo per l’inflazione e rischi al ribasso per la crescita economica”. 

Anche in Europa, come negli Stati Uniti, i recenti avvenimenti legati allo scoppio della guerra in Iran stanno costringendo i vertici della Banca Centrale Europea alla riformulazione delle traettorie. Nello specifico, ha continuato la Presidente Lagarde, “un’interruzione prolungata delle forniture di petrolio e gas comporterebbe un’inflazione più alta e una crescita più bassa rispetto allo scenario di base delle proiezioni. Le implicazioni per l’inflazione a medio termine dipendono in misura determinante dall’entità degli effetti indiretti e di secondo impatto di uno shock energetico più forte e persistente”.

Con questa riunione, la BCE conferma una postura più attendista

La riunione della BCE di marzo 2026 ha decretato il mantenimento dei tassi di interesse ai livelli di febbraio: è la sesta riunione di fila che vede questo esito. Nonostante il contesto globale fortemente confuso, l’inflazione continua a reggere botta – per ora – e la Banca Centrale segnala un cautissimo ottimismo: “Il Consiglio direttivo si trova in una posizione favorevole per affrontare tale incertezza. L’inflazione si è collocata intorno all’obiettivo del 2%, le aspettative di inflazione a più lungo termine risultano saldamente ancorate e l’economia ha evidenziato una buona capacità di tenuta negli ultimi trimestri”. 

Naturalmente, le settimane che verranno saranno fondamentali per capire se i dati confermeranno lo scenario attuale e quale sarà la prossima mossa dell’Eurotower. La prossima riunione è prevista per il 29-30 aprile 2026: cosa decideranno i membri del Consiglio direttivo?

Per non perderti i prossimi meeting, dai un’occhiata al nostro calendario della BCE del 2026 – in ogni caso, noi saremo qui a commentarli. 

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Riunione FED marzo 2026: cos’è successo?

Riunione FED marzo 2026 cos’è successo?

Si è appena conclusa la riunione della FED del 18 marzo 2026 in cui il Presidente Jerome Powell ha comunicato la decisione del FOMC sui tassi di interesse. Come previsto, il Comitato ha scelto di mantenere i tassi di interesse invariati nel range tra il 3,5% e il 3,75%.

Riunione FED marzo 2026: come da previsione, il FOMC lascia i tassi invariati

Al termine della riunione del 18 marzo 2026, il Federal Open Market Committee (FOMC) ha annunciato la sua attesa decisione sulla politica monetaria statunitense. Il comitato guidato da Jerome Powell ha optato per mantenere i tassi di interesse invariati, nel range trail 3,5% e il 3,75%, come ampiamente previsto.

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Le motivazioni

Le motivazioni principali alla base di questa decisione, sono riassunte in una frase pronunciata dal Presidente della Federal Reserve Jerome Powell, all’inizio della conferenza stampa successiva al comunicato: “Nelle ultime settimane gli indicatori sulle aspettative di inflazione a breve termine sono in rialzo; una dinamica che, con ogni probabilità, riflette la forte impennata dei prezzi del petrolio dovuta ai blocchi delle forniture in Medio Oriente”. 

Le conseguenze dello scoppio della guerra in Iran sembrano destare non poche preoccupazioni al Presidente della Fed il quale, poco dopo, ha ripreso il tema affermando che “le implicazioni degli eventi in Medio Oriente per l’economia statunitense sono incerte: nel breve termine, l’aumento dei prezzi dell’energia spingerà al rialzo l’inflazione complessiva, ma è troppo presto per conoscere la portata e la durata dei potenziali effetti sull’economia”. 

Come sempre, Jerome Powell ha chiuso la seduta ricordando ai giornalisti presenti il metodo con cui il FOMC affronta la politica monetaria degli Stati Uniti: “La politica monetaria non segue un percorso prestabilito e prenderemo le nostre decisioni riunione per riunione”.

Prossime riunioni della FED: taglio dei tassi all’orizzonte?

Difficile prevedere il comportamento dei banchieri centrali statunitensi, anche perché a maggio 2026 ci sarà un cambio al vertice della Fed – abbiamo scritto un articolo dedicato ai potenziali candidati presidenti.

A ciò, si aggiunge l’incertezza provocata dalla crisi energetica innescata dalla riapertura del fronte medio-orientale, come ha giustamente ricordato il Presidente della banca centrale degli Stati Uniti. 

In ogni caso, al momento della scrittura, il FedWatch Tool, con la prossima riunione prevista per il 29 aprile, stima un taglio di 25 pbs allo 0%, mentre il No Change è dato al 93,8%. E il restante 6,3%? Proprio così, si riferisce all’aumento di 25 punti base.  

L’appuntamento, quindi, è fra un mese abbondante, per il FOMC del 28-29 aprile: entra nel nostro gruppo Telegram o iscriviti a Young Platform e non perderti le notizie rilevanti che muovono i mercati!

Guerra in Iran: come sta reagendo il mercato crypto?

Guerra in Iran: come ha reagito il mercato crypto?

La guerra in Iran è entrata nella terza settimana: il prezzo del petrolio è alle stelle e porta le Borse in rosso. Ma il mercato crypto? 

La guerra tra Stati Uniti-Israele e Iran è ufficialmente entrata nella terza settimana: la Repubblica islamica iraniana si è organizzata per rendere impraticabile lo Stretto di Hormuz, snodo fondamentale dove passa un quinto della produzione mondiale di petrolio e GNL. Le Borse mondiali, ovviamente, accusano lo stop alle forniture, ma il mercato crypto sembra reagire diversamente: cosa ci dicono i dati? 

Diamo uno sguardo ai mercati tradizionali: le performance dall’inizio della guerra

Nella mattinata italiana del 28 febbraio, Stati Uniti e Israele davano ufficialmente avvio a una serie di bombardamenti coordinati ai danni dell’Iran: in meno di 24 ore, raggiungono uno dei principali obiettivi dei raid, eliminando l’Ayatollah Alì Khamenei, guida suprema della Repubblica islamica iraniana. A poche ore dall’evento, i Guardiani della rivoluzione, uno dei tre corpi armati iraniani, dichiaravano chiuso lo Stretto di Hormuz: “Se qualcuno tenterà di passare, gli eroi delle Guardie Rivoluzionarie e della marina regolare daranno alle fiamme quelle navi”. 

Il prezzo del petrolio schizza alle stelle: attraverso lo Stretto di Hormuz passa tra il 25% e il 30% della produzione mondiale di petrolio e di GNL (gas naturale liquefatto). Con l’apertura del fronte, il Brent – benchmark internazionale – è salito dai 73$ al barile agli odierni 103$. 

Quindi, qual è la situazione attuale? Vediamo come si stanno comportando i mercati tradizionali dall’inizio della guerra a oggi – lunedì 16 marzo.

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I principali indici azionari

Quando il prezzo dell’energia cresce a dismisura, l’economia reale ne risente: le aziende spendono di più per produrre a causa dell’aumento trasversale dei costi, come quelli per il trasporto e per l’elettricità in generale. Il risultato: i rincari, alla fine, vengono trasferiti sul consumatore, che vede un rialzo dei prezzi generalizzato, anche detto inflazione. Cosa significa tutto ciò in numeri? 

Partendo dagli Stati Uniti, il Dow Jones ha ceduto il 4%, l’S&P500 il 2,5% e il Nasdaq 100 l’1,3%. Il Dow Jones subisce più degli altri due proprio perché maggiormente esposto alle variazioni dei prezzi energetici: al suo interno troviamo titoli il cui valore dipende molto dal costo dell’energia, come Boeing (-6,7%) e Caterpillar (-5,9%)

Voliamo in Europa, che se la passa pure peggio: l’Eurostoxx 50 (STOXX), l’indice che include le top 50 aziende europee, nello stesso periodo ha perso il 6,4%. Nel dettaglio, Londra è giù del 5,3%, Milano del 5,7%, Francoforte del 6,4% e Parigi del 7,5%. 

Anche in Asia la situazione non è rosea: il Nikkei, che rappresenta le 225 aziende più importanti del Giappone, ha lasciato il 7,3%, mentre il KOSPI, principale indice sudcoreano, l’11%. In Cina, l’Hang Seng contiene le perdite e si ferma al -3%.

Focus metalli preziosi: oro e argento 

In questo caos, sarebbe lecito aspettarsi un buon comportamento da parte dei metalli preziosi, universalmente concepiti come lido sicuro in tempi di forti turbolenze. Non è proprio così

La quotazione dell’oro, dal 27 febbraio, è scesa di oltre cinque punti percentuali (-5,4%), seguita a stretto giro dall’argento che raddoppia le perdite (-10%). Contestualmente, nonostante non sia un metallo prezioso, il dollaro torna ad assumere un ruolo di riserva di valore: in queste tre settimane, il DXY – dollaro vs cinque principali valute estere – ha guadagnato il 2,3%. 

E il mercato crypto?

Il mercato crypto è in controtendenza rispetto all’andamento generale: da sabato 28 febbraio, Bitcoin ha guadagnato l’11,5% ed è riuscito a rompere i 70.000$ dopo due tentativi – ora viaggia sui 73.500$; Ethereum fa anche meglio con un +18,3%; Ripple e Solana si uniscono alla festa salendo, rispettivamente, del 10,6% e del 14,1%. In generale, la Total Market Cap del settore ha visto l’ingresso di quasi 240 miliardi di dollari (+10,5%).

Qualche dato interessante  

Glassnode ci dice che i wallet con saldo uguale a superiore a 1.000 BTC, dal 28 febbraio, sono aumentati di 11 unità, da 1.271 a 1.282. Detta in un altro modo, sembra che le cosiddette whale – le balene, cioè chi detiene grandi quantità di Bitcoin – stanno tornando ad accumulare

In modo complementare, nello stesso arco di tempo, si è verificato un deflusso dagli exchange pari a circa 49.632 BTC. La quantità di Bitcoin disponibile si riduce, con consguenze positive per il prezzo, come spiegato dalla legge della domanda e dell’offerta.

Se, invece, spostiamo lo sguardo verso gli attori istituzionali, gli ETF su Bitcoin hanno registrato un net flow – saldo tra acquisti e vendite, cioè tra entrate e uscite –  di più di 16.100 BTC.

Siamo di fronte a una rotazione dei capitali?

È la grande domanda, a cui gli investitori crypto (e non) stanno cercando di rispondere da giorni. Chiaramente, nessuno ha la risposta, perché il futuro non può essere previsto. In questi momenti, la cosa migliore da fare è studiare i fondamentali e capire il funzionamento dei protocolli. Non sai da dove partire? Non preoccuparti: la nostra Academy è ottima per chi vuole iniziare, ma anche per chi è già esperto e vuole ripassare.  
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Inflazione USA: il dato del CPI oggi

Inflazione USA: il dato del CPI di oggi

È uscito il Consumer Price Index (CPI), il dato utilizzato per stimare l’inflazione negli Stati Uniti d’America. Il destino dei mercati passa dall’inflazione USA e, quindi, dal dato del Consumer Price Index (CPI) pubblicato l’11 marzo. In questo articolo, scopriremo cos’è il CPI, perché è importante e analizzeremo gli ultimi dati disponibili. 

CPI significato

Tecnicamente, il CPI (Consumer Price Index), o Indice dei Prezzi al Consumo, è un indicatore economico fondamentale che misura quanto sono cambiati i prezzi di beni e servizi che compriamo quotidianamente. In altre parole, il CPI ci dice quanto costa oggi vivere rispetto al passato.  

Il CPI si calcola raccogliendo i dati sui prezzi di un “paniere” rappresentativo di beni e servizi che i consumatori solitamente acquistano. Questo paniere include una varietà di prodotti, come cibo, abbigliamento, alloggio, trasporti, istruzione, assistenza sanitaria e altri beni e servizi comuni. Il Bureau of Labor Statistics (BLS) degli Stati Uniti raccoglie ogni mese i prezzi in 75 aree urbane e li confronta con quelli del periodo precedente.

Perché è importante?

Il CPI è utilizzato per misurare l’inflazione, cioè quanto aumenta il costo della vita. Se il CPI sale, significa che i prezzi stanno aumentando e che, in media, si deve spendere di più per vivere come si faceva prima.

Bitcoin e CPI: come sono legati?

Il Consumer Price Index è uno dei principali indicatori che i membri della Federal Reserve prendono in considerazione quando devono effettuare delle scelte in materia di politica monetaria: generalmente, quando l’inflazione scende, il FOMC (Federal Open Market Committee) è più sereno nel tagliare i tassi e viceversa.

Bitcoin, generalmente, accoglie positivamente il taglio dei tassi: quando il denaro costa meno, gli investitori sono più inclini a spostare la liquidità verso asset più volatili alla ricerca di maggiori profitti. In questo scenario ipotetico, azionario e crypto rientrano tra le scelte principali.

Attualmente, tuttavia, gli analisti credono che il Presidente della Fed e il gruppo di Governatori – Board of Governors – che presiede il FOMC, siano inclini a mantenere stabili i tassi anche per le prossime riunioni, al fine di valutare l’impatto dei tagli effettuati durante il 2025. 

In ogni caso, il CPI resta uno strumento fondamentale per comprendere l’andamento dell’inflazione e cercare di prevedere il comportamento della banca centrale americana: se ti interessa il tema, trovi tutte le date per il 2026 nel nostro articolo sul calendario delle riunioni della Fed

L’ultima volta che è successo

L’ultimo CPI di febbraio è risultato inferiore rispetto alle previsioni e al CPI del mese precedente: il dato, coerentemente con quanto scritto sopra, non ha influenzato le scelte della Fed la quale, come abbiamo anticipato, ha lasciato i tassi ai livelli di dicembre

Quindi, com’è andato il CPI di oggi?

CPI di febbraio 2026: l’analisi dei dati

L’11 marzo 2026, il BLS ha pubblicato il report relativo ai cambiamenti dei prezzi per i consumatori statunitensi. Secondo il rapporto, il CPI mensile (MoM) è aumentato dello 0,3% rispetto al mese precedente, così come il CPI anno su anno (YoY), in crescita del 2,4% ma invariato rispetto alle misurazioni di febbraio. Questo dato è abbastanza positivo, poiché l’inflazione anno su anno sembra stabile e resta vicina al target imposto dalla FED, cioè il 2%. Ma il CPI di aprile sarà sicuramente più alto: con la guerra che vede coinvolti Stati Uniti, Israele e Repubblica islamica dell’Iran, il prezzo dell’energia è volato alle stesse e avrà un impatto sul costo della vita. Da 

Cosa significano questi numeri?

Il fatto che il CPI sia salito dello 0,2% mese su mese e del 2,4% anno su anno, significa che l’inflazione sembra essere entrata in una fase di stabilizzazione: le rilevazioni sono praticamente identiche rispetto a quelle del mese precedente. A febbraio, infatti, il report del BLS segnava un aumento dello 0,2% MoM e del 2,4% YoY. 

Cosa deciderà la Fed riguardo ai tassi di interesse nel FOMC del 17-18 marzo 2026? Sul FedWatch Tool, lo strumento principe per questo tipo di previsioni, le probabilità del taglio di 25 punti base ancora vicine allo zero, precisamente allo 0,8%No Change al 99,2%.  

Il CPI anno su anno nel 2026 

Marzo 2026: 2,4% (previsto 2,4%)
Febbraio 2026: 2,4% (previsto 2,5%)
Gennaio 2026: 2,6% (previsto 2,7%)

Dati del 2025: 

Dicembre 2025: 2,7% (previsto 3,1%)
Ottobre 2025: 3% (previsto 3,1%)
Settembre 2025: 2,9% (previsto 2,9%)
Agosto 2025: 2,7% (previsto 2,7%)
Luglio 2025: 2,7% (previsto 2,7%)
Giugno 2025: 2,4% (previsto 2,5%)
Maggio 2025: 2,3% (previsto 2,4%)
Aprile 2025: 2,4% (previsto 2,5%)
Marzo 2025: 2,8% (previsto 2,9%)
Febbraio 2025: 3% (previsto 2,9%)
Gennaio 2025: 2,9% (previsto 2,9%)

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Dazi e Iran: i mercati scontano l’incertezza

Dazi e Iran: i mercati scontano l’incertezza

I dazi al 15% e le tensioni geopolitiche spaventano i mercati: i futures USA in rosso, le crypto seguono, il dollaro perde punti e l’oro sale.

La sentenza della Corte Suprema provoca la reazione di Trump, che introduce dazi su scala globale al 15%. Intanto, gli Stati Uniti continuano ad ammassare la flotta militare nel Mediterraneo: attacco in Iran sempre più vicino? Gli investitori, per sicurezza, entrano in modalità risk-off: fuga dagli asset più volatili alla ricerca di stabilità. Il punto.

Dazi e Iran: il contesto macro

La scintilla che ha fatto saltare i nervi ai mercati ha un nome: Donald Trump. Se, infatti, la potenziale escalation militare in Iran, e l’incertezza che ne consegue, occupano da settimane le prime pagine dei giornali, la mossa che ha innescato le vendite arriva dalla Casa Bianca. Cos’è successo?

Trump non ha gradito la sentenza della Corte Suprema degli Stati Uniti  

La notizia è arrivata venerdì 20 febbraio come un fulmine a ciel sereno: per la Corte Suprema USA, la maggior parte dei dazi imposti da Trump sono illegali. Il Presidente degli Stati Uniti, ovviamente, non ha gradito la sentenza e ha dichiarato di aver già pronto un “piano di riserva”: altri dazi. 

L’inquilino della Casa Bianca, nel weekend immediatamente successivo, ha introdotto altre tariffe doganali globali al 10%, per poi rilanciare alzando la soglia al 15%. Sul suo social Truth, Trump ha scritto testualmente: “Io, in qualità di Presidente degli Stati Uniti d’America, innalzerò con effetto immediato i dazi globali del 10% applicati sui Paesi – molti dei quali hanno ‘derubato’ gli Stati Uniti per decenni, senza subire conseguenze (finché non sono arrivato io!) – portandoli al livello del 15%, una soglia pienamente consentita e confermata in sede legale“.

Investitori in modalità risk-off

Questa combo ha provocato un cambio netto del sentiment: siamo entrati in una fase di forte risk-off, in cui i capitali escono molto velocemente dagli asset considerati volatili o rischiosi per cercare sicurezza in lidi tradizionalmente più stabili.

Per fare un esempio, il Fear & Greed Index – l’indice che misura la paura degli investitori crypto – attualmente si trova a quota 5, “Extreme Fear”. Al contrario, e come da manuale durante le crisi geopolitiche, l’oro ha messo a segno un +3% a partire da venerdì 20, tornando sopra i 5.000 dollari/oncia.

Il punto sui mercati: i numeri di azionario e crypto

A Wall Street, il quadro sembra chiaro già al momento in cui scriviamo, prima dell’apertura delle borse: i futures sul Dow Jones cedono lo 0,3%, mentre quelli sull’S&P 500 e sul Nasdaq 100 stanno perdendo rispettivamente lo 0,3% e lo 0,4%. 

Anche il prezzo del petrolio ne risente: i futures sul Brent calano dello 0,5% fino a 71,2 dollari al barile, mentre quelli sul WTI – il greggio statunitense – si attestano a 66,11 dollari al barile, giù dello 0,6%.

Il mercato crypto, segue: nelle ultime ore, la market cap totale del settore è arrivata a cedere oltre 100 miliardi di dollari in due giorni, salvo poi recuperarne la metà nella giornata di lunedì. Bitcoin ha registrato un calo pesante di circa il 5,5%, fino a toccare i 64.300$ ma rimbalzando e attestandosi, per ora, sui 66.300$.

Molto interessante la situazione lato liquidazioni: circa 468 milioni di dollari in posizioni long liquidati tra domenica e lunedì. Ma non è tutto: un singolo trader ha visto andare in fumo ben 61,5 milioni di dollari in una sola operazione.

Altre due info di contorno, tra Ethereum e Nvidia

Chiudiamo con due notizie che potrebbero provocare ulteriori ripercussioni sul mercato, data la loro rilevanza. 

In primo luogo, i dati on-chain rilevati da Lookonchain segnalano un movimento che, tendenzialmente, non piace moltissimo alla community, per usare un eufemismo: Vitalik Buterin, il founder di Ethereum, è tornato a vendere ETH. Nel weekend del 21-22 febbraio, Buterin ha ceduto 1.869 ETH, incassando più di 3 milioni di dollari. Ethereum, in quelle stesse ore, ha ceduto fino al 6,4%, spingendosi anche sotto i 1.850$. 


Infine, mercoledì 25 febbraio, Nvidia pubblicherà i tanto attesi utili trimestrali. Il motivo alla base dell’importanza di questi numeri dovrebbe essere chiara a tutto il mondo: Nvidia non è solo un’azienda tecnologica, è il motore dell’intera narrativa legata all’Intelligenza Artificiale e, per estensione, del mercato azionario statunitense degli ultimi due anni. 

Se i dati dovessero deludere e non battere le altissime previsioni degli analisti, l‘evento potrebbe innescare un’ulteriore ondata di volatilità, trascinando giù con sé anche il comparto tech in generale, crypto incluse.

Cosa succederà nei prossimi mesi? Impossibile dirlo, più facile raccontarlo: entra nel nostro canale Telegram e iscriviti a Young Platform per restare sul pezzo!

Dazi, per la Corte Suprema USA sono illegali

Dazi, per la Corte Suprema USA sono illegali

I dazi reciproci imposti da Donald Trump, secondo la Corte Suprema degli Stati Uniti, sono illegali: l’ordinanza è arrivata venerdì 20 febbraio

I dazi reciproci introdotti dal Presidente Donald Trump in occasione del “Liberation Day” del 2 aprile 2025, sono stati giudicati illegali dalla Corte Suprema degli Stati Uniti. Il motivo ruota intorno alle modalità attraverso cui sono stati applicati. Vediamo rapidamente cos’è successo.

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Corte Suprema USA: “è necessaria l’autorizzazione del Congresso”

Nel pomeriggio italiano del 20 febbraio, la Corte Suprema degli Stati Uniti ha decretato in merito alla legittimità dei dazi reciproci imposti da Donald Trump

Il Presidente della Corte John Roberts ha redatto la motivazione della maggioranza, nella quale si legge: “Il presidente Trump rivendica il potere straordinario di imporre unilateralmente dazi di entità, durata e portata illimitate. Considerata l’ampiezza, la storia e il quadro costituzionale di tali poteri rivendicati, è necessario che dimostri una chiara autorizzazione del Congresso per poterli esercitare“.

In due parole, la SCOTUSSupreme Court of the United States – ci sta comunicando che i poteri di emergenza a cui Trump ha tentato di appellarsi “non sono sufficienti” .

I dazi, infatti, sono stati introdotti scavalcando il classico iter che prevede l’approvazione del Congresso degli Stati Uniti: Donald Trump, per poter fare ciò, si è appellato all’IEEPA, cioè l’International Emergency Economic Powers Act.

L’IEEPA, per dare contesto, è una legge federale degli Stati Uniti che permette al Presidente di dichiarare l’esistenza di “una minaccia per la sicurezza nazionale, la politica estera o l’economia degli Stati Uniti” che abbia origine “interamente o in misura sostanziale al di fuori degli Stati Uniti” – come si legge nell’articolo 50 dello United States Code.

In questo caso, secondo Trump, il deficit commerciale tra Stati Uniti, forti importatori, e il resto del mondo, che esporta moltissimo negli USA, costituiva una minaccia per l’economia nazionale. E i dazi rappresentavano lo strumento per ridurre questa disparità.

È una sconfitta bruciante per l’amministrazione Trump

Per capire la portata dell’evento, dobbiamo contestualizzarlo politicamente: questa ordinanza è, secondo molti analisti, la più importante sconfitta legale che la seconda amministrazione Trump abbia subìto da parte di una Corte Suprema a maggioranza conservatrice.

C’è, tuttavia, un punto rimasto irrisolto: se i dazi sono incostituzionali, che fine fanno i soldi già incassati? 

La Corte Suprema, infatti, pur dichiarando illegale la manovra, non ha specificato cosa debba accadere agli oltre 130 miliardi di dollari in tariffe già riscossi dal governo federale. Un nodo che, molto probabilmente, si tradurrà in una valanga di ricorsi da parte delle aziende importatrici danneggiate.

What’s next?

Secondo alcune fonti, il Presidente Trump avrebbe dichiarato che questa decisione “è una vergogna” e che “ho un piano di riserva”. Il punto fondamentale, però, e uno: la strategia commerciale di Trump, fondata sull’utilizzo dei dazi come leva negoziale contro chiunque, è appena stata neutralizzata dalla magistratura del suo stesso paese

Come reagiranno i mercati a questo cambio netto? Entra nel nostro canale Telegram e registrati su Young Platform che te lo raccontiamo noi!

FOMC Minutes: le prospettive future della Fed

FOMC Minutes

Sono usciti i FOMC Minutes, dei verbali che interessano molto i mercati perché danno indizi sulle prospettive future della Fed. Qui gli highlight

Il 18 febbraio, alle 20 italiane, sono stati pubblicati i FOMC Minutes, ovvero i verbali della Federal Reserve che mostrano nel dettaglio le motivazioni alla base della decisione del  FOMC (Federal Open Market Committee), la riunione di politica monetaria in cui vengono stabiliti i tassi di interesse. I mercati sono molto attenti a questo tipo di comunicazioni, anche perché, spesso, danno delle anticipazioni sul futuro. Ma prima, vediamo rapidamente qual è il quadro di riferimento – relativo all’ultimo FOMC del 27-28 gennaio.

Il contesto macroeconomico: tra inflazione e mercato del lavoro

Per capire le discussioni interne alla Fed e la loro rilevanza, è però necessario fare un passo indietro e guardare ai numeri che Jerome Powell e colleghi avevano sul tavolo.

L’inflazione: i dati di febbraio

Il 13 febbraio 2026, il BLS (Bureau of Labor Statistics) ha pubblicato il report relativo al CPI (Consumer Price Index), cioè ai cambiamenti dei prezzi per i consumatori statunitensi: mese su mese, il CPI è aumentato dello 0,2%, mentre anno su anno ha registrato una crescita del 2,4%. Si tratta di un dato abbastanza positivo: l’inflazione su base annua è in diminuzione e resta vicina al target imposto dalla Fed, cioè il 2%.

Tassi di interesse (FOMC): la decisione del 28 gennaio

Al termine della riunione di fine gennaio, il FOMC ha lasciato i tassi di interesse invariati, nel range tra il 3,5% e il 3,75%, come ampiamente previsto. Durante la conferenza stampa, il presidente della Fed Jerome Powell ha sintetizzato in due frasi le ragioni principali dietro questa pausa: “L’economia statunitense è cresciuta a un ritmo sostenuto lo scorso anno ed entra nel 2026 su basi solide. Sebbene la creazione dei posti di lavoro sia rimasta contenuta, il tasso di disoccupazione ha mostrato alcuni segnali di stabilizzazione, mentre l’inflazione rimane piuttosto elevata”. 

Dunque, per riassumere, gli Stati Uniti si trovano in una situazione in cui l’inflazione accenna finalmente a diminuire, dopo aver trascorso molto tempo sopra la soglia del 3%, così come il tasso di disoccupazione, che riprende a scendere dopo un paio di mesi di risalita. Dall’altra parte, tuttavia, il mercato del lavoro fatica a offrire nuove posizioni. Passiamo ora ai Minutes. 

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FOMC Minutes: Fed divisa sul futuro

Arriviamo al nucleo centrale: cosa si sono detti i membri della banca centrale USA a porte chiuse? I verbali di ieri mostrano una Fed molto più divisa sulle scelte future di quanto il mercato si aspettasse.

Leggendo i Minutes, emerge che i funzionari concordano su uno stop ai tagli per il momento, pronti a riprenderli nel corso dell’anno, ma solo se l’inflazione lo permetterà. Allo stesso tempo, nel documento c’è scritto chiaramente che non è da escludere una politica monetaria hawkish – favorevole ai tassi alti – qualora l’inflazione dovesse rimanere a lungo sopra il target imposto (2%). 

In due righe, il punto centrale è che non si parla più solamente di mantenere i tassi invariati o tagliarli: alcuni membri hanno esplicitamente messo sul tavolo la possibilità di nuovi rialzi dei tassi.

Sul fronte della gestione del rischio, la stragrande maggioranza del comitato ritiene che i pericoli di un crollo dell’occupazione si siano attenuati, mentre – come abbiamo appena visto – il pericolo di un’inflazione persistente rimane vivo. Il timore principale, in questo senso, è uno: passare a una politica economica più restrittiva, alzando i tassi di interesse troppo in fretta, potrebbe avere effetti pesanti sul mercato del lavoro

Per questo motivo, “i partecipanti – alla riunione – hanno ritenuto necessario un attento bilanciamento dei rischi per centrare gli obiettivi del duplice mandato del Comitato”. Dunque, come ama dire il Presidente Powell, “la politica monetaria non segue un percorso prestabilito: prenderemo le nostre decisioni riunione per riunione

Prossimo FOMC: quali sono le previsioni?

Come ha recepito il mercato questi FOMC Minutes? Basta dare un’occhiata alle principali piattaforme di previsione per capire che l’ipotesi di un taglio dei tassi è stata praticamente scartata.

Al momento della scrittura, il FedWatch Tool – lo strumento di riferimento per le stime sulle mosse della Fed – vede la probabilità di No Change (tassi invariati) al 94,1%, lasciando appena un 5,9% di chance a un taglio di 25 punti base (pbs).

Se ci spostiamo dai mercati tradizionali ai prediction markets, il discorso non cambia: su Polymarket l’ipotesi No Change domina al 93%, contro il 6% di probabilità che si verifichi un abbassamento di 25 pbs. Infine, su Kalshi i tassi fermi sono dati al 91%, concedendo solo un 7% all’eventualità di un taglio da 25 bps.

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Il modello economico di YNG: il buyback è stato effettuato

Il modello economico di Young (YNG): buyback a febbraio

Il primo buyback di YNG previsto per febbraio è stato effettuato il 16 febbraio. In che modo ancoriamo il valore del token alla crescita dell’ecosistema?

A febbraio 2026 abbiamo attivato ufficialmente il modello economico di YNG, eseguendo il primo buyback e la prima aggiunta di liquidità che questo prevede. Questa tipologia di operazioni è progettata per legare direttamente la crescita commerciale della piattaforma alla salute del token. Un traguardo che segna l’evoluzione di Young Platform verso la sua missione attuale: costruire un’infrastruttura solida che unisca la finanza tradizionale e quella decentralizzata.

Tuttavia, per comprendere la portata di questo cambiamento, è necessario smontare uno dei miti più persistenti del settore: l’idea che il modo più efficace per far crescere un asset sia il “burning” e la scarsità digitale ad esso connessa. Scopri tutto sul buyback di YNG e sul suo modello economico e approfondisci nel dettaglio le motivazioni che ci hanno portato a prediligere questo assetto.

Oltre il mito del burn: YNG come asset di capitale

Per progettare una tokenomics realmente sostenibile, dobbiamo innanzitutto smettere di guardare agli asset digitali solo attraverso la lente delle “valute”. Nel settore crypto, la tendenza quasi ossessiva verso il burning deriva dal fatto che i token vengono trattati erroneamente come se fossero monete (come il dollaro o l’euro). In quel caso, l’unico modo per contrastare l’inflazione e la svalutazione causate dall’emissione incontrollata di moneta da parte delle banche centrali è, teoricamente, ridurne forzatamente l’offerta, anche se ciò non accade mai.

Ma YNG non è una moneta o un coin, ma è un utility token. Concettualmente, YNG appartiene alla categoria del capitale: è molto più simile a un’azione che a una valuta. Il suo valore fondamentale non deriva da una scarsità imposta burocraticamente, bensì dalla capacità di reintrodurre la ricchezza generata dai servizi reali di Young Platform, come lo staking, la carta di debito e le attività bancarie, all’interno del sistema.

In quest’ottica, distruggere i token sarebbe un controsenso tecnico: sarebbe come se una startup decidesse di bruciare le proprie azioni anziché utilizzarle per attirare liquidità, finanziare la crescita o premiare chi sostiene il progetto. Mentre il modello del burn si limita a ridurre l’offerta nel vuoto, il nostro sistema utilizza i riacquisti per alimentare attivamente il mercato.

I flussi di valore che alimentano il sistema

Il budget mensile destinato a questa operazione non nasce da presupposti speculativi, bensì da flussi di ricavo reali e misurabili generati dall’intero ecosistema. Le fonti di revenue che alimentano questo motore sono:

  • Commissioni di Staking: le fee pagate per la funzionalità che permette agli utenti di ricevere ricompense sulle crypto che detengono sulla nostra piattaforma.
  • DEX pool fees: le commissioni generate dalle nostre pool di liquidità (come YNG/WETH e YNG/USDC su Uniswap).
  • Commissioni di transazione sulla carta: lo 0,15% generato da ogni singola spesa effettuata con la carta di debito di Young Platform.
  • Contributo Step: il 50% del valore degli YNG emessi dall’app Step (fino a un massimo di 5.000€ mensili).

Il funzionamento del modello: buyback e liquidità

Grazie agli Young (YNG) accumulati all’interno delle pool decentralizzarte in seguito alla raccolta delle commissioni di scambio, questo mese abbiamo potuto effettuare sia l’aggiunta di liquidità che il buyback. Abbiamo acquistato il nostro utility token direttamente su Young Platform, aggiunto liquidità alla pool YNG/USDC su Uniswap e conservato la parte rimanente di YNG acquistati come riserva per i prossimi mesi.

Attraverso l’acquisto simultaneo di token e l’aggiunta di liquidità, abbiamo combinato la pressione d’acquisto del buyback con una maggiore profondità di mercato, garantendo al sistema sostegno e stabilità immediati. Questa operazione ha permesso di bilanciare le riserve in tempo reale, assicurando che la crescita della piattaforma si traducesse istantaneamente in una maggiore solidità e facilità di scambio per il token YNG. 

Conclusioni: costruire invece di bruciare

In Young Platform abbiamo scelto una via diversa da molti progetti crypto, più orientata alla capitalizzazione reale. Mentre il burning riduce semplicemente l’offerta (spesso senza un reale impatto), il nostro modello utilizza i riacquisti per garantire che l’ecosistema sia sempre liquido e solido.

Siamo entusiasti di aver avviato questo motore a febbraio. Tuttavia, manterremo un approccio dinamico: ci riserviamo il diritto di calibrare questo meccanismo in base all’evoluzione reale del mercato e della profondità delle pool. Agiremo sempre con la prudenza necessaria per garantire la sostenibilità a lungo termine. Il futuro di YNG non viene “bruciato”, ma costruito giorno dopo giorno, transazione dopo transazione.

Le informazioni relative al Token YNG hanno finalità informativa. Il Token non rappresenta uno strumento finanziario. L’acquisto e l’utilizzo del Token YNG comportano rischi e devono essere valutati con attenzione. Non è una sollecitazione all’investimento, né un’offerta pubblica ai sensi del D.Lgs. 58/1998.

Bitcoin e interesse istituzionale: un update

Bitcoin e interesse istituzionale

Harvard ruota su Ethereum, mentre i fondi pensione USA comprano Strategy (MSTR), che domina gennaio con acquisti record di Bitcoin.

Gli istituzionali non si fermano. I documenti depositati alla SEC – i Form 13F trimestrali – parlano chiaro: l’Università di Harvard ribilancia il proprio portafoglio cedendo IBIT e comprando ETHA, mentre i grandi fondi pensione statunitensi consolidano la loro esposizione indiretta a Bitcoin acquistando Strategy. Vediamo i numeri nel dettaglio.

Harvard verso il cambio di passo?

Partiamo da una delle università più famose al mondo. Harvard ha deciso di modificare l’assetto del suo portafoglio a tema crypto, come emerge dall’ultimo report trimestrale: il celebre ateneo ha ridotto l’esposizione a IBIT, l’ETF Spot su Bitcoin di BlackRock, vendendo circa 1,48 milioni di quote, dopo il forte accumulo registrato quest’estate – +257% nel terzo trimestre (Q3) rispetto al secondo semestre (Q2) del 2025.  

A giudicare dai dati, sembra una rotazione di capitali: alla vendita di una parte di IBIT, infatti,  è seguita l’apertura di una posizione importante su ETHA, l’ETF Spot su Ethereum, emesso sempre da BlackRock, con un investimento di ben 86,8 milioni di dollari.

La strategia sembra chiara: diversificare l’esposizione sugli asset digitali, puntando anche sulla regina delle altcoin, nonché seconda crypto per market cap, Ethereum.

Le mosse dei fondi pensione USA

Mentre Harvard riduce le quote di IBIT, i fondi pensione pubblici statunitensi scelgono l’esposizione indiretta a Bitcoin acquistando Strategy (MSTR), la Bitcoin Treasury Company per eccellenza guidata da Michael Saylor. Diamo alcuni esempi – dati al 31.12.2025.

California Public Employees’ Retirement System 

Il California Public Employees’ Retirement System, il più grande fondo pensione pubblico degli Stati Uniti, ha aggiunto al portafoglio altre 22.475 azioni MSTR, portando il totale detenuto a 470.632 azioni: uno stake dal controvalore pari a circa 60 milioni di dollari (ai prezzi correnti).

Ohio State Teachers Retirement System 

Anche lo State Teachers Retirement System dell’Ohio si muove con decisione, incrementando le proprie quote in MSTR del 16,6%. Il totale sale così a 87.689 azioni, per un controvalore di 11 milioni di dollari (ai prezzi correnti).

North Carolina State Treasury

Infine, il North Carolina State Treasury aggiunge 9.117 azioni MSTR e porta la sua posizione complessiva a 168.688 azioni, valutate circa 22,6 milioni di dollari (ai prezzi correnti).

Strategy (MSTR): overview di gennaio

Come abbiamo appena visto, i fondi pensione stanno comprando Strategy (MSTR) per ottenere un’esposizione a Bitcoin senza detenerlo fisicamente. Ma come si è mossa l’azienda fondata da Michael Saylor nel primo mese dell’anno? 

Gennaio 2026, come riportato dal Corporate Adoption Report di BitcoinTreasuries.net, ha segnato una svolta decisiva: l’intensa “campagna acquisti” di Strategy starebbe ridefinendo il ritmo del mercato. Strategy, infatti, ha comprato 40.150 BTC in poco più di trenta giorni

Ma, in realtà, non si tratta di una tendenza del 2026: negli ultimi cinque anni, Strategy ha mantenuto una media di acquisto di 357 BTC al giorno. Per dare un termine di paragone, dal report emerge che, tra le società quotate – public companies – che detengono Bitcoin, solo venti riescono ad acquisire una media di almeno 10 BTC al giorno, mentre il resto aggiunge in media circa 1 BTC al giorno.

E proprio durante la stesura di questo articolo, abbiamo aperto X (ex Twitter) e abbiamo letto il solito tweet: “Strategy ha acquisito 2.486 BTC per circa 168,4 milioni di dollari, a un prezzo medio di ~67.710$ per Bitcoin. Al 16 febbraio 2026, deteniamo un totale di 717.131 BTC“. Reazione trascurabile di Bitcoin a un’ora dalla notizia: +0.3% – come volevasi dimostrare.

La grande domanda

Riflettiamo un secondo su questo dato. Ora, il mercato dà praticamente per scontato il fatto che Strategy compri centinaia di Bitcoin al giorno: i tweet settimanali della società in cui viene comunicato l’acquisto di migliaia di BTC non sortiscono alcun effetto a livello di prezzo, nonostante si tratti di cifre impressionanti – milioni di dollari ogni volta. 

La grande domanda è: quando Strategy deciderà di vendere Bitcoin, come verrà interpretata la notizia? Il bias della negatività, cioè “la tendenza cognitiva a dare maggiore importanza, peso e memoria alle esperienze, a notizie ed emozioni negative rispetto a quelle positive”, può aiutarci nella risposta: quasi sicuramente, si griderà all’apocalisse perché “anche Saylor sta vedendo!” e scatterà il panic selling, soprattutto tra gli investitori retail.
Sarà così o no? Nel dubbio, entra nel nostro canale Telegram e iscriviti a Young Platform per restare aggiornato sulle mosse degli istituzionali!