Finanziamento auto: come funziona? La guida

Finanziamento auto: come funziona? La guida

Il finanziamento auto è una forma di indebitamento comune che consente di comprare una macchina a rate. Ma attenzione ai costi nascosti. Qui la guida

Il finanziamento auto è una soluzione molto utilizzata perché permette l’acquisto di una macchina nel caso in cui l’acquirente non disponesse immediatamente del capitale totale necessario: nel 2023, in Italia, questa formula ha riguardato la vendita dell’80% delle auto. Tuttavia si tratta di un prestito che, come vedremo, viene concesso da banche o altri attori finanziari e, per questo motivo, è importante avere chiaro il quadro. Qui la guida

Finanziamento auto: che cos’è?

Il finanziamento auto, come abbiamo anticipato, è un contratto attraverso cui una figura creditrice, che può essere una banca o un’istituzione finanziaria in generale, anticipa i soldi necessari all’acquisto della macchina in cambio dell’impegno – firmato e controfirmato – alla restituzione di questa somma, nel tempo. Naturalmente, chi concede il finanziamento fa questo “favore” non perché è gentile e neanche perché ha a cuore la mobilità del cittadino, ma perché guadagna, e anche abbastanza, con le rate mensili maggiorate dagli interessi. In parole semplici, il finanziamento non è altro che un prestito che andrà ripagato con gli interessi, entro un tempo prestabilito. Nello specifico, esistono tre forme di finanziamento – anche se sarebbe più corretto dire “due e mezzo”. Vediamole.

Finanziamento o prestito personale

La forma “classica”, diciamo. Questa soluzione di finanziamento prevede che il richiedente, cioè l’individuo che ha bisogno del prestito, si rivolga personalmente a una banca o a una società di credito esterna per fare la richiesta di danari. A questo punto, l’ente che ha a disposizione la grana farà tutti i controlli necessari per accertare che il soggetto richiedente in questione sia in grado di ripagare la somma, con gli interessi: immobili di proprietà, figli a carico, contratto a tempo determinato o indeterminato e via dicendo. In caso di esito positivo, si procede con l’erogazione del prestito. Ora, il nostro futuro automobilista ha a disposizione il cash per comprare la macchina dei suoi sogni e si reca col sorriso in concessionaria: firma due carte, paga e diventa subito proprietario dell’automobile (e di 36 comode rate). 

Finanziamento o prestito finalizzato

Questo secondo tipo di finanziamento differisce dal primo perché, come dice il nome, è finalizzato all’acquisto di un bene preciso, in questo caso dell’auto. Mentre nel primo caso la banca o l’istituto di credito dice semplicemente “io ti presto i soldi, tu fai quello che ti pare basta che me li ridai”, ora c’è il vincolo all’acquisto dell’automobile. Un’altra differenza importante sta nel fatto che è la concessionaria a fare da intermediario fra chi chiede e chi presta i soldi: anzi, molto spesso può capitare che la società finanziaria sia collegata direttamente alla casa automobilistica produttrice della macchina che si intende acquistare – ad esempio Stellantis Financial Services. Rispetto alla prima formula, i vantaggi di richiedere un finanziamento auto finalizzato risiedono principalmente nella competitività delle offerte, che possono includere promozioni iniziali come il famoso “tasso zero” e le “mini rate iniziali”.

Leasing 

Il leasing è il motivo per cui nel primo paragrafo abbiamo precisato “due e mezzo”: se nei precedenti due casi si parla di finanziamento vero e proprio, ora è più corretto parlare di affitto con possibilità di acquisto. Col leasing non c’è un attore terzo che anticipa i soldi, ma solamente una concessionaria, un cliente e un contratto in cui è indicato il canone mensile da pagare per poter utilizzare la macchina. Tale contratto ha una durata definita oltre la quale, se il cliente è d’accordo, è possibile comprare definitivamente la vettura saldando la celebre quanto temuta maxi-rata finale. Altrimenti, il cliente ha la facoltà di iniziare un altro leasing, magari con un’altra auto, o terminare il rapporto.

Quanto costa e quali sono i requisiti per ottenerlo

Il finanziamento auto costa, nessuno ti regala i soldi. Ti sarà capitato di vedere una pubblicità di una macchina recentemente, magari un fuoristrada: strade bellissime nella natura incontaminata, potenza del motore, vetri oscurati e sensazione di libertà. Poi la réclame arriva al termine e l’annunciatore inizia a parlare straveloce: “TanquattropuntonovantapercentoTaegseiottantunooffertavalidaconfinanziamentopressofinanziariasalvoapprovazione…” eccetera, eccetera, eccetera. Bene, ora cerchiamo di capire cosa sono questi TAN e TAEG che sentiamo in tv da quando abbiamo la facoltà di comprendere il linguaggio umano. 

TAN E TAEG: i tassi di interesse

Il TAN e il TAEG, questi strani acronimi, non sono altro che i tassi di interesse applicati alla somma richiesta: è il guadagno che la banca, l’istituto di credito o la finanziaria legata alla casa automobilistica, incassano per averti prestato i soldi. Il TAN, ovvero il Tasso Annuo Nominale, rappresenta l’interesse puro applicato alla cifra erogata. In che senso “puro”? Nel senso che è la percentuale base al netto dei costi di gestione o legati alle pratiche burocratiche. Il TAEG, cioè il Tasso Annuo Effettivo Globale, come dice il nome è proprio il TAN sommato ai costi extra non indicati nel TAN stesso. Dunque il TAN ti permette di capire l’interesse netto che andrai a pagare con le rate, mentre il TAEG ti fornisce il quadro completo del costo reale del finanziamento auto. 

Sulla base di ciò, una persona potrebbe chiedersi: “se il TAEG è più completo del TAN, perchè vengono indicati entrambi? Per ingannare il cliente?” No, o meglio, non proprio. È chiaro che, di per sé, mostrare il tasso di interesse puro – più basso rispetto al TAEG – fa un effetto migliore al momento della vendita, tuttavia ci sono delle ragioni ben precise che giustificano questa procedura. In primo luogo, il TAEG non indica il tasso di interesse ma la percentuale finale totale, il che rende più complessa la distinzione tra costo del finanziamento e spese extra. In secondo luogo, avendo più chiaro il tasso di interesse netto, il cliente è in grado di confrontare meglio le varie offerte a prescindere dai costi accessori. Infine – a causa di quanto menzionato sopra – c’è l’obbligo normativo di imporre l’indicazione di entrambi gli indici. 

I requisiti per ottenere un finanziamento

Il finanziamento auto viene concesso solamente nel caso in cui il richiedente soddisfi dei requisiti fondamentali dato che chi presta i soldi, da parte sua, vuole assicurarsi che li riavrà indietro. Tra queste condizioni, naturalmente, la maggiore età e la residenza in Italia sono imprescindibili per poter avviare la pratica. Seguono quelle relative al reddito e alla storia creditizia: occorre dimostrare di avere delle entrate fisse, attraverso buste paga o dichiarazione dei redditi, e soprattutto di essere un debitore affidabile. Quest’ultimo punto è fondamentale, dal momento che segnalazioni negative da parte di banche dati come il CRIF (Centrale Rischi Finanziari) potrebbero compromettere totalmente l’operazione finanziaria. In merito a questi ultimi punti, cerchiamo di rispondere a due domande che potresti esserti posto: 

  • Posso ottenere un finanziamento auto senza busta paga? È molto molto difficile. Come abbiamo appena precisato, chi concede il prestito vuole avere la certezza che i suoi soldi non vengano persi nell’etere. Presteresti mai dei soldi – tanti soldi – a uno sconosciuto incontrato per strada? 
  • Cosa succede se non riesco a pagare le rate del prestito auto? Potresti andare incontro a conseguenze non proprio leggere. Il primo step, solitamente, è l’applicazione dei cosiddetti interessi di mora, cioè di tassi extra rispetto al TAN, calcolati su base giornaliera o mensile, che il creditore impone come risarcimento. Il secondo, spesso in concomitanza col primo, è la segnalazione presso enti come il CRIF, che sporcherebbe in modo significativo la tua fedina penale di debitore. Infine, se, nonostante le sollecitazioni, le rate sono ancora scoperte, l’istituzione creditizia del caso può procedere al recupero dei crediti attraverso strumenti come il prelievo forzoso e il pignoramento dei beni. 

Insomma, aprire un finanziamento auto, così come aprire un mutuo, è una decisione che va presa con estrema cura perché cambierà la tua vita: è fondamentale fare un’analisi costi/benefici completa e precisa, per evitare di ritrovarti al verde da un mese all’altro. Per questo, iscriviti ai nostri canali Telegram e Whatsapp o direttamente al sito di Young Platform cliccando qui sotto, potrebbe esserti utile per il futuro.

Il prezzo del rame è collegato a Bitcoin. In che modo?

Prezzo del rame e la sua influenza su BTC

Scopri perché il prezzo del rame, in rapporto all’oro, è un indicatore utile per provare a prevedere l’andamento di Bitcoin e dei mercati finanziari.

Il prezzo del rame, soprattutto se messo a confronto con quello dell’oro, è un ottimo indicatore per tentare di prevedere l’andamento del mercato nei prossimi mesi e può anche dirci qualcosa sui movimenti futuri di Bitcoin. No, non siamo impazziti, e leggendo questo articolo scoprirai qual è la correlazione tra mercato azionario, rame, oro e Bitcoin.

Il prezzo del rame e i mercati

Il prezzo del rame è in crescita dall’inizio del 2025, anche se ha perso circa il 17% dal punto di massimo toccato a marzo (5,3 $/libbra), la sua performance da inizio anno resta un notevole +22%. Aldilà dei numeri, però, è importante capire perché ha senso analizzare il prezzo del rame, soprattutto in rapporto a quello dell’oro. Per spiegarlo dobbiamo partire da una premessa: tutti i mercati sono ciclici, non solo quello delle criptovalute.

Il rapporto tra il prezzo del rame e quello dell’oro ci dice molto sulla fase economica che stiamo attraversando. E forse anche qualcosa su ciò che ci aspetta.

Per più di trent’anni, questo rapporto si è mosso seguendo cicli di durata variabile, dai tre ai sei anni. Ognuno di questi può essere suddiviso in due fasi:

  • Fasi crescenti: storicamente hanno coinciso con periodi positivi per il mercato azionario e per gli asset a rischio (risk-on).
  • Fasi ribassiste: si sono verificate spesso in concomitanza con ribassi di questa tipologia di attività finanziarie.

Dato che ci occupiamo prevalentemente del mondo crypto, è interessante analizzare cosa è successo a Bitcoin durante le diverse fasi di questo rapporto. Il primo dato stupisce per la sua chiarezza: tutte le fasi più esplosive di Bitcoin, caratterizzate da forti movimenti di prezzo al rialzo, sono coincise con una crescita del ratio rame/oro. Al contrario, i principali bear market della storia di BTC sono avvenuti proprio quando il rame mostrava debolezza nei confronti dell’oro.

Rame e oro: perché sono opposti in finanza?

Arriviamo al punto che tutti stavate aspettando: perché la crescita di Bitcoin dovrebbe essere legata a quella del prezzo del rame rispetto all’oro? La risposta sta nel ruolo opposto che queste due materie prime ricoprono in finanza.

Dal punto di vista chimico condividono alcune somiglianze, appartenendo allo stesso gruppo della tavola periodica. Dal punto di vista finanziario, tuttavia, sono quasi antitetici.

L’oro è un metallo monetario, considerato il bene rifugio per eccellenza. La sua domanda (e quindi il suo prezzo) cresce tipicamente quando aumentano le tensioni geopolitiche o quando l’economia attraversa una fase di incertezza. Il rame, al contrario, è un metallo prettamente industriale. Il suo prezzo cresce in seguito a un aumento della domanda da parte del settore manifatturiero o delle costruzioni, segnali di un’economia in espansione.

Di conseguenza:

  • Un rapporto rame/oro in aumento suggerisce un clima “risk-on”: minore domanda di beni rifugio, tensioni geopolitiche in calo e un’economia globale in rafforzamento.
  • Un rapporto rame/oro in calo segnala una situazione “risk-off”: maggiore incertezza economica, tensioni in crescita e un’economia globale che rallenta.

Prezzo del rame oggi: il ciclo è rotto o sta per ripartire?

C’è una ragione principale che spiega questa apparente anomalia: la Cina. L’economia cinese è il motore manifatturiero del mondo ed è fondamentale per determinare il ritmo dell’economia globale. La sua influenza sul rapporto rame/oro è decisiva, perché ne condiziona entrambi i lati:

  • Rame: la Cina è di gran lunga il più grande consumatore di rame al mondo. Quando la sua economia è forte, la domanda di rame aumenta, spingendone il prezzo al rialzo.
  • Oro: l’oro ha un’enorme importanza culturale ed economica in Cina come strumento di investimento. Quando l’economia cinese si indebolisce, gli investitori si rifugiano nell’oro, aumentandone la domanda e il prezzo.

Esiste una chiara correlazione tra il rendimento dei titoli di stato cinesi a 10 anni (CN10Y), un indicatore della salute economica del paese, e il rapporto rame/oro. Per molto tempo il CN10Y ha continuato a scendere, segnalando un’economia in difficoltà e giustificando la debolezza del rame rispetto all’oro.

Cosa aspettarsi ora dal rapporto rame/oro?

All’inizio del 2025 qualcosa è cambiato. Il rendimento del CN10Y ha smesso di scendere e ha iniziato a stabilizzarsi. Questo perché nel dicembre 2024, la Banca Popolare Cinese (PBoC) ha modificato la sua politica monetaria da “prudente” a “moderatamente espansiva”, iniettando circa 4,5 trilioni di RMB (630 miliardi di dollari) nei mercati.

La Cina sembra decisa a stimolare e sostenere la propria economia. Questo non può che essere un segnale positivo per il rapporto rame/oro, per l’economia globale e, potenzialmente, per gli asset a rischio come Bitcoin. Tenete quindi d’occhio il ciclo a lungo termine del rapporto rame/oro: potremmo essere solo all’inizio di una svolta significativa.

Le previsioni di prezzo contenute nel presente articolo si basano su fonti ritenute affidabili, ma non offrono garanzie circa l’effettivo andamento futuro del mercato. Non costituiscono raccomandazione o consulenza finanziaria. L’investimento in cripto-attività comporta dei rischi, tra cui l’eventuale perdita – anche totale – del capitale investito. L’utente è tenuto a effettuare valutazioni autonome prima di assumere decisioni economiche e/o di investimento e a consultare un proprio consulente finanziario specializzato in materia.

Pensione anticipata: cos’è la regola del 4%?

Pensione anticipata: cos’è la regola del 4%?

La pensione anticipata è un desiderio di molti: la regola del 4% può esserci d’aiuto anche se presenta delle criticità. Vediamo di cosa si tratta

La pensione anticipata è un sogno per moltissime persone impegnate nel mondo del lavoro, dato che ti consente di godere del patrimonio accumulato avendo a disposizione l’energia necessaria per farlo. Spesso invece, con la soglia di età pensionabile che si alza quasi di anno in anno, questo momento arriva in una fase della vita prossima alla vecchiaia. La regola del 4% è un modo che potrebbe fornire strumenti utili alla realizzazione di questo desiderio. Qui vedremo insieme di cosa si tratta, i pro e i contro. 

Pensione anticipata e la regola del 4%: le origini 

Dove nasce la regola del 4%? Ovviamente negli Stati Uniti, un Paese in cui il proverbio latino homo faber fortunae suae – l’uomo è artefice del proprio destino – guida il comportamento dei cittadini, abituati a contare sulle proprie forze e a non fare eccessivo affidamento nello stato. Dal punto di vista della finanza personale, questa mentalità fa sì che gli americani siano super familiarizzati col mondo degli investimenti sin da giovani, proprio perché convinti che il futuro dipenda quasi esclusivamente dalle loro azioni. Nascono così le varie teorie legate al mondo del risparmio e del retirement (pensione), come la sfida delle 52 settimane o come quella di cui parleremo oggi, la regola del 4%

L’inventore di questo principio è William Bengen, un ingegnere aerospaziale nato nel 1947 a Brooklyn, New York, che nel 1993 ottiene un master in pianificazione finanziaria. Un anno dopo, sul Journal of Financial Planning, pubblica un articolo dal titolo “Calcolare i tassi di prelievo utilizzando i dati storici”: Bengen aveva analizzato anni e anni di dati relativi al mercato americano e aveva scoperto che era possibile vivere coi propri risparmi per 30 anni. Come? Prelevando ogni anno il 4% del proprio portafoglio di investimenti e adeguando, dal secondo anno in poi, questa percentuale al tasso di inflazione corrente.

Anche qui, occorre precisare che il sistema pensionistico americano è molto diverso dai sistemi europei e si basa su tre pilastri: la previdenza sociale, i fondi pensione privati e gli investimenti personali, come l’IRA (Individual Retirement Account) o il 401k. Il punto fondamentale, che ci aiuta a comprendere la strategia di Bengen, è che la regola del 4% si fonda sul fatto che la pensione è “dinamica” e non statica. Ciò significa che, quando risparmiano per il futuro, gli americani investono i loro soldi in Borsa: azioni, obbligazioni, ETF e fondi comuni di investimento. Quindi la pensione, nel tempo, tende a crescere e il 4% rappresenterebbe la quantità di denaro sufficiente a vivere in tranquillità per circa 30 anni – la percentuale è calcolata per difetto, in ottica conservativa.

Ma facciamo un esempio concreto.

Come funziona la regola del 4%?

Innanzitutto, occorre fare un calcolo della media delle spese sostenute annualmente per poi dividere questa cifra per la percentuale che si intende prelevare (il 4%, cioè 0,04 nel nostro caso). Dunque, immaginando 15.000€ annuali di spesa (1250€ al mese per 12 mesi), e dividendo questa cifra per il 4% (15.000€ diviso 0,04), dovresti avere a disposizione un capitale di 375.000€. Questi soldi, seguendo la prospettiva di Bengen, sono investiti in Borsa e, conseguentemente, sono soggetti a un rendimento annuo 

Perfetto, smetti di lavorare e ti godi il tempo libero. Il primo anno prelevi il 4% e dal secondo in poi il 4% aggiustato all’inflazione: si parte da 15.000€ per poi moltiplicare questa cifra per 1,02 (ipotizzando l’inflazione al 2%) e ritirare 15.300€ e così via. In tutto ciò, il capitale investito genera un profitto che, in media, è sufficiente a compensare i prelievi, permettendo al portafoglio di sopravvivere anche durante gli anni di crisi in cui il mercato non performa come ci aspetteremmo. Però ci sono dei però.

La pensione anticipata di Bengen non coglie alcune criticità

In primo luogo, è una regola totalmente teorica che non riflette la vita quotidiana delle persone. Va bene calcolare la spesa media annua, ma se volessi farti un viaggio a El Salvador? O se dovessi far fronte a spese impreviste, come la riparazione della macchina? Dovresti certamente rivalutare la cifra che intendi prelevare per sopperire a queste spese impreviste, a meno che tu non abbia già pronto un fondo di emergenza apposito. 

In secondo luogo, ignora completamente l’impatto di costi e commissioni a cui andresti incontro nella gestione del capitale investito: il TER (Total Expense Ratio) include tutte le spese operative di un fondo – come i fondi comuni o ETF che abbiamo menzionato prima – e può incidere significativamente sul rendimento netto del tuo investimento. Senza citare le parcelle dei consulenti finanziari, qualora ne volessi usare uno. Giusto per fare un esempio, un rendimento lordo del 7% potrebbe trasformarsi in un 5.5% netto dopo aver sottratto questi costi. Ogni euro speso in commissioni è un euro che non lavora per il tuo futuro. 

Per concludere, se volessi farti un viaggio a El Salvador e vedere come si vive in un Paese che ha adottato Bitcoin come valuta legale, fatti un giro nei nostri Club che abbiamo degli sconti con WeRoad. In alternativa, iscriviti a Young Platform e resta aggiornata/o su guide e notizie rilevanti!

Alta moda: chi era Charles Frederick Worth?

Alta moda: chi era Charles Frederick Worth?

L’alta moda è un settore dell’abbigliamento che si fonda sulla creazione di abiti unici di estrema qualità. Come nasce? Qual è la sua storia?

L’alta moda, o haute couture, nasce a Parigi grazie alle intuizioni di un signore inglese che, con l’aiuto di sua moglie, è riuscito a conquistare il cuore (e il portafoglio) delle dame più ricche dell’aristocrazia e dell’alta borghesia francese e non solo. Oggi, questo settore vale miliardi e produce vestiti per l’1% più facoltoso della popolazione mondiale. Vediamo insieme la storia dei leggendari Charles Frederick Worth e consorte! 

Alta moda: una nicchia molto particolare 

L’alta moda, o haute couture, è un settore che indica capi di eccellente fattura e rappresenta il vertice dell’industria dell’abbigliamento. I vestiti che rientrano in questa categoria, disegnati dagli stilisti delle maison, devono necessariamente rispettare alcuni requisiti, cioè i quattro criteri fondamentali, stabiliti dal Ministero francese dell’Industria e dalla Fédération Fançaise de la Couture.

Una maison – cioè la casa di produzione – per godere del bollino haute couture deve realizzare solo ed esclusivamente abiti su misura: il vestito di alta moda, infatti, è unico e può essere inteso come un vero e proprio pezzo d’arte non fungibile. Inoltre, deve avere un atelier a Parigi con almeno venti dipendenti full-time nello staff tecnico. Infine, deve presentare le collezioni due volte l’anno, a gennaio e a luglio, le quali devono essere composte da 50 modelli originali, da giorno e da sera. 

Rose Bertin, modista francese vissuta tra la fine del Settecento e l’inizio dell’Ottocento, è considerata la pioniera dell’alta moda, dato che realizzava vestiti originali su misura per Maria Antonietta, moglie di Luigi XVI e regina di Francia. Tuttavia, il concetto di haute couture, come vedremo, si attribuisce a Charles Frederick Worth, attivo sempre a Parigi circa trent’anni dopo. 

In ogni caso il settore dell’alta moda, come avrai capito, si basa sul concetto di scarsità – principio, quest’ultimo, che noi di Young Platform adoriamo, quasi quanto l’asset digitale che meglio lo incarna: Bitcoin. Ma torniamo a noi. I prezzi dei capi, che si aggirano fra le decine e le centinaia di migliaia di euro, sono giustificati proprio dal loro carattere irreplicabile, oltre che dal numero infinito di ore necessarie alla produzione – 150 per un semplice vestito, 1000 (41 giorni) per un pezzo con ricami e rifiniture pregiate. Naturalmente, nel computo finale dei costi, anche i materiali scelti hanno un peso rilevante. 

Alta moda: come, quando e dove nasce?

Come abbiamo anticipato, l’invenzione della haute couture è attribuita a Rose Bertin che, però, non può ancora essere definita “stilista”, essendo questa professione nata dopo la rivoluzione francese. E qui entra in scena il nostro Charles Frederick Worth: nato nel 1825 nel Licolnshire, in Inghilterra, si trasferisce a 13 anni a Londra e inizia a lavorare in un grande magazzino di tessuti sulla famosa Regent Street, dove entra in contatto col mondo della seta e delle stoffe. A vent’anni, nel 1845, si sposta a Parigi, già centro europeo – e non solo – della moda, dove lavora come assistente presso la boutique di tessuti Gagelin. Qui la sua vita cambia: è la conoscenza con Marie Augustine Vernet, sua futura moglie e musa ispiratrice, a fargli fare il salto di qualità. Ma ci arriveremo.

Worth si dimostra un ottimo venditore oltre che un grande esperto di tessuti e ha tutte le carte in regola per fare carriera. Infatti, dopo cinque anni diventa responsabile del reparto sartoria della boutique Gagelin e, nel 1853, socio alla pari con gli altri due proprietari. Le cose sembrano andare per il meglio ma dopo qualche anno arriva il momento della rottura: Worth è pronto per mettersi in proprio e nel 1858 apre il suo personale atelier al civico 7 di rue de la Paix.  

Charles Frederick Worth e Marie Augustine Vernet: la Rivoluzione abbia inizio

Charles Frederick Worth e Marie Augustine Vernet, insieme, sono gli artefici di una vera e propria rivoluzione dell’universo della moda per come era stato concepito fino ad allora. Charles era già un sarto apprezzato nella Parigi di metà Ottocento, ma il vero punto di svolta è frutto di una mossa tanto scaltra quanto audace da parte di Marie Augustine. Consapevole del potere del passaparola fra le donne dell’alta società, la moglie dello stilista decide di vendere a prezzi ridicoli – quasi un regalo – due abiti alla principessa di Metternich. Questa sceglie di indossarne uno in occasione del ballo alle Tuileries, luogo principe della mondanità dell’élite parisienne. Il suo vestito, bellissimo e diverso dal solito, cattura l’attenzione della donna più influente del jet set francese: l’imperatrice Eugénie de Montijo, moglie di Napoleone III, imperatore di Francia dal 1852 al 1870. Charles Worth, da quel momento, diventa il sarto di corte nonché fornitore ufficiale dell’imperatrice di Francia. 

Charles Frederick Worth diventa lo stilista più importante e apprezzato fra le dame del Gotha parigino e, con lui, si verifica un ribaltamento netto della prospettiva: se prima erano le donne, aristocratiche o altoborghesi, a commissionare i lavori agli artigiani tessili, scegliendo le stoffe e creando i modelli, adesso è lo stilista a proporre gli abiti e, dunque, a dettare la moda. 

Il nostro Charles, inoltre, è responsabile di due delle più importanti innovazioni che il mondo della moda abbia visto: la prima riguarda la divisione delle collezioni in base alla stagione; la seconda fa riferimento all’utilizzo di “modelle viventi” piuttosto che di manichini, com’era tradizione fino a quel momento – sua moglie Marie è considerata la prima modella della storia. Charles Worth, in sostanza, ha inventato le sfilate di moda. 

Nel 1868, è tra i fondatori della Camera Sindacale dell’Alta Moda (Chambre Syndicale de la Couture), organo collettivo decisionale di moda, di cui oggi fanno parte un centinaio di maison tra le più importanti al mondo – Balenciaga, Balmain, Jean Paul Gaultier, Versace, eccetera. Questo apparato, oltre a ciò, ha anche il potere di decidere chi può usare il termine “haute couture” e chi no, in base al rispetto dei requisiti di cui abbiamo parlato. 

Charles Frederick Worth muore nel 1895 e l’amministrazione della sua maison, la House of Worth, passa nelle mani della moglie Marie e del figlio Gaston. Il secondo figlio  Jean-Philippe, invece, segue le orme artistiche del padre: nel 1903 crea il celebre Peacock Dress per Mary Victoria Curzon, moglie del viceré d’India e dunque viceregina. La maison viene ufficialmente venduta alla casa di moda francese Paquin nel 1953.

Alta moda in mostra: gli abiti di Charles Frederick Worth al Petit Palais di Parigi

Dal 7 maggio al 7 settembre – ipotizziamo che la scelta del 7 sia dovuta al civico in cui aprì il suo atelier, il n.7 di rue de la Paix – nella splendida cornice del Petit Palais di Parigi ha luogo la prima mostra dedicata all’inventore della haute couture e alla sua maison House of Worth. Per l’occasione, si parla di oltre 400 oggetti provenienti dai più importanti musei del mondo, dal Palazzo Pitti di Firenze al Metropolitan di New York passando per il Victoria and Albert di Londra: quadri, accessori e soprattutto abiti disegnati e realizzati da Charles Worth risalenti al periodo storico compreso fra il Secondo Impero francese (1852-1870) e il primo Dopoguerra. 

Maggio crypto: un assaggio di ciò che trovi nei nostri Club

Un’anticipazione del nostro report crypto di maggio. Capitalizzazione del mercato crypto in crescita del 20% e il nuovo massimo storico di Bitcoin

Maggio ha acceso i motori del mercato crypto, ma la vera destinazione è ancora tutta da scoprire. Con una crescita complessiva di oltre il 20% e la capitalizzazione di mercato che ha superato i 3,26 trilioni di dollari, il segnale è forte e chiaro: la fiducia sta tornando. 

Bitcoin ha toccato un nuovo massimo storico, spinto anche dai continui flussi sugli ETF spot da parte degli istituzionali. Ma attenzione, non è ancora tempo di euforia generale: il mercato totale è sotto il suo ATH e le altcoin stanno solo ora iniziando a scaldarsi. Questo è solo un piccolo assaggio di quello che analizziamo nel dettaglio nel nostro Market Report completo, disponibile in esclusiva per i membri dei nostri Club.

Il mercato crypto di maggio: ottimismo primaverile

Il mese di maggio ha visto la capitalizzazione totale del mercato crypto (TCMC) schizzare verso l’alto, con un incremento superiore al 20%. Un segnale di ritrovata fiducia, sostenuto dall’interesse istituzionale e da un contesto macro che, nonostante le turbolenze globali, sembra favorire gli asset alternativi come Bitcoin. E mentre il Re delle crypto ha toccato un nuovo massimo storico il 22 maggio, il mercato nel suo complesso suggerisce che siamo in piena “Bitcoin season”. Ma cosa significa questo per le altcoin? Potrebbe aprirsi presto una finestra per loro?

Nel nostro report completo approfondiamo:

  • L’analisi tecnica della TCMC.
  • Il perché le altcoin sono ancora in attesa e quando potrebbero partire.

Non solo Bitcoin: Ethereum e le sorprese del mese

Se Bitcoin ha dominato la scena, altri protagonisti non sono stati a guardare. Ethereum ha mostrato i primi concreti segnali di ripresa, sostenuto dall’attesa per l’aggiornamento “Pectra” e dal suo ruolo chiave nella tokenizzazione. Ma la vera star tra le altcoin di maggio è stata AAVE, che ha brillato con un quasi +60%, spinta dalla narrativa DeFi e da importanti novità normative sulle stablecoin. Persino Dogecoin ha detto la sua con un +13%, alimentato da voci su un possibile ETF.

Nel report completo troverai:

  • Analisi dettagliata di ETH, del rapporto ETH/BTC e dei dati on-chain come l’accumulo da parte delle “whale”.
  • Focus su AAVE: analisi tecnica, motivazioni del rialzo e il suo peso nella DeFi.
  • Un’occhiata a DOGE e all’impatto delle news sul suo Open Interest.

Dietro le quinte: cosa dicono i dati on-chain e il sentiment

Guardare solo i prezzi non basta. I dati on-chain per Bitcoin raccontano una storia interessante: pochi nuovi indirizzi retail, ma un forte accumulo da parte degli holder di lungo periodo e degli istituzionali. E Google Trends? L’interesse per Bitcoin è ai minimi, nonostante il prezzo vicino ai massimi. Un paradosso? O un segnale che la crescita attuale è più solida e meno guidata dalla FOMO?

Il report completo esplora:

  • Il significato del basso numero di nuovi indirizzi BTC.
  • La dinamica tra short-term e long-term holder.
  • Storie incredibili come quella del trader James Wynn.

Il mondo là fuori: perché la macroeconomia è cruciale

Viviamo in un’epoca di forte incertezza globale: dalle politiche commerciali di Trump all’inflazione che non molla la presa, fino alle mosse della Federal Reserve. In questo scenario, Bitcoin e le crypto emergono sempre più come “asset alternativi”. Comprendere il contesto macroeconomico è fondamentale, ed è per questo che ai membri dei nostri Club offriamo analisi dedicate.

Questo è solo un assaggio delle analisi e degli insight che troverai nel Market Report crypto completo di Maggio. Vuoi capire a fondo le dinamiche di mercato, scoprire le analisi tecniche dettagliate, i dati on-chain che fanno la differenza, leggere le storie più calde come quella di James Wynn e avere una visione chiara del contesto globale grazie anche al nostro report macroeconomico dedicato?

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Che succede tra Elon Musk e Donald Trump?

Che succede tra Elon Musk e Donald Trump?

Elon Musk e Donald Trump, una volta amiconi, ora si scannano a suon di tweet al vetriolo. Cosa è successo tra i due? Come hanno reagito i mercati?

Che succede tra Elon Musk e Donald Trump? In questo articolo ricostruiremo gli eventi degli ultimi giorni che hanno portato il Tony Stark sudafricano e il 47esimo Presidente degli Stati Uniti dall’essere inseparabili come pizza e birra a scontrarsi senza esclusione di colpi. Ci occuperemo anche della reazione dei mercati, influenzati da questa rottura. Partiamo! 

Una rottura (quasi) improvvisa

Ciò che sta succedendo nelle ultime ore tra Elon Musk e Donald Trump, un botta e risposta via social dal sapore neanche troppo velatamente trash, sta catalizzando l’attenzione dei media di tutto il mondo a causa del suo carattere tanto violento quanto inaspettato. Per molti questo dissing è un fulmine a ciel sereno, un colpo di scena tale da tenerti incollato coi popcorn su X ad aggiornare in attesa di nuovi tweet. E non senza ragione: il ricordo di un Elon Musk con gli occhi a cuore per Donald Trump, sia in campagna elettorale che nei primi cinque mesi di mandato, è ancora vivo nella nostra mente.

Il patron di Tesla infatti, nei mesi precedenti alle elezioni presidenziali, ha supportato il candidato repubblicano a botte di donazioni – circa 300 milioni di dollari secondo le stime – e di endorsement divisi fra interviste e post su X. Anche durante i primi mesi di mandato, Musk ha partecipato attivamente all’amministrazione Trump istituendo il DOGE (Department of Government Efficiency), un apparato finalizzato alla riduzione degli sprechi pubblici e all’efficientamento della macchina governativa. Il 7 febbraio, poi, il Tony Stark dei tempi nostri pubblicava questo tweet: “Amo @realDonaldTrump tanto quanto un uomo etero può amare un altro uomo”. Insomma, non proprio la cronaca di una morte annunciata, per citare García Márquez. Tuttavia, in questo rapporto idilliaco già emergevano le prime ostilità. 

I primi scricchiolii: Elon Musk non è troppo d’accordo sui dazi trumpiani

Il 2 aprile, nel giorno trionfalmente definito “Liberation Day”, Donald Trump annuncia al mondo i dazi doganali. Ma Elon Musk è un tecno-capitalista, avverso alla burocrazia e forte sostenitore del libero mercato: già il 5 aprile, in occasione del Congresso della Lega a Firenze, in collegamento video con un Matteo Salvini visibilmente emozionato, aveva affermato di sperare in una partnership commerciale molto stretta fra Stati Uniti ed Europa, fondata su una “situazione di zero dazi nel futuro, verso una zona di libero scambio”. 

Qualche giorno dopo, l’8 aprile, aveva attaccato frontalmente Peter Navarro, principale consulente commerciale di Donald Trump nonché mente strategica dietro i dazi globali e la guerra commerciale con la Cina: “Navarro è davvero un idiota. Quello che dice qui è dimostrabilmente falso”, in riferimento ad alcune sue dichiarazioni relative a Tesla. Che poi, per fare una piccola parentesi, il dottor Musk potrebbe non avere tutti i torti, dal momento che Navarro ha giustificato la necessità di una trade war contro la Cina citando Ron Vara, un economista che non esiste. Come lo sappiamo? Perché Ron Vara è l’anagramma di Navarro, si auto-citava. Ma torniamo a noi. Il 22 aprile, in occasione della conferenza per le trimestrali di Tesla, Elon Musk ha dichiarato che, secondo lui, tariffe doganali più basse, così come il libero scambio delle merci, “sono generalmente una buona idea”. Nello stesso intervento, poi, ha comunicato agli investitori che avrebbe lasciato il DOGE a maggio. 

L’inizio dello scontro: il One Big Beautiful Bill Act

Il casus belli, la goccia che ha fatto traboccare il vaso, sarebbe legato al giudizio di Elon Musk  – cioè “disgustoso abominio” – nei confronti del One Big Beautiful Bill Act (OBBBA), un’imponente legge che mira a estendere i tagli fiscali del primo mandato Trump e che aggiungerebbe, in dieci anni, circa 3.000 miliardi (3 trilioni) di dollari al debito pubblico americano, già spaventosamente alto (circa 36,4 trilioni di dollari). Questa incredibile quantità di denaro verrebbe recuperata tagliando i finanziamenti al welfare, all’istruzione e ai programmi di protezione ambientale contenuti nell’Inflaction Reduction Act di Joe Biden. Quest’ultimo punto è interessante, dato che andrebbe a penalizzare in primis Tesla eliminando i sussidi ai veicoli elettrici – circa 7.500$ a macchina – che Musk, però, sembra trascurare. 

Il giorno caldo è giovedì 5 giugno. Donald Trump ospita il cancelliere tedesco Friedrich Mertz nello Studio Ovale della Casa Bianca e si definisce “molto deluso” da Elon Musk, aggiungendo che avevano “un bel rapporto” che non si sa se continuerà. Inizia la pioggia di tweet. 

Musk risponde “Pazienza” e fa notare che senza di lui non avrebbe vinto le elezioni, “quanta ingratitudine”, commenta. Trump risponde affermando di averlo cacciato dall’incarico amministrativo e conclude il post con “è IMPAZZITO!”. Minaccia poi di cancellare i contratti governativi a Musk, fondamentali per aziende come SpaceX, come risposta alle critiche. Musk risponde in modo altrettanto duro e chiede l’impeachment– un’accusa formale a un alto funzionario pubblico, in questo caso Trump, finalizzata alla sua rimozione – e posta un altro tweet devastante: “È il momento di sganciare la vera bomba: @realDonaldTrump è nei file su Epstein. Questa è la vera ragione per cui non sono stati resi pubblici”. 

Adesso, il “peggio” sembra passato e, apparentemente, i due sembrano intenzionati a seppellire l’ascia di guerra. Nella mattinata italiana di venerdì 6 giugno, dalla Casa Bianca hanno fatto sapere che Mimì e Cocò avrebbero organizzato una telefonata di riconciliazione per chiarire quanto accaduto. Inoltre Bill Ackman, noto gestore di hedge fund americano, in un tweet ha suggerito ai due di “fare pace per il bene del Paese”. Elon Musk ha risposto con un secco “Non hai torto”. 

Come hanno reagito i mercati allo scontro tra Elon Musk e Donald Trump?

La grande osservata è naturalmente Tesla, sia perché ormai viene considerata l’estensione di Elon Musk sia perché, come abbiamo visto prima, il suo futuro è direttamente collegato alle politiche anti-ambientaliste di Donald Trump. Nella giornata di giovedì 5 giugno, infatti, il colosso americano delle auto elettriche è arrivato a perdere più del 15% in una sola seduta, passando dai 322,7$ ad azione ai 272,4$, per poi recuperare leggermente e attestarsi – al momento in cui scriviamo – sui 292,5$. Allo stesso modo l’S&P500, che contiene Tesla all’interno del paniere, lo stesso giorno è sceso di circa 1,3 punti percentuali, ma già nella giornata di venerdì 6 ha assorbito la perdita finendo addirittura in territorio positivo (+0,3% rispetto al bottom toccato giovedì). Lo stesso pattern si ripete un po’ per tutti i principali indici americani. 

Nel mercato delle criptovalute la situazione è un po’ più complessa, dato che Elon Musk e Donald Trump insieme erano considerati un po’ i crypto brothers o comunque celebrità crypto-friendly, come testimoniato dall’accordo tra Fidelity e World Liberty Finance e dall’associazione sempre più solida Musk-Dogecoin – ricordiamoci che nel governo USA esiste un apparato che si chiama letteralmente DOGE. In ogni caso, durante la scaramuccia social, Bitcoin ha perso più del 4% ma ha subito colmato il gap una volta toccato il supporto dei 100k, ritornando sulla soglia dei 104.500$. Discorso diverso per Ethereum che, dopo aver perso l’8,4% circa nella giornata di giovedì, è riuscita a riprendere solo metà di quanto perso, fermandosi intorno ai 2.500$. Invece, Solana ha replicato i movimenti di BTC poiché è scesa dai 153,2$ ai 141$, per poi tornare alla quota attuale di 151,7$. In ultimo, bella botta per il token del POTUS, TRUMP, che ha messo a segno un -13,7% giovedì, tentando il recupero disperato il giorno successivo, senza successo – poco più del 2%. Per concludere, gli eventi di giovedì 6 hanno fatto uscire circa 20 miliardi dal mercato, con la Total Market Cap che scende dai 3,24 trilioni di dollari ai 3,22 toccando, però, la cifra di 3,1 trilioni

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Donald Trump, Elon Musk e DOGE: tagli o follie?

Donald Trump, Elon Musk e DOGE: tagli o follie?

Donald Trump ed Elon Musk hanno rivendicato molti tagli alla spesa pubblica grazie al DOGE. Alcuni trionfi, però, sono assurdità già smentite. Quali?

Donald Trump e Elon Musk hanno istituito il DOGE (Department of Government Efficiency) con l’obiettivo di modernizzare la tecnologia e i software federali per massimizzare l’efficienza e la produttività governativa. In sintesi, si tratta di ridurre la spesa pubblica eliminando gli sprechi, affinché i soldi dei contribuenti vengano gestiti in modo più funzionale. La cosa divertente è che alcuni di questi tagli, preannunciati in pompa magna, sono in realtà sciocchezze al limite del delirio. Vediamoli insieme

Il nemico preferito da Donald Trump ed Elon Musk: USAID

Donald Trump ed Elon Musk, in questi primi mesi di mandato, hanno condotto una battaglia all’ultimo sangue contro USAID (United States Agency for International Development), agenzia federale statunitense responsabile degli aiuti per lo sviluppo economico e umanitario nel mondo. Il DOGE è stato sguinzagliato talmente tante volte contro questa organizzazione da rendere necessaria una sezione specifica. Partiamo con la bufala più eclatante:

50 milioni di dollari per Gaza, in preservativi

Tutto nasce quando Karoline Leavitt, portavoce della Casa Bianca, ha dichiarato che l’amministrazione Trump aveva individuato e bloccato un piano di aiuti “per finanziare i preservativi a Gaza”, spiegando come parte della scoperta fosse merito del team di DOGE. Elon Musk ha subito pubblicato un post su X (ex Twitter) con le parole della portavoce aggiungendo un fiero “la punta dell’iceberg”. 

La storia, per quanto particolare, è totalmente inventata per almeno tre motivi. In primo luogo, la Casa Bianca non ha fornito prove a supporto di questa dichiarazione, neanche una. In secondo luogo, la CNN ci fa sapere che, sotto il governo Biden, USAID non ha speso un dollaro in preservativi da mandare in Medio Oriente. Infine, il totale impiegato da USAID in contraccettivi da mandare in tutto il mondo è di gran lunga inferiore ai 50 milioni di dollari: nel 2023 si aggirava intorno ai 9 milioni. 

USAID paga le celebrità di Hollywood per andare in Ucraina

La guerra tra Russia e Ucraina va avanti da anni ormai e di falsità se ne sono sentite parecchie. Questa però è curiosa. Elon Musk ha repostato un tweet su X che diceva: “Lo sapevi che USAID ha speso i soldi delle vostre tasse per finanziare i viaggi dei VIP in Ucraina, il tutto per aumentare la popolarità di Zelensky fra gli americani?” L’elenco di questi VIP includeva Ben Stiller, Angelina Jolie, Sean Penn e Orlando Bloom, che apparivano in un video col logo di E! News – l’equivalente americano di Verissimo su Canale 5.  

Il video era un’invenzione, una fake news totale. E! News ha smentito subito, Ben Stiller ha affermato di essersi pagato il viaggio di tasca sua e una serie di esperti ha accostato il contenuto ad una campagna di disinformazione, probabilmente ad opera di russi.  

USAID ha finanziato il Covid-19

Elon Musk, il 2 febbraio 2025, ha pubblicato su X un tweet in cui scriveva “Lo sapevi che USAID, usando i TUOI soldi delle tasse, ha finanziato la ricerca sulle armi biologiche, incluso il COVID-19, che ha ucciso milioni di persone?” 

Questo caso, a dir la verità, è leggermente più spinoso dei precedenti: USAID ha effettivamente finanziato EcoHealth Alliance, un’organizzazione no profit che faceva ricerca sui pericoli dei virus provenienti dagli animali selvatici. Durante la prima presidenza Trump, questi finanziamenti sono stati bloccati perché EcoHealth lavorava a stretto contatto coi ricercatori di Wuhan, da dove è partita la pandemia, per essere poi riattivati e interrotti definitivamente con Joe Biden. 

Tutto ciò, per quanto possa sembrare sospetto, non basta per giustificare un’accusa come quella di Elon Musk, che è uomo di scienza e dovrebbe sapere come funziona il metodo scientifico: la correlazione tra due eventi non implica necessariamente un rapporto di causalità. È il più classico dei sillogismi errati, che si basano su bias cognitivi ed euristiche. Senza contare, poi, che ci stiamo dimenticando dell’elefante nella stanza, cioè che la comunità scientifica afferma di non avere evidenze scientifiche a supporto della tesi “fuga del Covid dal laboratorio”.   

USAID ha finanziato Politico (testata giornalistica)

Donald Trump, Elon Musk e altri politici della destra americana hanno accusato USAID di finanziare con milioni di dollari la testata giornalistica Politico, al fine di “scrivere belle storie sui Democratici”. La verità è che USAID ha effettivamente pagato Politico, ma per gli abbonamenti della sezione Pro – un po’ come i nostri club – che, come si legge sul loro sito, è “un servizio di abbonamento professionale utilizzato da aziende, organizzazioni e, sì, anche da alcune agenzie governative“. 

Questa ingente quantità di denaro, in realtà, ammonta a 44.000$, come riporta USAspending.gov, il sito ufficiale del governo degli Stati Uniti che fornisce trasparenza e dati dettagliati sulle spese federali. Si è trattato, pertanto, di una semplice transazione fra cliente e venditore, non di un finanziamento. 

Chiudiamo ora la parentesi USAID e continuiamo con altre sviste imbarazzanti.

Elon Musk: il New York Times è un media finanziato dal governo  

Mercoledì 5 febbraio 2025, Elon Musk reposta un tweet di Ian Miles Cheong – un influencer “giornalista” amato dalla destra americana – in cui si denunciava con toni indignati il fatto che il governo avesse dato “milioni di dollari al New York Times nell’arco degli ultimi 5 anni”. Il nostro Musk, senza premurarsi di controllare, grida allo scandalo e invoca il feroce DOGE. 

Il problema è che questo grande giornalista d’inchiesta, il signor Cheong, nell’indagare le malefatte del governo federale, ha commesso un errore a dir poco grossolano: i “milioni di dollari” di finanziamento effettivamente esistevano, ma riguardavano tutte le entità che, nel nome, avevano la parola New York. Tra queste, la New York University che nel 2024 ha ricevuto, solo per la sezione di fisica, 7,5 milioni di dollari. 

Il Pentagono ha finanziato Reuters con milioni di dollari

L’ultimo delirio rientra nella categoria “attacchi di Elon Musk e Donald Trump  ai media e alle agenzie di stampa”. La vittima, in questo caso, è Reuters, storica agenzia di stampa fondata a Londra nel 1851 da Paul Reuter, adesso acquisita dalla canadese Thomson Reuter Corporation.

Il tutto si articola intorno all’ennesimo tweet repostato da Elon Musk il 13 febbraio 2025, in cui il patron di Tesla commentava: “Reuters ha ricevuto milioni di dollari dal governo degli Stati Uniti per una “inganno sociale su larga scala”. È letteralmente ciò che c’è scritto nell’ordine di acquisto! Sono uno scam totale”. Il tweet repostato, in effetti, riportava uno screenshot preso da USAspending.gov in cui si poteva leggere che la Thomson Reuter Special Services riceveva finanziamenti dal Dipartimento della Difesa USA con causale “difesa attiva contro l’ingegneria sociale” e “inganno sociale su larga scala”. Prima di passare alla confutazione, quali sono secondo te le fonti citate in questo tweet? Esatto, DOGE e il grande reporter investigativo Ian Miles Cheong.

La società destinataria dei finanziamenti, come qualcuno si sarà accorto, non era l’agenzia di stampa Reuters ma la Thomson Reuters Special Services. Se è vero che entrambe le società fanno capo alla Thomson Reuters Corporation, l’agenzia di stampa non ha ricevuto un dollaro dal Pentagono. Inoltre, i finanziamenti erano finalizzati allo sviluppo di software di protezione contro i cyberattacchi e, dulcis in fundo, erano stati erogati proprio dall’amministrazione Trump nel 2018. 

Cari Elon e Donald: più dati e meno figuracce

Qualcuno dice che siamo nell’era della post-verità, dove per post-verità si intende “un’affermazione che si appropria di una pretesa verità, senza riscontro, facendole eco, diffondendola e propagandola” (Treccani). Da quello che abbiamo visto in questi primi cinque mesi di mandato, i fatti confermerebbero questa tesi, perché anche il vecchio Donald Trump di cose assurde ne ha dette. In ogni caso, il 24 maggio sul suo social X, Elon Musk ha comunicato la volontà di lasciare il DOGE: “si torna a passare tutto il tempo al lavoro e a dormire in sale conferenze/server/fabbriche”. 

Detto ciò, il consiglio è di informarti ed esaminare i dati prima di dichiarare assurdità che potrebbero compromettere la tua reputazione. Comincia iscrivendoti qui sotto o a uno dei nostri canali per restare aggiornata/o sulle cose rilevanti!

I dazi di Trump bloccati: la reazione dei mercati

I dazi di Trump bloccati: la reazione dei mercati

I dazi imposti da Donald Trump nel Liberation Day sono stati bloccati dalla Corte federale del commercio americano: come hanno reagito i mercati?

I dazi annunciati da Donald Trump nel Liberation Day del 2 aprile sono stati dichiarati illegali nella notte italiana tra mercoledì 28 e giovedì 29 maggio. A emettere la sentenza, la Corte federale del commercio americano. Dall’altro lato, l’amministrazione Trump ha già dichiarato il ricorso in appello. Nell’attesa di capire cosa succederà, come hanno reagito i mercati alla notizia?    

I dazi di Donald Trump dichiarati illegali: la sentenza

La U.S Court of International Trade (USCIT), un tribunale federale che si occupa di gestire le cause civili legate all’importazione e al commercio internazionale, ha bloccato i dazi introdotti dal Presidente degli Stati Uniti. Le motivazioni risiedono principalmente nel fatto che Donald Trump non avrebbe l’autorità per imporre i dazi in modo autonomo, cioè senza passare per il Congresso: il Parlamento americano, infatti, è l’organo istituzionale che, secondo la Costituzione, ha il potere di autorizzare o meno le tariffe doganali. The Donald, invece, ha saltato questo passaggio invocando lo IEEPA (International Emergency Economics Power Act), una legge del 1977 che conferisce al Presidente il potere di regolamentare il commercio in risposta a minacce che possano costituire un’emergenza nazionale.

Il problema principale, secondo l’interpretazione della Corte, è lo IEEPA non concede automaticamente poteri illimitati al Presidente e, pertanto, ha deciso di annullare i dazi doganali del 2 aprile. Nello specifico, nella sentenza si legge che le tariffe “vanno oltre qualsiasi autorità concessa al Presidente dall’IEEPA per regolamentare le importazioni”. Inoltre, la USCIT ha giudicato illegali anche gli oneri doganali imposti nei confronti di Canada, Cina e Messico finalizzati al contrasto del fentanyl perché “non ci sarebbe connessione fra l’imposizione dei dazi e le minacce insolite e straordinarie che i provvedimenti contro il traffico di droga dichiarano di voler contrastare”. Subito dopo la sentenza, l’amministrazione Trump ha annunciato il ricorso alla Corte d’Appello

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La reazione dei mercati

La decisione della USCIT è stata accolta con favore dalla Borse europee, che aprono in verde e – al momento in cui scriviamo – sembrano decise a continuare in questo modo: il CAC 40 di Parigi guadagna lo 0,73%, il DAX di Francoforte lo 0,42% e Il FTSE MIB di Milano registra un +0,45%. In controtendenza il FTSE 100 di Londra, giù dello 0,11%. Molto bene anche i listini asiatici, che hanno chiuso tutti in rialzo: Tokyo ha messo a segno un +1,88%, Shenzhen un +1,33%, Hong Kong sale dello 0,9% così come Shanghai, in rialzo dello 0,7%. Anche le Borse USA sembrano contente della decisione della Corte, coi futures di Wall Street che salgono di oltre l’1%

Il mercato crypto si unisce al trend con Bitcoin su di circa 2000$ a 108.600$, Ethereum mette a segno un +4,3% rispetto alla giornata di ieri e viaggia intorno ai 2.730$, mentre Solana approfitta del momento per recuperare qualcosa dal crollo di ieri, toccando quota 175$ per poi scendere e – per ora – stabilizzarsi sui 172$. Il clima è comunque molto positivo, perché la sospensione “ufficiale” dei dazi potrebbe portare molta liquidità al nostro mercato preferito. 

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Come funziona il prelievo forzoso?

Prelievo forzoso: come funziona?

I miei soldi possono davvero sparire dal conto? Tutto sul prelievo forzoso

L’idea che i propri risparmi, frutto di lavoro e sacrifici, possano svanire dal conto corrente è fonte di ansia per molti. Questo timore, a volte alimentato da informazioni imprecise, merita chiarezza. 

Sebbene esistano circostanze in cui terzi possono accedere legalmente ai fondi depositati in banca, non si tratta di un evento arbitrario o improvviso, ma di una procedura ben definita dalla legge, nota come prelievo forzoso o, più tecnicamente, pignoramento presso terzi. Capiamo meglio di cosa si tratta.

Cos’è esattamente un prelievo forzoso?

Un prelievo forzoso non è un furto né un errore della banca: è l’atto finale di un procedimento legale attraverso il quale un creditore, munito di un titolo esecutivo (un documento che accerta il suo diritto), recupera somme dovute da un debitore agendo direttamente sul suo conto corrente. La banca, in questo scenario, agisce come “terzo pignorato”, ovvero come soggetto che detiene somme del debitore e che è obbligato per legge a trasferirle al creditore su ordine dell’autorità competente.

È fondamentale sottolineare che si arriva al prelievo forzoso solo dopo che il debito è stato formalmente accertato e il debitore ha avuto diverse occasioni per regolarizzare la propria posizione.

Chi può autorizzare un prelievo forzoso e per quali debiti?

Non chiunque vanti un credito può presentarsi in banca e chiedere i soldi di un altro. L’azione richiede sempre l’intervento di un’autorità e il rispetto di precisi passaggi. I principali soggetti che possono attivare questa procedura sono:

  1. L’agenzia delle entrate-riscossione (ader): è l’ente preposto alla riscossione dei crediti dello stato e di altri enti pubblici. Parliamo di:
    • tasse non pagate (irpef, iva, imu, tari, ecc.);
    • contributi previdenziali inevasi;
    • multe stradali non saldate;
    • bollo auto scaduto e non pagato. In questi casi, il percorso tipico prevede la notifica di un avviso di accertamento, seguito dalla temuta “cartella esattoriale”. Se il debito non viene saldato o rateizzato entro i termini (solitamente 60 giorni dalla notifica della cartella), l’ader può inviare un’intimazione di pagamento e, successivamente, procedere con il pignoramento del conto.
  2. L’autorità giudiziaria (tribunale): a seguito di una causa civile, un giudice può ordinare il pignoramento del conto per soddisfare crediti di natura privata. Ad esempio:
    • assegni di mantenimento non corrisposti all’ex coniuge o ai figli;
    • canoni di locazione non pagati;
    • fatture insolute verso fornitori o professionisti;
    • risarcimenti danni stabiliti da una sentenza. Il creditore privato deve prima ottenere un “titolo esecutivo”, come una sentenza passata in giudicato, un decreto ingiuntivo dichiarato esecutivo, o un assegno/cambiale protestati.

Come funziona la procedura di pignoramento del conto corrente?

Una volta ottenuto il via libera, il creditore notifica l’atto di pignoramento sia al debitore sia alla banca. Da quel momento la banca è tenuta a bloccare sul conto del debitore una somma pari all’importo del credito vantato, aumentato delle spese legali. 

Se il saldo è inferiore, viene bloccato l’intero importo disponibile. Dopodiché, entro termini stabiliti, la banca deve comunicare al creditore l’effettiva esistenza di fondi pignorabili. Se il debitore non si oppone o se l’opposizione viene respinta, il giudice (o l’ader in caso di debiti fiscali) ordina alla banca di versare le somme bloccate al creditore.

Esistono però dei limiti al pignoramento per tutelare la sussistenza del debitore:

  • Stipendi e pensioni: se accreditati sul conto, non possono essere pignorati integralmente. Per le somme già accreditate al momento del pignoramento, la parte che eccede il triplo dell’assegno sociale (un importo annuo aggiornato dall’inps, nel 2024 pari a circa 534 euro mensili) può essere pignorata. Quindi, se l’assegno sociale è 534 euro, il limite di impignorabilità sul saldo esistente è di circa 1.602 euro. Per i futuri accrediti di stipendio o pensione, il pignoramento può avvenire generalmente nella misura di un quinto, ma la frazione può variare a seconda dell’importo e di eventuali altri pignoramenti in corso.
  • Conti cointestati: si presume che le somme appartengano ai cointestatari in parti uguali. Pertanto, di norma, può essere pignorata solo la quota del debitore (solitamente il 50%).
  • Somme impignorabili: alcune somme sono per legge assolutamente impignorabili, come le pensioni di invalidità, gli assegni di accompagnamento, o le rendite da assicurazioni sulla vita (in determinate condizioni).

Cosa fare se si riceve un avviso di pignoramento del conto?

La prima regola è: non ignorare il problema, perché in questo modo la situazione peggiora drasticamente. 

Innanzitutto è bene controllare attentamente la documentazione per capire l’origine del debito, l’importo e se è effettivamente dovuto. Se il debito è legittimo, la soluzione più rapida per sbloccare il conto è pagare l’intero importo. Con l’agenzia delle entrate-riscossione è spesso possibile richiedere una rateizzazione del debito, che, una volta concessa e pagata la prima rata, può portare alla sospensione del pignoramento. Se, invece, si ritiene che il pignoramento sia ingiusto (es: debito già pagato, errore di notifica, pignoramento di somme impignorabili), è possibile presentare opposizione davanti al giudice competente. È un’azione legale complessa per cui è indispensabile l’assistenza di un avvocato.

Prevenzione: come evitare brutte sorprese

La migliore strategia è la prevenzione:

  • Tenere sotto controllo le proprie scadenze fiscali e i pagamenti.
  • Non ignorare mai avvisi di accertamento, cartelle esattoriali o comunicazioni legali (soprattutto le raccomandate).
  • In caso di difficoltà economiche temporanee, cercare un dialogo con i creditori o con l’ader per trovare soluzioni sostenibili (es. piani di rateizzazione) prima che la situazione degeneri.

Il prelievo forzoso dal conto corrente è una misura seria, l’ultima spiaggia per i creditori per recuperare quanto loro dovuto. Sebbene l’idea possa spaventare, è importante ricordare che si tratta di una procedura legale. Conoscere le regole, i propri diritti e i limiti imposti dalla legge al pignoramento è il primo passo per affrontare la situazione con maggiore consapevolezza. La gestione responsabile delle proprie finanze e l’azione tempestiva in caso di difficoltà restano le armi più efficaci per evitare che i propri soldi “spariscano” davvero dal conto.

Donald Trump e i dazi: la verità ti fa male, lo so

Donald Trump e i dazi: la verità ti fa male, lo so

Il Presidente USA Donald Trump ha sostenuto i dazi con dichiarazioni spesso false o inesatte. Qui vedremo quelle più clamorose. Buon divertimento!

Il Presidente degli Stati Uniti Donald J. Trump ha fondato la sua campagna elettorale sulla necessità di rendere l’America grande ancora – Make America Great Again – e lo ha fatto a suon di slogan e frasi ad effetto come “America First!” e “ritorno all’Età dell’Oro”. I dazi commerciali, imposti poi revocati poi ripristinati, sono frutto di questa strategia e vengono giustificati a colpi di dichiarazioni di grande impatto. Il problema è che molte di queste sono totalmente infondate. Via al fact checking!

Donald Trump quando parla di Stati Uniti tende a gonfiare le cifre

Donald Trump è un fiero americano e, come tale, è incline ad ingrandire tutto ciò che riguarda gli Stati Uniti d’America, numeri compresi. Prendiamo in esame qualche fiammata sovranista: 

  • L’accordo di Parigi sul clima è costato agli Stati Uniti “trilioni di dollari che gli altri paesi non stavano pagando”. In occasione del Congresso del 4 marzo 2025, Donald Trump ha giustificato così l’uscita dall’Accordo di Parigi sul clima: falso, gli Stati Uniti non hanno mai destinato somme neanche lontanamente simili all’Accordo. Joe Biden, al momento dell’insediamento, aveva promesso di stanziare circa 11 miliardi all’anno, cifra in seguito ridimensionata. 
  • Honda ha appena annunciato un nuovo stabilimento in Indiana, uno dei più grandi al mondo”. Sempre in occasione del Congresso del 4 marzo 2025, il Presidente USA ha dichiarato in tono trionfale la costruzione di un nuovo polo industriale da parte del colosso giapponese: falso, Honda aveva espresso l’intenzione di costruire la nuova Honda Civic in Indiana piuttosto che in Messico, come riportato da Reuters, senza dare conferma di quanto detto sopra.  
  • Gli Stati Uniti stanno incassando 2 miliardi di dollari al giorno dai dazi doganali”. Dichiarazione dell’8 aprile 2025, durante il discorso ai lavoratori dell’industria del carbone: falso, la cifra è nell’ordine delle centinaia di milioni, non di miliardi e, soprattutto, i dazi sono a carico degli importatori americani, non degli esportatori stranieri.  
  • Stavamo perdendo 2 trilioni di dollari all’anno sul commercio”. Frase detta da Donald Trump il 22 aprile 2025 durante un’intervista per il Time nella Casa Bianca. Qui, il POTUS si riferisce al deficit commerciale degli Stati Uniti col resto del mondo prima del suo arrivo: falso, nel 2024 lo squilibrio ammontava a circa 918 miliardi di dollari, nel 2023 a 773 miliardi, nel 2022 a 945 miliardi e così via. 
  • Ho siglato 200 accordi”. Il 25 aprile 2025, nella stessa intervista al Times, alla domanda “Non ne è stato annunciato neanche uno (accordo commerciale, ndr). Quando li annuncerete?” Donald Trump ha risposto con un secco “Ho chiuso 200 accordi”: falso, non c’era – e non c’è – alcuna prova che possa validare questa affermazione.

Donald Trump e Unione Europea: non proprio amore a prima vista

Che il Presidente degli Stati Uniti d’America non provi eccessiva simpatia nei confronti del Vecchio Continente è cosa nota: proprio recentemente ha confermato questa “leggera” antipatia alzandoci i dazi al 50%. Vediamo perché: 

  • Non comprano le nostre macchine, non comprano il nostro cibo. Non comprano nulla”. Domenica 6 aprile 2025, Donald Trump ha dichiarato ai giornalisti a bordo dell’aereo presidenziale Air Force One che l’Unione Europea fondamentalmente se ne approfitterebbe degli USA: falso, solo nel 2024, l’UE ha importato dagli Stati Uniti beni per quasi 650 miliardi di dollari. Non proprio spiccioli. 
  • Non prendono i nostri prodotti agricoli”. Sempre in quel 6 aprile, il POTUS ci ha accusato di non comprare beni e merci per l’agricoltura: falso, come riporta lo stesso governo USA, nel 2024 l’Unione Europea ha speso quasi 13 miliardi di dollari (+1% rispetto al 2023) in derrate agricole. Ci piace molto la frutta secca (con guscio) americana.
  • Mettono delle barriere che rendono impossibile vendere un’auto. Non è questione di soldi. È che rendono tutto così difficile: gli standard, i test. Ti lasciano cadere una palla da bowling sul tetto dell’auto da sei metri d’altezza. E se c’è una piccola ammaccatura, ti dicono: Mi dispiace, la tua auto non è idonea”. Questa è veramente stupenda. Lunedì 7 aprile 2025, bilaterale col primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu: falso, non c’è nessun controllo di sicurezza simile in Europa e, soprattutto, non c’è scritto da nessuna parte che un danno minore possa far fallire il test all’auto. 
  • L’Unione Europea è stata creata con lo scopo di sfruttare gli Stati Uniti d’America”: falso. Il 10 aprile 2025, Donald Trump è protagonista di una sparata talmente vaga da essere difficile da confutare. In ogni caso, numerosi studiosi – soprattutto storici ed economisti – sono rimasti spiazzati di fronte a questa dichiarazione. John O’Brennan, importante professore di Integrazione Europea, Politica dell’Unione Europea e Relazioni Internazionali, ha affermato che questa uscita “non potrebbe essere più sbagliata o inaccurata”. E come lui molti altri.

Dalla Cina con furore

Che americani e cinesi non vadano d’amore e d’accordo è risaputo. Il Presidente degli Stati Uniti Donald Trump, dal suo insediamento, ha rincarato la dose con una guerra commerciale a base di dazi estremi poi sospesi. Esaminiamo qualche suo recente esercizio di ginnastica mentale:

  • Abbiamo avuto enormi deficit con la Cina. Biden ha lasciato che la situazione sfuggisse di mano. Sono deficit per 1,1 trilioni di dollari; ridicoli, ed è semplicemente una relazione ingiusta”. È il 23 gennaio 2025 e siamo al meeting annuale del World Economic Forum di Davos quando dagli altoparlanti si diffondono queste parole: falso. I fact checkers indicano che nel 2023 effettivamente il deficit commerciale degli Stati Uniti complessivamente viaggiava su quella cifra. Donald Trump, però, si dimentica un dettaglio importante: il deficit di 1,1 trilioni di dollari riguarda tutto il mondo, non solamente la Cina, e considera solo i beni senza includere i servizi nel calcolo. 
  • Abbiamo un deficit con la Cina di più di un trilione di dollari”. L’ha affermato The Donald in un’intervista alla Fox News Radio del 21 febbraio 2025: falso. Come riportato dal B.E.A. (Bureau of Economic Analysis), nel 2024 il deficit commerciale si aggirava sui 263 miliardi di dollari, nel 2023 la cifra era prossima ai 252 miliardi. Insomma, ha sbagliato di circa 730 miliardi di dollari.
  • La Cina “non ha mai pagato neanche 10 centesimi a ogni altro Presidente americano”. Liberation Day, mercoledì 2 aprile 2025. Donald Trump annuncia per la prima volta i dazi e trova il tempo per sparare un’altra pallottola propagandistica. Con ciò, il POTUS intendeva dire che prima di lui, i cinesi erano liberi di commerciare a gratis con gli Stati Uniti: falso, nel 1792 Alexander Hamilton, allora Segretario al Tesoro USA, propose la Tariff Act – nota anche come Hamilton Tariff – per incentivare il consumo di merci prodotte internamente. 

The Donald: l’erba del vicino è sempre più verde

Chiudiamo questa rassegna di acrobazie retoriche coi vicini di casa degli Stati Uniti: Canada e Messico. Queste tre grandi nazioni hanno da sempre rapporti commerciali molto stretti, ufficializzati da vari accordi tra cui il NAFTA (North American Free Trade Agreement) e l’USMCA (United States Mexico Canada Agreement). 

  • Gli Stati Uniti hanno “200 miliardi di deficit col Canada”. Lo ha sottolineato più volte il 7 gennaio 2025, in occasione di una conferenza stampa nella sua casa di Mar-a-Lago: falso. Sempre i dati del B.E.A. ci dicono che nel 2024 lo squilibrio tra import ed export col Canada ammontava a 35,7 miliardi di dollari.
  • Il Canada è “UNA DELLE NAZIONI COI DAZI PIÙ ALTI AL MONDO”. Tutto maiuscolo perché Donald Trump, su Truth, scrive spesso in caps lock. L’11 marzo 2025 pubblica questo statement: falso, come riportato anche dalla Banca mondiale, che mette il Canada nella 102esima posizione su 137 paesi per tariffa media ponderata su tutti i prodotti. Questo indicatore riflette la media delle tasse sulle importazioni, calcolata tenendo conto di – ponderando – quanto vengono importati i diversi prodotti.
  • Il Canada non permette alle banche americane di fare affari in Canada, ma le loro banche invadono il mercato americano. Oh, mi sembra proprio giusto, vero?” scriveva su Truth il 4 marzo 2025: falso, il Canada non vieta la presenza di banche straniere, men che meno americane. Recentemente hanno irrigidito la regolamentazione, ma istituzioni bancarie come Bank of America, Citigroup e Wells Fargo operano sul suolo canadese da più di cento anni.
  • Abbiamo un deficit commerciale col Messico di 200 miliardi di dollari”. Il Presidente degli USA lo ha affermato il 9 febbraio 2025, durante un’intervista per Fox News: falso, sempre i dati del B.E.A. del 2024 indicano un disavanzo commerciale pari a circa 180 miliardi di dollari, la metà di quanto detto da Trump.

Insomma, abbiamo analizzato solo un decimo delle falsità che il 48esimo Presidente degli Stati Uniti d’America ha avuto modo di inventare durante questi primi cinque mesi di mandato. Conoscere i dati è importantissimo e ti permette di parlare con cognizione di causa, evitando delle figuracce epocali e imbarazzanti. 

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