Cosa sono il TAN e il TAEG e come si calcolano?

TAN e TAEG: cosa sono e come calcolarli?

Cosa sono il TAN e il TAEG, perché è importante conoscerli e come si calcolano

Cosa sono il TAN e il TAEG? Questi due indicatori finanziari sono utilizzati per misurare quanto costa un debito e forse hai scoperto la loro esistenza richiedendo un mutuo o durante uno spot pubblicitario di qualche SUV. Ecco un articolo attraverso il quale tenteremo di spiegare nel dettaglio cosa sono il TAN e il TAEG e come si calcolano.

TAN e TAEG: cosa sono?

Prima di spiegare cosa sono TAN e TAEG è necessario comprendere come funzionano i finanziamenti e i mutui. Quando si stipula un contratto finanziario di questo tipo l’istituto di credito che eroga il servizio può richiedere, in cambio, un interesse ovvero il costo che un cliente deve pagare per prendere in prestito denaro. Questo interesse è espresso sotto forma di TAN, o tasso annuo nominale, e indica la cifra annuale per gli interessi che il cliente deve pagare fino a quando non estingue il debito. 

Tuttavia, connessi a un finanziamento potrebbero esserci anche altri costi (detti accessori) che non rientrano sotto questo indicatore, come le commissioni o le spese di istruttoria. Qui entra in gioco il TAEG (tasso annuale effettivo globale), un indice che misura la somma totale delle spese tra tasso annuale nominale e i costi accessori. Insomma, a chi si chiede cosa sono TAN e TAEG potremmo rispondere definendoli due indicatori che misurano il costo di un prestito: il TAN si riferisce alla spesa “base” mentre il TAEG a quella totale.

A cosa servono TAN e TAEG? 

Ora che abbiamo iniziato a comprendere cosa sono TAN e TAEG vale la pena di soffermarci sulla loro funzionalità. Questi due indicatori finanziari possono essere molto utili ai correntisti o ai clienti che intendono richiedere un finanziamento. In particolar modo il TAEG, dato che esprime il costo totale di un mutuo o un finanziamento. Supponiamo di star valutando se chiedere un prestito di 200.000€ da estinguere entro 10 anni, e che il TAN e il TAEG di questo finanziamento siano rispettivamente 2% e 3,5%. Se sappiamo cosa sono TAN e TAEG potremmo subito risalire al costo di questo debito. Perciò confrontando le soluzioni offerte da diversi istituti di credito utilizzando il TAEG come parametro di riferimento, potremmo scegliere quella più conveniente per noi. 

Non è detto però che un prestito o un finanziamento abbia per forza dei costi associati. Se ti stai chiedendo cosa vuol dire TAN e TAEG al 0%, ecco la risposta: quando questi due indicatori sono pari a zero significa che il prestito viene concesso senza interessi e che il cliente non deve affrontare costi accessori o spese aggiuntive ma semplicemente restituire il denaro che gli è stato prestato.

Calcolare il TAEG attraverso un esempio pratico

Torniamo all’esempio visto nel paragrafo precedente e svolgiamo il procedimento inverso ovvero calcoliamo l’indice TAEG partendo dai costi accessori. Supponiamo quindi di aver intenzione di richiedere un mutuo di 200.000€ per acquistare un’abitazione. Il finanziamento che ci sembra più conveniente prevede un TAN del 2% e delle spese accessorie pari a 3.000€ all’anno. 

Sappiamo che il TAN rappresenta il tasso di interesse nominale annuo applicato al prestito perciò gli interessi che pagheremo alla banca annualmente saranno il 2% di 200.000€, ovvero 4.000€. Visto che il mutuo però prevede anche alcune spese accessorie, sappiamo che il TAEG sarà superiore al TAN. Per calcolare quanto ci costa esattamente il finanziamento dobbiamo quindi sommare il costo dell’interesse nominale, che abbiamo visto essere 4.000€, con le spese, che sono di 3.500€. Il costo totale del muto sarà di 7.500€ all’anno. Perciò dividendo questa somma per l’ammontare totale del denaro preso in in prestito e moltiplicando il risultato per 100 risaliremo all’indice TAEG, che in questo caso è del 3,5%.

(costo annuale totale del finanziamento / importo totale preso in prestito) x 100

7.500€/200.000€ x 100 = 3,5%


In conclusione, sapere cosa sono TAN e TAEG e come si calcolano è fondamentale per capire il costo reale di un finanziamento o di un mutuo e ti permette di confrontare le diverse offerte del mercato. Inoltre conoscere questi indicatori è indispensabile per evitare “brutte sorprese” e prevedere esattamente quanto dovrai pagare per il prestito che richiedi.

Che cos’è la Bitcoin dominance, come si calcola, e a cosa serve nel trading?

Bitcoin dominance: cos’è e a cosa serve?

La dominance di Bitcoin è un indicatore che misura il “peso” di BTC nel mercato delle criptovalute. Scopri che cos’è, come si calcola e come lo utilizzano i trader e gli investitori

Cos’è la Bitcoin dominance e a cosa serve? Si tratta di uno degli indicatori più utilizzati nel mercato crypto. Alcuni trader o investitori utilizzano questa metrica per pianificare le loro strategie, in particolare aiuta a scegliere se acquistare soltanto Bitcoin o optare anche per una o più altcoin. Scopri che cos’è la dominance di Bitcoin, come viene utilizzata dai trader e come si calcola.

Bitcoin dominance: cos’è?

La dominance di Bitcoin mette a confronto la capitalizzazione totale del mercato delle criptovalute con quella di BTC. Nello specifico indica, in percentuale, quanto è capitalizzato Bitcoin rispetto all’interno del mercato delle criptovalute e il suo scopo principale è quello di misurare l’impatto di BTC sul mercato crypto. Sebbene esistano migliaia di criptovalute alternative (altcoin), diverse da quella creata da Satoshi Nakamoto, Bitcoin è ancora la più importante. 

Nonostante questo però le crypto nate dopo BTC stanno, anno dopo anno, recuperando terreno e iniziano ad impensierire Bitcoin. Fino al 2017 la Bitcoin dominance è stata molto alta, vicina al 90%. Con l’affermarsi di Ethereum e l’esplosione delle ICO la situazione è cambiata. Nel corso di quell’anno, per la prima volta nella storia, questa metrica è scesa sotto il 50%. Il che significa che il valore dell’intero mercato crypto, in quel momento, era più del doppio rispetto a quello di Bitcoin.

Come utilizzano la dominance di Bitcoin i trader e gli investitori

Chiarito che cos’è la Bitcoin dominance, vediamo a cosa serve, ovvero come la utilizzano gli investitori e i trader per effettuare le loro analisi. Dal 2017 in poi si è rivelata molto utile per analizzare lo stato del mercato. Per esempio una fase in cui la dominance di Bitcoin è ribassista mentre i prezzi delle altre criptovalute si muovono a rialzo viene definita altseason (o stagione delle altcoin). Di solito quando regna l’euforia il peso di BTC scende perché i capitali si spostano su crypto con più potenziale di crescita (e quindi meno capitalizzate) che sono in generale anche più rischiose. 

Al contrario, nei momenti di bear market la dominance di Bitcoin sale, perché i trader e gli investitori decidono di limitare il rischio rifugiandosi nella crypto più capitalizzata vendendo alcune o tutte le altcoin che possiedono. I trader e gli investitori esperti sanno bene cos’è la Bitcoin dominance e la tengono d’occhio per avere un quadro più chiaro delle condizioni in cui si trova il mercato.

Come viene calcolata la dominance di Bitcoin?

La Bitcoin dominance viene calcolata dividendo la capitalizzazione di BTC per quella totale del mercato delle criptovalute e moltiplicando il risultato per 100. Vediamo un esempio pratico. Supponiamo che la capitalizzazione di Bitcoin sia 600 miliardi di dollari (numero che si avvicina molto a quella attuale) mentre quella totale del mercato crypto sia 1.300 miliardi di dollari. Per calcolare la Bitcoin dominance basta dividere la sua capitalizzazione di mercato (600 miliardi di dollari) per quella totale (1.300 miliardi di dollari) e poi moltiplicare per 100 per avere un dato in percentuale. 

600/1.300 = 0,461

0,461 x 100 = 46,1%

Il risultato di questa semplice operazione è il 46% circa. Un dato fornito così senza contesto e senza un grafico associato è comunque molto difficile da interpretare. Per riuscire a capire in che fase di mercato ci troviamo è necessario contestualizzare. Bisogna chiedersi ad esempio in che modo la dominance di Bitcoin è arrivata al 46%, se è in crescita o è ribassista e se ci troviamo in una fase di bull o di bear market.


Ora che hai scoperto che cos’è la Bitcoin dominance, come si calcola e in che modo i trader la utilizzano per analizzare le fasi di mercato puoi farti un’idea su ciò che accadrà in futuro. Questo indicatore è destinato a scendere sempre di più a causa delle numerose nuove criptovalute o BTC conserverà il suo solido primato nel mercato per sempre?

Equo compenso: cos’è? Le novità della legge a favore dei liberi professionisti

Equo compenso, cos’è? Le novità della legge approvata

Le novità della legge approvata. Ma prima di tutto: cos’è l’equo compenso?

Cos’è l’equo compenso? Di recente si usa questo termine per indicare direttamente la nuova legge che punta a tutelare il lavoro e la retribuzione dei liberi professionisti. Il testo è stato approvato dalla Camera il 12 aprile con 243 voti a favore e 59 astenuti. Ecco cos’è l’equo compenso e tutte le novità della legge appena approvata. 

Legge equo compenso: cos’è?

Per spiegare il fine della nuova legge approvata, bisogna capire cosa si intende e cos’è l’equo compenso. Si tratta di una retribuzione “proporzionale alla quantità e qualità del lavoro” e “conforme ai parametri ministeriali”, insomma un compenso che impedisce di sfruttare e sottopagare i professionisti. 

La cosiddetta legge per l’equo compenso prevede infatti delle regole per assicurare ai professionisti una paga adeguata al lavoro commissionato dalle aziende e dagli enti della pubblica amministrazione. 

Legge equo compenso: a chi si applica 

Dopo aver visto cos’è l’equo compenso, vediamo a chi spetta. La legge riguarda tutti i professionisti, sia quelli iscritti a un ordine, sia quelli appartenenti alle professioni non regolamentate come amministratori di condomini, fotografi, fisioterapisti o revisori legali. 

I compensi “equi” verranno calcolati sulla base dei parametri dei vari ordini, per chi non ha categoria è attesa l’elaborazione di un decreto ad opera del ministero delle Imprese e del made in Italy (ex Sviluppo economico) che sarà emanato entro 60 giorni. Tuttavia al momento solo l’ordine degli avvocati ha dei parametri aggiornati, quelli per gli altri professionisti dovranno essere rivisti. 

Se la legge riguarda tutti i professionisti, non si può dire lo stesso per le aziende. Tra le società private e pubbliche, sono tenute a garantire un equo compenso solo quelle che

  1. Hanno più di 50 dipendenti;
  2. Hanno un fatturato annuo superiore ai 10 milioni di euro. 

Secondo IlSole24Ore questi parametri includono 27.000 enti di pubblica amministrazione e 51.000 privati, lasciando fuori moltissime imprese. 

La legge prevede anche l’istituzione di un organo di vigilanza (Osservatorio sull’equo compenso) all’interno del ministero della Giustizia, con il compito di controllare l’applicazione delle norme. 

Le critiche alla legge sul compenso equo

La legge sull’equo compenso, fortemente voluta da Fratelli d’Italia, in primis dalla premier Giorgia Meloni, ha ricevuto diverse critiche. Innanzitutto perché il numero di aziende coinvolte dal testo legislativo è molto basso, gli ultimi dati dell’INPS del 2021 indicano che il totale delle imprese italiane è 1.647.000. Il Partito Democratico che si è astenuto dal voto, ha spiegato che questa è una delle ragioni per cui la legge sull’equo compenso è un’ “occasione persa”

Inoltre anche se non sono previste delle sanzioni per le imprese che non rispetteranno le norme, agli ordini professionali è concesso di multare i professionisti che accettano un compenso non equo. Federico Giannassi ha spiegato: “avevamo chiesto di cancellare le sanzioni al professionista che è parte debole del rapporto e non può essere pure sanzionato”. Un ulteriore problema sollevato dal parlamentare è che la legge non interviene sui rapporti professionali già esistenti

Cos’è la legge sull’equo compenso? Per molti non è altro che uno dei tentativi che i governi stanno attuando per rispondere alle esigenze del mercato dei lavoro che sta cambiando molto in fretta. In questi giorni ad esempio l’Unione Europea ha approvato l’obbligo di esporre la RAL (Retribuzione Annua Lorda) sugli annunci di lavoro, per trasparenza e per eliminare le disuguaglianze.

Cosa sono le Terre Rare e quali sono i Paesi che ne producono di più?

Terre rare: cosa sono e quali Paesi ne producono di più?

Cosa sono le terre rare? Scopri tutto su questi elementi preziosi, compresa la classifica degli Stati che ne estraggono di più 

Cosa sono le terre rare? Degli elementi chimici presenti nella tavola periodica chiamati anche con l’acronimo REE (Rare Earth Elements). Esse sono necessarie per costruire tantissimi componenti utilizzati per produrre altrettanti strumenti e dispositivi che utilizziamo quotidianamente. Tra questi ci sono per esempio gli smartphone, i computer e varie apparecchiature mediche. Scopri cosa sono le terre rare, a cosa servono e quali paesi ne estraggono di più.

Cosa sono le terre rare?

Le terre rare sono un gruppo di 17 elementi chimici metallici che si trovano nella crosta terrestre. Questi materiali vengono utilizzati per la produzione di apparecchiature tecnologiche e industriali. Ad esempio si trovano negli schermi degli smartphone e dei computer, nelle turbine eoliche, nelle lampadine o nei catalizzatori delle auto. 

Li troviamo in praticamente tutti i dispositivi elettronici che utilizziamo ogni giorno e vengono impiegati in tantissimi settori produttivi come quello tecnologico, medico, militare e energetico. Insomma le terre rare, materiali che vengono spesso inseriti all’interno della categoria dei semiconduttori, sono uno degli ingredienti fondamentali dell’industria moderna nonché elementi chimici vitali per la nostra economia.

Perché le terre rare si chiamano così?

Ora che sai cosa sono le terre rare, è bene capire perché si chiamano in questo modo. L’aggettivo “raro” infatti trae in inganno visto che questi elementi sono presenti in grandi quantità sul nostro pianeta. La loro concentrazione è addirittura superiore a quella di composti molto più conosciuti, come il rame o il cadmio.

Allora perché le terre rare si chiamano così? Perché questi elementi si trovano soltanto dispersi all’interno di altri minerali e non allo stato puro. La loro concentrazione all’interno dei minerali più comuni è molto bassa, vicino all’1%, perciò è molto complesso, costoso e impattante a livello ambientale, estrarli. Questa caratteristica li rende anche molto preziosi: il prezzo di cento grammi di RRE oscilla da 400$ a 20.000$ a seconda della tipologia. 

Inoltre non esistono in natura altri elementi che possono sostituirli, sono davvero fuori dal comune. Alcuni di questi composti riescono a conservare la propria forza magnetica anche ad altissime temperature, mentre altri sono luminescenti, ovvero emettono luce quando vengono “eccitati” chimicamente. Inoltre, molti di essi sono resistenti alla corrosione e possiedono una buona reattività chimica; caratteristica che li rende perfetti per la produzione di leghe metalliche con le quali si costruiscono i catalizzatori.

Quali sono le terre rare?

Le terre rare o gli Rare Earth Elements sono:

  1. Cerio (Ce)
  2. Lantanio (La)
  3. Praseodimio (Pr)
  4. Neodimio (Nd)
  5. Promezio (Pm)
  6. Samario (Sm)
  7. Europio (Eu)
  8. Gadolinio (Gd)
  9. Terbio (Tb)
  10. Disprosio (Dy)
  11. Olmio (Ho)
  12. Erbio (Er)
  13. Tulio (Tm)
  14. Itterbio (Yb)
  15. Lutezio (Lu)
  16. Scandio (Sc)
  17. Yttrio (Y)

L’Europio (Eu), per esempio, viene utilizzato principalmente come componente dei fosfori rossi usati nei display a cristalli liquidi (LCD) o come additivo nella produzione di leghe metalliche. Il Cerio invece per produrre i catalizzatori dei motori diesel mentre l’Olmio (Ho) per la produzione di laser ad alta potenza utilizzati in campo medico chirurgico; per esempio per la rimozione dei calcoli renali.

La classifica dei paesi che estraggono più terre rare

Dopo aver scoperto cosa sono le terre rare e a cosa servono è il momento di scoprire dove questi elementi vengono raffinati e trasformati in componenti, apparecchiature o leghe metalliche. Ecco la classifica dei paesi che ne producono di più.

*Questa classifica non presenta dati ufficiali ma stime che tengono conto di una media delle esportazioni di REE negli ultimi anni*

  1. Cina

La Cina è di gran lunga il principale esportatore di terre rare al mondo, con una produzione annuale che rappresenta circa il 60% del totale mondiale. Possiede giacimenti in molti territori del paese: in Mongolia, nello Sichuan e nella regione di Shandong. Tuttavia l’industria delle REE cinese è stata spesso accusata di non rispettare gli standard ambientali e di sfruttare i lavoratori. Il primato della Cina la rende uno Stato molto “temuto” a livello economico, data l’importanza delle terre rare. 

  1. Stati Uniti

Gli Stati Uniti sono il secondo produttore e controllano attualmente circa il 12% del mercato delle terre rare a livello mondiale. Negli ultimi anni gli USA hanno adottato delle strategie di reshoring, che hanno l’obiettivo di riportare all’interno di confini nazionali la produzione di questi materiali, in precedenza delocalizzata. Gli Stati Uniti investiranno 53 miliardi di dollari nei prossimi anni per sostenere la ricerca e la produzione di questi elementi nel loro territorio.

  1. Myanmar

Sul gradino più basso del podio c’è il Myanmar che si occupa del 10,5% della produzione mondiale di RRR. Tuttavia l’industria mineraria del paese è stata spesso accusata di violare i diritti umani dei lavoratori e di adottare tecniche di estrazione altamente inquinanti.

  1. Australia

Al quarto posto c’è l’Australia che gestisce il 10% del mercato mondiale delle terre rare. Il paese dell’oceania possiede importanti giacimenti di REE e negli anni ha investito grandissime quantità di denaro per modernizzare le infrastrutture utilizzate per la produzione.

  1. Thailandia

Chiude questa classifica la Thailandia dove la produzione di terre rare è più che raddoppiata dal 2020. La maggior parte dei giacimenti del paese si trova nella regione di Kanchanaburi, nel centro del paese. Tuttavia la situazione tailandese è molto simile a quella del Myanmar, i lavoratori sono spesso sfruttati e il processo di estrazione non rispetta gli standard ambientali.


Ora che sai cosa sono le terre rare puoi comprendere quanto siano importanti e preziosi questi elementi chimici. E forse ti apparirà più giustificata la spietata competizione che gli Stati sostengono per aggiudicarsi i giacimenti di questi materiali indispensabili per la produzione di tantissime apparecchiature e dispositivi.

Il momento giusto per investire? Ecco perché non esiste

Il momento giusto per investire? Ecco perché non esiste

Strategie a confronto: conviene aspettare il momento giusto per investire o comprare con regolarità?

Qual è il momento giusto per investire? Se anche tu hai pensato almeno una volta di far fruttare i tuoi risparmi, senza sapere quando cominciare, ci sono buone notizie: puoi iniziare subito e ottenere risultati anche senza essere un guru della finanza e passare tutto il giorno a interpretare numeri e grafici. 

Secondo una ricerca di Charles Schwab, multinazionale di servizi finanziari, aspettare il momento giusto per entrare in un mercato è molto costoso. In altre parole, comprare un asset cercando di calcolare le condizioni di mercato ideali è meno conveniente che affidarsi a un acquisto ricorrente

Il market timing funziona?

Lo scopo dell’analisi di Charles Schwab del 2021, che presenteremo in questo articolo, è capire se il market timing funziona. Ovvero cercare una risposta alla domanda: esiste un momento giusto per investire? Con il termine “market timing” ci si riferisce al tentativo di individuare il momento migliore per acquistare o vendere un asset. Puoi considerare il market timing come una delle strategie che adottano gli investitori che provano ad anticipare i movimenti dei mercati e, ad esempio, vendere prima di un ribasso e comprare prima di un rialzo. Per gli analisti della società, il market timing non aiuta a far fruttare i propri risparmi. Vediamo come sono arrivati a questa conclusione. 

L’esperimento mentale dei 5 investitori 

Gli studiosi di Charles Schwab hanno condotto un esperimento mentale su 5 tipi di investitore. A ognuno sono stati assegnati 2.000 dollari di budget all’anno da investire su S&P 500, il più importante indice azionario statunitense, per vent’anni, dal 2000 al 2020. 

  1. Peter Perfect

Peter è il perfetto market timer, quel nostro amico che ha sempre successo in quello che fa. Per abilità o fortuna, è riuscito a piazzare i suoi 2.000$ annui sempre trovando il fantomatico momento giusto per investire. Ad esempio, nel 2001 ha aspettato il 21 settembre ovvero il livello di chiusura più basso di quell’anno per l’S&P 500.

  1. Ashley Action

Il suo approccio è stato semplice e coerente: ogni anno ha investito i suoi 2.000$ nel mercato il primo giorno dell’anno. 

  1. Matthew Monthly 

Matthew ha diviso il suo budget in 12 quote uguali che ha investito all’inizio di ogni mese, con la strategia chiamata dollar cost averaging che si può mettere in campo con acquisti automatici ricorrenti.

  1. Rosie Rotten

La quarta investitrice ha avuto un tempismo scarso e molta sfortuna: ha piazzato i suoi 2.000$ ogni anno nei momenti di picco dei mercati. Ad esempio, Rosie ha investito i suoi primi 2.000 dollari il 30 gennaio 2001, il livello di chiusura più alto di quell’anno per l’S&P 500.

  1. Larry Linger

Lui, aspettando il tempismo, non ha mai investito in azioni ma ha tenuto il suo budget in contanti o in buoni del Tesoro. 

Alla fine dei vent’anni di investimenti, la classifica con i profitti è questa: 

  1. Peter Perfect: 151.391$
  2. Ashley Action: 135.471$
  3. Matthew Monthly: 134.856$
  4. Rosie Rotten: 121.171$
  5. Larry Linger: 44.438$

Cosa si deduce?

I risultati migliori ovviamente sono quelli di Peter che ha aspettato e ha programmato perfettamente i suoi investimenti annuali. Ma i risultati più sorprendenti e meno scontati dello studio riguardano Matthew e Ashley, quest’ultima si è classificata con solo 15.920 dollari in meno rispetto al primo e Matthew con solo 16.535 dollari in meno. L’approccio dell’acquisto ricorrente di Matthew ha ottenuto buoni risultati. La differenza dei profitti è relativamente piccola, considerato che ha semplicemente investito regolarmente senza calcolare tempistiche o previsioni di mercato.

Un’altra conseguenza evidente della ricerca è che anche il cattivo tempismo vince comunque sull’inerzia. Sebbene Rosie abbia perso 14.300 dollari rispetto ad Ashley (che non ha provato a prevedere il mercato), Rosie ha comunque guadagnato quasi tre volte quello che avrebbe ottenuto se non avesse investito affatto.

Per riassumere, dall’esperimento emerge che è stato conveniente investire subito, e non aspettare presunti momenti migliori. E che mettere in moto i propri risparmi anche in un momento difficile di mercato è comunque meglio che non investirli affatto. 

Charles Schwab ha esaminato altri 76 periodi di 20 anni, trovando quasi sempre risultati simili nella classifica degli investitori per i loro profitti. Anche nei periodi con classifiche inaspettate, chi ha investito subito non è mai arrivato ultimo. 

Cosa significa tutto questo per te

Se hai un budget da investire in qualche mercato e non sai quale sia il momento migliore per farlo, cominciare subito e con regolarità potrebbe essere la scelta vincente. 

I benefici del market timing non spiccano più di tanto, questa strategia dà risultati solo a chi ha le competenze o la fortuna di anticipare le tendenze. La regolarità è meno rischiosa e più efficiente. 

La scelta vincente dell’acquisto ricorrente 

Se non hai la possibilità o non te la senti di spendere il tutto il tuo budget annuale in una volta, prendi in considerazione l’acquisto ricorrente. In questo modo puoi collocare importi più piccoli con maggiore frequenza. L’acquisto ricorrente ha il vantaggio di : 

  1. Prevenire la pigrizia: grazie alla ricerca abbiamo visto che l’approccio “lo faccio dopo” o “forse è meglio aspettare” non funziona affatto; 
  2. Ridurre al minimo lo stress di chi cerca i momenti perfetti a tutti i costi e i rimpianti dei grossi investimenti che non sono andati a buon fine; 
  3. Slegare i tuoi profitti dal tempismo del mercato e dalla sua volatilità

Il momento giusto per investire? Non esiste! La ricerca si conclude specificando che, data la difficoltà di prevedere il mercato, la strategia più realistica per la maggior parte degli investitori è quella di impostare degli acquisti ricorrenti.

Previsioni economia italiana (e globale): cosa sta per accadere secondo il FMI

Previsioni economia italiana (e globale): cosa sta per accadere secondo il FMI

Le previsioni per l’economia italiana e globale del FMI. Crescita, inflazione e disoccupazione, cosa succederà?

Quali sono le previsioni per l’economia italiana e globale del Fondo Monetario Internazionale? Con il suo report pubblicato l’11 aprile, e intitolato “Una ripresa difficile”, il FMI ha rivisto le sue stime per la crescita, l’inflazione e la disoccupazione a livello mondiale e con un focus sui singoli Stati. 

Previsioni economia italiana: crescita, inflazione e disoccupazione per 2023 e 2024

Concentriamoci subito sulle previsioni per l’economia italiana redatte dal FMI. Per quest’anno è prevista una crescita dello 0,7% e per il 2024 dello 0,8%. In questo caso le stime sono state riviste al rialzo dello 0,1% rispetto alle ultime di gennaio. Nonostante questo l’Italia rimane in ultima posizione tra i paesi del G7. Quest’anno farà peggio solo la Germania per cui si prevede un PIL piatto che però recupererà notevolmente nel 2024. Anche l’economia britannica si arresta, con un PIL negativo dello 0,3%. A trascinare l’eurozona c’è la Spagna con una crescita dell’1,5% per il 2023 e del 2% nel 2024. 

Tornando alle previsioni per l’economia italiana, il FMI si aspetta un aumento della disoccupazione all’8,3% rispetto all’8,1% del 2022; e un calo dell’inflazione dall’8,7% del 2022, al 4,5% del 2023 al 2,6% del 2024. 

Previsioni economia globale 

Come si può intuire dal titolo del report, le previsioni per l’economia globale non sono tra le più rosee. Il Fondo Monetario Internazionale ha rivisto a ribasso le sue stime per l’economia mondiale, a 2,8% per il 2023 e 3% per il 2024. Il calo, rispetto alle precedenti previsioni di gennaio, è stato dello 0,1%. 

Pierre-Olivier Gourinchas, capo economista del FMI, ha spiegato che nonostante la graduale ripresa dalla pandemia e dall’invasione dell’Ucraina, il clima rimane incerto. “La ripresa economica globale resiste, ma la strada si fa impervia”, soprattutto a causa della recente instabilità bancaria. Per il FMI la crescita economica globale rimane debole rispetto agli standard storici, i rischi finanziari sono aumentati e l’inflazione non ha ancora invertito la rotta.

Secondo il report l’inflazione globale dovrebbe rallentare al 7% quest’anno (rispetto all’8,7% del 2022). Il livello rimane al di sopra degli obiettivi che si sono date le Banche Centrali degli Stati Uniti e dell’Unione Europea (2%), il che suggerisce che le politiche monetarie restrittive probabilmente continueranno. 

Nelle sue previsioni sull’economia globale, il FMI sottolinea come la Russia stia resistendo alle sanzioni, il suo PIL crescerà dello 0,7% (un aumento dello 0,4% rispetto alle stime precedenti). Un cenno anche alla Cina in ripartenza con un 5,2% nel 2023. Negli Stati Uniti invece la crescita è doppia rispetto all’eurozona, il PIL dovrebbe aumentare dell’1,6% ma il prossimo anno la situazione dovrebbe essere invertita a vantaggio dell’area euro. 

Le previsioni sull’economia italiana e globale del FMI arrivano mentre si attendono con il fiato sospeso le nuove decisioni sui tassi di interesse durante la prossima riunione della BCE e della Federal Reserve previste rispettivamente per il 4 maggio e il 2-3 maggio.

Ethereum Shanghai, l’ultimo aggiornamento spiegato

Ethereum Shanghai: tutto quello che devi sapere sull’aggiornamento

Ethereum: cosa succederà dopo l’aggiornamento Shanghai?

Manca pochissimo all’attivazione del nuovo aggiornamento di Ethereum, Shanghai, che è in programma per il 12 aprile. Questo update consentirà agli utenti di prelevare gli ETH che avevano bloccato in staking a partire dal 2020. Quell’anno è iniziato il percorso che ha portato Ethereum a diventare una Proof-of-Stake, grazie alla nascita delle Beacon Chain, una rete parallela gestita dal nuovo meccanismo di consenso. Sono stati gli sviluppatori a scegliere di bloccare i prelievi per questo lungo periodo di tempo. Il motivo? Garantire la massima sicurezza della blockchain che avrebbe potuto essere in difficoltà a causa di prelievi di massa. 

Dopo la Beacon Chain è arrivato l’aggiornamento The Merge, attivato il 15 Settembre 2022. In quell’occasione è avvenuta la fusione della blockchain madre alla Beacon Chain, l’unione in un’unica blockchain gestita da un meccanismo di consenso di tipo Proof-of-Stake. Ora tutti gli occhi del mondo crypto sono nuovamente puntati su Ethereum per via dell’aggiornamento Shanghai. In questo articolo c’è tutto quello che devi sapere! Che impatto potrebbe avere sul prezzo di ETH?

Ethereum Shanghai: a cosa serve l’aggiornamento? Cosa succede dopo?

Lo scopo dell’aggiornamento Shanghai di Ethereum è molto semplice e chiaro: abilitare i prelievi a chi ha messo in staking i propri ETH finora

Dopo l’attivazione, chi ha partecipato al meccanismo di consenso di Ethereum con lo staking può decidere se lasciare i suoi ETH dove sono. O se riscattarli con la funzione “unstake”. In questo caso, non è possibile scegliere una quantità di crypto da sbloccare, verrà restituita tutta la quota messa in staking in origine

Con l’attivazione dell’aggiornamento Shanghai il 12 aprile, tutti gli utenti, sia quelli che decideranno di riscuotere le proprie crypto, sia quelli che proseguiranno con lo staking, riceveranno le ricompense che hanno accumulato grazie alla validazione delle transazioni sulla blockchain. Le ricompense verranno inviate automaticamente ai wallet degli utenti se essi hanno fornito il proprio indirizzo di prelievo. 

Per chi ha usufruito dello staking grazie a provider, e non direttamente su Ethereum, non sono ancora state comunicate istruzioni precise su come verrà gestito l’unstake.  

Data di attivazione di Shanghai

LL’aggiornamento Shanghai di Ethereum verrà attivato il 12 Aprile. I banchi di prova su cui l’aggiornamento è stato testato sono avvenuti tra Febbraio e Marzo, sulle testnet di Zhejiang, Sepolia e Goerli. Il meccanismo che regola l’attivazione di Shanghai è descritto dalla “Ethereum Improvement Proposal (EIP -4895)”, in cui sono presenti tutte le funzioni che verranno inserite o modificate all’interno dello smart contract che regola lo staking.

Come influirà Shanghai sul prezzo di Ethereum?

L’aggiornamento Shanghai di Ethereum è un punto di svolta fondamentale nella roadmap della crypto e perciò potrebbe avere un impatto sul suo prezzo. Sebbene sia impossibile prevedere con certezza ciò che accadrà, si possono avanzare delle ipotesi. Ecco quali sono i fattori che potrebbero causare una calo del prezzo di ETH e quelli che invece potrebbero portare a un pump.

Perché il prezzo di Ethereum potrebbe crollare?

L’aggiornamento Shanghai di Ethereum potrebbe causare un aumento della pressione di vendita e di conseguenza, un ribasso del prezzo. Gli utenti potrebbero prelevare in massa gli ETH e venderli sul mercato insieme a quelli che gli sono stati distribuiti come ricompensa. Se questa circostanza dovesse manifestarsi potremmo assistere ad un effetto domino che farebbe crollare il prezzo di Ether.

Il prezzo di Ethereum esploderà dopo Shanghai?

Guardando i dati on chain, c’è chi sostiene che il prezzo di Ethereum salirà. In particolare il valore da tenere d’occhio è la quantità di ETH attualmente bloccati nello smart contract dello staking.

Ad oggi, gli Ethereum staked sono circa 17 milioni, che corrispondono a al 20% della circulating supply (fornitura circolante) che è di circa 120 milioni. Questa cifra è inferiore di molto rispetto a quella di altre blockchain Proof-of-Stake, dove la percentuale di crypto in staking si aggira intorno al 40% (su Solana e Cardano è addirittura superiore al 70%).

Al momento non sono molti gli utenti che hanno bloccato i propri ETH in staking, il motivo principale è il vincolo delle proprie crypto per lunghi periodi di tempo. Dopo l’aggiornamento di Ethereum Shanghai la situazione potrebbe cambiare, si potrà prelevare e depositare in libertà. In questo caso, potremmo veder crescere il numero di staked ETH e di conseguenza assistere ad una riduzione della pressione di vendita su Ether e quindi un aumento del prezzo. 

È importante sottolineare che una grande percentuale degli ETH bloccati in staking sono stati depositati dagli utenti più di un anno fa, e il prezzo medio di acquisto di queste crypto è superiore a 2.000$. Ad oggi, gli utenti che hanno usufruito dello staking di Ethereum che sono in profitto sono soltanto il 16% mentre il restante 84% è in perdita.  Pertanto, per causare una diminuzione del prezzo di Ethereum, gli utenti dovrebbero vendere in perdita i propri Ether, ipotesi che pare remota. Si presume infatti che chi ha scelto di mettere in staking le proprie crypto senza sapere quando poterle sbloccare, creda fortemente nel progetto di Vitalik Buterin.

Il futuro delle dapp per lo staking

Chi verrà sicuramente influenzato dall’aggiornamento Shanghai di Ethereum sono le dapp che offrono servizi di staking e yield farming. Tra queste ci sono anche le piattaforme di liquid staking che sono utilizzate dagli utenti che vogliono bloccare in staking solo piccole quantità di Ether. Le possibili conseguenze su questo tipo di servizi sono principalmente due.

Grazie alla possibilità di depositare e prelevare Ethereum in qualsiasi momento data dall’aggiornamento Shanghai, queste dapp potrebbero sviluppare nuove funzionalità. Probabilmente nasceranno anche nuovi progetti DeFi per esplorare tutte le opportunità per massimare le ricompense

Inoltre c’è chi vede in Shanghai il prossimo standard dei rendimenti di base dello staking di tutto il mondo crypto. Le dapp dovranno quindi competere direttamente con Ethereum, oltre che con i propri concorrenti, e offrire ricompense più vantaggiose di quelle garantite dalla blockchain creata da Vitalik Buterin.

Insomma, l’attivazione di Shanghai, l’aggiornamento di Ethereum, in programma per il 12 aprile darà inizio ad un nuovo ciclo di innovazione per il network di Ether che potrebbe influenzare un grandissimo numero di progetti e centinaia di migliaia di utenti del mondo crypto. 

Ma il rinnovamento di Ethereum non finisce con l’aggiornamento Shanghai. Gli sviluppatori sono sempre al lavoro per migliorare la blockchain. All’orizzonte ci sono lo Sharding e poi gli aggiornamenti The Surge, The Verge, The Purge e The Splurge!

BTP Green: cosa sono e come funzionano? Le cose da sapere

BTP Green: cosa sono e come funzionano? Le cose da sapere

I BTP Green sono uno strumento di investimento sempre più popolare. Cosa sono, come funzionano, a chi sono dedicati?

Cosa sono i BTP Green? Questi strumenti finanziari stanno attirando numerosi investitori entusiasti di contribuire alla sostenibilità del proprio paese senza perdere i rendimenti offerti dai classici bond. 

In occasione della terza emissione da parte dello Stato italiano, ecco tutto quello che devi sapere sui BTP Green, cosa sono, come funzionano e le quotazioni. 

BTP Green: cosa sono e le caratteristiche 

La prima precisazione da fare per comprendere cosa sono i BTP Green, è che si tratta di una sottocategoria dei classici Buoni del Tesoro Poliennali. Ovvero dei titoli di debito, o obbligazioni, a medio-lungo termine (con scadenza tra i 5 e i 30 anni) ed emessi in Italia dal Dipartimento del Tesoro. I BTP Green hanno le stesse caratteristiche di un qualsiasi titolo di Stato: garantiscono un reddito fisso stabilito da una cedola pagata semestralmente e il rimborso del valore nominale alla scadenza. 

Cosa sono allora i BTP Green? Semplici titoli di Stato? Non proprio, questi bond si differenziano da tutti gli altri per la finalità per cui vengono emessi, cioè finanziare progetti di sostenibilità legati alla transizione ecologica e ai cambiamenti climatici. Nello specifico i BTP Green italiani servono a sostenere le spese del governo per il miglioramento del settore delle fonti rinnovabili, dell’efficienza energetica, dei trasporti, della prevenzione dell’inquinamento, della tutela dell’ambiente e della ricerca. 

I BTP Green sono caratterizzati da un alto livello di tracciabilità, per ogni bond emesso è possibile sapere il progetto a cui è dedicato e verificare la destinazione dei fondi. Essi offrono gli stessi rendimenti dei bond tradizionali, per questo sono scelti dagli investitori che non vogliono rinunciare alla redditività e alla sicurezza dei titoli di Stato per contribuire a progetti che tutelano l’ambiente. 

BTP Green: i titoli di Stato con una missione sostenibile 

Dopo aver compreso cosa sono i BTP Green appare necessario fare focus sui loro obiettivi specifici. Come anticipato, questi strumenti servono a finanziare iniziative di sostenibilità. Nel caso dell’Italia questi progetti sono il linea con la Tassonomia europea delle attività sostenibili e con gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile 2030 delle Nazioni Unite: 

  • l’Obiettivo 6: Acqua Pulita e Igiene;
  • l’Obiettivo 7: Energia Pulita e Accessibile;
  • l’Obiettivo 11: Città e Comunità Sostenibili;
  • l’Obiettivo 12: Consumo e Produzione Responsabili;
  • l’Obiettivo 13: Agire per il Clima;
  • l’Obiettivo 14: Vita Sott’Acqua;
  • l’Obiettivo 15: Vita Sulla Terra.

Per evitare che i BTP Green vengano usati dai governi per un “ambientalismo di facciata”, questi titoli vengono progettati per essere conformi a uno standard internazionale di riferimento, il Green Bond Principles dell’IMCA (International Capital Markets Association). Questo stabilisce delle linee guida che si fondano su dei pilastri fondamentali: chiarezza nella destinazione dei proventi, cura nella selezione dei progetti, trasparenza della gestione dei fondi, aggiornamento degli investitori con report frequenti. 

BTP Green: quotazioni e tipi di investimento 

I BTP Green generalmente si rivolgono a un pubblico ampio, nel caso dell’Italia sono destinati sia a investitori istituzionali che a investitori retail che possono acquistare i bond “sostenibili” sul Mercato Telematico delle Obbligazioni e dei titoli di Stato con taglio minimo di 1.000 euro, o su altre piattaforme di investimento. 

I rendimenti e le quotazioni dei BTP Green dipendono da diversi fattori come i tassi di interesse, la forza economica del paese, la domanda degli investitori e la durata dell’obbligazione. Infatti più è ampia, più il tasso di interesse e quindi il rendimento è maggiore. 

BTP Green Italia: il calendario delle emissioni

L’Italia ha iniziato a chiedersi cosa sono i BTP Green all’inizio del 2021. Il primo è stato infatti emesso il 3 marzo di quell’anno: ad oggi in totale sono stati emessi tre bond “sostenibili”: 

  • Marzo 2021, con scadenza ad aprile 2045 e cedola al 1,5%;
  • Settembre 2022, con scadenza aprile 2035 e cedola al 4%;
  • Aprile 2023, con scadenza ottobre 2031 e una domanda di 52,9 miliardi di euro (questo BTP verrà finalizzato il 13 aprile). 

A livello internazionale, nel 2021 sono stati registrati 523 miliardi di dollari di emissioni di “titoli verdi”, segno del forte interesse per i finanziamenti di questo genere. Ora che sai cosa sono i BTP Green non ti stupirà il successo che stanno riscuotendo in Italia, il nostro paese sembra impegnato su più fronti nella lotta ai cambiamenti climatici. Dall’emissione di bond a tema, alle iniziative del PNRR

Riserve auree: la classifica degli Stati con più oro

Riserve auree, cosa sono? La classifica degli Stati con più oro, Italia compresa

Cosa sono le riserve auree? Qual è la classifica degli Stati che hanno più oro, dall’Italia al Vaticano?

Ti sei mai chiest* cosa sono le riserve auree e a quanto ammontano quelle d’Italia, del Vaticano e di altri Stati? Chiamate anche “riserve monetarie”, queste rappresentano la quantità di oro di proprietà di una banca centrale. Nell’antichità il valore del denaro era dato dalla quantità di metalli preziosi di cui era composto, quindi le riserve auree corrispondevano a vera e propria moneta. Oggi l’oro viene usato solo per garantire il loro valore sottostante e come bene rifugio per resistere alle svalutazioni dovute a crisi finanziarie o eventi geopolitici. Entriamo allora nel dettaglio della questione, chiarendo non solo cosa sono, ma anche a quanto ammontano le riserve auree d’Italia, del Vaticano e di altri Paesi. 

Riserve auree: cosa sono?

Prima di indagare sulle riserve auree d’Italia e di altri Paesi occorre effettuare delle precisazioni concettuali e definire al meglio i termini utilizzati. Per capire cosa sono le riserve auree e a cosa servono, dobbiamo ripercorrere brevemente il rapporto tra oro e denaro. L’oro è sempre stato usato come misura del valore e mezzo di pagamento grazie alle sue caratteristiche fisiche. Infatti è praticamente incorruttibile, non arrugginisce, non si ossida ed è facilmente trasportabile e conservabile. Inoltre è scarso in natura e quindi molto prezioso. Proprio per questo veniva utilizzato nella produzione di monete, e il loro valore era direttamente proporzionale alla quantità di oro usata per coniarle.

Oggi le banche centrali non emettono più monete d’oro, ma banconote o monete di metalli meno preziosi come nichel, rame o ottone. L’oro serve come garanzia per i depositanti e i detentori di banconote che il denaro in circolazione abbia un controvalore. Le riserve auree, d’Italia e non solo, vengono usate anche come assicurazione tra prestiti tra paesi. 

Esse costituiscono quella parte di una ricchezza di una nazione che non è stata destinata ai consumi o agli investimenti, ma viene tenuta come “scorta” di valore che mantiene stabile l’economia. Nel caso dell’Italia, le riserve auree contribuiscono a mantenere in salute il sistema finanziario e l’euro. 

Riserve auree: la classifica degli Stati con più oro

Visto cosa sono le riserve auree, ecco la classifica dei 10 Stati che hanno più oro. La lista presenta il numero di oro in tonnellate aggiornato a febbraio 2023 ed è compilata secondo le statistiche dell’IFS (International Financial Statistics) e del FMI (Fondo Monetario Internazionale). 

  1. Stati Uniti – 8133
  2. Germania – 3355
  3. Italia – 2452
  4. Francia – 2437
  5. Russia – 2299
  6. Cina – 2011
  7. Svizzera – 1040
  8. Giappone – 846
  9. India – 787
  10. Paesi Bassi – 612

Lo sapevi che Bitcoin, la principale criptovaluta del mercato, viene soprannominata “oro digitale”. Come il metallo prezioso è estremamente scarsa e considerata da molti un’alternativa digitale ai classici beni rifugio.

Dai un’occhiata al prezzo di Bitcoin

Riserve auree Italia

Nella classifica delle riserve auree, l’Italia si piazza al terzo posto con 2452 tonnellate (se si include nella lista anche il FMI, il nostro paese è al quarto posto). Le riserve auree dell’Italia sono costituite per la maggior parte da lingotti (95.493) e una piccola parte da monete. La maggioranza dei lingotti è di tipo tradizionale (a forma prismatica), ma alcuni sono a forma di paralelepipedo o mattone, di tipo americano o di panetto inglese. Il peso di ogni lingotto varia da un minimo di 4,2 a un massimo di 19,7 chilogrammi, con una media che è poco più di 12,5kg. Il titolo medio, ovvero la percentuale media di oro usata nella lega, è di 996,2. 

Le riserve auree dell’Italia sono custodite prevalentemente nei caveau della Banca d’Italia (a Roma a Palazzo Koch) e poi all’estero, nelle sedi di altre banche centrali: circa 141 tonnellate sono a Londra, 145 in Svizzera e poco più di mille tonnellate nelle sedi della Federal Reserve statunitense. L’oro tricolore non si trova tutto entro i confini geografici per misura di sicurezza. Le riserve auree dell’Italia hanno un valore di circa 88 miliardi di euro (l’ultimo dato disponibile è quello del 31 dicembre 2018). 

Le riserve auree del Vaticano

Sul tema vale la pena di fare un ultimo accenno anche alle riserve auree del Vaticano che, si vocifera, avrebbe ben 60 tonnellate d’oro nei suoi sotterranei. Può sembrare una cifra piccola paragonata alla classifica degli Stati con più oro, ma non se la mettiamo in relazione alla grandezza stessa del Vaticano. Se le voci dovessero essere confermate, in proporzione il Papa avrebbe più oro degli Stati Uniti. 

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Venture Capital: cosa sono e come funzionano? Il vero significato del termine

Venture Capital, cosa sono? Il significato

Senti spesso parlare dei venture capital ma non sai cosa sono e quali attività svolgono? Scopri il significato del termine in questo articolo!

Cosa sono i venture capital e qual è il significato del termine? Che lavoro svolgono realtà come Sequoia Capital, Kleiner Perkins o a16z – Andreessen Horowitz? Essi sono fondi di investimento che forniscono finanziamenti, indirizzano startup e aziende emergenti e stimolano l’innovazione. Ma come lavorano i venture capital nel concreto? 

Significato venture capital: cosa sono davvero?

Il significato del termine venture capital (VC) è “capitale di rischio”, queste società sono quindi fondi di investimento specializzati in startup o in aziende non ancora affermate, le high growth companies. Queste imprese, solitamente molto giovani, offrono prodotti o servizi potenzialmente rivoluzionari ma sono anche esposte ad un alto grado di rischio proprio perché sono da poco “sul mercato”.

I VC solitamente intervengono nelle fasi iniziali di un progetto, e sono attratti dai guadagni che potrebbero realizzare nel caso in cui l’azienda cresca e si sviluppi o venga acquisita da una più grossa. I venture capital infatti, in cambio del loro investimento, ricevono delle quote della società che sostengono. 

Come lavora un fondo di venture capital?

Ora che sai cosa sono i venture capital e il significato del termine è bene capire come lavorano. Un VC non si limita a finanziare le startup ma fornisce loro anche una serie di servizi di supporto strategico e operativo, aiutando l’azienda a fare il salto di qualità necessario per espandersi nel mercato. Tra queste le più frequenti sono: la mentorship, l’assistenza nella gestione finanziaria e nella pianificazione della strategia aziendale, servizi che consentono alle giovani imprese di crescere ed espandersi limitando i rischi.

Inoltre i VC hanno una vasta rete di contatti all’interno del settore in cui operano, molto utili alle giovani aziende. Spesso sono proprio le connessioni a consentire alle startup di cogliere opportunità che altrimenti sarebbero inaccessibili.

La fasi di investimento dei venture capital

Oltre a sapere cosa sono e qual è il vero significato dei  venture capital può essere anche utile comprendere come avviene il finanziamento da parte dei VC e in quali momenti dello sviluppo di una startup o di un’attività:

  • Pre-seed: il progetto è in una fase embrionale (spesso non più di un’idea) e i primi sostegni economici provengono da familiari e amici;
  • Seed round: il progetto sta testando la sua fattibilità. Questa fase include dunque l’analisi del mercato potenziale e della concorrenza, nonché lo sviluppo di un prodotto che possa generare guadagni;
  • Serie A: il progetto ha passato tutte le verifiche iniziali, è in crescita ed è supportato da una forte comunità. Gli investimenti in questa fase cominciano a diventare meno rischiosi per gli investitori;
  • Serie B: il progetto ha una vasta base di utenti e si sta espandendo, l’attenzione agli investimenti non è più rivolta direttamente ai servizi e ai prodotti ma al marketing, alle vendite, alle risorse umane, allo sviluppo del business e al servizio clienti. Tutte quelle attività che aumentano il progetto a crescere. In questo caso le attività sono generalmente in fase di scaleup; 
  • Serie C: quando un venture capital decide di investire in questa fase, il progetto ormai è commercialmente valido e si concentra all’espansione su nuovi prodotti o mercati internazionali.

Qual è la differenza tra venture capital e private equity

I venture capital sono una forma di private equity (PE), ovvero di quegli investimenti finanziari che consistono nell’apporto di nuovi capitali a un’azienda. La differenza principale tra i venture capital e un generico private equity risiede nel tipo di aziende in cui investono e il momento in cui lo fanno.

I VC puntano su aziende neonate o emergenti mentre i fondi di PE generici investono in società più mature, spesso con l’obiettivo di acquisirle o occuparsi della loro quotazione in borsa. Inoltre, i VC solitamente preferiscono le imprese che operano in settori all’avanguardia, come quello dell’informatica, dell’intelligenza artificiale o delle criptovalute. Mentre i fondi di PE sono più propensi ad investire in aziende che lavorano in ambiti più “tradizionali”, come quello dell’industria manifatturiera, della sanità e dei servizi finanziari.

Ora che sai cosa sono i venture capital e il loro significato puoi capire perché sono così importanti nel mondo di oggi. I VC investono in idee mai viste prima contribuendo a trasformarle in prodotti o servizi concreti, stimolando l’innovazione e facilitando il progresso.