Fed, il calendario 2026: a quando la prossima riunione del FOMC?

Calendario riunioni Fed 2026: quando la prossima?

Fed: il programma completo dei FOMC 2026 con tutte le prossime date in calendario

Il calendario delle riunioni Fed (Federal Reserve System) ovvero la banca centrale degli Stati Uniti, prevede otto appuntamenti annuali. Questi meeting sono l’equivalente delle riunioni della nostra BCE in cui vengono prese decisioni di politica monetaria. Sono eventi molto seguiti perché capaci di influenzare l’andamento dei mercati finanziari e negli ultimi tempi sono diventati dei veri e propri giri di boa per il futuro dell’economia globale.

Riunioni Fed: cosa viene deciso e da chi 

Prima di scoprire il calendario delle riunioni Fed 2026, vediamo come funzionano questi appuntamenti. 

Gli incontri sono presieduti dal FOMC, Federal Open Market Committee, ovvero l’organo operativo e portavoce della Fed. Questo è composto da 12 membri tra cui banchieri centrali degli Stati Uniti e il presidente della Fed. 

Il FOMC valuta le condizioni finanziarie e le azioni di politica monetaria da intraprendere per raggiungere gli obiettivi economici degli USA. Tra queste la più decisiva, è la decisione sui tassi di interesse per regolare l’inflazione

In occasione di ciascuna delle riunioni Fed in calendario vengono presentati: un riepilogo delle proiezioni economiche – Summary of Economic Projection – e il Dot Plot, un grafico che mostra le previsioni anonime di ogni membro della Fed sulla posizione dei Fed funds rate dell’anno passato, sul futuro e sul lungo periodo. Questi appuntamenti sono evidenziati nel calendario con un asterisco. 

Il FOMC meeting announcement

Il riepilogo delle proiezioni economiche viene pubblicato nel FOMC meeting announcement, un comunicato di politica monetaria dove vengono riportati gli indici economici più importanti, come i dati sul mercato del lavoro. In questa occasione, la Fed comunica il “federal funds rate“, cioè il tasso di interesse che influenza tutti gli altri tassi (mutui, prestiti, obbligazioni). Questo tasso è dato come intervallo (esempio: 1,75%-2%). Raggiungere una media di questo intervallo è l’obiettivo implicito. Più alto è questo obiettivo, più restrittiva diventa la politica monetaria, più basso è questo obiettivo, più accomodante diventa la politica.

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Riunioni Fed: calendario 2026 

Questi meeting del FOMC si svolgono otto volte all’anno, durano due giorni e sono seguiti da una conferenza stampa del presidente Jerome Powell. Ecco il calendario Fed di tutte le riunioni per il 2026.

  • 27-28 Gennaio 2026  
  • 17-18 Marzo 2026*
  • 28-29 Aprile 2026
  • 16-17 Giugno 2026*
  • 28-29 Luglio 2026
  • 15-16 Settembre 2026*
  • 27-28 Ottobre 2026
  • 8-9 Dicembre 2026*

(*) Riunione associata a una sintesi delle proiezioni economiche.

L’ultimo FOMC, per esempio, lo trovi a questo link in cui parliamo della decisione sui tassi, delle motivazioni e delle reazioni dei mercati.

Inoltre, mentre ci avviciniamo a maggio, si profila all’orizzonte un cambio significativo: il Presidente Jerome Powell concluderà il suo secondo mandato alla guida della Federal Reserve. Alla luce di questo sviluppo, il Presidente Donald Trump dovrà scegliere il suo successore – abbiamo scritto un articolo dedicato all’argomento: chi emergerà come candidato favorito per questo ruolo chiave?

Riunioni Fed: calendario 2025

La Fed nel 2025 si è riunita in queste date: 

  • 28-29 Gennaio 2025  
  • 18-19  Marzo 2025 *
  • 6-7 Maggio 2025
  • 17-18 Giugno 2025 *
  • 29-30 Luglio 2025
  • 16-17 Settembre 2025 *
  • 28-29 Ottobre 2025
  • 9-10 Dicembre 2025 *

Riunioni Fed: calendario 2024

La Fed nel 2024 si è riunita in queste date: 

  • 30-31 Gennaio 2024
  • 19-20 Marzo 2024*
  • 30 Aprile – 1 Maggio 2024
  • 11-12 Giugno 2024*
  • 30-31 Luglio 2024
  • 17-18 Settembre 2024*
  • 6-7 Novembre 2024
  • 17-18 Dicembre 2024*

Riunioni Fed: calendario 2023

La Fed nel 2023 si è riunita in queste date: 

  • 31 Gennaio – 1 Febbraio 2023
  • 21-22 Marzo 2023*
  • 2-3 Maggio 2023
  • 13-14 Giugno 2023*
  • 25-26 Luglio 2023
  • 19-20 Settembre 2023*
  • 31 Ottobre – 1 Novembre 2023
  • 12-13 Dicembre 2023*

Riunioni Fed: calendario 2022

La Fed nel 2022 si è riunita in queste date: 

  • 25-26 Gennaio 2022
  • 15-16 Marzo 2022*
  • 3-4 Maggio 2022
  • 14-15 Giugno 2022*
  • 26-27 Luglio 2022
  • 20-21 Settembre 2022*
  • 1-2 Novembre 2022
  • 13-14 Dicembre 2022*

Le riunioni della Fed sono un evento atteso con grande interesse dagli operatori finanziari e dagli analisti. Le decisioni dell’Istituto hanno un ruolo di primaria importanza per la politica monetaria degli Stati Uniti ma non solo. 

In più occasioni abbiamo assistito a un impatto anche su altri mercati come quello delle criptovalute. Ecco perché teniamo d’occhio il calendario Fed: entra nel nostro canale Telegram e iscriviti a Young Platform per non perderti gli aggiornamenti!

Dove investire oggi? Le strategie sono cambiate?

Dove investire oggi? Le strategie sono cambiate?

Il portafoglio attuale deve tenere in considerazione che il mondo è cambiato e con esso anche le strategie di investimento. Come muoversi?

Investire oggi significa concepire e costruire il portafoglio di investimento come uno strumento in grado di assorbire gli shock esterni senza capitolare: in due parole, dovrebbe  essere diversificato. Fino a qualche anno fa, vi erano alcune linee guida precise e condivise prese come riferimento nel processo di pianificazione finanziaria. Oggi la situazione è cambiata. Che fare?   

Perché bisognerebbe ripensare le strategie di investimento?

Il mondo, negli ultimi 5 anni, è completamente cambiato. Dal 2020 – almeno – stiamo assistendo a una serie di eventi che stanno stravolgendo l’ordine costituito a cui eravamo abituati. 

Tutto ciò che davamo per scontato e immutabile a proposito di interventi militari, alleanze geopolitiche e accordi economici, sta evolvendo verso un nuovo assetto. Per dirla in breve, potremmo essere arrivati al capolinea della fase di globalizzazione assoluta, cominciata con la dissoluzione dell’Unione Sovietica del 1991. 

Le basi: da dove parte tutto ciò?

Il momento di avvio di questo processo di netto cambiamento potremmo collocarlo nel periodo tra gli anni 2018 e 2022. Nel quinquennio, tre accadimenti storici hanno contribuito  a modificare gli equilibri passati: la guerra commerciale tra Stati Uniti e Cina, la pandemia da Covid-19 e l’invasione russa dell’Ucraina

La guerra commerciale tra Stati Uniti e Cina

Nel marzo del 2018, infatti, l’amministrazione americana guidata proprio da Donald Trump impose dazi al 25% su circa 50 miliardi di merci importate dalla Cina, a seguito di un report di Robert Lighthizer, Rappresentante per il Commercio USA, in cui si denunciavano alcune pratiche commerciali scorrette da parte della Repubblica Popolare. Questa, naturalmente, rispose e impose tariffe su 128 prodotti strategici americani

Si diede inizio a una guerra commerciale che svelò le criticità di un sistema super connesso, forse troppo dipendente dalla manifattura cinese: il deterioramento dei rapporti coincise con la crisi delle catene di approvvigionamento. Inoltre, i toni di scontro fra le due principali potenze mondiali, che incarnavano – e incarnano tuttora – allo stesso tempo due sistemi economici e politici contrapposti, contribuirono alla riemersione di dinamiche di polarizzazione proprie di tempi passati, soprattutto del periodo della Guerra Fredda. Le cancellerie del mondo tornarono a porsi una vecchia domanda: da quale parte schierarsi? Stati Uniti o Cina? 

La pandemia da Covid-19

Arriviamo al 2020: a febbraio è epidemia, a giugno è pandemia. Il Covid-19 blocca il mondo e Papa Francesco può camminare da solo in Via del Corso a Roma. Iconografie a parte, il lockdown prolungato amplificò i problemi legati alla supply chain, emersi nel biennio precedente, oltre a immobilizzare la produzione nazionale: come riporta Statista, il Prodotto Interno Lordo (PIL) mondiale subì una contrazione del 3,4% o, in dollari, di 2 trillion. Ovviamente, anche i mercati finanziari incassarono il colpo: il Dow Jones (DJI) – l’indice più importante al mondo – perse il 35% circa da metà febbraio a metà marzo. Nello stesso periodo, Bitcoin passò da 9.970$ a 5.300$, una diminuzione del 46,6%. 

Come sappiamo, sia il PIL che i mercati recuperarono dalla botta con un rimbalzo clamoroso: da quel momento ad oggi, il DJI ha guadagnato il 144%, l’S&P500 il 187% e Bitcoin il 2.100% (percentuale che sale a 3.130% se consideriamo l’ATH a 126.000$). 

Iniziarono a circolare le info sui primi vaccini, il panico collettivo si ridusse e la fiducia tornò a livelli accettabili. Ma soprattutto, i governi di tutto il mondo inondarono le rispettive economie con una quantità infinita di liquidità e stimoli fiscali

Prendendo in considerazione solo le tre principali potenze economiche, gli Stati Uniti ratificarono il CARES Act da 2,2 trillion di dollari, la Cina approvò un piano da 3,6 trillion di yuan (circa 500 miliardi di dollari) e l’Unione Europea mise in campo una serie di interventi – i più importanti il PEPP (Pandemic Emergency Purchase Program) e il NextGenerationEU – per un totale di quasi 2 trillion di dollari. A questo, occorre aggiungere le varie misure di politica economica finalizzate a ridurre il costo del denaro: tassi di interesse bassi, quantitative easing e così via. 

Oggi, solo negli USA, la M2 Money Stock, cioè la quantità totale di dollari in circolazione nell’economia reale, ha raggiunto i 22 trillion dai 15,4 trillion di febbraio 2020. A questo punto, un grande problema si iniziava ad aggirarsi fra i corridoi delle banche centrali di tutto il mondo. Un problema su cui noi, in Young Platform, dedichiamo moltissimo tempo: l’inflazione. Ma il “bello doveva ancora arrivare”. 

La Guerra russo-ucraina

Febbraio 2022: la Russia di Putin invade l’Ucraina, è la tempesta perfetta. Sorvolando la questione umanitaria che, pur essendo centrale e gravissima, non è il target del nostro articolo, la Guerra russo-ucraina è considerata il catalizzatore decisivo: il suo scoppio coincide con la conclusione di quel periodo di pace apparente e libera circolazione delle merci reso possibile dalla globalizzazione di stampo americano. 

Russia e Ucraina, prima della guerra, erano nodi vitali per il commercio globale. Basti pensare che, insieme, i due Paesi rappresentavano il 30% circa dell’export mondiale di grano e cereali a basso costo, mentre la Russia era uno dei principali fornitori europei di gas, oltre a ricoprire una posizione di prim’ordine nella fornitura di fertilizzanti in giro per il mondo – necessari all’agricoltura. 

Con la guerra, tutto ciò cessa di esistere. La conversione delle economie russa e ucraina a economie di guerra provoca grandi difficoltà strutturali all’interno dei due Paesi, che non producono più ai livelli pre-conflitto e non riescono a soddisfare la domanda. Inoltre, le filiere ora sono politicizzate: se prima si comprava dove era conveniente, adesso si cerca di acquistare dagli alleati, anche a prezzi più alti (sanzionando i nemici). Infine, il danneggiamento e i blocchi strategici delle infrastrutture logistiche – come i porti ucraini del Mar Nero – costituiscono un impedimento permanente all’accesso delle risorse.

Lo stato attuale delle cose

Sono definitivamente crollati alcuni tra i pilastri che resero possibile la creazione di un’economia globale interconnessa ed efficiente, come la disponibilità costante di materie prime a basso costo, il trasporto internazionale a costi irrisori e la sicurezza logistica, ovvero la certezza di ricevere merci senza interruzioni o ritardi. In poche parole: è la fine del modello JIT (Just-In-Time).

È cambiato il paradigma. La priorità è la sicurezza degli approvvigionamenti, non l’efficienza, anche in virtù della politicizzazione delle supply chain menzionata poco fa. L’esempio più recente è la decisione della Cina di limitare l’accesso alle terre rare su base discrezionale, a cui Trump ha risposto imponendo tariffe al 100%: l’emergenza è “rientrata” in pochi giorni, ma queste tensioni hanno causato liquidazioni per miliardi di dollari

L’inflazione diventa un problema persistente in quanto sistemico, anche perché è importata, cioè a monte: se prima il fornaio vendeva il pane a 5 perchè pagava le bollette 2 e la farina 1, tenendo per sé un altro 1, adesso paga le bollette 3 perchè non può più avvalersi del gas russo a basso costo, la farina 2 ed è costretto ad alzare il prezzo finale per guadagnare 1 – abbiamo approfondito l’argomento dopo esserci chiesti per quale motivo il prezzo del pane aumentasse di anno in anno

In Italia, per esempio, dal 2004 al 2021 i prezzi sono cresciuti a ritmo lento e costante: come riporta Pagella Politica, in 17 anni l’incremento è stato pari al 28%, con una media annua dell’1,5%. Solamente nel 2022, invece, l’indice generale dei prezzi è salito dell’11%, per scendere all’8% nel 2023 e tornare al 2% nel 2024. Detto in un altro modo, per utilizzare le parole degli autori della ricerca, “poco meno della metà dell’incremento accumulato in vent’anni si è quindi concentrato in soli tre anni”.

Ora che abbiamo un quadro chiaro delle trasformazioni in atto e delle loro cause, è arrivato il momento di rispondere alla domanda centrale. 

Investire oggi: cosa è necessario considerare? 

Nel mondo attuale, la variabile principale da considerare quando si vuole costruire un portafoglio – come abbiamo visto – è l’alta inflazione, ormai elemento costitutivo del nostro sistema economico. 

In passato, nel mondo degli investimenti, una “regola” in particolare ha influenzato l’arte della diversificazione per moltissimo tempo: il celebre portafoglio 60/40. In due parole, questa stabiliva che il portafoglio perfetto dovesse essere composto per il 60% dall’azionario e per il 40% dall’obbligazionario

Il motivo è semplice: la correlazione negativa tra le due asset class. Questo perché, nel “vecchio mondo”, nei periodi di crescita economica le azioni performavano meglio delle obbligazioni e, al contrario, nei momenti di recessione le obbligazioni – o bond – compensavano le perdite delle azioni. In questo momento storico, tuttavia, il portafoglio 60/40 potrebbe non essere più così valido

Azioni e obbligazioni sono sempre più correlate e le seconde sarebbero gradualmente perdendo lo status di safe haven – rifugio sicuro per preservare il capitale – in favore di altri asset. 

L’inflazione, infatti, costituisce un grosso problema per le obbligazioni, per almeno due motivi: in primo luogo gli investitori che le detengono ricevono in cambio degli interessi fissi, o cedole, che si stanno rivelando inadatti a proteggere il capitale dalla perdita di potere d’acquisto; in secondo luogo, con un’inflazione così radicata, le banche centrali sono costrette a tenere i tassi alti provocando, in ultima istanza, una discesa del valore delle obbligazioni

Per fare esempio, prendiamo il TLT, un ETF che permette agli investitori di esporsi sui titoli di stato USA con scadenze superiori ai 20 anni: dal suo lancio nel 2002, fino al 2020, il TLT ha performato abbastanza bene, crescendo in modo lento ma costante, mettendo a segno il +100% circa, con l’ATH proprio nella prima settimana di marzo 2020. Da quel momento, tuttavia, è iniziato un declino clamoroso: da aprile 2020 ad oggi, questo ETF ha perso più del 40%. Se avessi investito nel TLT al day zero nel 2002, oggi avresti guadagnato il 10% scarso

Dove investire i soldi oggi?

Naturalmente, prima di cominciare questa sezione, è necessario ricordare che ciò che leggerete qui non sono consigli di investimento, o consigli finanziari (come dice la formula), ma solo considerazioni che prendono piede dalla lettura di pareri di esperti – il disclaimer, quello preciso e accurato, è in fondo all’articolo. 

Detto ciò, un’analisi interessante proviene dalle mura di Goldman Sachs, più precisamente dalla sezione dedicata alle analisi di mercato, la Goldman Sachs Research. Nello studio, coerentemente con quanto scritto finora, si legge che una strategia di “accettazione passiva”, come l’investimento in indici globali (World Portfolio), potrebbe non essere più così funzionale. Al contrario, potrebbe essere più adatto il cosiddetto Strategic Tilting, letteralmente “Inclinazione Strategica”, ovvero la gestione quasi attiva del proprio portafoglio per salvaguardarsi dalle vulnerabilità attuali – inflazione in primis. 

Fare Strategic Tilting, dunque, significa diversificare ma in modo consapevole. Una metafora semplice, che ci aiuta a comprendere il concetto, arriva dall’ambito culinario

Immagina di voler preparare la tua torta preferita, quella che ti ha insegnato nonna da piccolo quando tornavi da scuola. Bene, la ricetta di nonna, con le quantità e i tempi di cottura, funzionava perfettamente col forno di casa di nonna. Il tuo forno, invece, scalda di più

È una variabile che devi considerare, altrimenti la torta verrà totalmente differente e, magari, bruciata. Pertanto soppesi gli ingredienti in modo tale che il problema del tuo forno venga minimizzato: dei 500 grammi di farina, ne togli 50 per sostituirli con altri 50 grammi di amido per ammorbidire. 

Ora, la ricetta classica di tua nonna è l’indice globale, che funzionava perfettamente col vecchio forno (il “vecchio mondo”). Il forno nuovo, tuttavia, è più potente – il contesto macroeconomico è diverso, l’inflazione è strutturale. Per questo motivo, hai cambiato gli ingredienti o, in termini finanziari, hai gestito attivamente – ma non troppo – le tue allocazioni, affinchè la torta (l’investimento) possa performare al meglio. Questo è lo Strategic Tilting

L’analisi, in merito, descrive cinque macroaree da considerare per mitigare i rischi. 

  1. Protezione dall’inflazione: il portafoglio 60/40, lo abbiamo visto, fatica a proteggere il capitale dall’erosione inesorabile dell’inflazione. Per questo motivo, spiegano gli esperti della sezione Research, è necessario ribilanciarlo incrementando l’esposizione agli asset reali – immobiliare, materie prime e risorse naturali – e all’oro. In merito, il Chief Information Officer di Morgan Stanley Mike Wilson ritiene che il nobile metallo debba pesare almeno il 20%. Con la speranza che non si verifichino altri crash come quello di ottobre.
  2. Protezione dalla fine del dominio degli Stati Uniti: nuove potenze sfidano quotidianamente la leadership degli USA nel mondo, Cina in testa. Per questa ragione, le azioni non-statunitensi meriterebbero maggiore attenzione al momento in cui si pianifica una strategia a medio-lungo termine.
  3. Protezione dal dollaro debole (Pt.1): la causa e allo stesso tempo la conseguenza del secondo punto. Se gli Stati Uniti perdessero la leadership, il dollaro smetterebbe di essere il centro della finanza mondiale. Il discorso vale anche al contrario: se la dedollarizzazione prendesse forza, gli USA cederebbero il comando. In funzione di ciò, i mercati emergenti, storicamente correlati negativamente col dollaro, potrebbero rappresentare un’ancora di salvezza. 
  4. Protezione dal dollaro debole (Pt.2): per tutelarsi da questo fenomeno, ha senso anche ridurre l’esposizione in USD e iniziare a guardare verso altri lidi, come euro franco svizzero.
  5. Protezione dalla volatilità: le azioni Tech statunitensi, che hanno un peso immenso nell’S&P500 e nel Nasdaq, sono molto volatili. Per esempio, le trimestrali di NVIDIA hanno spostato il titolo dell’8% in un giorno – da +5% a -3% in una seduta. In questo senso, le azioni low volatility possono attenuare gli scossoni: utilities (aziende che forniscono servizi di pubblica utilità) e healtcare (salute pubblica). 

Le strategie sono cambiate?

Per rispondere alla domanda di apertura: si, le strategie sono cambiate. I nuovi paradigmi di investimento, per essere al passo coi tempi, dovrebbero inserire nell’equazione alcuni parametri che ormai non possono essere più ignorati. Le scuole di pensiero sono molte e propongono approcci diversi fra loro. Il denominatore comune, però, è uno: il portafoglio 60/40, massima espressione di un mondo ormai passato, potrebbe non essere più la cura per tutti i mali
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Tassi Fed: il prossimo FOMC spaventa i mercati?

Tassi Fed: il prossimo FOMC spaventa i mercati?

Tassi, Fed indecisa sulle prossime mosse: l’esito del FOMC di dicembre non è scontato come quelli di settembre e ottobre. Cosa prevedono gli analisti? 

I tassi della Fed influenzano notevolmente i mercati finanziari: gli investitori, consapevoli dell’importanza dei tassi di interesse, cercano di anticipare le decisioni del FOMC (Federal Open Market Committee) per posizionarsi al meglio. Rispetto alle ultime due riunioni, in cui gli esiti erano praticamente scontati, il meeting di dicembre presenta numerose incognite: qual è l’esito più probabile? 

Cosa è successo in occasione dell’ultimo FOMC?

La Fed, lo scorso 28-29 ottobre, si è riunita nella sede principale di Washington per discutere in merito alla situazione macroeconomica e decidere cosa fare coi tassi di interesse: il Consiglio, con dieci voti favorevoli su dodici, ha optato per il taglio di 25 punti base, abbassando i tassi dello 0,25%, nel range fra il 3,75% e il 4%. 

L’esito, come abbiamo anticipato, era ampiamente previsto e già scontato dai mercati che, infatti, crescevano da settimane – con l’eccezione dello stop del 10 ottobre, quando Trump ha annunciato tariffe al 100% alla Cina.

Ma è stata la conferenza stampa successiva al meeting il vero momento chiave. Qui il Presidente della Federal Reserve Jerome Powell, nell’elencare le motivazioni alla base del taglio, ha pronunciato una frase molto pesante: “Un ulteriore taglio dei tassi di interesse di riferimento alla riunione di dicembre non è scontato, anzi”. Mercati nel caos.

Da quando Powell ha pronunciato quelle parole ad ora – cioè al momento in cui scriviamo – i principali indici azionari sono entrati in una fase di forte difficoltà: l’S&P500 ha perso il 4,5%, il Dow Jones il 3,6%, il Nasdaq 100 il 6,4%. 

Anche il mercato crypto, naturalmente, ha accusato la botta, con Bitcoin che dal 29 ottobre è giù di 18,5 punti percentuali ed Ethereum di quasi 23. Nel complesso, da quel fatidico giorno, la total market cap si è ridotta di 640 miliardi di dollari, da 3,75 trillion a 3,11 trillion.

Fed, shutdown e blocco della pubblicazione dei dati macroeconomici 

Powell, durante quella conferenza stampa, ha risposto alle domande di alcuni giornalisti a proposito del blocco delle attività federali causate dallo shutdown. In particolare, le curiosità si sono concentrate sull’atteggiamento che la Fed potrebbe adottare in occasione del prossimo FOMC, in un contesto di quasi totale assenza di dati cruciali per l’analisi dello scenario macroeconomico.  

Già lo stesso Powell aveva menzionato le difficoltà le difficoltà del momento, affermando che “nonostante alcuni importanti dati siano stati ritardati a causa dello shutdown, quelli del settore pubblico e privato che sono rimasti disponibili suggeriscono che le prospettive per l’occupazione e l’inflazione non sono cambiate molto dalla nostra riunione di settembre”. 

Sul tema, in ogni caso, la risposta più interessante è quella fornita dal Presidente della Fed ad Howard Schneider, della nota testata Reuters. Il giornalista, giustamente, gli chiede se la mancanza di informazioni chiave, come l’inflazione o l’occupazione, avrebbe potuto portare i membri della banca centrale statunitense a “fare politica monetaria basandosi sugli aneddoti”, cioè sui dati qualitativi – come le opinioni personali – piuttosto che sui modelli economici fondati sui dati quantitativi. 

Powell, inizialmente, ha affermato che “si tratta di una situazione temporanea” e che “faremo il nostro lavoro”. Ha poi continuato dicendo: “Se mi chiedi se potrà influenzare la riunione di dicembre, non sto dicendo che succederà, ma sì, puoi immaginarlo… cosa fai quando stai guidando nella nebbia? Rallenti”.

Insomma, la conferenza stampa dell’ultimo FOMC ci ha regalato un Jerome Powell apparentemente ancora più cauto del classico “we’ll wait and see” – aspetteremo e valuteremo – che ha contraddistinto i primi sei mesi del 2025. Un Jerome Powell determinato, che vuole portare avanti il suo compito fino all’ultimo, anche se a maggio 2026 lascerà il vertice per far spazio al nuovo Presidente della Fed.

Tassi Fed: cosa prevedono analisti e prediction market?

Anche qui la questione è totalmente aperta. Fondamentalmente, le voci più autorevoli si distribuiscono su due fazioni: taglio di 25 punti base contro No Change (tassi invariati). Del taglio di 50 punti base, ovviamente, neanche l’ombra. 

La prima fazione, quella del taglio di un quarto di punto, fa leva sulla debolezza del mercato del lavoro e, in particolare, sul rallentamento delle assunzioni: in un sondaggio somministrato da Reuters a 105 economisti, 84 hanno scommesso sul taglio di un quarto di punto, mentre i restanti 21 hanno scelto l’opzione No Change. 

In particolare, Abigail Watt, economista presso UBS, ha giustificato il suo voto a Reuters affermando che “la sensazione generale è che il mercato del lavoro appaia ancora relativamente debole e questa è una delle ragioni chiave per cui riteniamo che il FOMC effettuerà il taglio a dicembre”. Watt prosegue precisando che cambierebbe opinione qualora uscissero dei dati che “smentissero questo senso di debolezza”. 

La seconda fazione, quella dei tassi invariati, invece prende come principale argomentazione le parole di Powell che abbiamo riportato sopra: “le prospettive per l’occupazione e l’inflazione non sono cambiate molto dalla nostra riunione di settembre”. 

Per esempio Susan Collins, Responsabile della Fed di Boston, è di questa idea ed è convinta che il terzo taglio di fila potrebbe alimentare l’inflazione in una fase in cui l’impatto delle tariffe trumpiane non è ancora chiarissimo. Precisamente, ha dichiarato a CNBC che “sarà probabilmente appropriato mantenere i tassi di interesse al livello attuale per un certo periodo di tempo, al fine di bilanciare i rischi di inflazione e occupazione in questo ambiente di alta incertezza”. 

I tassi di interesse secondo il FedWatch Tool e Polymarket

Il FedWatch è uno strumento finanziario fornito dal CME (Chicago Mercantile Exchange) che calcola le probabilità implicite delle future decisioni della Federal Reserve sui tassi di interesse. Perchè “implicite”? Perché deduce le probabilità basandosi sui prezzi di mercato dei futures sui Federal Funds a 30 giorni e non su opinioni, appunto, esplicite. 

In parole semplici, il FedWatch riporta le aspettative del mercato guardando il portafoglio degli investitori: se dice “Probabilità di taglio all’80%“, significa che l’80% dei soldi investiti oggi nel mercato sta scommettendo che ci sarà un taglio

Attualmente, secondo questo strumento, il taglio di 25 punti base è probabile al 48,9%, mentre il No Change si attesta al 51,6%. Il mercato, pertanto, è convinto che la Fed lascerà i tassi invariati. 

Passando rapidamente al prediction market più famoso del momento, cioè Polymarket, il risultato è ancora più incerto: taglio di 25 punti base al 49%, No Change al 47%, taglio di 50 punti base al 2% e aumento di 25 punti base all’1% circa – se ti interessa sapere il suo funzionamento, abbiamo scritto un articolo di Academy dedicato proprio a Polymarket

Cosa farà la Federal Reserve? 

La Fed, come abbiamo spiegato finora, dovrà tenere in considerazione un gran numero di variabili prima che il suo Presidente esca dalla saletta, si avvicini al microfono e pronunci il noto “Good afternoon
A prescindere dall’esito, noi saremo qui a raccontartelo: il consiglio spassionato è di iscriverti al nostro canale Telegram e a Young Platform cliccando qui sotto, in modo da non perderti gli eventi che condizionano i mercati. Alla prossima!

Le informative contenute in questo articolo hanno finalità esclusivamente divulgative. Non costituiscono in alcun modo una consulenza finanziaria, legale o fiscale, né una sollecitazione o offerta al pubblico di strumenti o servizi di investimento, ai sensi del D. Lgs. 58/1998 (TUF). L’investimento in cripto-attività comporta un rischio elevato di perdita – anche totale – del capitale investito. Le performance passate non garantiscono risultati futuri. L’utente è invitato a compiere valutazioni autonome e consapevoli prima di assumere decisioni economiche e/o di investimento.

Young Platform sostiene Fondazione Umberto Veronesi ETS

Young Platform al fianco di Fondazione Umberto Veronesi ETS per la ricerca sui tumori pediatrici

Young Platform è al fianco di Fondazione Veronesi e mette a disposizione l’infrastruttura per poter ricevere le donazioni in criptovalute: la ricerca sui tumori pediatrici può contare su un nuovo canale di sostegno

Young Platform, con grande orgoglio, scende in campo per sostenere la ricerca sui tumori pediatrici e lo fa con Fondazione Veronesi, un vero e proprio punto di riferimento per il finanziamento della ricerca oncologica e per la promozione di campagne di prevenzione e divulgazione scientifica sulla salute e i corretti stili di vita.

La situazione in Italia 

In Italia, secondo i dati più recenti, ogni anno vengono diagnosticati quasi 1.500 nuovi casi di tumore in età pediatrica, compresa cioè tra i 0 e i 14 anni, e 800 nuovi casi in età adolescenziale, dai 15 ai 18 anni. Questo significa che, in totale, ogni anno circa 2.300 nuovi bambini e ragazzi scoprono di essere affetti da una patologia oncologica senza aver neanche raggiunto la maggiore età.

Le diagnosi più comuni riguardano leucemie (33%), tumori del sistema nervoso centrale (22%), linfomi (12%), neuroblastomi (8%), sarcomi ossei e dei tessuti molli (7%) e tumori renali (7%). 

Nonostante la gravità di queste condizioni mediche, la speranza di vita, rispetto a qualche anno fa, per fortuna è migliorata molto: oggi, il tasso di sopravvivenza  si attesta intorno all’80%. Questo incredibile progresso è stato reso possibile, in particolare, grazie alla ricerca scientifica, che nel tempo ha saputo trovare soluzioni sempre più efficaci e meno invasive, capaci di migliorare notevolmente la qualità di vita dei pazienti pediatrici, riducendo anche gli effetti collaterali. 

Ebbene, di fronte a questo, è un dovere di cittadinanza aiutare i ricercatori affinché riescano a trasformare quell’80% in 90%, per arrivare sempre più vicini al 100%. È possibile: è solo una questione di soldi e tempo, e le donazioni possono avere un impatto decisivo nel processo di ricerca, quantomeno dal punto di vista dei fondi a disposizione

Le criptovalute come strumento di beneficenza: i numeri

Nel corso del 2024, secondo il Crypto Philanthropy Report 2025, il totale delle donazioni in criptovalute, a livello mondiale, ha superato il miliardo di dollari, con una media di 10.978$ per donazione – un numero 100 volte maggiore rispetto alla media delle donazioni online classiche. Inoltre, prosegue il report, il 70% delle 100 principali organizzazioni di beneficenza ha incluso le criptovalute nel novero degli strumenti di finanziamento accettati. 

Per dare un altro dato, secondo Chainalysis, con l’invasione russa dell’Ucraina, il governo di Kyiv ha ricevuto donazioni in criptovalute per circa 70 milioni di dollari solo nel primo anno di guerra – da febbraio 2022 a febbraio 2023. Per CoinDesk, il totale dei contributi in crypto a favore di Kyiv attualmente si aggira intorno a 225 milioni di dollari

Insomma, i dati ci dicono che le criptovalute si stanno affermando sempre di più come una delle principali forme di finanziamento solidale.      

Young Platform sostiene Fondazione Veronesi

La nostra mission è chiara e semplice: rendere il mondo delle criptovalute più accessibile. Per questo motivo, per noi di Young Platform è fondamentale facilitare l’accesso a questo mondo anche e soprattutto alle associazioni del terzo settore, le quali, col loro lavoro, si occupano di migliorare la comunità in cui viviamo

L’abbiamo già fatto in passato – con Emergency e Save the Children, per citarne due – e continuiamo a farlo: sosteniamo Fondazione Veronesi con l’infrastruttura necessaria per aprire un nuovo canale di beneficenza, permettendo a chiunque vorrà donare di scegliere tra sei criptovalute, tra cui Bitcoin ed Ethereum.  

Il tutto, naturalmente, senza costi di transazione né per chi decide di sostenere la causa né per l’ente che riceve il contributo.

In merito, riportiamo le parole di Andrea Ferrero, Co-CEO di Young Platform, che incarnano perfettamente la nostra posizione: “Le criptovalute rappresentano oggi un nuovo linguaggio economico e culturale. Renderle anche uno strumento di solidarietà è il modo più concreto per mostrare che la tecnologia può servire la società. Siamo orgogliosi di sostenere la Fondazione Veronesi nella ricerca sui tumori pediatrici, una delle sfide più importanti della medicina contemporanea”. 

Donare, donare, donare!

Donare è un gesto che pesa poco per il singolo ma che, al contempo, vale molto per la comunità: basti pensare che, se ogni cittadino italiano donasse 1€, si potrebbero raccogliere agilmente più di 50 milioni di euro

Concludiamo con una massima attribuita al celebre autore latino Marco Tullio Cicerone, che esprime tutta la potenza del fare beneficenza: “L’uomo non è mai così vicino agli dei di quando fa del bene al proprio prossimo”. 

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Povertà nel mondo: problema e possibili soluzioni

Povertà nel mondo: problema e possibili soluzioni

La povertà è un problema reale che colpisce milioni di persone nel mondo: cosa è stato fatto finora per arginarla? Con quali esiti? Si può fare altro?

La povertà viene definita in base a una soglia, detta appunto “soglia di povertà”, che la Banca Mondiale determina a 3$ al giorno: sulla base di questo criterio, circa 808 milioni di persone nel mondo vivono in condizioni di vero disagio economico, nonostante nel tempo la situazione sia notevolmente migliorata. Sono molte, infatti, le soluzioni messe in campo negli anni per cercare di risolvere questo problema. Gli sforzi sono bastati? Si può fare altro? 

Povertà: definizione

La povertà, secondo la Banca Mondiale, è la “deprivazione marcata del benessere”: in questo senso, sono considerati poveri coloro che non dispongono del reddito necessario per acquistare un “paniere minimo” di beni di consumo socialmente accettato. In altre parole, vivono in uno stato di povertà coloro che non possiedono risorse monetarie sufficienti per superare una soglia minima ritenuta adeguata, chiamata appunto soglia di povertà

Una definizione più ampia di povertà – e quindi benessere – si concentra su un criterio in particolare: la capacità dell’individuo di vivere e, in generale, “funzionare bene” all’interno della società. In questo modo, la povertà viene calcolata anche in base all’accesso all’educazione, alla sanità, alla libertà d’espressione e così via. 

Tornando al concetto di soglia di povertà, la Banca Mondiale quantifica questo limite in due modi, ovvero relativo e assoluto: se il primo prende in considerazione caso per caso, individuando una cifra in dollari in base alle caratteristiche di quel Paese, il secondo determina un valore universale. 

La soglia di povertà varia periodicamente al variare delle condizioni macroeconomiche. Nel 1990, al momento della sua introduzione, la soglia assoluta era fissata a 1$ al giorno per i paesi a basso reddito, mentre a giugno 2025, in occasione dell’ultimo aggiornamento, è stata alzata a 3$ al giorno.

Quali sono le cause della povertà?

La povertà – per dire una cosa non banale e poco retorica – è un concetto complesso, frutto dell’interazione di più cause. In ogni caso, l’EAPN (European Anti-Poverty Network) identifica alcuni fattori chiave: bassi livelli di istruzione, alta disoccupazione e forte presenza di lavori sottopagati, assenza di un Welfare State che possa aiutare chi è in difficoltà, per citarne alcuni. 

Si tratta, evidentemente, di elementi che sono allo stesso tempo causa e conseguenza. Semplificando all’estremo: uno Stato povero, per “restare in piedi” e non fallire, probabilmente sarà costretto a tagliare la spesa sociale e gli investimenti, creando le condizioni per una bassa scolarizzazione e un’alta disoccupazione le quali, a loro volta, impediranno ai cittadini di istruirsi e accedere a lavori con salari più alti. I consumi interni crollano, l’economia non cresce e lo Stato si impoverisce ulteriormente e taglia la spesa sociale… eccetera eccetera.

Esiste, però, un indicatore che, più di altri, correla positivamente con la povertà di un Paese: quando l’uno sale, l’altra sale e viceversa. Parliamo del debito estero, cioè quella parte di debito detenuto da creditori non residenti nel dato paese, che include sia il debito pubblico estero sia il debito privato estero.  

Il primo è composto da obbligazioni e titoli di stato – dunque strumenti finanziari emessi dallo stato – detenuti da investitori stranieri; il secondo, invece, è il debito che i soggetti privati, come aziende e banche, accumulano nei confronti di soggetti esterni. 

Perchè il debito estero ha un ruolo così importante?

La povertà, come abbiamo appena scritto, è correlata col debito estero, dal momento che l’una è alta laddove l’altro è alto. Il motivo, fondamentalmente, è sintetizzabile in due parole: il peccato originale, cioè l’impossibilità per un Paese LIC (Low Income Country, a basso reddito) di emettere debito verso investitori esteri in valuta nazionale, con tutte le ripercussioni del caso che affronteremo a breve.

Il termine, preso in prestito dal Cristianesimo, gioca proprio sull’analogia religiosa: così come l’essere umano nasce ereditando la condizione di peccato di Adamo, allo stesso modo i Paesi LIC “nascono già colpevoli” ereditando delle difficoltà strutturali che non dipendono dalle politiche attuate, ma dal sistema finanziario globale che non si fida della loro valuta.   

Il peccato originale, il mismatch valutario e le sue conseguenze

Questo è il fulcro della questione: mentre i Paesi ad alto reddito, come il Regno Unito, possono distribuire gran parte del proprio debito in valuta nazionale, cioè la sterlina, i Paesi LIC sono costretti a ricorrere a valute estere forti, come il dollaro, l’euro o lo yen. Ciò produce il cosiddetto mismatch valutario, ovvero la differenza tra la valuta in cui un Paese emette debito e quella in cui genera reddito, con tutti gli effetti negativi che ne conseguono

Immagina di voler finanziare con 1.000$ il debito del Madagascar, un Paese LIC con alto debito estero, acquistando un titolo di Stato a 3 anni. Il Tesoro malgascio, a questo punto, ti propone due soluzioni: puoi comprare direttamente i bond in dollari, sapendo che il rimborso con gli interessi avverrà in dollari, o puoi convertire i 1000 dollari in 4.487.736 ariary (la valuta locale), con relativo rimborso – fra tre anni – in ariary. Il problema è che il Madagascar ha un’inflazione molto alta. È chiaro, quindi, che sceglierai la prima opzione. 

Il Madagascar, pertanto, ha pochissime possibilità di emettere debito in ariary, perché realisticamente qualsiasi investitore, come te, preferirà il dollaro. Ecco servito il mismatch valutario: il debito estero e gli interessi – molto alti per i Paesi LIC – sono in dollari, mentre le entrate dello stato sono in valuta locale: se il tasso di cambio col dollaro resta stabile, il problema non si pone. Sfortunatamente, non è questo il caso del Madagascar: nel 2017, il tasso di conversione dollaro/ariary era di 1 a 3.000, oggi è 1 a 4.488.

Il mismatch valutario è deleterio perché amplifica nettamente gli shock. Immaginiamo uno scenario in cui il Madagascar viene colpito da una crisi endogena, come un colpo di stato, o esogena, come una catastrofe naturale: la fuga di capitali dal Paese è praticamente garantita, poiché qualunque investitore cercherebbe di preservarsi rifugiandosi in asset più solidi. Il risultato? La valuta, già molto debole, si svaluterebbe ancora di più, con conseguente drastico aumento del costo del servizio del debito – l’importo totale che lo Stato deve pagare agli investitori. La conseguenza? Crisi di liquidità e probabile default

La compressione della spesa sociale

Shock a parte, il peccato originale limita notevolmente il margine di spesa di uno Stato come il Madagascar per un paradosso che Marco Zupi, analista geopolitico e autore di un articolo proprio sul tema della sostenibilità del debito, chiama “doppia verità”: nonostante il peso del debito pubblico sia spesso maggiore nelle economie avanzate, i Paesi LIC devono fare i conti con un carico relativo del debito sproporzionatamente più alto

In parole semplici, anche se il Madagascar detiene un debito pubblico sensibilmente più basso di quello italiano, si trova a pagare un costo relativo molto più alto e deve usare una fetta sproporzionata delle sue scarse entrate solo per pagarne gli interessi. Questi, infatti, sono alti sia perchè gli investitori, dato il rischio, richiedono premi adeguati, sia perchè, come abbiamo visto, l’inflazione dello stato africano svaluta notevolmente l’ariary malgascio. Tutto questo porta alla compressione della spesa sociale, ovvero al taglio dei finanziamenti all’istruzione, alle opere pubbliche, alla sanità e così via.

Restando sul tema, l’indebitamento degli stati africani, come scrive Zupi, ha toccato il punto più alto dell’ultimo decennio nel 2023, con un rapporto debito/PIL pari al 61,9%. In generale, nel 2024, i paesi in via di sviluppo hanno speso, mediamente, il 15% delle entrate pubbliche per il pagamento del debito estero, con un aumento del 6,6% rispetto al 2010. Tutto ciò, come abbiamo spiegato poco sopra, riduce la possibilità per un Paese LIC di investire nel welfare, ai danni dei suoi cittadini: ad esempio, in almeno 34 Paesi africani, la spesa per il pagamento del debito estero è più alta di quella per l’istruzione e la sanità – nel triennio 2021-2023, questa è stata rispettivamente di 70, 63 e 44 dollari pro capite. Anche a livello mondiale, quasi 3,4 miliardi di persone vivono oggi in Paesi costretti a indirizzare la spesa pubblica in questo modo. 

Le iniziative per la riduzione del debito nei Paesi LIC

La comunità internazionale, a partire dalla metà degli anni Ottanta, si è mossa per cercare di arginare questo fenomeno, evidentemente con scarsi risultati. Nello specifico, sono sei le iniziative messe in campo per ridurre la dipendenza dei Paesi LIC dal debito e consentirgli uno sviluppo più organico e sano. Vediamole rapidamente i progetti e perché non hanno funzionato.

Piano Baker (1985-1988)

Col Piano Baker, in due parole, si è privilegiata la liquidità, inondando i Paesi in difficoltà con nuovi capitali a prestito. La strategia era mossa dalla convinzione che questi Stati fossero solamente illiquidi, cioè temporaneamente senza denaro a sufficienza per ripagare il debito.

In realtà, la diagnosi era sbagliata: più che di illiquidità, sarebbe stato opportuno parlare di insolvenza strutturale, ovvero dell’impossibilità di ripagare un debito – perché troppo alto – anche nel lungo periodo. 

Il Piano Baker, quindi, ha “fornito ossigeno” e ha evitato crisi sistemiche nel breve termine, senza però affrontare la criticità alla base. In sintesi, ha rinviato il problema senza risolverlo

Piano Brady (1989 in poi)

La conseguenza del fallimento del Piano Baker: la comunità internazionale ha riconosciuto che l’ostacolo principale non fosse la mancanza di liquidità, ma l’ampiezza del debito e la relativa insolvenza strutturale. C’era un altro problema da risolvere: i prestiti bancari del Piano Baker, ormai, erano diventati inesigibili, cioè spazzatura, dal momento che nessuno stato avrebbe mai onorato il debito. Che fare?

I prestiti bancari vengono convertiti in titoli garantiti da collaterali forti – come i Titoli del Tesoro USA, uno degli investimenti più sicuri al mondo – chiamati, appunto, i Brady Bond. Ma a una condizione. Semplificando, il Piano Brady dice alle banche: “il tuo prestito da 10 miliardi non vale nulla, ma ora potrai scambiarlo con un Brady Bond da 7 miliardi”.  Naturalmente, le banche accettano, perché perdere il 30% dell’investimento è meglio che perdere il 100%, e il debito viene scontato – non più 10 ma 7 miliardi da rimborsare. 

L’obiettivo era riaprire l’accesso al mercato ai Paesi LIC tramite i Brady Bond garantiti, che riducevano il debito e, ovviamente, risultavano molto più appetibili agli occhi degli investitori rispetto ai vecchi prestiti-spazzatura. 

Tuttavia, l’entità delle riduzioni era limitata e insufficiente a rendere sostenibile il debito: per riprendere il nostro esempio inventato, lo sconto da 10 a 7 miliardi era inutile per uno Stato che non poteva rimborsarne neanche 5. 

Heavily Indebted Poor Countries e Multilateral Debt Relief Initiative (1996 – 2005)

Anche queste due iniziative, che chiameremo rispettivamente HIPC e MDRI, nascono in risposta al fallimento del piano precedente e, secondo gli esperti, hanno rappresentato il tentativo più ambizioso di sempre per ridurre il debito estero dei Paesi LIC.  

Dunque, dopo aver imparato la lezione dei Piani Baker e Brady, la comunità internazionale è intervenuta direttamente sul debito: con l’HIPC, si sono verificati tagli fino al 90% delle passività, mentre con la MDRI si è arrivati a cancellare il 100% del debito dei Paesi LIC nei confronti di istituzioni internazionali come il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Mondiale.  

Finalmente, veniva effettivamente liberato lo spazio fiscale e i Paesi a basso reddito potevano utilizzare il capitale in avanzo – che poco prima era destinato al pagamento di interessi e titoli – per la spesa sociale: “in Tanzania e Uganda”, come scrive Marco Zupi, “la spesa per l’istruzione e per la sanità è aumentata significativamente dopo la cancellazione del debito”. 

Cosa non ha funzionato? Per riassumere, l’HIPC e la MDRI hanno risolto parte dei problemi del passato dal momento che, secondo la Banca Mondiale, ben 37 Paesi avrebbero beneficiato di più di 100 miliardi di dollari di “sconto”. Queste iniziative, tuttavia, hanno fallito nel prevenire le crisi future: tralasciando l’imposizione di condizioni abbastanza rigide per ottenere i finanziamenti, non è stato realizzato nè pensato alcun intervento mirato alla riforma del sistema, lasciando intatte quelle difficoltà strutturali alla base dei “peccato originale” dei Paesi LIC e di tutto ciò che ne consegue. Questi Paesi, come per certezza matematica, hanno ricominciato ad accumulare debito su debito.

Ma non è tutto! Siamo nel terzo millennio, il mondo sta cambiando e nuovi protagonisti stanno emergendo. Questo per dire che, se i “vecchi debiti” venivano contratti principalmente verso gli Stati membri del Club di Parigi – tra cui USA, UK, Italia, Germania, Giappone e Canada –  e banche multilaterali come la Banca Mondiale, adesso abbiamo una sfilza di nuovi creditori: dagli Stati non membri del Club di Parigi come la Cina, ai creditori privati come i fondi di investimento e banche commerciali. 

In sintesi, il nuovo ordine di creditori ha contribuito – e contribuisce tuttora – a rendere le varie crisi molto più complesse: se prima esisteva un tavolo unico – il Club di Parigi – che organizzava e portava avanti le negoziazioni, adesso lo scenario è molto più frammentato e difficile da coordinare. 

Debt Service Suspension Initiative (2020-2021)

Il DSSI è stata un’iniziativa lanciata dal G20 – le 20 maggiori economie del mondo – durante la pandemia da Covid-19. Come è facilmente intuibile dal nome, il DSSI nasce con l’obiettivo di mettere temporaneamente in pausa i pagamenti del debito: si è trattato di uno sospensione di circa 13 miliardi di dollari in versamenti per 48 Paesi, che hanno quindi avuto maggiore disponibilità per combattere la crisi sanitaria. 

Il DSSI, a livello di logiche di fondo, è molto simile al Piano Baker, dal momento che entrambi i programmi si sono focalizzati sulla liquidità e non sulla solvibilità, avendo concentrato gli interventi sul sollievo temporaneo piuttosto che sui deficit strutturali. L’unica vera differenza sta nelle modalità attraverso cui si è arrivati all’obiettivo: col Piano Baker si concedevano prestiti bancari, mentre col DSSI si è semplicemente permessa l’interruzione dei pagamenti. 

Come per le logiche, le due iniziative si somigliano anche per i limiti, nel senso che nella progettazione del DSSI non è stata pianificata alcuna strategia a lungo termine – ma va considerato il contesto emergenziale in cui prende piede. In questo caso, però, si è verificato un effetto collaterale che l’autore dell’articolo sulla sostenibilità del debito (Marco Zupi) ha definito “perverso”. 

Lo stop ai pagamenti, infatti, ha riguardato solamente i “creditori ufficiali”, ovvero gli Stati membri del Club di Parigi, senza toccare i creditori privati: banche e fondi di investimento hanno continuato a ricevere i corrispettivi dovuti.

Common Framework (2020 – presente)

È l’iniziativa attuale messa in campo dal G20 ed ha molti punti in comune con l’HIPC e il MDRI: anche il Common Framework (CF) è stato pensato per affrontare la questione alla radice, andando ad intervenire sulla solvibilità dei Paesi, dunque sulla riduzione dello stock di debito totale a un livello sostenibile. 

Essendo il CF in corso d’opera, è difficile dare un giudizio sulla sua efficacia. Le critiche principali, tuttavia, fanno riferimento alla lentezza delle procedure che caratterizza il programma. In due parole, citando l’autore, “gli sconti, quando arrivano, lo fanno tardi e spesso dopo costosi periodi di incertezza”. Inoltre, c’è anche un nodo da sciogliere relativo al coinvolgimento dei privati i quali, a causa dell’inattrattività degli incentivi, decidono di non partecipare. 

Come si evolverà la situazione?

È chiaramente una domanda retorica a cui nessuno può dare una risposta certa: anche le iniziative descritte finora, che pure erano motivate da una (apparente?) solidarietà di fondo, hanno in parte fallito nel loro intento, a testimonianza della complessità strutturale che contraddistingue il sistema finanziario. 

Nel frattempo, è possibile ragionare su alcune soluzioni che, nell’immediato, potrebbero offrire una sorta di strumento di autodifesa finanziaria alle vittime di questo sistema. Torniamo al caso del Madagascar: i suoi abitanti, dal 2017, hanno visto l’ariary, la valuta locale, svalutarsi del 50%. Come mettere un freno all’inflazione?

Povertà e il ruolo delle criptovalute   

Partiamo con una premessa: secondo il Global Findex 2025 pubblicato dalla Banca Mondiale, quasi un miliardo e mezzo di persone nel mondo sono unbanked, cioè non possiedono un conto corrente. Allo stesso tempo, sempre secondo lo stesso report, l’86% degli adulti possiede un telefono cellulare – la percentuale scende all’84% nei Paesi LIC. Infine, incrociando i dati, il 42% degli adulti unbanked possiede uno smartphone

Il punto fondamentale è che esiste una vastissima parte della popolazione mondiale senza accesso finanziario che però possiede già l’infrastruttura di base, ovvero telefono e connessione a internet, per poter risolvere il problema – detto parafrasando un proverbio, “hanno i denti ma non il pane”. 

Uno smartphone connesso ad internet, per esempio, è quanto basta per poter installare un wallet e comprare, vendere, inviare e ricevere le criptovalute – e finalmente utilizzare i denti per mangiare il pane. Ma perché le criptovalute potrebbero rappresentare un freno per l’inflazione? Continuiamo con l’esempio del nostro adorato Madagascar. 

Caso 1: King Julien XIII compra le crypto

Abbiamo quindi un abitante unbanked di Antananarivo, capitale del Madagascar, che possiede solo uno smartphone su cui ha installato un wallet crypto. Il nostro abitante, che chiameremo King Julien, in onore del film Madagascar, vuole convertire i suoi ariary in Bitcoin o stablecoin – come USDC – perché si è stufato di vedere il suo capitale diminuire giorno dopo giorno a causa dell’inflazione. Per prima cosa, King Julien deve superare l’ostacolo più grande: essendo unbanked, deve trovare un modo per digitalizzare i suoi contanti

Nell’Africa Sub-sahariana, dal momento che in molti fanno i conti con lo stesso impedimento di King Julien, esiste una soluzione diffusissima: il Mobile Money, un servizio finanziario che permette di ricevere, inviare e conservare denaro attraverso la SIM dello smartphone. 

King Julien, quindi, si reca in uno dei tanti negozi di telefonia in giro per Antananarivo, consegna i suoi ariary cash e riceve l’equivalente – meno una commissione – sul suo conto di Mobile Money. Ricordiamo che King Julien, nonostante abbia dei soldi digitali, è ancora unbanked, cioè sprovvisto di conto corrente presso una banca. Per questo motivo, non può utilizzare un exchange

King Julien sceglie un’altra via e accede a una piattaforma peer-to-peer (P2P) per cercare un venditore che accetti il suo metodo di pagamento. Una volta trovato, avviene la transazione: non appena il venditore conferma di aver ricevuto il pagamento, sblocca i Bitcoin o gli USDC – precedentemente bloccati nell’escrow, un deposito di garanzia – che la piattaforma poi trasferisce al wallet crypto dell’acquirente

King Julien, adesso, è sicuro che il suo capitale non si svaluterà come avveniva in precedenza con l’ariary. Per spendere i soldi, dunque convertire Bitcoin o USDC in ariary, gli basterà effettuare il processo inverso. 

Caso 2: King Julien riceve crypto dall’estero

Per concludere, vediamo un altro caso: King Julien riceve le crypto da un parente emigrato In Italia dove, al 1 gennaio 2024, la popolazione malgascia residente è pari a 1,675 unità. King Julien, come abbiamo visto, è unbanked e non può ricevere un bonifico. Ma anche qui le crypto ci vengono in soccorso, con un procedimento più rapido rispetto al Caso 1. 

Il parente, tramite Young Platform, converte i suoi euro in Bitcoin o USDC in un secondo e li invia al wallet di King Julien, che potrà riconvertirli in ariary attraverso il procedimento inverso che abbiamo menzionato poco fa. Pure stavolta, King Julien è riuscito a mettere in salvo il suo capitale dall’inflazione. 

Il problema non è risolto, ma King Julien vive meglio 

Per concludere, una breve riflessione: è chiaro che in questo modo non si risolve il nodo della povertà, che resta una questione prioritaria nell’agenda internazionale. Tuttavia, una soluzione come quella appena esposta può aiutare molto gli abitanti dei Paesi LIC. Almeno quelli con un telefono. 

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