Gioco d’azzardo in Italia: storia, cultura e impatto economico

Gioco d’azzardo in Italia: il quadro attuale

Il gioco d’azzardo è un’attività vecchia quanto la storia dell’Uomo: da millenni le persone sfidano la sorte e scommettono. Qual è la situazione in Italia? 

Giocare d’azzardo su una quota alta e poter solo immaginare di vincere la cifra mostrata è una delle ragioni principali per cui le persone passano ore e ore tra casinò online e slot machine fisiche. Già ai tempi dell’Antica Roma c’erano le bische clandestine e i movimenti di condanna. Ad oggi, però, la situazione in Italia non è rosa e fiori: chi gioca d’azzardo più frequentemente e perché? Ma soprattutto, quanto spende?

La storia del gioco d’azzardo

Il gioco d’azzardo ha accompagnato – e accompagnerà – la razza umana durante tutto il suo cammino poiché da quando ha imparato a scrivere, intorno al 3000 a.C., l’uomo ha iniziato a scommettere. Il primo gioco da tavolo, il senet, è stato ritrovato nell’Antico Egitto e risale al terzo millennio a.C. Considerato uno degli antenati del Backgammon, il senet consisteva in pedine e scacchiera e legava la dimensione dell’azzardo a quella religiosa: si credeva che il defunto dovesse giocare la sua sorte contro il Destino in persona. Passano un paio di millenni e i dadi si impongono come gioco d’azzardo preferito soprattutto per i Romani, che li chiamano tesserae, seppur già proibiti (con scarso successo) con la Lex Alearia.

Nel Medioevo i dadi mantengono il primato, tanto che Dante nel Purgatorio parla della zara, gioco di origine bizantina che prevedeva due giocatori e tre dadi. Si diffondono anche le baratterie, luoghi appositamente dediti al gioco d’azzardo, che vengono legalizzati e tassati: la condanna morale e religiosa viene messa in secondo piano in favore delle entrate economiche. 

Con l’invenzione della carta nel II secondo secolo d.C, è il momento delle carte da gioco: si ritiene che la loro diffusione in Europa sia partita dalla Cina, passando per Medio Oriente ed Egitto, circa dieci secoli dopo, intorno al 1300. Successivamente arrivano anche le lotterie, con la prima in assoluto tenuta a Milano, in piazza Sant’Ambrogio, nel 1449. 

Finisce il Medioevo e con l’età moderna il gioco d’azzardo sale di livello: viene introdotto il poker, le scommesse sulle corse dei cavalli guadagnano popolarità e prende piede la roulette: una leggenda dice che il suo inventore fu il celebre Blaise Pascal, intento a studiare il moto perpetuo. Nel 1638 viene istituito a Venezia il Ridotto pubblico, la prima casa da gioco, un vero e proprio casinò

Nel 1891 a Brooklyn, New York, viene inventata la prima gambling machine, precursore della fortunata slot machine. Il XIX e il XX secolo vedono la proliferazione di casinò, seppur alternata da fasi di proibizionismo del gioco d’azzardo, fino ai giorni nostri, in cui il gambling online – nei relativi casinò online – è decisamente la forma di gioco più popolare. 

Chi gioca d’azzardo in Italia? Un fenomeno trasversale

Nulla di nuovo sotto il sole. Il gioco d’azzardo in Italia sembra essere diffuso in ogni fascia d’età, nonostante la legge vieti ai minorenni di scommettere. Analisi recenti suddividono le tipologie di scommettitori in tre gruppi: i giovani (dai 14 ai 19 anni), gli adulti (dai 20 ai 64) e gli over 65 (dai 65 anni in su). Il primo e il secondo gruppo si avvicinano al mondo delle scommesse perché hanno amici e/o parenti che giocano e rappresentano rispettivamente il 34% e il 60% della popolazione; l’ultimo gruppo, composto per lo più da pensionati e/o vedovi, invece gioca d’azzardo per impegnare il tempo e costituisce il 26% dei giocatori. 
La fascia d’età più accanita e che spende di più è quella che va dai 25 ai 36 anni

Un altro dato interessante è relativo al gender gap: non solo gli uomini giocano d’azzardo più frequentemente delle donne – rispettivamente il 51,1% e il 34,4% – ma spendono anche di più, con un importo medio della scommessa corrispondente a 31,6€ contro i 22,9€. 

Perchè si gioca d’azzardo? 

Le motivazioni principali sono fondamentalmente tre

La prima è piuttosto ovvia, nonché connessa alla possibilità di ottenere grandi premi in denaro. Tuttavia, va aldilà dell’accezione puramente economica ma rientra nella sfera psicologica. Il prezzo del biglietto (o della puntata) è molto basso rispetto alla capacità di spesa mentre il premio potenziale è incredibilmente alto rispetto al reddito di chi scommette. La bilancia costi/benefici pende – in modo ingannevole – dalla parte dei benefici. 

La seconda invece riguarda l’eccitazione della sfida, che risulta essere la motivazione più comune fra giovani e adulti. Il gioco d’azzardo offre l’opportunità di mettere alla prova le proprie abilità ma anche di competere contro gli altri, in una sfida che viene premiata con denaro reale. È chiaro quindi come per molte persone questa sensazione di adrenalina possa risultare piacevole e gratificante, al punto da generare dipendenza

Infine l’evasione dallo stress quotidiano: è la ragione più preoccupante, poiché il gioco d’azzardo qui viene utilizzato come una forte distrazione da problemi più seri e importanti, permettendo ai giocatori di sperimentare sensazioni di temporanea tranquillità e soddisfazione. 

L’impatto economico: si spende sempre di più

Nel 2023, il volume totale del denaro speso nel gioco d’azzardo in Italia ammontava a 150 miliardi di euro – l’anno prima la cifra si aggirava intorno ai 136 miliardi – e le previsioni indicano una tendenza al rialzo, con 180 miliardi nel 2025. Numeri decisamente impressionanti. Per fare un paragone, se nel 2022 gli italiani hanno riversato 136 miliardi di euro in scommesse e casinò online, in quello stesso anno la spesa per la sanità ammontava a 128 miliardi, mentre quella per l’istruzione a 52 miliardi. 

Federconsumatori, nel suo report “Il Libro Nero dell’Azzardo”, ci comunica che nel 2022 la quota pro capite per gioco d’azzardo fisico e da remoto, calcolata sulla popolazione maggiorenne residente in Italia, era pari a 2.731,68€. La cifra però varia in base alle diverse aree del Paese: la regione con più alto volume di scommesse è infatti la Lombardia con 13 miliardi di euro raccolti. Seguono Campania, Lazio ed Emilia-Romagna, con una somma totale compresa fra i 7 e i 10 miliardi. Interessante notare come il comune con quota pro capite più alta non si trovi in nessuna di queste regioni. Si tratta di Anguillara Veneta che, con 4.161 abitanti, si aggiudica il record di 13.073 euro/persona.

Un ultimo punto è relativo alla criminalità organizzata: il report menzionato prima ha quantificato in una cifra compresa fra i 16 e i 18 miliardi l’importo attribuibile ad attività legate alla malavita. Il gioco d’azzardo online permette di recuperare circa 94 euro su 100 rispetto ai 70 del gioco fisico ed è quindi un mezzo importante per riciclare grandi quantità di denaro. 

Il gioco d’azzardo non vale la candela

Nonostante possa sembrare appetibile, il gioco d’azzardo si fonda su dinamiche subdole e ingannevoli: nel 2018 l’Istituto Superiore di Sanità ha realizzato la prima indagine epidemiologica in Italia per acquisire una comprensione più chiara della diffusione del fenomeno. I dati dicono che su 14,5 milioni di giocatori italiani, un milione e mezzo sono stati classificati come problematici. A perdere è sempre chi gioca.

Sì, sembra la classica frase fatta che direbbero i tuoi genitori. Ma indovina un po’? I tuoi genitori hanno ragione e la matematica fornisce prove a supporto: scommesse, slot machine, roulette e qualsiasi gioco d’azzardo è scientificamente progettato per garantire un vantaggio al casinò, secondo la regola del valore atteso. Se così non fosse, questo modello di business non sarebbe sostenibile

A questo punto, è quasi inutile sottolinearlo ma scommettere non è investire, a lungo termine il banco vince sempre

Dazi: Trump impone il 20% all’Ue, il 34% alla Cina e un minimo del 10% a tutti i Paesi.

Sale la tensione: USA, dazi e guerra commerciale

Von der Leyen: «dai dazi conseguenze terribili per milioni di persone». Meloni: : «evitare una guerra commerciale». Cina: «non ci sono vincitori in una guerra commerciale e non c’è via d’uscita per il protezionismo».

Dal giorno dell’insediamento, il Presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha dimostrato di voler mantenere le promesse fatte in campagna elettorale: nella notte fra il 2 e il 3 Aprile ha annunciato i tanto attesi dazi reciproci verso tutti i partner commerciali. Gli USA si isolano e il mondo risponde, cosa sta succedendo? Intanto, l’oro raggiunge il prezzo record di 3,157 dollari.

Cosa sono e come funzionano i dazi? 

I dazi sono una tassa commerciale che un paese decide di applicare sulle merci che importa per spingere i propri cittadini a scegliere beni di produzione nazionale, col fine ultimo di proteggere e favorire le proprie imprese dalla concorrenza estera. L’idea è scoraggiare l’acquisto di merci straniere attraverso l’imposizione di una tassa ad hoc, espressa in termini percentuali, spesso a carico dell’importatore.

In parole povere: l’Italia vuole incentivare la vendita di un determinato bene che produce internamente e impone dei dazi doganali al 25% a paesi che già lo esportano in Italia. Se il costo finale di tale oggetto nel paese di produzione è di 10€, sarà di 12,5€ nei paesi che lo esportano. Segue che i consumatori italiani saranno spinti a preferire beni prodotti nel loro paese perché più economici. Ma funziona sempre così?

Un dazio non fa primavera

Il processo non è sempre automatico: l’imposizione di dazi non è necessariamente correlata alla crescita economica. Questo per alcuni motivi: 

  • Dipende dal tipo di prodotto: più un prodotto è essenziale, più i consumatori saranno disposti ad accettare l’onere del dazio e del sovrapprezzo. In tal caso, continueranno a scegliere merci importate piuttosto che di produzione nazionale, con conseguente aumento dell’inflazione. 
  • C’è il rischio di ottenere l’effetto contrario: se i dazi doganali riguardano beni di prima necessità, si corre il rischio di colpire più duramente le fasce di popolazione con reddito più basso, perché hanno meno margine di spesa. In breve: 2€ in più sul detersivo hanno un impatto maggiore su chi guadagna 1000€ rispetto a chi ne prende 5000€.
  • Front Loading: comportamento che le imprese adottano per paura di guerre commerciali imminenti che consiste nel fare scorta di quella merce che si teme sarà sottoposta a dazi. Fenomeno verificatosi recentemente con la forte importazione di tequila dal Messico, o del vino dall’Italia, verso gli Stati Uniti. 

Su questo ultimo punto, la presidente di Federvini, Micaela Pallini, ha commentato: «La decisione di applicare dazi alle esportazioni europee negli Stati Uniti rappresenta un danno gravissimo per il nostro settore e un attacco diretto al libero mercato. Ci siamo già passati, e sappiamo bene quanto possa costare: in passato queste misure ci hanno portato a perdere fino al 50% delle esportazioni verso gli Usa. Ora rischiamo di rivivere quel trauma economico, con ripercussioni pesantissime su tutta la filiera, dalla produzione alla distribuzione, fino al consumatore finale.»

Perchè Donald Trump vuole mettere i dazi: M.A.G.A e America First

Come è noto, M.A.G.A.Make America Great Again – è stato lo slogan della campagna elettorale che ha portato Donald Trump ad essere il 47esimo Presidente degli Stati Uniti d’America. Uno dei punti fermi di questa campagna è stato l’“America First”, un programma finalizzato a privilegiare le questioni interne, isolazionistico e protezionistico, a scapito della tradizionale vocazione espansionistica che caratterizza il paese a stelle e strisce. 

Infatti, in occasione del discorso di insediamento del 20 Gennaio, il tycoon newyorkese ha dichiarato: “Durante ogni singolo giorno dell’amministrazione Trump metterò semplicemente l’America al primo posto, America First” per “restituire al popolo la sua fede, la sua ricchezza, la sua democrazia e la sua libertà… Il declino dell’America è finito”. 

Oltre alle questioni di politica interna – come immigrazione e sicurezza – l’America First passa ovviamente per la politica economica: la scelta di scatenare una guerra commerciale deriva dal fatto che, storicamente, gli USA sono un paese fortemente importatore con un deficit (il bilancio negativo netto fra export e import) di 1,2 trilioni di dollari. Donald Trump ha promesso che avrebbe fermato tutto ciò e ieri alle ore 22 italiane ha comunicato al mondo la strategia per farlo.

Liberation Day: Trump rivela i dazi doganali

Dal Rose Garden della Casa Bianca, il Presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha tenuto un discorso in cui ha finalmente reso noti i tanto promessi dazi reciproci, generando forte caos fra i governi di tutto il mondo: si parte da una base del 10% su quasi tutte le merci importate negli USA fino ad avvicinarsi al 50% di tariffe doganali verso i paesi più “sleali”. Partito dalla mezzanotte anche il 25% su tutte le auto prodotte all’estero.

Ecco una lista di alcuni dei paesi colpiti:

  • Unione Europea: 20%
  • Cina: 34% (a cui si somma il precedente 20%)
  • Giappone: 24%
  • Taiwan: 32%
  • Regno Unito: 10%
  • India: 26%
  • Australia: 10%
  • Corea del Sud: 25%
  • Arabia Saudita: 10%
  • Emirati Arabi: 10%
  • Israele: 10%

Effetto Trump sui mercati: la reazione all’annuncio dei dazi

Per quanto riguarda la reazione delle principali Borse all’annuncio di ieri notte (al momento in cui scriviamo):

  • in Giappone il Nikkei perde quasi il 3%
  • In Cina l’indice di Shanghai va giù di 0,5% punti, Hong Kong cala del 2,26% e Shenzhen dell’1,5%
  • In Europa l’indice Euro Stoxx 50 apre in calo di oltre il 2%, il Dax tedesco registra un -2,3% così come il Ftse Mib di Milano mostra un ribasso dell’1,8%

L’ oro ritraccia dopo aver aggiornato il record a 3.167,57 dollari/oncia, mentre bitcoin perde l’1,9% assestandosi intorno agli 83.000 dollari. Il dollaro USA perde terreno nei confronti delle principali valute.

Per la borsa americana occorre attendere l’apertura alle 15:30 italiane. Ad ora il dato che abbiamo a disposizione è relativo ai futures, in forte calo per timore che una guerra commerciale possa spingere l’economia globale in recessione.

Per completare il quadro, potrebbe essere utile sapere che dal giorno stesso in cui Trump si è insediato, S&P 500 e Nasdaq, i due indici più importanti di Wall Street, hanno perso rispettivamente il 10,2% e il 12%. Inoltre, sono calate in modo netto anche le aspettative sulla crescita economica degli Stati Uniti (dal 2,2% al 2%) nel 2025 così come, al contrario, sono cresciute le attese dei consumatori sull’inflazione (dal 4% al 5%).

Le dichiarazioni dei principali leader mondiali. 

La Presidente della Commissione Europea Ursula Von der Leyen non ha tardato ad esprimere il suo disappunto nei confronti dell’aggressività americana: “i dazi americani sono un colpo importante per l’economia globale. Ci saranno conseguenze per milioni di consumatori del mondo”. Dall’Italia, Giorgia Meloni ha annullato tutti gli impegni presi per oggi, al fine di concentrarsi sulla risposta ai dazi.

In Germania, il vicecancelliere tedesco Robert Habeck confida in una risposta coordinata fra i paesi membri UE affermando che “l’Unione Europea darà una risposta equilibrata, chiara e determinata. Siamo preparati a questo”. Più aggressiva la Francia di Macron, dove il portavoce del governo francese ha annunciato che l’UE è “pronta per una guerra commerciale” e ha in programma di “attaccare i servizi online USA”. 

Solita linea dura da Pechino, dove il Ministro del Commercio cinese ha affermato di “opporsi fermamente” alle nuove tariffe doganali promettendo “contromisure per salvaguardare i propri diritti e interessi”. 

La guerra commerciale non fa bene a nessuno, neppure a chi la scatena

È la conclusione che dovrebbe seguire quanto esposto sopra: l’isolazionismo e il protezionismo made in M.A.G.A., secondo numerosi analisti, porterà a conseguenze negative dal punto vista economico soprattutto agli Stati Uniti. 
L’Europa, senza l’alleato commerciale di riferimento, sarà costretta a guardare verso altri mercati. L’opzione più probabile è senza dubbio la Cina, che si sta già muovendo in questo senso: oltre ai numerosissimi “Free Trade Agreements” – Accordi di Libero Scambio – già in essere, è di questi giorni l’intesa commerciale a tre fra Corea del Sud, Giappone e la stessa Cina, in risposta ai dazi promessi da Donald Trump. Attenzione anche all’apertura al Mercosur.

Young Platform, “The Box” e le 3C: conto, carta e cashback

Con The Box arrivano le 3C: conto, carta e cashback

L’ecosistema di Young Platform è sempre più completo: con “The Box” arrivano il conto di pagamento e la carta di debito (con cashback fino al 3,6%)

Torino, 26 marzo 2025. Young Platform, fintech italiana con più di 2 milioni di iscritti, è sempre più un ecosistema finanziario completo e autosufficiente: oltre alle funzionalità legate al core business, le criptovalute, sarà possibile disporre di un conto di pagamento con la relativa carta di debito. Una mossa ambiziosa finalizzata all’abbattimento delle barriere e degli stereotipi che da sempre allontanano la finanza tradizionale dal mondo delle criptovalute.

Una storia ispirata da tre parole chiave: conoscenza, accessibilità e inclusione

Fondata nel 2018 con l’intento di divulgare e rendere il mondo crypto accessibile a tutti, Young Platform ha deciso di alzare l’asticella ampliando la sua mission, includendo la finanza personale, di tutti i giorni: “Oggi la gestione del denaro sta cambiando. Le persone vogliono più controllo, più opportunità e più libertà finanziaria” –  dichiara Andrea Ferrero, Co-CEO e Co-Founder della piattaforma – “Young Platform risponde a questa esigenza con il primo conto di pagamento crypto-nativo in Italia e in Europa, che unisce la praticità della finanza tradizionale con le potenzialità rivoluzionarie delle criptovalute”.

La novità principale riguarda l’integrazione all’interno dell’ecosistema di due funzionalità che, secondo un report della Banca Mondiale del 2021, sono essenziali per 8 persone su 10: il conto di pagamento e la relativa carta di debito, la quale ha il suo elemento distintivo nella possibilità di ottenere fino al 3,6% di cashback su qualsiasi tipo di acquisto

Abbattere le barriere e superare gli stereotipi attraverso conoscenza e inclusione

Come anticipato, l’obiettivo è avvicinare il maggior numero di persone alle potenzialità offerte dal mondo delle criptovalute e della finanza decentralizzata. La strategia mette insieme la diffusione della conoscenza, con Blog e Academy, e l’inclusione degli utenti mediante un approccio più soft, di cui conto e carta segnano le prime fasi. Il risultato atteso? Superare gli stereotipi tipicamente associati all’universo che ruota intorno alla blockchain e ai relativi token.

“The Box” e il Mito della Caverna

In questo senso “The Box”, la campagna lanciata in occasione dell’annuncio, racchiude tanto le sfide che Young Platform si ripromette di affrontare quanto i traguardi che intende raggiungere. The Box è una scatola virtuale ma tangibile, che non si vede ma che influenza le nostre azioni quotidiane con barriere, limiti e stereotipi, ormai dati per scontati. Questo perché la società contemporanea, ponendo tabù e divieti indiscutibili e socialmente accettati, condiziona la nostra percezione della finanza e del suo utilizzo, proprio come nel platonico Mito della Caverna gli uomini incatenati sono convinti che la proiezione delle loro ombre sia invece la realtà. L’obiettivo? Liberarsi dalle catene, uscire dalla caverna e, in ultima istanza, dalla Box per ripensare e riprendere in mano il rapporto col denaro e gli investimenti

Inoltre la campagna, regolata dal MIMIT, permetterà agli utenti di vincere premi esclusivi tra cui dispositivi Apple e Sony, buoni Amazon e, dulcis in fundo, la carta Young fosforescente con cashback fino al 3,6%. 

Uno sguardo al futuro: verso l’integrazione di ETF e asset tradizionali

Conto di pagamento e carta di debito non costituiscono la fase finale della missione, non è il momento di sedersi sugli allori. Al contrario, testimoniano l’inizio di un nuovo capitolo della vita di Young Platform, che mira a posizionarsi nel mercato come un ecosistema finanziario completo e accessibile: entro la fine del 2025 è infatti prevista l’integrazione degli investimenti in asset tradizionali come azioni, ETF e materie prime e dei servizi DeFi come Lend & Borrow. Il tutto permetterà agli utenti di diversificare il proprio portafoglio riducendo l’operatività ad un’unica piattaforma

Per concludere, con questa evoluzione Young Platform si conferma una realtà all’avanguardia nel settore fintech italiano ed europeo, impegnata giorno dopo giorno nel costruire un nuovo paradigma finanziario basato su inclusione, innovazione e autonomia finanziaria.

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Magyar sorpassa Orbàn: l’Ungheria verso un cambio di rotta?

Magyar sorpassa Orbàn: l’Ungheria verso un cambio di rotta

Péter Magyar, leader del partito di opposizione Tisza, sorpassa il capo del governo Viktor Orbàn nei sondaggi: sfida aperta per la guida dell’Ungheria?

Secondo un recente sondaggio, Péter Magyar, a capo del principale partito di opposizione ungherese, avrebbe ricevuto circa il 9% delle preferenze in più rispetto a Viktor Orbàn, leader di Fidesz, partito che governa l’Ungheria dal 2010. La notizia è clamorosa perché erano quasi vent’anni che Orbàn dominava incontrastato le classifiche. Cosa è successo? Si apre la sfida per la conquista della leadership?

Viktor Orbàn e Fidesz: quindici anni di dominio politico

Laureato in giurisprudenza, Viktor Orbàn si affaccia al mondo della politica da giovane, nel contesto storico delle rivoluzioni del 1989. Entra in parlamento nel 1990 e nel 1998 vince le elezioni col suo partito Fidesz, diventando primo ministro del governo ungherese fino al 2004. Dopo sei anni all’opposizione, Orbàn vince nuovamente le elezioni e dal 2010 è il dominus incontrastato della politica ungherese.

Definito spesso come un leader autoritario, populista e filoputiniano, Viktor Orbàn è un uomo politico di estrema destra: è stato spesso criticato per aver limitato notevolmente i diritti universali dell’uomo, tra cui le libertà individuali – come il recente ban al gay pride di Budapest, la libertà di espressione e di stampa, e per aver portato l’Ungheria verso una forma di stato autoritario.  

Le prime fratture interne

Febbraio 2024, si dimette Katalin Novàk, Presidente della Repubblica ungherese in quota Fidesz, il partito di Orbàn. Il motivo? Aver concesso la grazia ad uomo condannato per complicità in un caso di abusi sessuali su minori. Con lei anche Judit Varga, Ministra della Giustizia eletta sempre con Fidesz, colpevole di aver firmato la grazia concessa. Qualche settimana dopo, il marito della Ministra Varga rilascia delle registrazioni in cui la stessa confessa che alcuni membri del governo Orbàn avevano falsificato delle prove giudiziarie per insabbiare il loro coinvolgimento in un grosso giro di corruzione. E chi è il marito della Ministra Varga? Proprio lui, Péter Magyar.

Péter Magyar: per distruggere il sistema, devi conoscerlo dall’interno

Le registrazioni, secondo Magyar, sono la prova che dimostra che il regime di Orbán è profondamente corrotto. “Non permetteremo che il più grande scandalo politico e giudiziario degli ultimi trent’anni venga insabbiato” – ha dichiarato. Da quel Febbraio, Péter Magyar ha un solo obiettivo in testa: fare opposizione al governo del “capo di stato mafioso Viktor Orbán”. La cosa più curiosa? Magyar è stato membro di Fidesz, il partito di Orbàn, dal 2002 al 2024.

Magyar prende seriamente a cuore la causa: fa attivismo, convoca manifestazioni per denunciare la “mafia” che controlla il potere ungherese e finalmente si candida per le elezioni europee del 2024 col partito di opposizione Tisza.

Le elezioni europee e la svolta 

In soli quattro mesi, l’ingresso di Magyar in Tisza permette al partito di conquistare più del 30% dei voti. Il dato politico è chiaro: dopo quasi vent’anni, la ferrea e incontrastata leadership di Viktor Orbàn è seriamente in difficoltà, un nuovo player è entrato nella scena e non sembra disposto a mollare. Nell’arco dell’ultimo anno, Péter Magyar ha continuato a lottare al grido di “Non abbiamo paura!” e “Orbàn dimettiti!”, perchè “la stragrande maggioranza del popolo ungherese è stanca dell’élite al potere, dell’odio, della propaganda e delle divisioni”.

Ma la breaking news proviene da un recente sondaggio dove si evince che Tisza è al 46% delle preferenze contro il 37% di Fidesz, ma soprattutto che il 56% degli ungheresi vorrebbe un cambio di governo

Purtroppo nessuno ha la sfera di cristallo: i dati dei sondaggi sono sempre indicativi ma non garantiscono alcuna certezza, soprattutto a causa del fatto che le prossime elezioni sono programmate per il 2026. Nel frattempo non resta altro che osservare da lontano e sperare che il popolo ungherese riesca ad esprimere democraticamente la propria scelta politica.