Young Platform al fianco di Fondazione Umberto Veronesi ETS per la ricerca sui tumori pediatrici

Young Platform sostiene Fondazione Umberto Veronesi ETS

Da oggi Fondazione Veronesi potrà ricevere donazioni in criptovalute grazie a Young Platform.

Torino, 17 novembre 2025 – Young Platform annuncia l’avvio di una nuova collaborazione con Fondazione Veronesi finalizzata all’introduzione delle donazioni in criptovalute a sostegno della ricerca scientifica sui tumori pediatrici. A partire da oggi, sarà possibile contribuire alla missione della Fondazione anche con valute digitali, utilizzando l’infrastruttura tecnologica messa a disposizione da Young Platform.  

La Fondazione potrà ricevere donazioni in sei criptovalute, tra cui Bitcoin ed Ethereum, senza oneri di transazione né a carico del donatore né dell’ente. Le donazioni saranno pienamente tracciabili e disponibili in tempo reale.

L’accordo si inserisce in un disegno più ampio e condiviso per portare l’innovazione tecnologica al servizio della solidarietà. Young Platform, exchange di criptovalute fondato nel 2018 a Torino, con oltre 2 milioni di utenti in Europa, è già da diversi anni impegnata nel supporto al terzo settore, collaborando con enti come  Emergency, Save the Children, 1Caffè, Croce Rossa Italiana e Dynamo Camp.

Secondo il Crypto Philanthropy Report 2025 di The Giving Block, nel corso del 2024 le donazioni in criptovalute hanno superato la soglia di 1 miliardo di dollari a livello globale, con una donazione media pari a 10.978 dollari: un valore oltre 100 volte superiore rispetto alla media delle donazioni online tradizionali. Lo stesso report rileva che il 70% delle 100 principali organizzazioni benefiche internazionali oggi accetta asset digitali, a conferma della progressiva istituzionalizzazione di questo strumento.

La tecnologia blockchain consente una piena tracciabilità dei fondi, offrendo al donatore visibilità sull’impiego del proprio contributo. La possibilità di seguire il percorso della donazione, dalla ricezione all’utilizzo, costituisce un elemento di trasparenza rilevante in un contesto caratterizzato da una crescente domanda di accountability.

Il valore operativo delle donazioni in criptovaluta è stato evidenziato anche in contesti di emergenza internazionale. Durante il conflitto in Ucraina, le criptovalute hanno rappresentato uno strumento di risposta rapida per la raccolta fondi: secondo Chainalysis, il governo ucraino ha ricevuto oltre 56 milioni di dollari in criptovalute già nei primi mesi del 2022, saliti a quasi 70 milioni entro febbraio 2023. CoinDesk riporta che il totale delle donazioni ha raggiunto i 225 milioni di dollari dall’inizio della crisi.

Young Platform consentirà di sostenere, in particolare, i progetti di ricerca sui tumori pediatrici promossi da Fondazione Veronesi, un ambito in cui la Fondazione è da anni un punto di riferimento sia per la comunità scientifica che quindi per le famiglie dei piccoli pazienti.

«Le criptovalute rappresentano oggi un nuovo linguaggio economico e culturale. Renderle anche uno strumento di solidarietà è il modo più concreto per mostrare che la tecnologia può servire la società», commenta Andrea Ferrero, Co-CEO di Young Platform. «Siamo orgogliosi di sostenere la Fondazione Umberto Veronesi nella ricerca sui tumori pediatrici, una delle sfide più importanti della medicina contemporanea», conclude Ferrero.

Ogni anno in Italia vengono diagnosticati circa 1.500 nuovi casi di tumore in età pediatrica (0-14 anni) e 800 in età adolescenziale (15-18 anni). Le patologie più comuni comprendono leucemie (33%), tumori del sistema nervoso centrale (22%), linfomi (12%), neuroblastoma (8%), sarcomi ossei e dei tessuti molli (7%) e tumori renali (7%). 

Sebbene oggi il tasso di sopravvivenza superi il 70% grazie ai progressi della medicina, la ricerca scientifica resta fondamentale. Dobbiamo continuare a sviluppare terapie più efficaci e meno invasive, capaci di migliorare la qualità di vita dei bambini e di ridurre gli effetti collaterali.

Le donazioni in criptovalute a Fondazione Veronesi sono disponibili sul sito ufficiale della Fondazione al link www.fondazioneveronesi.it/sostienici/fai-una-donazione-con-criptovaluta, nella sezione dedicata alle donazioni, grazie all’infrastruttura tecnologica sviluppata da Young Platform.

Questa iniziativa è un esempio di come una finanza digitale accessibile e responsabile, promossa da Young Platform, possa incontrare la visione lungimirante di Fondazione Veronesi, che continua a esplorare strumenti innovativi per sostenere la ricerca scientifica d’eccellenza.

Debito pubblico: quali sono i 9 paesi più indebitati al mondo nel 2025?

Debito pubblico: la classifica dei paesi più indebitati nel 2025

Quali sono i paesi in cui il debito pubblico è più alto? Scopri la classifica e dove si posiziona l’Italia

Il debito pubblico è uno dei parametri che descrive la situazione economica di un paese. Lo sentiamo nominare ovunque, spesso rapportato ad un’altra misura, il PIL, che indica l’insieme delle attività produttive di uno stato.

L’intera economia globale, dato che ci troviamo in un sistema capitalistico, si basa sul debito. È una sorta di linfa, indispensabile per raggiungere l’obiettivo principale imposto dal sistema economico in cui viviamo: la crescita. 

Nel 2008 però, è nata una tecnologia che ha le carte in regola per rivoluzionare il sistema monetario globale. Il documento che ne sanciva la nascita cominciava con un titolo destinato a riecheggiare nell’eternità: A Peer-to-Peer Electronic Cash System. Parliamo, ovviamente, di Bitcoin

Abbiamo discusso delle soluzioni al problema del debito e della povertà in un altro articolo, per cui ora torniamo al problema: quali sono gli stati più indebitati al mondo? E quindi, qual è la classifica dei paesi con il debito pubblico più alto? 

Debito pubblico: è un problema da affrontare

La classifica dei paesi per debito pubblico è cambiata dopo la pandemia di Covid-19, non tanto per l’ordine degli stati in classifica ma per la quantità di denaro che questi devono ai propri creditori. Entro il 2029, secondo il Fondo Monetario Internazionale (FMI), il rapporto debito/PIL globale raggiungerà il 100%

Questo indicatore, solitamente utilizzato per analizzare la situazione economica di un singolo stato, misura, nell’arco di un anno, l’ammontare del debito in relazione al Prodotto Interno Lordo (PIL), ossia l’insieme delle attività produttive di uno stato.

Molto semplicemente, se il rapporto Debito/PIL è basso, per esempio al 50%, significa che il debito totale accumulato è la metà rispetto a quanto quel dato Paese produce in un anno. Dall’altra parte, se il rapporto Debito/PIL è al 120%, quindi abbastanza alto, allora il debito totale supera un anno di produzione economica nazionale. 

Il debito pubblico, quando è tanto più alto rispetto al PIL, rappresenta un problema agli occhi degli investitori a causa della sua sostenibilità sul lungo periodo: se la situazione peggiora, chi detiene il debito chiederà interessi sempre più alti come premio del rischio di investimento. A questo punto, lo Stato in questione si indebita ancora di più solamente per pagare gli interessi, in un circolo vizioso che aumenta il rapporto Debito/PIL.

La situazione è ancora più grave se teniamo conto delle decisioni di politica economica restrittiva che hanno attuato, dal 2022 alla prima metà del 2025, tutti i principali governi occidentali per contrastare l’inflazione – salvo poi iniziare gradualmente a tagliare i tassi.

Il punto centrale è che il mondo è seduto su una montagna di debiti; il debito pubblico globale ha superato, a settembre 2025, la preoccupante soglia dei 102mila miliardi di dollari – o 102 trillion. 

Insomma, la situazione diventa sempre più critica. Lo stesso Jerome Powell, presidente della Federal Reserve – la banca centrale degli Stati Uniti – ha dichiarato, di recente, che l’America “ha intrapreso un cammino insostenibile” e che “sta prendendo in prestito denaro dalle generazioni future”. 

Nonostante quanto appena specificato, e un debito pubblico totale di circa 38.000 miliardi di dollari (38 trillion), gli Stati Uniti non guidano la classifica dei paesi con il debito pubblico più alto, anzi. Continua a leggere per conoscere la graduatoria!

La classifica dei paesi più indebitati

Ecco la classifica dei paesi con debito pubblico più alto viene stilata tenendo presente il rapporto debito/PIL. Il motivo? Perché il valore nominale di questa misura preso “da solo” non fornisce informazioni sulla reale incidenza dei debiti di uno stato.

  1. Giappone (229,6%)

Il paese con il rapporto debito/PIL più alto è il Giappone. Le cause del forte indebitamente del paese sono da ricercare nella bolla immobiliare scoppiata negli anni ‘90. Inoltre, la nuova premier giapponese Sanae Takaichi ha dichiarato l’intenzione di voler spendere ancora di più per tutta una serie di importanti investimenti pubblici, indebitando ulteriormente la Terra del Sol Levante.

  1. Sudan (221,5%)

Il secondo della classifica dei paesi per debito pubblico è il Sudan, fortemente colpito da una crisi economica causata da una guerra civile interna devastante, che vede lo scontro fra le SAF (Sudanese Armed Forces), riconosciute come legittime a livello internazionale, e le RSF (Rapid Support Forces), la fazione ribelle. 

  1. Singapore (175,6%)

Singapore è una città stato incredibilmente avanzata, soprattutto dal punto di vista economico, e vanta il primo posto nella classifica dei paesi più ricchi al mondo, con un PIL pro capite pari a 141.553$. Nonostante abbia un debito pubblico elevato, le agenzie di rating continuano valutarla con il massimo dei voti.

  1. Grecia (146,7%)

Il default evitato nel 2009 è ormai un lontano ricordo e il paese è sicuramente migliorato negli ultimi anni. Recentemente, l’agenzia di rating Fitch ha alzato la valutazione per la Grecia da BBB- a BBB, aggiungendo che le loro previsioni stimano un ulteriore declino del debito pubblico greco fino al 145%.

  1. Bahrain (142,5%)

Il debito pubblico del Bahrein è quasi triplicato negli ultimi dieci anni a causa di diversi fattori tra cui il calo del prezzo del petrolio, l’aumento degli investimenti nel settore della difesa e la tradizionale avversione del governo alle tasse. In ogni caso, lo stesso FMI ha avvisato il Bahrein dell’insostenibilità del suo debito chiedendogli ufficialmente di ridurre le spese. 

  1. Italia (136,8%)

Il nostro Paese si posiziona sesto nella classifica dei paesi più indebitati. Il debito pubblico italiano ha toccato un nuovo massimo storico a febbraio 2023, per poi stabilizzarsi nei due anni successivi. A proposito, le agenzie Fitch e S&P Global, nel 2025 hanno alzato il rating dell’Italia da BBB a BBB+: il motivo è da ricercare nella gestione finanziaria dell’attuale amministrazione, che passa anche dalle varie Leggi di bilancio.

  1. Maldive (131,8%)

L’economia delle Maldive è focalizzata sul turismo e sulle importazioni, dal momento che la produzione interna è molto debole, dal momento che la sua composizione geografica – 1.200 isole – impedisce una produzione interna forte e una diversificazione sviluppata. Ultimamente, anche a causa di shock esterni come il Covid-19 o le guerre russo-ucraina e israelo-palestinese, il debito pubblico delle Maldive è cresciuto molto, senza che il PIL facesse altrettanto. 

  1. USA (125%)

Al penultimo posto della classifica dei paesi più indebitati troviamo gli Stati Uniti, che, così come l’Unione Europea, hanno portato avanti una politica economica restrittiva per contrastare lo spike inflattivo causato dagli stimoli del Covid, salvo poi iniziare a tagliare i tassi. Con le ultime due amministrazioni, tuttavia, il debito pubblico è aumentato del 60%, arrivando a superare il tetto dei 38.000 miliardi di dollari (38 trillion)

  1. Senegal (122,9%)

Il caso del Senegal è molto particolare, perché ha a che fare con uno scandalo senza precedenti: il nuovo governo, al momento in cui è entrato in carica, ha segnalato al FMI la presenza di più di 7 miliardi di dollari di prestiti contratti dalla precedente amministrazione. Il problema? Non erano stati dichiarati. Il FMI ha quindi sospeso circa 1,8 miliardi di dollari di finanziamento.

Ora che sai qual è la classifica dei paesi più indebitati puoi approfondire la questione italiana leggendo il nostro articolo di Academy dedicato al debito pubblico italiano, ma non solo: si parte dalla spiegazione del debito in generale per poi concentrarci sulla situazione domestica.
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Le informative contenute in questo articolo hanno finalità esclusivamente divulgative. Non costituiscono in alcun modo una consulenza finanziaria, legale o fiscale, né una sollecitazione o offerta al pubblico di strumenti o servizi di investimento, ai sensi del D. Lgs. 58/1998 (TUF). L’investimento in cripto-attività comporta un rischio elevato di perdita – anche totale – del capitale investito. Le performance passate non garantiscono risultati futuri. L’utente è invitato a compiere valutazioni autonome e consapevoli prima di assumere decisioni economiche e/o di investimento.

Povertà nel mondo: problema e possibili soluzioni

Povertà nel mondo: problema e possibili soluzioni

La povertà è un problema reale che colpisce milioni di persone nel mondo: cosa è stato fatto finora per arginarla? Con quali esiti? Si può fare altro?

La povertà viene definita in base a una soglia, detta appunto “soglia di povertà”, che la Banca Mondiale determina a 3$ al giorno: sulla base di questo criterio, circa 808 milioni di persone nel mondo vivono in condizioni di vero disagio economico, nonostante nel tempo la situazione sia notevolmente migliorata. Sono molte, infatti, le soluzioni messe in campo negli anni per cercare di risolvere questo problema. Gli sforzi sono bastati? Si può fare altro? 

Povertà: definizione

La povertà, secondo la Banca Mondiale, è la “deprivazione marcata del benessere”: in questo senso, sono considerati poveri coloro che non dispongono del reddito necessario per acquistare un “paniere minimo” di beni di consumo socialmente accettato. In altre parole, vivono in uno stato di povertà coloro che non possiedono risorse monetarie sufficienti per superare una soglia minima ritenuta adeguata, chiamata appunto soglia di povertà

Una definizione più ampia di povertà – e quindi benessere – si concentra su un criterio in particolare: la capacità dell’individuo di vivere e, in generale, “funzionare bene” all’interno della società. In questo modo, la povertà viene calcolata anche in base all’accesso all’educazione, alla sanità, alla libertà d’espressione e così via. 

Tornando al concetto di soglia di povertà, la Banca Mondiale quantifica questo limite in due modi, ovvero relativo e assoluto: se il primo prende in considerazione caso per caso, individuando una cifra in dollari in base alle caratteristiche di quel Paese, il secondo determina un valore universale. 

La soglia di povertà varia periodicamente al variare delle condizioni macroeconomiche. Nel 1990, al momento della sua introduzione, la soglia assoluta era fissata a 1$ al giorno per i paesi a basso reddito, mentre a giugno 2025, in occasione dell’ultimo aggiornamento, è stata alzata a 3$ al giorno.

Quali sono le cause della povertà?

La povertà – per dire una cosa non banale e poco retorica – è un concetto complesso, frutto dell’interazione di più cause. In ogni caso, l’EAPN (European Anti-Poverty Network) identifica alcuni fattori chiave: bassi livelli di istruzione, alta disoccupazione e forte presenza di lavori sottopagati, assenza di un Welfare State che possa aiutare chi è in difficoltà, per citarne alcuni. 

Si tratta, evidentemente, di elementi che sono allo stesso tempo causa e conseguenza. Semplificando all’estremo: uno Stato povero, per “restare in piedi” e non fallire, probabilmente sarà costretto a tagliare la spesa sociale e gli investimenti, creando le condizioni per una bassa scolarizzazione e un’alta disoccupazione le quali, a loro volta, impediranno ai cittadini di istruirsi e accedere a lavori con salari più alti. I consumi interni crollano, l’economia non cresce e lo Stato si impoverisce ulteriormente e taglia la spesa sociale… eccetera eccetera.

Esiste, però, un indicatore che, più di altri, correla positivamente con la povertà di un Paese: quando l’uno sale, l’altra sale e viceversa. Parliamo del debito estero, cioè quella parte di debito detenuto da creditori non residenti nel dato paese, che include sia il debito pubblico estero sia il debito privato estero.  

Il primo è composto da obbligazioni e titoli di stato – dunque strumenti finanziari emessi dallo stato – detenuti da investitori stranieri; il secondo, invece, è il debito che i soggetti privati, come aziende e banche, accumulano nei confronti di soggetti esterni. 

Perchè il debito estero ha un ruolo così importante?

La povertà, come abbiamo appena scritto, è correlata col debito estero, dal momento che l’una è alta laddove l’altro è alto. Il motivo, fondamentalmente, è sintetizzabile in due parole: il peccato originale, cioè l’impossibilità per un Paese LIC (Low Income Country, a basso reddito) di emettere debito verso investitori esteri in valuta nazionale, con tutte le ripercussioni del caso che affronteremo a breve.

Il termine, preso in prestito dal Cristianesimo, gioca proprio sull’analogia religiosa: così come l’essere umano nasce ereditando la condizione di peccato di Adamo, allo stesso modo i Paesi LIC “nascono già colpevoli” ereditando delle difficoltà strutturali che non dipendono dalle politiche attuate, ma dal sistema finanziario globale che non si fida della loro valuta.   

Il peccato originale, il mismatch valutario e le sue conseguenze

Questo è il fulcro della questione: mentre i Paesi ad alto reddito, come il Regno Unito, possono distribuire gran parte del proprio debito in valuta nazionale, cioè la sterlina, i Paesi LIC sono costretti a ricorrere a valute estere forti, come il dollaro, l’euro o lo yen. Ciò produce il cosiddetto mismatch valutario, ovvero la differenza tra la valuta in cui un Paese emette debito e quella in cui genera reddito, con tutti gli effetti negativi che ne conseguono

Immagina di voler finanziare con 1.000$ il debito del Madagascar, un Paese LIC con alto debito estero, acquistando un titolo di Stato a 3 anni. Il Tesoro malgascio, a questo punto, ti propone due soluzioni: puoi comprare direttamente i bond in dollari, sapendo che il rimborso con gli interessi avverrà in dollari, o puoi convertire i 1000 dollari in 4.487.736 ariary (la valuta locale), con relativo rimborso – fra tre anni – in ariary. Il problema è che il Madagascar ha un’inflazione molto alta. È chiaro, quindi, che sceglierai la prima opzione. 

Il Madagascar, pertanto, ha pochissime possibilità di emettere debito in ariary, perché realisticamente qualsiasi investitore, come te, preferirà il dollaro. Ecco servito il mismatch valutario: il debito estero e gli interessi – molto alti per i Paesi LIC – sono in dollari, mentre le entrate dello stato sono in valuta locale: se il tasso di cambio col dollaro resta stabile, il problema non si pone. Sfortunatamente, non è questo il caso del Madagascar: nel 2017, il tasso di conversione dollaro/ariary era di 1 a 3.000, oggi è 1 a 4.488.

Il mismatch valutario è deleterio perché amplifica nettamente gli shock. Immaginiamo uno scenario in cui il Madagascar viene colpito da una crisi endogena, come un colpo di stato, o esogena, come una catastrofe naturale: la fuga di capitali dal Paese è praticamente garantita, poiché qualunque investitore cercherebbe di preservarsi rifugiandosi in asset più solidi. Il risultato? La valuta, già molto debole, si svaluterebbe ancora di più, con conseguente drastico aumento del costo del servizio del debito – l’importo totale che lo Stato deve pagare agli investitori. La conseguenza? Crisi di liquidità e probabile default

La compressione della spesa sociale

Shock a parte, il peccato originale limita notevolmente il margine di spesa di uno Stato come il Madagascar per un paradosso che Marco Zupi, analista geopolitico e autore di un articolo proprio sul tema della sostenibilità del debito, chiama “doppia verità”: nonostante il peso del debito pubblico sia spesso maggiore nelle economie avanzate, i Paesi LIC devono fare i conti con un carico relativo del debito sproporzionatamente più alto

In parole semplici, anche se il Madagascar detiene un debito pubblico sensibilmente più basso di quello italiano, si trova a pagare un costo relativo molto più alto e deve usare una fetta sproporzionata delle sue scarse entrate solo per pagarne gli interessi. Questi, infatti, sono alti sia perchè gli investitori, dato il rischio, richiedono premi adeguati, sia perchè, come abbiamo visto, l’inflazione dello stato africano svaluta notevolmente l’ariary malgascio. Tutto questo porta alla compressione della spesa sociale, ovvero al taglio dei finanziamenti all’istruzione, alle opere pubbliche, alla sanità e così via.

Restando sul tema, l’indebitamento degli stati africani, come scrive Zupi, ha toccato il punto più alto dell’ultimo decennio nel 2023, con un rapporto debito/PIL pari al 61,9%. In generale, nel 2024, i paesi in via di sviluppo hanno speso, mediamente, il 15% delle entrate pubbliche per il pagamento del debito estero, con un aumento del 6,6% rispetto al 2010. Tutto ciò, come abbiamo spiegato poco sopra, riduce la possibilità per un Paese LIC di investire nel welfare, ai danni dei suoi cittadini: ad esempio, in almeno 34 Paesi africani, la spesa per il pagamento del debito estero è più alta di quella per l’istruzione e la sanità – nel triennio 2021-2023, questa è stata rispettivamente di 70, 63 e 44 dollari pro capite. Anche a livello mondiale, quasi 3,4 miliardi di persone vivono oggi in Paesi costretti a indirizzare la spesa pubblica in questo modo. 

Le iniziative per la riduzione del debito nei Paesi LIC

La comunità internazionale, a partire dalla metà degli anni Ottanta, si è mossa per cercare di arginare questo fenomeno, evidentemente con scarsi risultati. Nello specifico, sono sei le iniziative messe in campo per ridurre la dipendenza dei Paesi LIC dal debito e consentirgli uno sviluppo più organico e sano. Vediamole rapidamente i progetti e perché non hanno funzionato.

Piano Baker (1985-1988)

Col Piano Baker, in due parole, si è privilegiata la liquidità, inondando i Paesi in difficoltà con nuovi capitali a prestito. La strategia era mossa dalla convinzione che questi Stati fossero solamente illiquidi, cioè temporaneamente senza denaro a sufficienza per ripagare il debito.

In realtà, la diagnosi era sbagliata: più che di illiquidità, sarebbe stato opportuno parlare di insolvenza strutturale, ovvero dell’impossibilità di ripagare un debito – perché troppo alto – anche nel lungo periodo. 

Il Piano Baker, quindi, ha “fornito ossigeno” e ha evitato crisi sistemiche nel breve termine, senza però affrontare la criticità alla base. In sintesi, ha rinviato il problema senza risolverlo

Piano Brady (1989 in poi)

La conseguenza del fallimento del Piano Baker: la comunità internazionale ha riconosciuto che l’ostacolo principale non fosse la mancanza di liquidità, ma l’ampiezza del debito e la relativa insolvenza strutturale. C’era un altro problema da risolvere: i prestiti bancari del Piano Baker, ormai, erano diventati inesigibili, cioè spazzatura, dal momento che nessuno stato avrebbe mai onorato il debito. Che fare?

I prestiti bancari vengono convertiti in titoli garantiti da collaterali forti – come i Titoli del Tesoro USA, uno degli investimenti più sicuri al mondo – chiamati, appunto, i Brady Bond. Ma a una condizione. Semplificando, il Piano Brady dice alle banche: “il tuo prestito da 10 miliardi non vale nulla, ma ora potrai scambiarlo con un Brady Bond da 7 miliardi”.  Naturalmente, le banche accettano, perché perdere il 30% dell’investimento è meglio che perdere il 100%, e il debito viene scontato – non più 10 ma 7 miliardi da rimborsare. 

L’obiettivo era riaprire l’accesso al mercato ai Paesi LIC tramite i Brady Bond garantiti, che riducevano il debito e, ovviamente, risultavano molto più appetibili agli occhi degli investitori rispetto ai vecchi prestiti-spazzatura. 

Tuttavia, l’entità delle riduzioni era limitata e insufficiente a rendere sostenibile il debito: per riprendere il nostro esempio inventato, lo sconto da 10 a 7 miliardi era inutile per uno Stato che non poteva rimborsarne neanche 5. 

Heavily Indebted Poor Countries e Multilateral Debt Relief Initiative (1996 – 2005)

Anche queste due iniziative, che chiameremo rispettivamente HIPC e MDRI, nascono in risposta al fallimento del piano precedente e, secondo gli esperti, hanno rappresentato il tentativo più ambizioso di sempre per ridurre il debito estero dei Paesi LIC.  

Dunque, dopo aver imparato la lezione dei Piani Baker e Brady, la comunità internazionale è intervenuta direttamente sul debito: con l’HIPC, si sono verificati tagli fino al 90% delle passività, mentre con la MDRI si è arrivati a cancellare il 100% del debito dei Paesi LIC nei confronti di istituzioni internazionali come il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Mondiale.  

Finalmente, veniva effettivamente liberato lo spazio fiscale e i Paesi a basso reddito potevano utilizzare il capitale in avanzo – che poco prima era destinato al pagamento di interessi e titoli – per la spesa sociale: “in Tanzania e Uganda”, come scrive Marco Zupi, “la spesa per l’istruzione e per la sanità è aumentata significativamente dopo la cancellazione del debito”. 

Cosa non ha funzionato? Per riassumere, l’HIPC e la MDRI hanno risolto parte dei problemi del passato dal momento che, secondo la Banca Mondiale, ben 37 Paesi avrebbero beneficiato di più di 100 miliardi di dollari di “sconto”. Queste iniziative, tuttavia, hanno fallito nel prevenire le crisi future: tralasciando l’imposizione di condizioni abbastanza rigide per ottenere i finanziamenti, non è stato realizzato nè pensato alcun intervento mirato alla riforma del sistema, lasciando intatte quelle difficoltà strutturali alla base dei “peccato originale” dei Paesi LIC e di tutto ciò che ne consegue. Questi Paesi, come per certezza matematica, hanno ricominciato ad accumulare debito su debito.

Ma non è tutto! Siamo nel terzo millennio, il mondo sta cambiando e nuovi protagonisti stanno emergendo. Questo per dire che, se i “vecchi debiti” venivano contratti principalmente verso gli Stati membri del Club di Parigi – tra cui USA, UK, Italia, Germania, Giappone e Canada –  e banche multilaterali come la Banca Mondiale, adesso abbiamo una sfilza di nuovi creditori: dagli Stati non membri del Club di Parigi come la Cina, ai creditori privati come i fondi di investimento e banche commerciali. 

In sintesi, il nuovo ordine di creditori ha contribuito – e contribuisce tuttora – a rendere le varie crisi molto più complesse: se prima esisteva un tavolo unico – il Club di Parigi – che organizzava e portava avanti le negoziazioni, adesso lo scenario è molto più frammentato e difficile da coordinare. 

Debt Service Suspension Initiative (2020-2021)

Il DSSI è stata un’iniziativa lanciata dal G20 – le 20 maggiori economie del mondo – durante la pandemia da Covid-19. Come è facilmente intuibile dal nome, il DSSI nasce con l’obiettivo di mettere temporaneamente in pausa i pagamenti del debito: si è trattato di uno sospensione di circa 13 miliardi di dollari in versamenti per 48 Paesi, che hanno quindi avuto maggiore disponibilità per combattere la crisi sanitaria. 

Il DSSI, a livello di logiche di fondo, è molto simile al Piano Baker, dal momento che entrambi i programmi si sono focalizzati sulla liquidità e non sulla solvibilità, avendo concentrato gli interventi sul sollievo temporaneo piuttosto che sui deficit strutturali. L’unica vera differenza sta nelle modalità attraverso cui si è arrivati all’obiettivo: col Piano Baker si concedevano prestiti bancari, mentre col DSSI si è semplicemente permessa l’interruzione dei pagamenti. 

Come per le logiche, le due iniziative si somigliano anche per i limiti, nel senso che nella progettazione del DSSI non è stata pianificata alcuna strategia a lungo termine – ma va considerato il contesto emergenziale in cui prende piede. In questo caso, però, si è verificato un effetto collaterale che l’autore dell’articolo sulla sostenibilità del debito (Marco Zupi) ha definito “perverso”. 

Lo stop ai pagamenti, infatti, ha riguardato solamente i “creditori ufficiali”, ovvero gli Stati membri del Club di Parigi, senza toccare i creditori privati: banche e fondi di investimento hanno continuato a ricevere i corrispettivi dovuti.

Common Framework (2020 – presente)

È l’iniziativa attuale messa in campo dal G20 ed ha molti punti in comune con l’HIPC e il MDRI: anche il Common Framework (CF) è stato pensato per affrontare la questione alla radice, andando ad intervenire sulla solvibilità dei Paesi, dunque sulla riduzione dello stock di debito totale a un livello sostenibile. 

Essendo il CF in corso d’opera, è difficile dare un giudizio sulla sua efficacia. Le critiche principali, tuttavia, fanno riferimento alla lentezza delle procedure che caratterizza il programma. In due parole, citando l’autore, “gli sconti, quando arrivano, lo fanno tardi e spesso dopo costosi periodi di incertezza”. Inoltre, c’è anche un nodo da sciogliere relativo al coinvolgimento dei privati i quali, a causa dell’inattrattività degli incentivi, decidono di non partecipare. 

Come si evolverà la situazione?

È chiaramente una domanda retorica a cui nessuno può dare una risposta certa: anche le iniziative descritte finora, che pure erano motivate da una (apparente?) solidarietà di fondo, hanno in parte fallito nel loro intento, a testimonianza della complessità strutturale che contraddistingue il sistema finanziario. 

Nel frattempo, è possibile ragionare su alcune soluzioni che, nell’immediato, potrebbero offrire una sorta di strumento di autodifesa finanziaria alle vittime di questo sistema. Torniamo al caso del Madagascar: i suoi abitanti, dal 2017, hanno visto l’ariary, la valuta locale, svalutarsi del 50%. Come mettere un freno all’inflazione?

Povertà e il ruolo delle criptovalute   

Partiamo con una premessa: secondo il Global Findex 2025 pubblicato dalla Banca Mondiale, quasi un miliardo e mezzo di persone nel mondo sono unbanked, cioè non possiedono un conto corrente. Allo stesso tempo, sempre secondo lo stesso report, l’86% degli adulti possiede un telefono cellulare – la percentuale scende all’84% nei Paesi LIC. Infine, incrociando i dati, il 42% degli adulti unbanked possiede uno smartphone

Il punto fondamentale è che esiste una vastissima parte della popolazione mondiale senza accesso finanziario che però possiede già l’infrastruttura di base, ovvero telefono e connessione a internet, per poter risolvere il problema – detto parafrasando un proverbio, “hanno i denti ma non il pane”. 

Uno smartphone connesso ad internet, per esempio, è quanto basta per poter installare un wallet e comprare, vendere, inviare e ricevere le criptovalute – e finalmente utilizzare i denti per mangiare il pane. Ma perché le criptovalute potrebbero rappresentare un freno per l’inflazione? Continuiamo con l’esempio del nostro adorato Madagascar. 

Caso 1: King Julien XIII compra le crypto

Abbiamo quindi un abitante unbanked di Antananarivo, capitale del Madagascar, che possiede solo uno smartphone su cui ha installato un wallet crypto. Il nostro abitante, che chiameremo King Julien, in onore del film Madagascar, vuole convertire i suoi ariary in Bitcoin o stablecoin – come USDC – perché si è stufato di vedere il suo capitale diminuire giorno dopo giorno a causa dell’inflazione. Per prima cosa, King Julien deve superare l’ostacolo più grande: essendo unbanked, deve trovare un modo per digitalizzare i suoi contanti

Nell’Africa Sub-sahariana, dal momento che in molti fanno i conti con lo stesso impedimento di King Julien, esiste una soluzione diffusissima: il Mobile Money, un servizio finanziario che permette di ricevere, inviare e conservare denaro attraverso la SIM dello smartphone. 

King Julien, quindi, si reca in uno dei tanti negozi di telefonia in giro per Antananarivo, consegna i suoi ariary cash e riceve l’equivalente – meno una commissione – sul suo conto di Mobile Money. Ricordiamo che King Julien, nonostante abbia dei soldi digitali, è ancora unbanked, cioè sprovvisto di conto corrente presso una banca. Per questo motivo, non può utilizzare un exchange

King Julien sceglie un’altra via e accede a una piattaforma peer-to-peer (P2P) per cercare un venditore che accetti il suo metodo di pagamento. Una volta trovato, avviene la transazione: non appena il venditore conferma di aver ricevuto il pagamento, sblocca i Bitcoin o gli USDC – precedentemente bloccati nell’escrow, un deposito di garanzia – che la piattaforma poi trasferisce al wallet crypto dell’acquirente

King Julien, adesso, è sicuro che il suo capitale non si svaluterà come avveniva in precedenza con l’ariary. Per spendere i soldi, dunque convertire Bitcoin o USDC in ariary, gli basterà effettuare il processo inverso. 

Caso 2: King Julien riceve crypto dall’estero

Per concludere, vediamo un altro caso: King Julien riceve le crypto da un parente emigrato In Italia dove, al 1 gennaio 2024, la popolazione malgascia residente è pari a 1,675 unità. King Julien, come abbiamo visto, è unbanked e non può ricevere un bonifico. Ma anche qui le crypto ci vengono in soccorso, con un procedimento più rapido rispetto al Caso 1. 

Il parente, tramite Young Platform, converte i suoi euro in Bitcoin o USDC in un secondo e li invia al wallet di King Julien, che potrà riconvertirli in ariary attraverso il procedimento inverso che abbiamo menzionato poco fa. Pure stavolta, King Julien è riuscito a mettere in salvo il suo capitale dall’inflazione. 

Il problema non è risolto, ma King Julien vive meglio 

Per concludere, una breve riflessione: è chiaro che in questo modo non si risolve il nodo della povertà, che resta una questione prioritaria nell’agenda internazionale. Tuttavia, una soluzione come quella appena esposta può aiutare molto gli abitanti dei Paesi LIC. Almeno quelli con un telefono. 

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Nasce la nuova pool YNG/ETH: più liquidità e vantaggi per i trader

Nuova pool YNG/ETH su Uniswap: più liquidità e vantaggi

Scopri la nuova pool YNG/ETH su Uniswap: più liquidità, scambi vantaggiosi e flessibilità fiscale per i trader. Uno dei pilastri del modello economico di Young (YNG).

In Young Platform, la nostra missione è sempre stata quella di costruire un ecosistema finanziario robusto, trasparente e accessibile. Il nostro token YNG non è solo un simbolo, ma un motore di valore per la nostra community. 

Oggi annunciamo un’importante evoluzione in questa direzione: abbiamo creato e rifornito di liquidità nuove pool per la coppia YNG/ETH su Uniswap. Questa iniziativa, che abbiamo iniziato a delineare nel nostro ultimo report trimestrale, rappresenta il completamento di un passo strategico fondamentale per il nostro token YNG, rafforzandone la presenza e la liquidità nel panorama decentralizzato. Si inserisce nel più ampio contesto del nostro impegno a potenziare il meccanismo economico di YNG, un modello sostenibile che lega la crescita del token al successo della piattaforma.

Perché aprire nuove pool su Uniswap per YNG/ETH?

La creazione e l’aggiunta di liquidità su Uniswap per la coppia YNG/ETH non sono semplici integrazioni tecniche, ma mosse strategiche che portano benefici concreti alla nostra community e al token stesso. Il nostro obiettivo è rafforzare la posizione di YNG nel panorama decentralizzato, proseguendo un percorso già tracciato. Una maggiore liquidità offre numerosi benefici diretti per gli holder e i trader di YNG:

  • Maggiore accessibilità e flessibilità on-chain: un DEX come Uniswap è un pilastro del mercato decentralizzato. Aumentando la nostra presenza qui, rendiamo YNG più facilmente scambiabile e accessibile a un pubblico globale.
  • Scambi più voluminosi con minore slippage: con un aumento della liquidità, la profondità del mercato YNG/ETH migliora significativamente. Questo significa che i trader potranno eseguire scambi di importo più elevato con un impatto minimo sul prezzo (riduzione dello slippage), un vantaggio cruciale sia per i piccoli investitori sia per chi desidera operare con volumi più consistenti.
  • Vantaggi operativi e flessibilità fiscale con gli scambi crypto-to-crypto: per molti utenti, la possibilità di scambiare direttamente crypto-to-crypto (YNG con ETH e viceversa) su un DEX può offrire maggiore flessibilità nella gestione del proprio portafoglio. Essendo la prima coppia che consente di scambiare YNG contro un’altra criptovaluta (ETH) e non contro stablecoin o valuta fiat, introduce un vantaggio dal punto di vista della gestione fiscale: consente di investire e disinvestire nel token (scambiandolo con ETH) senza generare forzatamente un evento fiscale, a differenza del passaggio a valuta fiat o stablecoin.

I numeri dell’operazione

Questo trimestre avevamo compiuto un passo strategico fondamentale iniziando con un contributo iniziale di 38 ETH. Oggi abbiamo ampliato significativamente il nostro impegno: per queste nuove pool di liquidità, abbiamo investito in totale 92.86 ETH, per un controvalore totale di 300.000€, calcolato su un prezzo medio di carico di 3,230.65€ per ETH

Un investimento così consistente dimostra la nostra profonda fiducia nel potenziale di YNG e nel valore che attribuiamo a un mercato altamente liquido. A testimonianza di questa quota di liquidità, il nostro wallet custodisce ora gli LP (Liquidity Provider) token ricevuti in cambio, che ci garantiscono il diritto a una quota delle commissioni generate da ogni scambio. Come è tipico per le pool di liquidità, la quantità di YNG ed ETH bloccata in questi indirizzi è in costante fluttuazione, in base all’attività di trading.

Il ruolo della liquidità nel meccanismo economico di YNG

L’aggiunta di liquidità sui DEX è parte integrante della nostra strategia di supporto al token YNG. Non solo migliora l’esperienza di trading, ma riveste anche un ruolo fondamentale nel rafforzamento del nostro modello economico. Come spiegato nel nostro whitepaper, il meccanismo economico di YNG, che entrerà a pieno regime con il lancio del conto di pagamento, prevede una logica di “Buyback and Add Liquidity”. Le commissioni (fees) generate da queste nuove pool di liquidità su Uniswap, che si prospettano essere particolarmente rilevanti grazie all’importante quantità di valore monetario depositato al loro interno, andranno ad alimentare direttamente questo modello economico. Nello specifico, serviranno a riacquistare YNG dal mercato tramite buyback e verranno poi rimessi nelle pool o utilizzati per la crescita dell’ecosistema, aumentando costantemente la liquidità e legando il valore del token alla crescita della piattaforma. Le nuove pool su Uniswap saranno quindi un canale fondamentale per l’attuazione di questo meccanismo, garantendo stabilità e profondità al token.

Questo è un passo avanti concreto per Young Platform e per la nostra community. Continuiamo a costruire, passo dopo passo, un futuro finanziario in cui Euro e crypto convivono in un unico ecosistema efficiente e vantaggioso.

Le informazioni relative al Token YNG hanno finalità informativa. Il Token non rappresenta uno strumento finanziario. L’acquisto e l’utilizzo del Token YNG comportano rischi e devono essere valutati con attenzione. Non è una sollecitazione all’investimento, né un’offerta pubblica ai sensi del D.Lgs. 58/1998.

Fed: chi vuol essere il nuovo Presidente?

Fed: chi vuol essere il nuovo presidente?

La Fed cambia volto: a maggio il Presidente Jerome Powell terminerà il suo secondo mandato e Donald Trump dovrà scegliere il suo successore. Chi sarà?

La Fed, ovvero la banca centrale degli Stati Uniti, dopo otto anni passerà sotto la gestione di un nuovo Presidente: Jerome Powell, che attualmente siede sulla poltrona più alta, dovrà lasciare il posto a una nuova figura. Sarà compito del Presidente degli Stati Uniti scegliere l’erede. Vediamo i candidati più probabili.  

La Fed si prepara per il nuovo Presidente

La Fed, a maggio 2026, vedrà un cambio importante all’interno della sua struttura: il Presidente in carica, Jerome Powell, terminerà i suoi otto anni di mandato e verrà sostituito. Colui o colei che occuperà il vertice della banca centrale statunitense, sarà scelto o scelta direttamente da Donald Trump: dopo la nomina, però, il candidato Presidente della Fed dovrà ricevere anche l’approvazione del Senato degli Stati Uniti. 

Come vedremo, il Segretario del Tesoro Scott Bessent ha comunicato una lista di cinque nomi, di cui almeno tre potenzialmente molto vicini alla nomina. L’unico spoiler che possiamo fare è che, nell’elenco fornito da Bessent, non figura Jerome Powell. Perché? Per almeno due motivi

Nessuna chance per Jerome Powell: dura lex, sed lex

Il primo è di natura legale: nonostante la legge in vigore negli USA – il Federal Reserve Act – non preveda un limite di mandati per il Presidente della Fed, Powell uscirà dai giri della banca centrale per una coincidenza di eventi abbastanza curiosa. 

Jerome Powell, infatti, è entrato in carica come Governatore nel maggio 2012 per completare il mandato non scaduto di Frederic Mishkin – un po’ come il trumpianissimo Stephen Miran, nominato Governatore nel luglio scorso a causa delle dimissioni della Governatrice Adriana Kugler.

Due anni dopo, nel giugno del 2014, Powell è stato ufficialmente nominato Governatore per un mandato pieno, che ha 14 anni di durata, con scadenza al 31 gennaio 2028. Nel 2018, Powell è poi stato promosso proprio da Donald Trump – durante il suo primo mandato – al ruolo di Chair (cioè Presidente) della Federal Reserve. Quattro anni dopo, al termine legale del mandato, è stato confermato da Joe Biden, che ai tempi era il Presidente degli Stati Uniti. Arriviamo, quindi, ai giorni nostri: nel 2026 saranno quattro anni dalla conferma di Biden e, di conseguenza, apparirà la parola “Fine”. 

Ma allora, se la legge non prevede un limite massimo di mandati per il Chair della Fed, perché Jerome Powell non potrà essere rieletto in quel ruolo? Perché il Federal Reserve Act prevede una regola fondamentale: il Presidente della Fed deve essere anche membro del Board of Governors, cioè dei Governatori della banca centrale. 

Questa regola, nel caso di Powell, non può essere applicata: anche se venisse rieletto nella posizione apicale fino al 2030, nel 2028 decadrebbe il suo status di Governatore, dal momento che avrebbe raggiunto i 14 anni di servizio iniziati nel 2014. A quel punto, verrebbe automaticamente rimosso dal ruolo di Presidente.  

L’antipatia dell’amministrazione trumpiana per Powell è cosa nota

Anche se questa regola non esistesse, la situazione non cambierebbe: le possibilità che Powell rientri nella lista di Bessent sarebbero prossime allo zero. E qui veniamo al secondo motivo, di natura più “relazionale”: Trump e compagnia non amano l’attuale Chair, per usare un eufemismo. 

Come abbiamo raccontato in varie occasioni, Il Presidente degli Stati Uniti ha spesso usato toni duri nei confronti di Jerome Powell, soprattutto in occasione dei FOMC estivi, quando il tanto agognato taglio dei tassi tardava ad arrivare. A causa di questa “lentezza”, Donald Trump ha iniziato a soprannominarlo Jerome “Too Late” Powell e ha minacciato più volte il suo licenziamento

Una volta escluso Powell dal roster dei papabili, vediamo quali sono i nomi scelti dal Segretario del Tesoro USA.

I candidati più probabili

Domenica 26 ottobre, mentre era in viaggio sull’Air Force One verso Tokyo, Scott Bessent ha riferito ai giornalisti di aver ristretto a cinque il numero dei candidati, a seguito del primo giro di colloqui – a cui dovrebbe seguirne un secondo. 

In lista, troviamo il consigliere di Trump Kevin Hassett, l’ex Governatore della Fed Kevin Warsh, l’attuale Governatore della Fed Christopher Waller, la Vicepresidente della Fed Michelle Bowman e il dirigente di BlackRock Rick Rieder. Vediamoli uno per uno.

Kevin Hassett

È un fedelissimo di Donald Trump: ha affiancato il Presidente degli Stati Uniti nel primo mandato come Chair del Council of Economic Advisors e tuttora ha un posto nell’amministrazione come direttore del National Economic Council. Inoltre, nel periodo compreso tra i due mandati, ha lavorato per il fondo di investimenti di Jared Kushner, genero dello stesso Trump. 

Date queste premesse, sarebbe lecito supporre che Hassett possa essere la scelta principale di Trump, un uomo politico che dà molto peso al fattore fedeltà. Tuttavia, ci sono un paio di considerazioni da fare a livello strategico. 

In primo luogo, la reazione dei mercati alla sua nomina potrebbe essere particolarmente negativa, dal momento che una Fed a guida Hassett verrebbe percepita come fortemente subordinata alle volontà del POTUS (President of the United States). 

In secondo luogo, qualora la Federal Reserve dovesse compiere delle scelte poco gradite a Trump, con conseguenze macroeconomiche altrettanto poco gradite, quest’ultimo potrebbe fare molta più fatica a incolpare uno dei suoi fedelissimi: la retorica che sta utilizzando contro Powell avrebbe un effetto ridotto. 

Kevin Warsh

Ex Governatore della Fed, è stato membro del Board of Governors durante la crisi finanziaria del 2008, per poi dimettersi nel 2011 a seguito della svolta della banca centrale statunitense verso il Quantitative Easing (QE) – cioè una politica monetaria più espansiva. È stato direttore esecutivo e vice presidente di Morgan Stanley e, ora come ora, è visiting fellow presso l’Università di Stanford.

Un curriculum di tutto rispetto che, giustamente, lo rende un potenziale successore di Powell. A ciò, si aggiungono le sue connessioni con l’ambiente conservatore americano: come Hassett, ha lavorato anche lui per la Casa Bianca come consigliere economico di George W. Bush (detto anche Bush figlio), che poi lo avrebbe nominato Governatore della Fed. Inoltre, la famiglia di sua moglie, la miliardaria Jane Lauder – nipote di Estée Lauder, fondatrice dell’omonima casa di cosmetici da 32 miliardi di market capè in ottimi rapporti con la famiglia Trump

Tuttavia, anche qui, ci sono un paio di considerazioni strategiche da fare, a partire dalla sua idea sulla politica monetaria. Warsh viene considerato un “falco” hawkish opposto a dovish – perché, a quanto si legge, è fissato col controllo dell’inflazione: è stato proprio questo il motivo principale alla base delle sue dimissioni da Governatore nel 2011.

Una Fed a guida Warsh, pertanto, sarebbe più incline ad implementare una politica economica più restrittiva o, comunque, meno espansiva.  Insomma, un atteggiamento molto diverso da quello del POTUS, che da mesi sta implorando Powell di tagliare i tassi. 

Christopher Waller 

Attualmente in carica come Governatore della Fed, nominato proprio da Trump nel 2020, Waller ha trascorso la sua vita tra le aule universitarie e gli ambienti della banca centrale degli USA. 

Ha insegnato come professore in varie università negli Stati Uniti – Indiana, Washington e Kentucky – e in Germania – Bonn University. Nel 2009, invece, entra nella sede della Fed di St. Louis, nel ruolo di Vice Presidente e research director, e contribuisce alla creazione di FRED (Federal Reserve Economic Data), un gigantesco database gratuito di dati economici e finanziari gestito dalla Fed. 

Waller vede il settore delle criptovalute sotto una luce positiva: il 21 ottobre, presso la Fed di Washington, ha presieduto la Payments Innovations Conference, un meeting che, per dirla proprio con le sue parole, aveva lo scopo di “riunire idee su come migliorare la sicurezza e l’efficienza dei pagamenti, ascoltando chi sta plasmando il futuro dei sistemi di pagamento“. Alla conferenza hanno partecipato, giusto per fare tre nomi, Sergey Nazarov, Co-Founder & CEO di Chainlink; Heath Tarbert, Presidente di Circle e Cathie Wood, CEO di Ark Invest

In tutto ciò, c’è un problema: la lunga esperienza di Christopher Waller all’interno dei circoli della Federal Reserve. Il futuro Chair scelto da Donald Trump, infatti, dovrà essere anche una figura nuova, in grado di riformare la struttura della Fed e renderla meno determinante per quanto concerne la gestione dell’economia. Waller, al contrario, potrebbe aver interiorizzato proprio queste dinamiche che Trump intende smontare, risultando così poco adatto al ruolo. 

Michelle Bowman

Michelle “Miki” Bowman è la prima dei due outsider, cioè di coloro che possiedono un background diverso rispetto a quello dei tre candidati appena esaminati. In ogni caso, Anche Bowman, come Waller, è una Governatrice in carica nominata da Trump nel 2018. Lo stesso Trump, a gennaio 2025, l’ha poi promossa a Vice Presidente della Fed, un ruolo che la pone solo un gradino sotto Jerome Powell.

Perché è un’outsider? Perché, mentre i vari Hassett, Warsh e Waller hanno una formazione prettamente economica o di alta finanza, Bowman è laureata in Pubblicità e Giornalismo e ha un master in Giurisprudenza

Prima di passare all’ultimo candidato, una nota su Michelle Bowman: è conosciuta per essere una che lotta con tenacia per portare avanti le sue istanze e raggiungere i suoi obiettivi, nonostante le pressioni politiche. Per esempio, ha espresso più volte dissenso nei confronti di molti dei provvedimenti dell’era Biden e, a settembre 2024, il suo è stato il primo voto contrario di un Governatore della Fed, dopo due decenni di voto unanime sulla politica monetaria. Una donna dal carattere forte che sicuramente potrebbe piacere a The Donald.  

Rick Rieder

Rieder è un outsider non tanto per il background accademico, quanto per il fatto che non è un membro dei Governatori della Fed. Parliamo, infatti, di un importante manager di BlackRock, con una profonda conoscenza del mercato obbligazionario, che è appunto la sua specialità. 

Rieder, quindi, è estraneo – non del tutto – ai meccanismi della banca centrale e alle sottotrame politiche di Washington, ma ha molta familiarità con l’alta finanza e con la burocrazia che la riguarda. In questo senso, potrebbe essere considerato come l’antitesi di Waller

Infine, Rieder è conosciuto per i suoi orari lavorativi estenuanti: si dice che si alzi dal letto ogni giorno alle 03:30 del mattino, proprio per avere qualche ora di vantaggio sui suoi competitor.     

Quali sono le probabilità per ognuno dei candidati?

Bene, abbiamo esaminato i potenziali eredi di Jerome Powell, è ora di dare un’occhiata ai bookmakers, cioè Polymarket

Al momento della scrittura, le probabilità per ciascun nome sono: 

  • Kevin Warsh: 15%
  • Kevin Hassett: 15%
  • Chris Waller: 14%
  • Scott Bessent: 5%
  • Rick Rieder: neanche quotato
  • Nessun annuncio prima di dicembre: 53%

Perché c’è anche Scott Bessent? Perché Donald Trump, nel suo viaggio di fine ottobre verso Tokyo, ha dichiarato ai giornalisti che stava pensando proprio a lui come Chair della Fed ma che lo stesso Bessent avrebbe rifiutato perché “gli piace lavorare al Tesoro”. Qualche minuto dopo avrebbe fatto marcia indietro dicendo che “Non stiamo pensando a lui, in realtà”. 

Insomma, chi vincerà la corsa alla presidenza della Fed? O per dirla col titolo dell’articolo: chi vuol essere il nuovo Presidente?

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Due storie sull’utilità della VPN

Ora che è chiaro cos’è una VPN e perché, nello specifico, collaboriamo con NordVPN, è arrivato il momento di comprendere i motivi che fanno di questa tecnologia uno strumento, per molti, indispensabile.

Gli Emirati Arabi Uniti: il problema del dissenso politico

Secondo Cybernews, negli Emirati Arabi Uniti (EAU), la percentuale di user di VPN nel 2024 è aumentata dell’83,5% rispetto all’anno precedente. Questo significa che il numero totale di persone che usano la VPN è quasi raddoppiato in un anno.

I motivi sono legati al quadro normativo degli EAU, che si fonda su un forte controllo di internet. Nello specifico, la monarchia emiratina, che non ammette dissenso politico, controlla e blocca tutti i contenuti giudicati politicamente sensibili, tra cui quelli di critica al governo o quelli che violano le regole socio-culturali. 

Per ovviare a questo problema e proteggersi, come abbiamo visto, sempre più cittadini degli Emirati Arabi Uniti utilizzano quotidianamente i servizi offerti dalla VPN.

Il Regno Unito: l’Online Safety Act 

Nel Regno Unito, con “Online Safety Act”, moltissimi siti e applicazioni implementeranno sistemi per verificare l’identità e raccogliere informazioni sensibili di milioni di utenti. 

Tra questi, troviamo quelli di uso quotidiano che spesso utilizziamo per intrattenerci, informarci o per inviarci messaggi: X (ex Twitter), Telegram, Reddit e Discord, per fare qualche esempio. 

Grazie alla VPN, quindi, i cittadini britannici possono connettersi a un server in Finlandia ed evitare le restrizioni geografiche imposte dal governo del loro paese – che, tra l’altro, + a conoscenza del fatto che la VPN, effettivamente, potrebbe rendere vani gli sforzi dell’Online Safety Act. 
Inutile dire che anche in UK il bacino di utenza delle VPN sta esplodendo: secondo un sondaggio del 2025 commissionato proprio da NordVPN, l’80% dei cittadini del Regno Unito sa cosa sia una VPN, mentre il 32% la utilizza costantemente.

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Ed è solo l’inizio!

Aprire il Conto Young: tutto in-app, comodo e veloce

Per cominciare, ti basta aprire l’app di Young Platform, dopodiché potrai procedere con l’apertura vera e propria del Conto Young. Ti verrà chiesto se procedere con o senza Carta Young. Nel primo caso, dovrai inserire i dati utili per la spedizione e configurare il PIN personale. 

Nel secondo, approderai direttamente allo step successivo. Ricordati che, anche scegliendo questa opzione, se dovessi cambiare idea in futuro potrai farlo in qualsiasi momento. Nel mentre, però, non avrai accesso ad alcune funzionalità chiave, tra cui effettuare pagamenti diversi dai bonifici o ricevere il cashback in YNG. 

In realtà esiste anche una terza opzione, che consiste nel non compiere una scelta: se deciderai di posticipare la decisione, il processo di apertura del Conto si interromperà e verrai rimandato all’homepage. 

In ogni caso, superata questa parte, dovrai verificare la tua identità tramite un provider terzo – Shufti, uno tra i più sicuri e affidabili in circolazione – per poter attivare ufficialmente il Conto: dato che Shufti gestisce il processo di verifica con AI, l’operazione sarà questione di minuti. 

La tappa conclusiva, infine, è quella in cui si firmano i contratti previsti dalla legge: non dovrai stampare o scannerizzare nulla, il tutto avviene in digitale, sul tuo smartphone. 

Il gioco è fatto, il Conto Young è pronto per essere utilizzato.

Il Conto è l’esito di una sfida cominciata tanto tempo fa 

È stato un percorso lungo e complesso, ma estremamente motivante: siamo partiti mesi fa, lanciando una sfida ambiziosa con l’obiettivo di cambiare le regole del gioco. Una sfida che la nostra community ha accolto a braccia aperte

Il concetto di fondo che ha mosso le nostre iniziative – ci teniamo a rimarcarlo – è stato sempre e soltanto uno: restituire alle persone quel potere finanziario che, per troppo tempo, hanno creduto di non possedere.

Prima, con The Box, abbiamo cercato di mettere in luce la scatola virtuale che concretamente influenza la nostra quotidianità: limiti, barriere e stereotipi che frenano l’intraprendenza finanziaria del singolo, in nome del mantenimento dello status quo.   

Poi, con The Unbox, abbiamo gettato le basi per la rimozione di questa scatola con uno scopo tanto impegnativo quanto gratificante: evadere da questo recinto invisibile per osservare coi propri occhi che, effettivamente, un’alternativa esiste

Infine eccoci qua, con The Reveal, l’ultimo dei tre concorsi, e il nostro conto di pagamento crypto-nativoche unisce la praticità della finanza tradizionale con le potenzialità rivoluzionarie delle criptovalute”, per utilizzare le esatte parole del nostro Co-CEO Andrea Ferrero

È un momento importante per la storia di Young Platform

Il Conto Young, inoltre, segna un passaggio fondamentale nella nostra storia: siamo partiti quasi dieci anni fa, che eravamo un gruppo di studenti italiani appena usciti dall’Università: abbiamo attraversato periodi neri e bear market in cui il settore delle crypto era dato per spacciato; abbiamo superato una pandemia e abbiamo assistito al ritorno della guerra in Europa.

Ma alla fine ce l’abbiamo fatta: Young Platform è diventato lo strumento attraverso cui provare a recuperare quel potere finanziario che, negli anni, abbiamo progressivamente perso. 

Attenzione: nessuno, qui, sta sventolando le bandiere a scacchi parlando di traguardo. Il Conto Young è quanto più lontano possa esserci dal concetto di punto di arrivo: al contrario, è l’inizio di una nuova era. E tu, che appartieni alla nostra Community, sei pronto a viverla con noi? 
Intanto, se ritieni possa essere un buon suggerimento, consiglia Young Platform alla tua cerchia ristretta: invita una persona e ottieni il bonus!

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Il presente contenuto ha finalità esclusivamente informativa e non costituisce un’offerta contrattuale né una sollecitazione all’utilizzo dei servizi descritti. Il conto offerto non è un conto corrente bancario bensì un conto di pagamento ai sensi del D.Lgs. 11/2010. Si informa l’utente che i servizi descritti non sono attualmente prestati ai sensi del Regolamento (UE) 2023/1114 (MiCAR). Le condizioni contrattuali sono consultabili nei Termini e Condizioni aggiornati del servizio in oggetto, disponibili sul sito ufficiale di Young Platform S.p.a. Si invita l’utente a valutare autonomamente l’adeguatezza del servizio rispetto alle proprie esigenze.

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Token YNG: Report 3° Trimestre 2025

Token Young (YNG): Report Speciale lancio su Uniswap (Q3 2025)

Il Report del terzo trimestre del 2025 sul token YNG. Cos’è successo? Quali sono i prossimi passi da compiere?

Il terzo trimestre del 2025 ha segnato un capitolo di crescita senza precedenti per l’ecosistema Young Platform, consolidando la svolta strategica avviata con il listing di YNG su Uniswap. Quello che nel Q2 era un punto di partenza è oggi diventato un potente acceleratore che ha proiettato il nostro token verso nuovi orizzonti di valore e visibilità.

Questo report analizza i risultati di un periodo entusiasmante, caratterizzato da una forte validazione da parte del mercato e da un intenso lavoro su più fronti: dal consolidamento della nostra presenza nella DeFi al potenziamento delle iniziative di community engagement come The Unbox, passando per gli importanti progressi sul piano normativo in vista del MiCA e la nostra partecipazione a eventi chiave del settore.

Come per le edizioni precedenti, salvo quella per il secondo trimestre del 2025 (un’edizione speciale per celebrare il lancio su Uniswap), il report è strutturato in due versioni:

  • Una pubblica, che offre una panoramica chiara dei traguardi raggiunti, degli eventi e delle novità che hanno caratterizzato il trimestre.
  • Una esclusiva e approfondita, riservata ai membri dei Club, con analisi dettagliate sui dati di mercato, sulle strategie, sulle tokenomics e sulle anticipazioni sulla nostra roadmap.

Se stai sudando in preda ad un attacco di curiosità estrema c’è soltanto una cosa che puoi fare: iscriverti ai Club di Young Platform. Se invece ne fai già parte…cosa ci fai ancora qua? Corri a controllare la tua casella di posta: ti aspetta la versione deluxe – per dirla in termini musicali – di questo Report.

Il 2025 fino ad oggi: il mercato convalida la nostra visione

Il lancio su Uniswap a luglio non è stato soltanto un traguardo tecnico, ma l’inizio di una nuova era per YNG. L’approdo sul mercato decentralizzato ha innescato una reazione straordinaria, che si è tradotta nella performance di prezzo più significativa della nostra storia.

Listing su Uniswap e price action: oltre le aspettative

L’entusiasmo suscitato dal listing si è tradotto in una price action eccezionale. Dal giorno dell’annuncio a inizio luglio, il prezzo di YNG è cresciuto di oltre il 300%, passando da un valore di circa 0,20 € a un nuovo massimo storico di 0,95 €.

Questo risultato non è un evento casuale, ma la prima conferma tangibile che la nostra strategia di lungo termine sta dando i suoi frutti. La scelta di perseguire una crescita organica e sostenibile si è rivelata, per ora, vincente. Abbiamo protetto la community e permesso al valore reale del nostro ecosistema di emergere in modo sano.

Nonostante questo traguardo, crediamo che il potenziale di YNG sia ancora in gran parte inespresso. Una capitalizzazione di mercato che si attesta sotto i 30 milioni di euro non riflette ancora pienamente il valore di un’azienda leader nel suo mercato nazionale e con chiare ambizioni di espansione europea

L’adozione di un ecosistema è un processo lungo, fondato sul lavoro quotidiano e sulla fiducia degli utenti. Ogni giorno lavoriamo per massimizzare il valore che offriamo in cambio di quella fiducia, e i risultati di questo trimestre ci dicono che siamo sulla strada giusta.

The Unbox

Il terzo trimestre ha visto la conclusione di The Unbox, il nostro concorso a premi più ambizioso di sempre, che ha agito da ponte strategico per il lancio del conto di pagamento e della carta di debito. Partendo dal successo della prima edizione, abbiamo elevato l’asticella sia nel valore del montepremi sia nelle meccaniche di gioco, con risultati che hanno superato ogni aspettativa.

L’impatto sull’engagement è stato eccezionale: l’attività sulla piattaforma è cresciuta, registrando picchi di partecipazione paragonabili a quelli di massima euforia del mercato.

Un ruolo chiave in questo successo è stato svolto dal Boost Holder, il meccanismo pensato per premiare chi deteneva YNG nel proprio portafoglio. Offrendo gemme bonus settimanali in base alla quantità di token posseduti, abbiamo creato un circolo virtuoso che ha legato direttamente la partecipazione al concorso all’utilità del nostro token, catalizzando l’interesse della community e rafforzando la domanda di YNG.

Il terzo trimestre ha registrato una performance economica di grande rilievo, trainata dalle efficaci campagne di marketing e dai concorsi “The Unbox” e “The Box”. Questi risultati testimoniano la concreta capacità del token YNG di creare valore per l’ecosistema. Nello specifico, il volume di scambi sulla coppia YNG/EUR ha superato i 17 milioni di euro, a cui si aggiungono 2,7 milioni di euro sulle pool decentralizzate. Tale performance segna un incremento di circa l’8.000% rispetto al volume totale di 250.000 euro del Q3 2024.

Roadmap: il Conto e la Carta Young Platform sono quasi qui

The Unbox era l’evento che ci avrebbe portato al lancio del conto. In merito a questo tema siamo entusiasti di annunciare che il prossimo grande passo della nostra evoluzione è ormai imminente: il conto di pagamento e la carta Young Platform stanno per diventare realtà.

In questo momento, la funzionalità è in fase di “Family and Friends”, un periodo finale di testing in cui il nostro team e un gruppo di utenti selezionati la stanno già utilizzando quotidianamente. Questa fase terminerà a novembre, e subito dopo inizierà il rilascio graduale al pubblico, con accesso prioritario per i membri dei Club e ai vincitori della carta di debito dei due concorsi a premi del 2025 (The Box e The Unbox).

Questo progetto riflette pienamente la nostra filosofia, che mette al primo posto la soddisfazione e la tutela dei clienti. Abbiamo scelto di percorrere una strada diversa rispetto agli approcci più speculativi del settore. Eventi recenti, che hanno visto liquidazioni per 19 miliardi di dollari, dimostrano i rischi di un sistema basato su leve finanziarie estreme.

Il nostro obiettivo non è offrire strumenti che trasmettono l’illusione di potersi arricchire velocemente, ma guidare gli utenti in un percorso di investimento consapevole e sostenibile. Crediamo che investire debba essere un’attività a ‘quasi zero effort’, integrata nella vita di tutti i giorni. Il conto e la carta sono gli strumenti con cui trasformiamo questa visione in realtà.

MiCA: il nostro percorso verso la piena conformità

Il terzo trimestre è stato cruciale anche sul fronte normativo, con progressi significativi nel nostro percorso di allineamento al nuovo Regolamento europeo sui mercati delle cripto-attività (MiCA). Vogliamo ribadire il nostro totale impegno ad operare in piena conformità con questo quadro normativo, che rappresenta un passo fondamentale per la trasparenza e la tutela degli investitori in Europa. Sebbene avessimo da tempo avviato tutte le attività necessarie per adeguarci, con l’obiettivo di presentare l’istanza definitiva entro la scadenza del 31 giugno 2025, una proroga del termine precedente ci ha reso impossibile rispettare tale scadenza. In ogni caso siamo pronti a ottenere l’autorizzazione dall’Autorità di Vigilanza entro la “nuova” scadenza: il 30 dicembre 2025.

Grazie a un regime transitorio previsto dalla normativa italiana, siamo autorizzati a continuare a fornire i nostri servizi in piena conformità e senza interruzioni, garantendo un passaggio ordinato al nuovo sistema. Per i nostri utenti, questo significa che non ci sarà alcun impatto immediato. Potete continuare a utilizzare la piattaforma come avete sempre fatto, senza la necessità di alcuna azione da parte vostra. Le funzionalità, i servizi e le condizioni contrattuali rimarranno invariati durante questo periodo di transizione

Il nostro team legale e di compliance è già al lavoro per assicurare che ogni aspetto della nostra operatività soddisfi i più alti standard richiesti da MiCA. Manterremo un dialogo aperto e trasparente, impegnandoci a tenervi costantemente aggiornati sull’avanzamento del processo. Questo percorso non è solo un obbligo normativo, ma una conferma della nostra responsabilità nel costruire un ecosistema crypto sempre più sicuro e affidabile.

Gli eventi strategici e il futuro di Young Group

Infine, ma non per importanza, il terzo trimestre ha segnato la nascita ufficiale di Young Group, un’evoluzione strategica celebrata durante un evento esclusivo tenutosi il 19 settembre nella prestigiosa cornice di Palazzo Mezzanotte, sede di Borsa Italiana. In questa occasione abbiamo svelato la nostra trasformazione da exchange a Super App finanziaria: un ecosistema integrato che offrirà trading su exchange decentralizzati (DEX), prestiti collateralizzati, carta di debito e conto di pagamento e l’integrazione di perpetual futures, stock e ETF. Un pilastro di questa strategia è l’integrazione di Fleap S.p.A., piattaforma autorizzata da CONSOB per la tokenizzazione di asset reali, che ci posiziona al centro della finanza digitale europea. Il nostro co-CEO Andrea Ferrero ha sottolineato come questa evoluzione rappresenti il passo successivo della nostra missione: dopo aver reso sicuro e accessibile Bitcoin cinque anni fa, oggi l’obiettivo è integrare l’intera economia on-chain all’interno della nostra app.

La nostra presenza non si è limitata a questo. Siamo stati protagonisti dell’Italian Tech Week, l’evento tecnologico più importante d’Italia, dove abbiamo organizzato la “Crypto Night”, presentando la nostra visione a oltre 1500 innovatori e appassionati di tecnologia.

Il nostro raggio d’azione si è poi esteso sulla scena globale. A fine ottobre, infatti, il nostro Chairman Nicolas Bertrand porterà il modello di Young Group sul palco del Blockchain Life 2025 a Dubai, uno degli eventi crypto più importanti al mondo. La sua filosofia, che è il cuore della nostra strategia, è chiara: il successo nel fintech non risiede solo nella tecnologia, ma in un perfetto equilibrio tra regolamentazione, accessibilità e fiducia. Mentre altri si ossessionano con l’ottimizzazione dell’hashrate, la nostra ossessione è ottimizzare il “trust flow”: quel flusso di fiducia che permette a milioni di persone di avvicinarsi a questo mondo in sicurezza, traducendo la complessità della blockchain in un’esperienza umana.

Il terzo trimestre del 2025 ha dimostrato la forza della nostra visione e la capacità del nostro ecosistema di accelerare in modo esponenziale. La validazione del mercato, il lancio di Young Group e la roadmap di prodotto sempre più concreta sono i risultati di un lavoro strategico che poggia su basi solide e su una community forte.

Ma ciò che avete letto finora è solo la parte visibile di questa accelerazione.

Abbiamo scelto di riservare le analisi più strategiche e i dati più sensibili unicamente ai membri dei nostri Club. Sono loro i veri protagonisti del nostro ecosistema e meritano un livello di trasparenza senza precedenti sulle decisioni che ne guidano il futuro.

Per questo, nella versione del report riservata ai membri dei Club, troverai:

  • Trasparenza sulla tokenomics: con i dettagli sull’inizio della distribuzione dei token al team, gestita per allineare gli interessi a lungo termine.
  • Il futuro del modello economico: un approfondimento su come e quando verranno attivati i meccanismi di buyback con il lancio della nuova carta.
  • Dati esclusivi sui Club: numeri aggiornati sui membri e l’analisi dell’impatto dei loro acquisti sulla performance del token.
  • Uno sguardo alla roadmap futura: le nostre strategie e i piani per i prossimi listing su altri exchange centralizzati.

Questi approfondimenti strategici sono un’esclusiva per chi vive l’ecosistema Young Platform da protagonista e vuole comprendere a fondo le leve che ne guideranno la crescita futura.

Le informazioni relative al Token YNG hanno finalità informativa. Il Token non rappresenta uno strumento finanziario. L’acquisto e l’utilizzo del Token YNG comportano rischi e devono essere valutati con attenzione. Non è una sollecitazione all’investimento, né un’offerta pubblica ai sensi del D.Lgs. 58/1998.

L’oro crolla: è il peggior crash dal 2013

L'oro crolla: è il peggior crash dal 2013

L’oro inverte la rotta? Il 21 ottobre segna il calo peggiore degli ultimi anni e sorprende gli investitori. Cos’è successo e perché?

Il prezzo dell’oro, nella giornata di martedì 21 ottobre, è sceso in un modo che non si vedeva da circa 12 anni. L’evento ha lasciato gli investitori di tutto il mondo a bocca aperta: all’entità della perdita si è aggiunta quella sensazione di shock data dal fatto che il valore del nobile metallo cresceva imperterrito da mesi. Quindi? È tempo di analizzare i fatti. 

La quotazione dell’oro precipita: cos’è successo?

L’oro, in poco più di 24 ore, ha messo a segno la peggiore performance dal 2013, arrivando a perdere quasi l’8,3%, toccando i 4.000$, per poi recuperare leggermente e assestarsi – almeno fino al momento della scrittura – nel range fra i 4.050$ e i 4.150$. 

Un dato incredibile che testimonia la portata dell’evento, è connesso alla perdita, in termini di market cap, del più nobile fra i metalli: questo -8,3% corrisponde, milione più milione meno, a circa 2,2 bilioni (trillion) di dollari o, per dirla in un altro modo, all’intera capitalizzazione di mercato di Bitcoin

Il crollo dell’oro, inoltre, ha colpito anche le aziende connesse al settore del mining – qualcuno potrebbe notare delle interessanti analogie. Le due compagnie di estrazione più grandi al mondo, Newmont Corporation e Agnico Eagle Mines Limited, infatti, hanno registrato dei forti cali: dall’apertura delle borse di martedì 21 al momento in cui scriviamo, le due società stanno perdendo più del 10%.

L’oro, in tutto ciò, non è l’unico metallo prezioso in difficoltà: l’argento, attualmente, sta cedendo l’8,6% mentre il platino, che in realtà se la passa un po’ meglio, è giù del 7,2%.

Le cause

Se la quotazione dell’oro è in picchiata, come affermano molti analisti, le cause sarebbero prevalentemente tecniche. In due parole, il sell-off potrebbe essere una conseguenza necessaria del rally che, da gennaio 2025, ha portato il metallo giallo a guadagnare più del 50%: molto semplicemente, se un asset cresce per tanto tempo è probabile che, prima, o poi qualcuno deciderà di prendere profitto

A questo discorso, che sicuramente ha un peso, data la scalata di cui l’oro si è reso protagonista, si potrebbero aggiungere due variabili di natura più politico-economica

La prima è connessa al rapporto fra Stati Uniti e Cina, in apparente distensione: dopo gli scontri a distanza del weekend 11 e 12 ottobre, che hanno innescato la peggiore liquidazione nella storia delle crypto, il Presidente degli Stati Uniti Donald Trump e quello cinese Xi Jinping dovrebbero incontrarsi a Seoul il prossimo 31 ottobre. Il condizionale è d’obbligo, perché The Donald ha dimostrato più volte di cambiare idea all’ultimo. 

Ecco un esempio. Il POTUS, proprio martedì 21, ha confermato l’intenzione di trovare un accordo col supremo Leader: “Ho un ottimo rapporto col Presidente Xi. Mi aspetto di riuscire a concludere un buon accordo con lui”, salvo poi aggiungere che l’incontro “Forse non avverrà, possono succedere cose, per esempio qualcuno potrebbe dire “Non voglio incontrarmi, è troppo spiacevole.” Ma in realtà non è spiacevole. È solo business”. Imprevedibilità pura. 

La seconda, invece, potrebbe essere intesa in parte come una conseguenza della prima: il rafforzamento del dollaro USA. Il DXY, che misura il valore del dollaro rispetto a un paniere formato dalle sei più importanti valute estere, dalla metà di settembre ha guadagnato l’1,3%

Inversione di tendenza o un ritracciamento temporaneo?

Il trend rialzista dell’oro è arrivato al termine oppure stiamo assistendo a un semplice stop temporaneo? È la domanda delle domande a cui, ovviamente, nessuno può rispondere.

Ciò che potremmo dire, però, è che un cambio di rotta potrebbe essere un’ottima notizia per Bitcoin. Un precedente interessante lo possiamo ritrovare nel 2020: quando l’oro ha raggiunto il top di mercato ad agosto a quota 2.080$, Bitcoin toccava il bottom a 12.250$ – che tempi. 

Da quel momento, l’oro ha lateralizzato per circa tre anni, prima di cominciare il movimento al rialzo che l’ha portato a raddoppiare il suo valore, mentre per Bitcoin è partita l’epica bull run del 2020-2021: dai 10.000$ di settembre 2020 ai 65.000$ di aprile 2021. Una vera e propria rotazione di capitali a favore del Re delle Crypto. 

Citigroup assegna un forte rating “Buy” a Strategy

Nel caso di un’inversione di tendenza, il pattern oro-BTC si ripeterà anche nel 2025? Anche qui, non è dato saperlo. Tuttavia, il colosso di investimenti bancari Citigroup ha iniziato a seguire ufficialmente il titolo Strategy (MSTR), cioè l’azienda di Michael Saylor che detiene 640.418 BTC: la sua prima raccomandazione per gli investitori è stata “Buy”, pronosticando un prezzo target per l’azione a 485$

La cosa interessante è che la quotazione di Strategy – mentre scriviamo – si aggira sui 280$: se Citi pone un target price a 485$, significa che prevede una crescita del titolo pari al 70% circa. L’analista di Citi che sta monitorando MSTR, Peter Christiansen, ha affermato che un simile rialzo del prezzo “si basa sulla previsione di base di Citi per Bitcoin nei prossimi 12 mesi, fissata a 181.000 dollari, un potenziale rialzo del 65% rispetto ai livelli attuali”.

Oro e Bitcoin, testa a testa? Restiamo in attesa

Sarà molto interessante scoprire cosa ci accadrà nele prossime settimane. I dati ci dicono che, negli ultimi tre anni, sempre più istituzioni finanziarie – banche centrali in primis – hanno iniziato a fare scorta di oro fisico, anche al fine di proteggersi dalla svalutazione del dollaro, accentuata dalla gestione dell’amministrazione Trump. 

Dall’altro lato, stiamo assistendo a una crescita pressoché quotidiana delle entità, sia pubbliche sia private, che decidono di inserire Bitcoin nella propria tesoreria e che, in generale, vedono l’asset non più come un’alternativa – un piano B – ma come una scelta.  

Chi vincerà il testa a testa? Lo scopriremo solo vivendo. Nel mentre, continueremo ad osservare e a raccontare gli eventi più rilevanti: per non perderti nulla, iscriviti al nostro canale Telegram e a Young Platform.

Infine, come sempre, ricordiamo che le informative contenute in questo articolo hanno finalità esclusivamente divulgative. Non costituiscono in alcun modo una consulenza finanziaria, legale o fiscale, né una sollecitazione o offerta al pubblico di strumenti o servizi di investimento, ai sensi del D. Lgs. 58/1998 (TUF). L’investimento in cripto-attività comporta un rischio elevato di perdita – anche totale – del capitale investito. Le performance passate non garantiscono risultati futuri. L’utente è invitato a compiere valutazioni autonome e consapevoli prima di assumere decisioni economiche e/o di investimento.

Legge di bilancio 2026: come cambia la tassazione?

Legge di bilancio 2026: come cambia la tassazione?

La legge di bilancio per il 2026 vede alcuni importanti cambiamenti a livello di tassazione sulle criptovalute e non solo. Quali sono le novità?  

La legge di bilancio del 2026 introduce diverse novità fiscali in vari settori, dalle criptovalute alle agevolazioni alle imprese. Occorre precisare che, per ora, abbiamo a disposizione solo una bozza (o disegno) ufficiale approvata dal governo: la versione definitiva arriverà entro il 31 dicembre. In ogni caso, abbiamo dato un’occhiata al testo per cercare di capire che aria tira, concentrandoci – ovviamente – sulla sezione delle crypto. Ma ci sarà spazio anche per altro. 

Tasse e criptovalute nel 2026: cosa c’è di nuovo?

Partiamo, come è logico, dalle criptovalute e dalle modifiche che riguardano questo ambito.

Aliquota fissa al 33% o al 26%?

È la prima – e unica – grande questione: a partire dal 1° gennaio 2026, sulle plusvalenze realizzate verrà applicata un’imposta sostitutiva con aliquota fissa del 33%

In parole più semplici, ciò significa che i profitti realizzati a seguito di vendita o scambio di “cripto-attività” verranno tassati al 33%, a prescindere dal soggetto che ottiene il guadagno. L’imposta sostitutiva, infatti, non prende in considerazione il reddito o altri parametri che, nella maggior parte dei casi, vengono inclusi nel calcolo delle “imposte ordinarie”. Si tratta, quindi, di un prelievo fiscale del 33% uguale per tutti

Inoltre, è stata eliminata la famosa franchigia dei 2.000€, che escludeva dalla tassazione qualsiasi plusvalenza al di sotto di questa cifra e considerava tassabile solo la parte che superava tale soglia. Cerchiamo di capire meglio quanto appena detto, coi numeri. 

Con la dichiarazione di quest’anno, valida per i redditi del 2024, una plusvalenza di 1.800€ non è soggetta ad alcun tipo di imposta, proprio perché non oltrepassa la soglia dei 2.000€. Allo stesso modo, su un profitto di 2.300€, la parte tassata è solamente quella che supera i 2.000€, dunque i 300€. Per la prossima dichiarazione, verrà tassato ogni euro guadagnato

Questo aggiornamento, in realtà, non è totalmente nuovo: dalla legge di bilancio del 2024 – valida per il 2025 – già si poteva sapere dell’aumento dell’aliquota e della soppressione della soglia, a partire da gennaio 2026. 

Il documento di quest’anno, invece, come è scritto nell’Articolo 13 “Disposizioni in materia di criptovalute, si limita ad aggiungere un pezzo molto interessante alle ultime disposizioni.

Nel testo, appunto, leggiamo che “all’Articolo 1 della legge 30 dicembre 2024, n. 207”, ovvero quella di cui abbiamo parlato qui sopra, “sono apportate le seguenti modificazioni. Ora, dopo la parola “modificazioni”, l’articolo elenca una serie di lunghi comma che evitiamo volentieri di riportare. Andiamo diretti alla sostanza

L’aliquota fissa al 33% non vale per tutte le operazioni, c’è un’eccezione: alle plusvalenze “derivanti da operazioni di detenzione, cessione o impiego di token di moneta elettronica denominati in euro”, verrà applicata un’aliquota fissa più bassa, al 26%. In pratica, le operazioni effettuate utilizzando le stablecoin ancorate all’euro saranno sottoposte a una tassazione ridotta al 26%. 

Facciamo un esempio. Immagina di voler vendere Bitcoin perché sei in profitto: scambiando BTC con USDC, la plusvalenza sarebbe sottoposta a una tassazione del 33%. Se, invece, scegliessi EURC – la stablecoin ancorata all’euro, emessa da Circle – al posto di USDC, allora l’aliquota si abbasserebbe al 26%. Lo stesso procedimento sarebbe valido per Ethereum e per tutte le altre criptovalute. 

Infine, questo paragrafo precisa che “non costituisce realizzo di plusvalenza o minusvalenza la conversione tra Euro e token di moneta elettronica denominati in euro, né il rimborso in euro del relativo valore nominale”. Anche qui, mille parole per dire che, fondamentalmente, scambiare 1€ in 1 EURC, e viceversa, non è un evento tassabile.

Bel casino eh? Tra aliquote fisse, imposte ordinarie e franchigie c’è il rischio di impazzire. Sarebbe veramente bello avere a disposizione un servizio specializzato gestito da esperti in materia. 

E se ti dicessi che è possibile? Su Young Platform hai la possibilità di chiedere aiuto a Okipo, la soluzione leader in Italia per la fiscalità crypto. Con questa collaborazione, hai l’opportunità di delegare tutte le noie fiscali e non pensarci più. In aggiunta, ti consigliamo di visitare la nostra sezione dedicata “Tasse C’rypto”. 

Istituzione del Tavolo permanente  

La seconda parte dell’Articolo 13 parla dell’istituzione di un “Tavolo permanente di controllo e vigilanza sulle criptoattività e la finanza innovativa volto a favorire lo sviluppo ordinato e legale del settore”

Questo tavolo sarà composto da rappresentanti del MEF (Ministero dell’economia e delle Finanze), della Guardia di Finanza, della CONSOB (Commissione Nazionale per le Società e la Borsa), della Banca d’Italia, dell’Unità di Informazione Finanziaria e da accademici

Un gruppo di esperti e addetti ai lavori che, come dice il testo ufficiale, avrà il compito di affiancare le istituzioni di controllo, di monitorare i rischi, di prevenire le frodi, di contrastare attività connesse al riciclaggio e al terrorismo, di seguire l’evoluzione tecnologica del settore e di promuovere l’educazione finanziaria.

E il resto? 

L’Articolo 13, che abbiamo appena analizzato, è solamente uno dei 154 articoli contenuti nella bozza della legge di bilancio. In breve, nel documento è elencato un insieme di interventi in vari ambiti, per 18 miliardi di euro: famiglia, imprese, banche e così via. Vediamo rapidamente i più importanti.

Misure fiscali e sostegno al reddito

La seconda aliquota sull’IRPEF (Imposta sul Reddito delle Persone Fisiche) viene ridotta dal 35% al 33% – per “seconda aliquota”, si intende il secondo scaglione che comprende i redditi annui compresi tra i 28.000€ e i 50.000€. Sempre in riferimento ai redditi da lavoro, sono state prese delle misure con lo scopo di agevolare la tassazione sui rinnovi contrattuali, sui premi di produttività e su altri trattamenti. Infine, l’esenzione per i buoni pasto è stata elevata da 8€ a 10€

C’è poi tutta una parte relativa ai bonus edilizi, che vengono riconfermati: a grandi linee, parliamo di detrazioni del 50% nel 2026 e del 36% dal 2027 per il superbonus e per il bonus ristrutturazioni, e del 36% nel 2026 e del 30% nel 2027 per l’ecobonus – con una serie di eccezioni che modificano gli sgravi fiscali a seconda dei singoli casi. 

Famiglie, lavoro e politiche sociali

Viene confermata la carta “Dedicata a te”, cioè il contributo mensile di 500€ per i nuclei familiari in difficoltà economica, con lo stanziamento di 500 milioni di euro all’anno. Inoltre, è stata confermata in bozza una serie di provvedimenti finalizzati ad aiutare le famiglie.  

Tra questi, l’aumento del bonus per le lavoratrici con due o più figli – bonus mamme –  che passa da 40€ a 60€, e il rafforzamento dei fondi per sostenere l’assistenza familiare: Fondo Caregiver, Fondo Minori, Fondo per i genitori lavoratori (Congedo parentale) o divorziati/separati, oltre a modifiche mirate ad alleggerire il calcolo dell’ISEE sulla prima casa. È stato anche rifinanziato il fondo per le donne vittime di violenza, detto reddito di libertà

Sanità

Oltre ai rifinanziamenti già previsti dalla legge di bilancio del 2024, sono stati aggiunti altri fondi per sostenere la sanità pubblica. L’anno scorso, infatti, il governo aveva già previsto di stanziare 5 miliardi per il 2026, 5,7 miliardi per il 2027 e quasi 7 miliardi per il 2028: nella bozza di quest’anno, il Consiglio dei Ministri conferma altri 2,4 miliardi per il 2026 e 2,65 miliardi per il 2027

L’obiettivo è migliorare le condizioni contrattuali del personale e assumere nuovi dipendenti, al fine di ridurre le liste di attesa e, in generale, rendere più efficienti le prestazioni sanitarie. 

Imprese

La bozza prevede lo stanziamento di alcuni milioni per aiutare le imprese nell’acquisto di nuovi macchinari. Quando un’azienda acquista o prende locazione finanziaria – un leasing con acquisto finale – un bene strumentale come un macchinario, ha la facoltà di dedurre il costo delle tasse di anno in anno. Questo processo si chiama ammortamento.

Il governo, per rilanciare il settore industriale e imprenditoriale, ha previsto un super-ammortamento per i macchinari acquistati nel 2026: l’impresa, quindi, anziché scaricare dalle tasse il costo reale della strumentazione, avrà la possibilità di “fingere” che questa sia costata di più, per avere uno sgravio fiscale maggiore. 

Nello specifico, si potrà beneficiare della maggiorazione – cioè dell’aumento del costo – del 180% per gli investimenti fino a 2,5 milioni di euro, del 100% per gli investimenti oltre 2,5 milioni e fino a 10 milioni di euro e del 50% per gli investimenti oltre 10 milioni e fino a 20 milioni di euro.

Inoltre, nel caso di investimenti green, la maggiorazione sale al 220% per gli investimenti fino a 2,5 milioni di euro, al 140% per gli investimenti oltre 2,5 milioni e fino a 10 milioni di euro e al 90% per gli investimenti oltre 10 milioni e fino a 20 milioni di euro.

Verranno aiutate anche le piccole e medie imprese (PMI), col finanziamento della “Nuova Sabatini”: 200 milioni per il 2026 e 450 milioni per il 2027 per comprare macchinari nuovi. 

Infine, le aziende che investono in zone speciali del Sud, dette ZES (Zone Economiche Speciali) e vicine a porti e interporti, o ZLS (Zone Logistiche Speciali), continueranno a ricevere, rispettivamente, uno sconto sulle tasse e 100 milioni per i prossimi tre anni

Banche e assicurazioni

Per il triennio 2026, 2027 e 2028, aumenta l’IRAP (Imposta Regionale sulle Attività Produttive) per banche e assicurazioni del 2%: nell’ordine, dal 4,65% al 6,65% e dal 5,90% al 7,90%

Secondo le previsioni, grazie a questo provvedimento lo Stato italiano dovrebbe incassare 1,15 miliardi di euro in più nel 2026, 1,34 miliardi di euro in più nel 2027 e 1,33 miliardi di euro in più nel 2028

Lo ricordiamo: è solo la bozza ufficiale

Vale la pena sottolinearlo: tutto ciò che abbiamo letto e scritto sarà oggetto di revisione e  negoziazione nei prossimi due mesi. Il documento che circola è un prodotto delle volontà di chi governa e non tiene conto, per ora, delle richieste dell’opposizione. Anzi, alcuni articoli presenti nel documento hanno già provocato attriti persino tra i partiti della maggioranza.

Prima di vedere la versione definitiva, il disegno di legge dovrà superare almeno altre 8 fasi, tra esame e approvazione del Parlamento (Camera e Senato), verifica da parte della Commissione di Bilancio e altro ancora. 
Noi, sicuramente, continueremo a monitorare gli sviluppi: iscriviti al nostro canale Telegram e a Young Platform per evitare di perderti gli aggiornamenti fondamentali!