Zoom Out: il recap settimanale che si concentra sul Macro

zoom out

Nuova settimana, nuovo episodio di Zoom Out, il recap settimanale che si concentra sul Macro. I temi principali della settimana: Young (YNG) e CLARITY Act.

Young (YNG) è su WhiteBIT!

Il nostro token Young (YNG) varca i confini italiani: a partire dal 28 luglio, sarà disponibile per la negoziazione su WhiteBIT, piattaforma con licenza MiCA in Austria, che conta oltre otto milioni di utenti registrati e un volume di scambio giornaliero compreso tra 1 e 2,5 miliardi di dollari (a seconda della fonte).

L’avevamo anticipato: con l’ottenimento della MiCA e l’Aumento di Capitale comincia una nuova fase per Young Platform. Questo è solo l’inizio. 

Per approfondire: YNG approda su WhiteBIT ma anche la consueta live trimestrale di martedì 28 luglio alle ore 18 – potete impostare l’alert qui: Report Young (YNG) aggiornamento trimestrale e novità!

Focus Iran: ripartono i colloqui di pace?

Nel weekend qualcosa potrebbe essere cambiato: dopo il ritorno ai missili, l’ambasciatore USA all’ONU Mike Waltz ha dichiarato che il Presidente Trump “sta dando un po’ di spazio alle trattative. È così o dobbiamo aspettarci un altro TACO (Trump Always Chickens Out)? 

Intanto il Brent, in seguito alla recente fiammata, torna in zona 90$ al barile (-6% dalla chiusura di venerdì). 

Strategy ancora ferma

La Bitcoin Treasury Company per eccellenza continua a incrementare le proprie riserve cash senza però aumentare (nè ridurre) il numero di Bitcoin detenuti.

Cosa hanno in mente Saylor & Co.?

Bitmine non molla

La Ethereum Treasury Company, invece, non si arretra di un millimetro: lunedì 20 ha dichiarato l’aggiunta di 7.430 ETH in tesoreria, oggi (27 luglio) di altri 9.946 ETH

Il totale detenuto dall’azienda presieduta da Tom Lee, adesso, è pari a 5.787.414 ETH.

ETF Crypto: indecisione?

Dopo sette giorni consecutivi di net flow positivi (+1,3 miliardi di dollari), gli ETF Crypto tornano a registrare deflussi: -509,6 milioni di dollari negli ultimi due giorni di trading (23 e 24 luglio). 

C’entra forse la notizia successiva?

CLARITY Act: vicini all’approvazione? O forse no?

La settimana appena conclusa ha visto interessanti sviluppi sull’approvazione del CLARITY Act, la legge pensata per regolamentare il mercato crypto USA.

Abbiamo riassunto tutto in meno di otto minuti di lettura: Clarity Act: emergono nuovi problemi?

Nasce il Bitcoin Security Consortium

Nove colossi della finanza tradizionale e non, tra cui BlackRock, Coinbase, Fidelity Digital Assets e Strategy, hanno dato vita al Bitcoin Security Consortium

Cos’è e perché è importante? Ne abbiamo parlato in breve qui: Nasce il Bitcoin Security Consortium: di che si tratta?

Flash Trimestrali. Google e Tesla battono le previsioni

Google: 119,8 miliardi (previsti: 116,52)

Tesla: 28,24 miliardi (previsti: 25,55)

Ma ai mercati non piacciono le cifre previste per gli investimenti previsti in Capex (Capital Expenditure): dalla data degli utili, Google sta perdendo il 4,5%, Tesla il 17,8%.

Questa settimana tocca a Meta, Amazon, Microsoft e Meta.

Flash Macro: tassi di interesse UE

Giovedì 23 luglio, la Banca Centrale Europea (BCE) ha comunicato l’attesa decisione di politica monetaria dell’eurozona. 

Come previsto, si è scelto di mantenere i tassi invariati al 2,25%, 2,40% e 2,65%

La motivazione principale: “L’incertezza resta elevata e l’impatto inflazionistico dello shock energetico deve ancora manifestarsi appieno“.

Flash Macro (x2): il 29 luglio c’è il FOMC

Mercoledì 29 luglio, il neo Presidente della Federal Reserve Kevi Warsh presenzierà il suo secondo FOMC (Federal Open Market Committee) da Chair.  

Il rialzo dei prezzi dell’energia e le relative pressioni inflazionistiche, rendono più incerto l’esito della riunione: per il FedWatch, principale strumento predittivo per i tassi di interesse, salgono le probabilità di un rialzo, oggi (27/07) dato al 32,1%, contro il 16% di una settimana fa. 

Per questa settimana è tutto, ci sentiamo tra sette giorni. Ricordatevi che il prezzo cambia ma i fondamentali restano: fate Zoom Out!

Clarity Act: emergono nuovi problemi? Update al 23/07

Clarity Act

Il Clarity Act, la legge per regolamentare le crypto, sembra vicino all’approvazione finale. Ecco le ultime novità.

Il Clarity Act, la più importante proposta di legge sulla regolamentazione delle criptovalute negli Stati Uniti, sembrerebbe vicino alla svolta. Il recente superamento dell’ostacolo politico principale, rappresentato dalla questione etica relativa ai profitti crypto di funzionari federali, tra cui Donald Trump, avrebbe sbloccato la situazione. Quindi, quali sono gli ultimi sviluppi?

Entra nel nostro canale Telegram

Cos’è il Clarity Act?

Prima di entrare nel dettaglio, diamo rapidamente un po’ di contesto: cos’è il Clarity Act? E perché è così decisivo?

Il Clarity Act, in breve, è una proposta di legge sulla struttura del mercato degli asset digitali che mira a regolamentare in modo completo l’industria delle criptovalute negli Stati Uniti per la primissima volta. 

Il disegno di legge, infatti, ha l’obiettivo di definire regole chiare per il settore, soprattutto attraverso una distinzione netta dei ruoli delle autorità di vigilanza più importanti, cioè la Commodity Futures Trading Commission (CFTC) e la Securities and Exchange Commission (SEC)

A cosa serve il Clarity Act? 

Il Clarity Act ha lo scopo di stabilire se un asset digitale sia da considerarsi una “commodity“, cioè un bene di scambio o materia prima, o una “security“, ovvero un titolo finanziario o contratto di investimento. Nel primo caso, l’asset in questione rientrerebbe nel perimetro di competenza della CFTC mentre, nel secondo, sarebbe sottoposto alla giurisdizione della SEC. 

Oltre a ciò, il Clarity Act si pone anche l’obiettivo di migliorare e rendere effettive le norme legate alla trasparenza, all’antiriciclaggio e alle eventuali sanzioni.

Gli effetti della sua approvazione sarebbero enormi. Un mercato regolamentato da un quadro normativo chiaro come quello garantito dal Clarity Act potrebbe favorire una nuova e forte ondata di investimenti e innovazione nel settore crypto degli Stati Uniti. 

Il motivo è semplice: i grandi capitali fuggono dal rischio e hanno bisogno di certezze. Pensaci: finanzieresti mai la costruzione di un condominio su un terreno dove i permessi per costruire devono ancora essere concessi?  

Le ultime dichiarazioni: qualcosa si muove?

Il dibattito politico attorno alla legge si è intensificato e le ultime settimane sono state decisive. In particolare, un paio di dichiarazioni abbastanza esplicite hanno attirato la nostra attenzione. Vediamole al volo.

Scott Bessent: “1-Yard Line

Il Segretario al Tesoro degli Stati Uniti, Scott Bessent, ha fornito una prospettiva a dir poco ottimistica sull’iter di approvazione: ricorrendo a una metafora del football americano, sport molto popolare negli Stati Uniti, Bessent ha dichiarato che i legislatori si trovano sulla “1-Yard Line”, letteralmente la “a una sola yard dalla meta” per il Clarity Act. 

Come si può facilmente dedurre, il Segretario al Tesoro ha usato questa espressione per comunicare ai media che siamo a “un solo passo dalla meta”, cioè dal raggiungimento dell’obiettivo.

Inoltre, lo stesso Bessent ha esortato il Congresso a compiere l’ultimo sforzo necessario per far approvare il provvedimento in via definitiva prima dell’imminente pausa estiva, cioè prima di agosto.

Kevin Cramer: “Almost there

Il senatore repubblicano Kevin Cramer sembra essere sulla stessa lunghezza d’onda: ha affermato che il Senato è “quasi arrivato” a un accordo finale. Cramer, nello specifico, ha spiegato che i dettagli normativi si stanno facendo sempre più chiari e che l’ostacolo principale in questa fase finale riguarda solo la revisione da parte dei Democratici di alcuni nuovi emendamenti.

Restano da limare ancora dei piccoli dettagli, ma Cramer – come Scott Bessent – ha sottolineato l’assoluta necessità di completare i lavori entro “un paio di settimane, prima che il Senato chiuda per le vacanze.

Clarity Act e Trump: la questione etica

Il più grande ostacolo che ha bloccato l’avanzamento del disegno di legge per oltre un anno è stata la cosiddetta “disposizione etica“, in inglese “ethics provision”. Si tratta di una norma progettata per vietare ai funzionari federali, inclusi il Presidente, il Vicepresidente e i membri del Congresso, di emettere criptovalute, sponsorizzarle o trarne profitto durante il loro mandato governativo.

A volere fortemente l’inserimento di questa clausola nel disegno di legge sono stati in primo luogo i Democratici, a causa delle attività di Donald Trump: i documenti finanziari – la financial disclosure – pubblicati nel luglio 2026, hanno infatti rivelato che Trump ha incassato circa 1,4 miliardi di dollari in profitti legati alle criptovalute nel corso del 2025, derivanti in gran parte dalla sua memecoin TRUMP e dalla società di famiglia World Liberty Financial (WLFI). 

Per disinnescare le accuse di conflitto di interessi, neutralizzare la leva politica dell’opposizione e ottenere i voti democratici necessari per superare l’ostruzionismo (il cosiddetto muro dei 60 voti), a Trump è stato chiesto di accettare queste limitazioni etiche. 

A che punto siamo? Dopo mesi di trattative, a fine luglio 2026, Trump avrebbe dato il suo consenso e firmato il testo della disposizione etica: l’accordo prevede che l’ente incaricato di far rispettare queste regole sarà il Dipartimento di Giustizia (DOJ) e non i procuratori generali dei singoli Stati (come volevano i Democratici), un dettaglio che continua a generare qualche attrito. 

Update al 23/07: emergono nuovi problemi  

La recente pubblicazione della bozza finale di 616 pagine del Clarity Act da parte dei senatori repubblicani ha però raffreddato rapidamente gli entusiasmi: la disposizione etica non è così…etica.

Il testo, infatti, vieta l’emissione di asset digitali ai funzionari pubblici e ai loro coniugi, ma non si estende agli altri membri della famiglia: un modo per salvaguardare di fatto gli affari della famiglia Trump legati alla World Liberty Financial (WLFI).

Inoltre, la bozza non richiede ai politici di liquidare gli attuali investimenti in criptovalute e include una “clausola di decadenza” – originale: sunset clause – che farà scadere queste restrizioni già a gennaio 2029.

Di fronte alle condizioni appena descritte, ritenute troppo deboli, e all’affidamento dei controlli al Dipartimento di Giustizia, alcuni Democratici moderati chiave hanno annunciato che non supporteranno il disegno di legge in Senato. Si tratta, ovviamente, di una pessima notizia per i Repubblicani: senza il loro supporto, non è possibile superare la soglia dei 60 voti necessari per l’approvazione.

Ma non ci sono solo i Democratici. A complicare ulteriormente la situazione è l’industria bancaria tradizionale: le principali associazioni bancarie americane si sono formalmente schierate contro il disegno di legge, sostenendo che non tuteli adeguatamente il sistema finanziario.

Uno dei timori principali fa riferimento ai rendimenti offerti dalle stablecoin e il relativo “deposit flight”: perché un risparmiatore dovrebbe continuare a tenere fermi i propri fondi in banca quando può generare yield con le stablecoin?

Le reazioni dei mercati: ottimismo o scetticismo?

Nonostante l’importante passo avanti a livello politico, i mercati segnalano un mix di ottimismo a breve termine e scetticismo sulle probabilità di successo finale. 

Infatti, la notizia dell’accordo di Trump sulla disposizione etica coincide con una ripresa dell’interesse: dal 20 luglio, secondo quanto riportato da Coinglass, gli ETF crypto hanno registrato afflussi netti per ben 692,5 milioni di dollari, di cui 499 milioni sugli ETF su Bitcoin e 147,5 milioni su quelli su Ethereum. Coerentemente, nello stesso breve periodo, Bitcoin è cresciuto fino al 2,8% fallendo, però, l’assalto alla resistenza dei 67.000$, così come Ethereum, che prima sale fino ai 1.955$ (+4,5%) per poi ritracciare e segnare un più modesto + 2,1%. 

N.B. – Ricordiamo che correlazione non significa causalità. Gli ETF Crypto, per esempio, stanno attraversando un momento complessivamente buono: dopo giugno, il peggior mese di sempre, i dati ci dicono che il net flow (acquisti meno vendite) relativo a questi prodotti finanziari è positivo da sette giorni consecutivi.

Le reazioni dei mercati: ottimismo o scetticismo?

Nonostante l’importante passo avanti a livello politico, i mercati segnalano un mix di ottimismo a breve termine e scetticismo sulle probabilità di successo finale. 

Infatti, la notizia dell’accordo di Trump sulla disposizione etica coincide con una ripresa dell’interesse: dal 20 luglio, secondo quanto riportato da Coinglass, gli ETF crypto hanno registrato afflussi netti per ben 552 milioni di dollari, di cui 430 milioni sugli ETF su Bitcoin e 75,5 milioni su quelli su Ethereum. Coerentemente, nello stesso breve periodo, Bitcoin è cresciuto fino al 2,8% fallendo, però, l’assalto alla resistenza dei 67.000$, mentre Ethereum ha segnato un +3,1%.

N.B. – Ricordiamo che correlazione non significa causalità. Gli ETF Crypto, per esempio, stanno attraversando un momento complessivamente buono: dopo giugno, il peggior mese di sempre, i dati ci dicono che il net flow (acquisti meno vendite) relativo a questi prodotti finanziari è positivo da sei giorni consecutivi.

Il Clarity Act verrà approvato?

Difficile dirlo con certezza: da un lato, il superamento dell’ostacolo etico potrebbe facilitare il consenso bipartisan, ovvero il voto favorevole da parte di Democratici e Repubblicani; dall’altro lato, c’è un tema di tempo: il Senato ha a disposizione solo fino alla prima settimana di agosto per votare e la legge deve competere per lo spazio in aula con altre priorità politiche urgentissime. 

Come abbiamo detto all’inizio, il Clarity Act è un importante provvedimento che regolarizzerebbe il mercato crypto americano: la sua approvazione aprirebbe la porta a investimenti, innovazione e sviluppo a lungo termine, offrendo quella certezza legale tanto attesa dagli operatori, che potrebbero finalmente abbandonare le preoccupazioni legate alle ripercussioni normative.

Non resta che attendere e vedere se il Congresso riuscirà a segnare quest’ultimo touchdown, per usare la metafora di Bessent. 

Prima di salutarci: se sei arrivato fin qui, significa che questi temi ti interessano. Entra nel nostro canale Telegram o iscriviti a Young Platform e non perderti le notizie rilevanti che muovono i mercati!

FOMC Minutes: le prospettive future della Fed

FOMC Minutes

Sono usciti i FOMC Minutes, dei verbali che interessano molto i mercati perché danno indizi sulle prospettive future della Fed. Qui gli highlight

Il 20 maggio sono stati pubblicati i FOMC Minutes, ovvero i verbali della Federal Reserve che mostrano nel dettaglio le motivazioni alla base della decisione del FOMC (Federal Open Market Committee), la riunione di politica monetaria in cui vengono stabiliti i tassi di interesse. I mercati sono molto attenti a questo tipo di comunicazioni, anche perché, spesso, danno delle anticipazioni sul futuro. Ma prima, vediamo rapidamente qual è il quadro di riferimento – relativo all’ultimo FOMC del 28-29 aprile, l’ultimo presieduto da Jerome Powell prima del passaggio di testimone a Kevin Warsh

Entra nel nostro gruppo Telegram

Il contesto macroeconomico: tra inflazione e mercato del lavoro 

Per capire le discussioni interne alla Fed e la loro rilevanza, è però necessario fare un passo indietro e guardare ai numeri che Jerome Powell e colleghi avevano sul tavolo.

L’inflazione: i dati di maggio 

Secondo quanto pubblicato dal BLS (Bureau of Labor Statistic), l’inflazione si è attestata al 3,3% anno su anno. Il rialzo, com’è logico, è stato spinto fortemente dall’aumento dei prezzi dell’energia, innescato dalla chiusura dello Stretto di Hormuz e dal conflitto in Iran e nel Medio Oriente. Si tratta di un quadro abbastanza preoccupante: l’inflazione corre ancora ben sopra il target del 2% della Fed.

Tassi di interesse (FOMC): la decisione del 29 aprile 

Al termine della riunione di fine aprile, il FOMC ha lasciato i tassi di interesse invariati: durante la conferenza stampa, il Presidente uscente della Fed Jerome Powell ha difeso la scelta di mantenere nel comunicato il cosiddetto “easing bias” – un linguaggio che indica un’inclinazione verso futuri tagli – spiegando che modificare le parole è di per sé un segnale e la Fed preferisce mantenere un approccio più conservativo. 

Dunque, per riassumere, gli Stati Uniti si trovano in una situazione in cui l’inflazione ha ripreso a correre a causa degli shock geopolitici e dei massicci investimenti nell’intelligenza artificiale (AI), che stanno surriscaldando la domanda. Dall’altra parte, il tasso di disoccupazione si attesta al 4,3% con una creazione di nuovi posti di lavoro che rimane contenuta. Passiamo ora ai Minutes.

FOMC Minutes: cambio di rotta in arrivo?

Arriviamo al nucleo centrale: cosa si sono detti i membri della banca centrale USA a porte chiuse? I verbali mostrano una Fed che ha quasi del tutto accantonato la domanda degli ultimi due anni – ovvero se tagliare i tassi – per iniziare a valutare seriamente l’ipotesi opposta: alzarli.

Leggendo i Minutes, emerge che la maggioranza dei funzionari ha sottolineato che “un certo inasprimento della politica monetaria diventerebbe probabilmente appropriato se l’inflazione dovesse continuare a correre persistentemente sopra il 2%“. Inoltre, si segnala una certa preferenza nel rimuovere dal comunicato il cosiddetto easing bias, cioè la tendenza a includere il taglio dei tassi tra le alternative, supportando la linea dei tre presidenti – Hammack, Kashkari e Logan – che si sono opposti formalmente su quel preciso punto. Ma c’è anche chi continua a prediligere una politica monetaria più dovish: Stephen Miran, Governatore nominato da Trump in seguito alle dimissioni di Adriana Kugler, ha votato contro, preferendo – come sempre – un taglio di 25 punti base a causa dei rischi legati al mercato del lavoro.

Sul fronte della gestione del rischio, i membri concordano nel vedere rischi al rialzo per l’inflazione e rischi al ribasso per l’occupazione. Il timore principale è che i prezzi dell’energia prolungatamente alti e i dazi doganali possano rendere strutturale l’inflazione. Per questo motivo, la politica monetaria non segue un percorso prestabilito e i membri hanno ribadito che le decisioni future verranno prese riunione per riunione.

Prossimo FOMC: quali sono le previsioni? 

Le stime del FedWatch del CME Group sui mercati dei futures dei tassi di interesse, al momento della scrittura, indicano una probabilità di quasi il 50% di assistere ad almeno un aumento dei tassi di 25 punti base entro la fine di quest’anno. Per quanto riguarda il prossimo FOMC, il No Change – tassi invariati – è dato per certo al 99,1%, mentre il restante 0,9% si riferisce al rialzo. 
Se sei arrivata/o a leggere fin qui, significa che il tema ti interessa: entra nel nostro canale Telegram e/o iscriviti a Young Platform per non perderti le notizie che muovono i mercati!

Bitcoin e interesse istituzionale: un update

Bitcoin e interesse istituzionale

Harvard ruota su Ethereum, mentre i fondi pensione USA comprano Strategy (MSTR), che domina gennaio con acquisti record di Bitcoin.

Gli istituzionali non si fermano. I documenti depositati alla SEC – i Form 13F trimestrali – parlano chiaro: l’Università di Harvard ribilancia il proprio portafoglio cedendo IBIT e comprando ETHA, mentre i grandi fondi pensione statunitensi consolidano la loro esposizione indiretta a Bitcoin acquistando Strategy. Vediamo i numeri nel dettaglio.

Harvard verso il cambio di passo?

Partiamo da una delle università più famose al mondo. Harvard ha deciso di modificare l’assetto del suo portafoglio a tema crypto, come emerge dall’ultimo report trimestrale: il celebre ateneo ha ridotto l’esposizione a IBIT, l’ETF Spot su Bitcoin di BlackRock, vendendo circa 1,48 milioni di quote, dopo il forte accumulo registrato quest’estate – +257% nel terzo trimestre (Q3) rispetto al secondo semestre (Q2) del 2025.  

A giudicare dai dati, sembra una rotazione di capitali: alla vendita di una parte di IBIT, infatti,  è seguita l’apertura di una posizione importante su ETHA, l’ETF Spot su Ethereum, emesso sempre da BlackRock, con un investimento di ben 86,8 milioni di dollari.

La strategia sembra chiara: diversificare l’esposizione sugli asset digitali, puntando anche sulla regina delle altcoin, nonché seconda crypto per market cap, Ethereum.

Le mosse dei fondi pensione USA

Mentre Harvard riduce le quote di IBIT, i fondi pensione pubblici statunitensi scelgono l’esposizione indiretta a Bitcoin acquistando Strategy (MSTR), la Bitcoin Treasury Company per eccellenza guidata da Michael Saylor. Diamo alcuni esempi – dati al 31.12.2025.

California Public Employees’ Retirement System 

Il California Public Employees’ Retirement System, il più grande fondo pensione pubblico degli Stati Uniti, ha aggiunto al portafoglio altre 22.475 azioni MSTR, portando il totale detenuto a 470.632 azioni: uno stake dal controvalore pari a circa 60 milioni di dollari (ai prezzi correnti).

Ohio State Teachers Retirement System 

Anche lo State Teachers Retirement System dell’Ohio si muove con decisione, incrementando le proprie quote in MSTR del 16,6%. Il totale sale così a 87.689 azioni, per un controvalore di 11 milioni di dollari (ai prezzi correnti).

North Carolina State Treasury

Infine, il North Carolina State Treasury aggiunge 9.117 azioni MSTR e porta la sua posizione complessiva a 168.688 azioni, valutate circa 22,6 milioni di dollari (ai prezzi correnti).

Strategy (MSTR): overview di gennaio

Come abbiamo appena visto, i fondi pensione stanno comprando Strategy (MSTR) per ottenere un’esposizione a Bitcoin senza detenerlo fisicamente. Ma come si è mossa l’azienda fondata da Michael Saylor nel primo mese dell’anno? 

Gennaio 2026, come riportato dal Corporate Adoption Report di BitcoinTreasuries.net, ha segnato una svolta decisiva: l’intensa “campagna acquisti” di Strategy starebbe ridefinendo il ritmo del mercato. Strategy, infatti, ha comprato 40.150 BTC in poco più di trenta giorni

Ma, in realtà, non si tratta di una tendenza del 2026: negli ultimi cinque anni, Strategy ha mantenuto una media di acquisto di 357 BTC al giorno. Per dare un termine di paragone, dal report emerge che, tra le società quotate – public companies – che detengono Bitcoin, solo venti riescono ad acquisire una media di almeno 10 BTC al giorno, mentre il resto aggiunge in media circa 1 BTC al giorno.

E proprio durante la stesura di questo articolo, abbiamo aperto X (ex Twitter) e abbiamo letto il solito tweet: “Strategy ha acquisito 2.486 BTC per circa 168,4 milioni di dollari, a un prezzo medio di ~67.710$ per Bitcoin. Al 16 febbraio 2026, deteniamo un totale di 717.131 BTC“. Reazione trascurabile di Bitcoin a un’ora dalla notizia: +0.3% – come volevasi dimostrare.

La grande domanda

Riflettiamo un secondo su questo dato. Ora, il mercato dà praticamente per scontato il fatto che Strategy compri centinaia di Bitcoin al giorno: i tweet settimanali della società in cui viene comunicato l’acquisto di migliaia di BTC non sortiscono alcun effetto a livello di prezzo, nonostante si tratti di cifre impressionanti – milioni di dollari ogni volta. 

La grande domanda è: quando Strategy deciderà di vendere Bitcoin, come verrà interpretata la notizia? Il bias della negatività, cioè “la tendenza cognitiva a dare maggiore importanza, peso e memoria alle esperienze, a notizie ed emozioni negative rispetto a quelle positive”, può aiutarci nella risposta: quasi sicuramente, si griderà all’apocalisse perché “anche Saylor sta vedendo!” e scatterà il panic selling, soprattutto tra gli investitori retail.
Sarà così o no? Nel dubbio, entra nel nostro canale Telegram e iscriviti a Young Platform per restare aggiornato sulle mosse degli istituzionali!

Bitcoin scende, ma agli istituzionali non interessa

Bitcoin scende ma agli istituzionali non interessa

La Groenlandia spinge BTC sotto i 90.000$, ma ai grandi player non interessa: l’adozione istituzionale procede con assoluta determinazione

La Groenlandia e il caos intorno al tema si fa sentire: nei mercati si vede un po’ di panico, con Bitcoin che scivola sotto la soglia dei 90.000$. Ma allargando l’orizzonte, oltre il grafico a breve termine, la situazione cambia: mentre il prezzo scende, gli istituzionali continuano a scegliere Bitcoin per le loro tesorerie. Vediamo i dati.

Caos Groenlandia: lo scontro tra USA e UE tinge i mercati di rosso

Il caos geopolitico scoppiato in Groenlandia ha generato un’ondata di panico che ha colpito i mercati finanziari, tradizionali e non: i principali indici americani ed europei sono in rosso, Bitcoin è sceso sotto i 90.000$ ed Ethereum ha salutato i 3.000$ ed è tornato in zona 2.960$ – al momento della scrittura. 

La più classica delle reazioni emotive: di fronte all’incertezza globale improvvisa, gli investitori entrano in modalità risk-off e si spostano verso asset più sicuri – l’oro ha nuovamente aggiornato i massimi, rompendo con decisione il tetto dei 4.880$.

Ma questo, per i grandi player istituzionali, è solamente rumore di fondo.  

Entra nel nostro gruppo Telegram

Le compagnie assicurative mettono le mani su Bitcoin

La notizia del giorno arriva dal Delaware Life Insurance Company, una compagnia assicurativa da 60 miliardi di AUM (Asset Under Management): con un comunicato del 20 gennaio, hanno annunciato l’inserimento del BlackRock U.S. Equity Bitcoin Balanced Risk 12% Index nel proprio portafoglio di Fixed Index Annuity (FIA) – Rendita Fissa Indicizzata. Cosa vuol dire?

Innanzitutto, lo U.S. Equity Bitcoin Balanced Risk 12% di BlackRock è un indice con cui è possibile esporsi sull’azionario, tramite l’iShares Core S&P 500 ETF, e su Bitcoin, con liShares Bitcoin Trust ETF, noto al grande pubblico come IBIT, l’ETF Spot su BTC

Questo prodotto finanziario, come abbiamo anticipato, è stato inserito all’interno della FIA, una categoria di strumenti di risparmio a lungo termine, molto popolare negli Stati Uniti per la pianificazione pensionistica

Con questa mossa, il management della Delaware Life ha stabilito un importante precedente nel settore: è la prima volta che una compagnia assicurativa offre un indice che include le criptovalute.

Strategy non si ferma: altro acquisto record

Intanto, Michael Saylor non guarda in faccia nessuno: Strategy, la Bitcoin Treasury Company per eccellenza, di cui è presidente, ha appena annunciato l’acquisto di altri 22.305 Bitcoin per 2,13 miliardi di dollari. 

Si tratta del quarto acquisto più grande di sempre per l’azienda, che ora detiene un totale di 709.715 Bitcoin: parliamo del 3,4% dell’intera offerta totale di BTC esistente. In merito, secondo bitcointreasuries.net, le Top 100 Public Bitcoin Treasury Companies – cioè le prime compagnie quotate in borsa per Bitcoin detenuti – possiedono 1,127,656 BTC

I dati on-chain confermano l’accumulo

Non è solo Saylor a muoversi. I dati di Glassnode ci dicono che negli ultimi sei mesi le tesorerie aziendali hanno assorbito ben 260.000 BTC, a un ritmo di circa 43.000 BTC al mese. 

A conferma del trend, CryptoQuant segnala un aumento esponenziale dei wallet di fascia media – quelli con un saldo compreso tra 100 e 1.000 BTC. 

In una frase: mentre il prezzo scende, le Whales – le balene –  stanno facendo scorta di Bitcoin. Anche abbastanza velocemente. 

I Big Money lavorano sotto traccia 

Da una parte i retail si lasciano distrarre dalle dinamiche di prezzo e vendono nel panico,dall’altra i Big Money si disinteressano della volatilità giornaliera e si concentrano sul medio-lungo periodo

Volendo riassumere, il punto centrale è uno: chi ha decine di miliardi di dollari da gestire, guarda a Bitcoin, alle crypto e alla blockchain – tokenizzazione ti dice qualcosa? – con interesse sempre maggiore. Avranno ragione? 

Iscriviti al nostro canale Telegram e a Young Platform e non perderti gli eventi che muovono i mercati!

Mercosur-UE: firmato l’Accordo

Mercosur: dall'UE via libera all'Accordo

Mercosur e Unione Europea hanno ufficialmente firmato l’intesa strategica dopo 26 anni di trattative. Cosa significa tutto ciò?

Mercosur e Unione Europea, il 17 gennaio, hanno ufficialmente firmato un accordo commerciale definito dalla stessa Commissione europea come “la maggiore intesa di libero commercio mai siglata”. L’accordo UE-Mercosur, infatti, coinvolge paesi che rappresentano circa il 20% del PIL mondiale e 700 milioni di consumatori. Di cosa si tratta? 

Mercosur: cos’é? 

Il MercosurMercado Común del Sur – è un’organizzazione istituita nel 1991 col Trattato di Asunción, che ha lo scopo di “promuovere uno spazio comune che generi opportunità di business e investimento attraverso l’integrazione competitiva delle economie nazionali nel mercato internazionale”.

I membri a pieno titolo sono il Brasile, l’Argentina, il Paraguay, l’Uruguay e il Venezuela – quest’ultimo sospeso nel 2016 per pratiche antidemocratiche – mentre la Bolivia è in fase di adesione come quinto membro a pieno titolo. Ci sono poi i membri associati, privilegiati ma esterni al blocco, come il Cile, la Colombia, l’Ecuador e il Perù. 

Il Mercosur è quindi un mercato comune che ha l’obiettivo di aumentare gli scambi commerciali di beni e servizi e il libero movimento delle persone sia a livello regionale, cioè fra i vari paesi del Sud America, sia a livello internazionale, attraverso accordi con altri blocchi – come quello con l’Unione Europea. Affinché ciò si realizzi, col Mercosur i paesi membri lavorano per ridurre reciprocamente le barriere doganali favorendo, in questo modo, l’integrazione economica. 

Per dare un paio di dati, il blocco del Mercosur, nel 2023, ha generato un volume di 447 miliardi di dollari per l’export e di 357 miliardi per l’import, equivalente al 10,9% del commercio internazionale – con questi numeri si fa riferimento sia agli scambi interni, quindi tra membri del blocco, sia esteri. 

Entra nel nostro gruppo Telegram

Mercosur-UE: cosa prevede l’accordo?

I negoziati tra UE e Mercosur sono andati avanti per circa 26 anni, con un susseguirsi di momenti di tensione e distensione. Finalmente, il 17 gennaio 2026 in Paraguay, i vertici dell’Unione Europea sono riusciti a trovare un’intesa coi paesi del blocco sudamericano. 

La Presidente dell’Unione Europea Ursula von der Leyen, al momento della firma, ha ribadito un concetto fondamentale: “Stiamo dando vita alla più grande zona di libero scambio al mondo, un mercato che vale quasi il 20% del PIL globale, in grado di offrire opportunità incalcolabili ai nostri 700 milioni di cittadini”. Ha poi sottolineato che, con questo accordo commerciale, “Scegliamo il commercio equo rispetto ai dazi, scegliamo una partnership produttiva e di lungo termine e, soprattutto, intendiamo garantire benefici reali e tangibili ai nostri popoli e alle nostre imprese”.

L’accordo, infatti, è frutto della volontà di abbattere gli ostacoli commerciali, assicurare un accesso responsabile ed eco-compatibile a materie prime – con un occhio di riguardo alla deforestazione dell’Amazzonia – e lanciare un chiaro messaggio a favore del commercio internazionale regolamentato e contro ogni forma di protezionismo, in un momento in cui Donald Trump utilizza i dazi doganali come leva contrattuale. 

I dettagli

L’intesa si basa su un principio di reciprocità: l’industria europea con auto, macchinari, alcolici e tessile in primis, guadagnerà un maggiore accesso al mercato del Mercosur, che a sua volta potrà esportare più facilmente in Europa i suoi prodotti agroalimentari, tra cui carne bovina, zucchero, pollame, caffè e soia. Per facilitare il commercio transatlantico, le due parti hanno azzerato i dazi sul 91% delle merci scambiate. 

Secondo i calcoli dell’Unione Europea, con la rimozione delle barriere doganali, dovremmo assistere all’esplosione dell’export di tre categorie di prodotti europei verso il Sudamerica, in particolare: autovetture (+200%), prodotti chimici (+50%) e macchinari industriali (+35%).

Discorso molto simile se si parla della filiera agroalimentare. Abbattendo i costi all’ingresso, i paesi UE dovrebbero vedere un incremento del 49% – cioè di 1,2 miliardi di euro – nell’export di questo tipo di merci. In particolare: latte e derivati (+102%), bevande (+53%), frutta e verdura (+36%) e oli vegetali (+21%).

Non è tutto rose e fiori

L’accordo, tuttavia, ha causato anche qualche malumore tra le imprese della filiera agroalimentare: il timore principale, infatti, è relativo alla concorrenza sleale. Francia, Austria, Ungheria, Irlanda e Polonia, anche per questo motivo, hanno votato contro la firma del trattato.

I paesi sudamericani, infatti, dispongono di normative ambientali e alimentari più permissive rispetto a quelle previste dall’UE, che permettono l’uso di antibiotici, pesticidi e ormoni vietati nel Vecchio Continente.  

In ogni caso, nei termini del contratto, sono specificate anche le Salvaguardie, ovvero delle misure speciali finalizzate alla protezione di alcune classi merceologiche ritenute “sensibili”. Tra queste: carne bovina, pollame, miele, zucchero, uova, riso e più di trecento prodotti alimentari tradizionali – per capirci, quelli sotto le sigle IGP (Indicazione Geografica Protetta) e DOP (Denominazione di Origine Protetta).  

Come funzionano le Salvaguardie? Molto semplicemente, la Commissione europea dovrebbe sospendere le agevolazioni all’ingresso nel caso in cui si verificassero dei cali di prezzo pari al 5% o più.  

Che i flussi commerciali abbiano inizio!

Sarà una collaborazione fruttuosa? Oppure questo accordo si tradurrà in un fallimento? Noi, naturalmente, seguiremo l’evoluzione della situazione. Tu, nel mentre, iscriviti al nostro canale Telegram per non perdere gli aggiornamenti o a Young Platform cliccando qui sotto!

Iran: Bitcoin come strumento di resistenza

Iran: Bitcoin come strumento di resistenza

In Iran la resistenza passa anche attraverso le crypto: dove la valuta nazionale vale zero, Bitcoin è uno strumento per sopravvivere 

L’Iran sta vivendo un momento di rivoluzione interna: a fine dicembre sono scoppiate delle imponenti manifestazioni contro il regime che governa il paese. La ragione delle proteste: una crisi economica senza precedenti. Qui, Bitcoin è uno strumento di resistenza.

Cosa succede in Iran? Il contesto tra inflazione e repressione

L’Iran sta affrontando una fase estremamente complessa a livello interno, con proteste di massa e sussulti di guerra civile, spesso repressi nel sangue. Tutto comincia intorno al 28 dicembre, quando un gruppo di manifestanti, composti per lo più dai commercianti dei bazaar della capitale Teheran, scende in piazza per protestare contro il regime islamico. 

Il motivo delle proteste ruota prevalentemente intorno alla situazione economica: con un’inflazione annua al 40% e il prezzo dei beni di prima necessità alle stelle, la Repubblica Islamica iraniana si trova nel mezzo di una crisi economica senza precedenti. Dal 7 gennaio il rial, la valuta nazionale, vale ufficialmente 0 (zero) euro. 

Passano pochi giorni e quello che sembrava un movimento di piazza localizzato, assume una dimensione nazionale, intercettando il malessere in modo trasversale. Contestualmente, la repressione si fa sempre più intensa: sale il numero di decessi, di cui non conosciamo il numero esatto, e il regime blocca l’accesso a internet a livello nazionale. 

Al momento della scrittura, il governo guidato dall’Ayatollah Ali Khamenei è in forte difficoltà: molti analisti ritengono che questo sia uno dei momenti di maggiore debolezza dal 1979, quando venne spodestato il precedente regnante, lo Scià di Persia. Dall’altro lato, la violenza delle forze di sicurezza iraniane nei confronti dei manifestanti testimonia la volontà di soffocare il dissenso e mantenere il controllo.  

Iran e Bitcoin: cosa dicono i dati onchain?

In Iran, Bitcoin è uno strumento di sopravvivenza e, per estensione, di resistenza. È quanto si legge nel report di Chainalysis, nella sezione che prende il titolo di “Inside Iran’s Growing $7.8 Billion Crypto Ecosystem” – “Dentro l’ecosistema crypto iraniano: un mercato da 7,8 miliardi in crescita”. Qual è il quadro onchain? Cosa si può dedurre?

Utilizzando le parole del report, “i dati più recenti a nostra disposizione rivelano un cambiamento significativo di comportamento onchain durante l’attuale movimento di proteste di massa“. 

Metodologia  

Per arrivare a questa conclusione, il team di analisti di Chainalysis ha esaminato sia l’importo medio transato – cioè ritirato dagli exchange – in dollari, sia il numero di transazioni da exchange a wallet, entrambi su base quotidiana. Inoltre, per poter attribuire eventuali cambiamenti a determinati eventi, ha scomposto l’analisi in due periodi: “prima della protesta (1 novembre – 27 dicembre)” e “durante la protesta (28 dicembre – 8 gennaio, giorno del blackout di internet)”. Infine, le transazioni sono state divise per fasce: prelievi piccoli (sotto i 100$), medi (sotto i 1000$), grandi (sotto i 10.000$) e molto grandi (sotto i 100.000$).  

Entra nel nostro gruppo Telegram

Risultati

Mettendo a confronto il periodo “prima della protesta” con quello “durante la protesta”, emerge una differenza sostanziale nel comportamento onchain, per riprendere la tesi di Chainalysis. 

Durante la protesta, infatti, la fascia compresa tra 1$ e 100$ ha visto un incremento dei prelievi da exchange del 111% e del numero delle transazioni pari al 78%, rispetto al periodo pre-protesta. Discorso diverso per le fasce comprese tra i 101$ e i 1000$ e tra i 1001$ e i 10.000$, dove la crescita è stata ancora più netta: a livello di prelievi, la prima ha registrato un aumento del 228%, la seconda del 236%; se parliamo del numero di transazioni, invece, la fascia 101$-1000$ “si ferma” al +128%, mentre quella 1001$-10.000$ ha segnato un’espansione del 262%. 

Cosa significa tutto ciò?

Questo comportamento, spiega Chainalysis, rappresenta una reazione logica e razionale al collasso del rial iraniano che, lo ricordiamo, attualmente non vale assolutamente nulla. Bitcoin, in questo caos totale, ha assunto il ruolo della “scialuppa di salvataggio” in una nave che affonda. Bitcoin è la risorsa alternativa che ha permesso agli iraniani di preservare i propri risparmi dalle politiche scellerate di un regime sanguinario. Ma c’è dell’altro. 

Il ruolo di Bitcoin in questa crisi”, concludono gli analisti, “va oltre la semplice protezione del capitale: per molti iraniani è diventato un elemento di resistenza, in grado di fornire liquidità e libertà di scelta operativa in un contesto economico sempre più restrittivo”.

BItcoin, grazie alla sua natura decentralizzata, anti-censura e self-custodial – a custodia personale – is freedom money, per citare un report di Human Rights Foundation.

Banche USA in rosso, crypto in verde: il punto

Banche USA in rosso, crypto in verde: il punto

Le trimestrali penalizzano le banche USA, mentre il mercato crypto tiene: migliora il sentiment e gli ETF prendono forza. Divergenza o trappola?

Martedì si sono aperti i giochi per la stagione delle trimestrali USA: i colossi bancari della finanza tradizionale deludono. Mentre i grafici di Wall Street si tingono di rosso, il mercato crypto mostra una forza inaspettata, riaccendendo il dibattito su una possibile decorrelazione tra i due mondi. Vediamo i dati nel dettaglio.

Trimestrali amare per le banche USA 

Il comparto bancario statunitense ha inaugurato la stagione degli utili trimestrali con risultati dal retrogusto abbastanza amaro: se JPMorgan e Bank of America hanno battuto le aspettative, Wells Fargo e Citigroup hanno fatto peggio delle attese. Il mercato si fa delle domande e punisce severamente l’intero settore, preoccupato da prospettive di crescita incerte e margini sotto pressione. 

Se andiamo a dare un’occhiata alle performance, dalla pubblicazione dei conti al momento in cui scriviamo: 

  • JPMorgan (JPM): -5%
  • Bank of America (BAC): -3,8%
  • Wells Fargo (WFC): -4,6% 
  • Citigroup (C): -3,4%

Entra nel nostro gruppo Telegram

Ma nel mercato crypto la situazione è totalmente diversa

Mentre le banche tradizionali soffrono, l’ecosistema crypto sta dimostrando una notevole tenuta: nelle ultime 24 ore, Bitcoin segna un +1,8%, Ethereum sale dell’1,6% e, in generale, la Total Crypto Market Cap – la capitalizzazione totale del mercato – cresce dell’1,6%.

Interessante anche il comportamento degli investitori istituzionali: per il secondo giorno consecutivo, il net flow (il saldo tra entrate e uscite) degli ETF a tema crypto ha superato il miliardo di dollari: solo gli ETF Spot su Bitcoin hanno visto ingressi per 840 milioni di dollari

Infine, due parole sul sentiment di mercato: il Crypto Fear and Greed Index è balzato a 61 in zona Greed. Si tratta di un cambiamento notevole, se pensiamo che una settimana fa l’indice segnava 28, ovvero Fear.

Divergenza o trappola momentanea?

È la grande domanda a cui nessuno può rispondere: il trend è destinato a proseguire o si tratta di un momento di forza temporaneo? Intanto, è bene osservare le trimestrali in uscita oggi 15 gennaio. Tra gli attenzionati principali: Morgan Stanley, Goldman Sachs e BlackRock.

Iscriviti al nostro canale Telegram e a Young Platform e non perderti gli eventi che muovono i mercati!

Bitcoin può essere hackerato? I computer quantistici possono distruggerlo?

Bitcoin può essere hackerato?

È possibile che Bitcoin venga hackerato? I computer quantistici riusciranno a distruggere la blockchain? Scopri di più

La blockchain di Bitcoin è estremamente sicura a livello informatico, prevalentemente grazie ai modelli crittografici che utilizza. Nonostante questo, all’orizzonte c’è una minaccia che preoccupa alcuni crypto enthusiast: i computer quantistici. 

Queste macchine, incredibilmente potenti, sono in grado di svolgere calcoli ad una velocità esponenzialmente più elevata rispetto a quelle tradizionali e, per questo motivo, potrebbero mettere a rischio la blockchain di Bitcoin. La sicurezza dell’intera rete si basa, infatti, proprio sulla potenza di calcolo, messa a disposizione dai miner e costantemente in equilibrio.

Compra Bitcoin!

Visto che lo sviluppo di queste macchine sta avanzando velocemente negli ultimi anni, è necessario preoccuparsi? Bitcoin potrà, davvero, essere hackerato per colpa dei computer quantistici?

Bitcoin può essere hackerato? Cosa sono i computer quantistici

L’intuizione che sta alla base di questa tecnologia risale al 1981, quando Richard Feynman propose la sua teoria della computazione quantistica. L’idea era quella di creare elaboratori che simulassero la realtà proprio nel modo in cui si manifesta, e quindi attraverso artefatti quantistici, e non attraverso variabili binarie.

La differenza principale tra i computer quantistici e quelli tradizionali sta, dunque, nell’architettura delle più piccole unità che compongono il linguaggio macchina

Il linguaggio macchina di un elaboratore tradizionale è, infatti, basato su un’architettura binaria; l’unità di informazione che sta alla base di questa si chiama Bit e codifica uno stato che può essere o 0 o 1.

Al contrario, l’unità di informazione dei computer quantistici, il Qubit, o bit quantistico, si ispira alle particelle. Senza entrare troppo nel tecnico si può dire che i Qubit possono oltre ad assumere lo stato 0 o 1, possono restituirne uno qualsiasi di quelli compresi tra i due valori.

Il funzionamento di queste macchine è estremamente complesso, perciò non entreremo nel dettaglio. Anche perché il focus di questo articolo è comprendere se Bitcoin può essere o meno hackerato da queste macchine all’avanguardia.

Come funziona la crittografia di Bitcoin?

Per capire se i computer quantistici saranno in grado di hackerare Bitcoin dobbiamo comprendere come lavora la sua blockchain a livello crittografico. Il network di BTC utilizza, in questo senso, tre funzioni principali:

  1. La funzione di hash Secure Hash Algorithm (SHA) 256: è un algoritmo che viene utilizzato da Bitcoin per garantire l’integrità delle informazioni memorizzate in un blocco. La SHA-256 è unidirezionale, ovvero è possibile generare un hash (o impronta digitale) da qualsiasi contenuto ma, al contrario, non è possibile svolgere il procedimento inverso, ovvero non si può risalire al contenuto partendo dall’hash. Il risultato di questa funzione crittografica, che viene utilizzata principalmente nel processo di mining, in particolare per creare l’hash del blocco e garantire il funzionamento del meccanismo di consenso Proof-of-Work, è sempre un codice alfanumerico di 64 caratteri, codificato in 256 bit o 32 byte ed essa;
  1. RIPEMD-160: questa è un’altra funzione hash crittografica usata in Bitcoin, principalmente per ridurre la lunghezza degli hash SHA-256 da 256 bit a 160 bit. Questo ridimensionamento viene utilizzato nella creazione dell’indirizzo Bitcoin, che inizia con un hash SHA-256 della chiave pubblica seguito da un hash RIPEMD-160;
  1. Le Curve Ellittiche: Bitcoin usa l’Elliptic Curve Digital Signature Algorithm (ECDSA) per garantire che le monete possano essere spese solo dal legittimo proprietario. La curva specifica usata in Bitcoin è la secp256k1, che aiuta a generare la chiave pubblica dalla chiave privata e a firmare le transazioni.

Bisogna anche specificare che Bitcoin utilizza funzioni crittografiche che siano battle tested. Ciò significa che esse non sono funzionanti soltanto a livello matematico ma sono state già testate “sul campo” per diversi anni, o addirittura, decenni. 

Guarda il prezzo di BTC

Perché i computer quantistici sono una minaccia?

È arrivato il momento di rispondere alla domanda centrale di questo articolo: Bitcoin può essere hackerato?

Per farlo ci concentreremo sulla modalità teoricamente più possibile, ottenere il controllo di più del 50% della potenza computazionale della rete, e quindi effettuare un 51% attack. Se un hacker riuscisse in questa impresa potrebbe, potenzialmente, spendere due volte i Bitcoin, il che porterebbe al fallimento dell’intera blockchain

Scongiurare la minaccia della doppia spesa (double spending) è stato uno degli obiettivi principali del creatore di Bitcoin Satoshi Nakamoto. D’altronde, BTC non sarebbe andato lontano se qualcuno avesse potuto impiegare la stessa somma in più scambi economici. 

In questo senso i computer quantistici sono sempre stati considerarti una minaccia per Bitcoin e, più in generale, per la crittografia, dato che sono, teoricamente, in grado di effettuare complicatissimi calcoli ad una velocità esponenzialmente più alta rispetto a quelli tradizionali. Queste operazioni matematiche complesse, stanno alla base della sicurezza di Bitcoin, dato che vengono svolte dai miner per validare i blocchi e quindi rendere sicuro l’intero network.

Perché Bitcoin dovrebbe essere al sicuro?

Bitcoin può, davvero, essere hackerato? I quantum computer sono, all’atto pratico, una minaccia o, nel caso in cui la loro adozione dovrebbe crescere, non avranno comunque nessun impatto sul network di BTC? È impossibile dare una risposta certa a questa domanda. Tuttavia, possiamo analizzare alcuni dati e toerie per fare chiarezza sulla questione. 

Una delle più popolari sostiene che, una volta che questa tecnologia verrà adottata e i computer quantistici diventeranno davvero acquistabili, i miner di Bitcoin saranno tra i primi soggetti ad utilizzarli. In passato essi si sono aggiudicati le componentistiche hardware più avanzate, proprio perché la validazione dei blocchi della rete di BTC è un’attività fortemente competitiva e chi la svolge è fortemente incentivato ad aggiornare costantemente il proprio setup. Attualmente l’80% di questi soggetti possiede macchine estremamente costose, dotate dei chip più potenti in circolazione.

Secondo alcune stime, per replicare la potenza di calcolo in possesso dal 51% dei partecipanti alla rete, bisognerebbe spendere circa 3,7 miliardi di dollari in componenti hardware. Questa cifrà non tiene conto dell’aumento di prezzo che subirebbero i componenti, dato un tale incremento della domanda. Senza considerare poi che l’autore di un attacco di questo tipo non produrrebbe nessun beneficio economico per se stesso, dato che, nel caso in cui andasse a buon fine, ogni Bitcoin perderebbe, istantaneamente, il suo valore.

Insomma, non si trarrebbe alcun vantaggio tendando hackerare Bitcoin, nonostante sia teoricamente possibile, mentre il costo, approssimato per difetto a 3,7 miliardi di dollari, è incredibilmente elevato. Sarebbe più facile, e remunerativo, provare ad hackerare una banca centrale.

Povertà nel mondo: problema e possibili soluzioni

Povertà nel mondo: problema e possibili soluzioni

La povertà è un problema reale che colpisce milioni di persone nel mondo: cosa è stato fatto finora per arginarla? Con quali esiti? Si può fare altro?

La povertà viene definita in base a una soglia, detta appunto “soglia di povertà”, che la Banca Mondiale determina a 3$ al giorno: sulla base di questo criterio, circa 808 milioni di persone nel mondo vivono in condizioni di vero disagio economico, nonostante nel tempo la situazione sia notevolmente migliorata. Sono molte, infatti, le soluzioni messe in campo negli anni per cercare di risolvere questo problema. Gli sforzi sono bastati? Si può fare altro? 

Povertà: definizione

La povertà, secondo la Banca Mondiale, è la “deprivazione marcata del benessere”: in questo senso, sono considerati poveri coloro che non dispongono del reddito necessario per acquistare un “paniere minimo” di beni di consumo socialmente accettato. In altre parole, vivono in uno stato di povertà coloro che non possiedono risorse monetarie sufficienti per superare una soglia minima ritenuta adeguata, chiamata appunto soglia di povertà

Una definizione più ampia di povertà – e quindi benessere – si concentra su un criterio in particolare: la capacità dell’individuo di vivere e, in generale, “funzionare bene” all’interno della società. In questo modo, la povertà viene calcolata anche in base all’accesso all’educazione, alla sanità, alla libertà d’espressione e così via. 

Tornando al concetto di soglia di povertà, la Banca Mondiale quantifica questo limite in due modi, ovvero relativo e assoluto: se il primo prende in considerazione caso per caso, individuando una cifra in dollari in base alle caratteristiche di quel Paese, il secondo determina un valore universale. 

La soglia di povertà varia periodicamente al variare delle condizioni macroeconomiche. Nel 1990, al momento della sua introduzione, la soglia assoluta era fissata a 1$ al giorno per i paesi a basso reddito, mentre a giugno 2025, in occasione dell’ultimo aggiornamento, è stata alzata a 3$ al giorno.

Quali sono le cause della povertà?

La povertà – per dire una cosa non banale e poco retorica – è un concetto complesso, frutto dell’interazione di più cause. In ogni caso, l’EAPN (European Anti-Poverty Network) identifica alcuni fattori chiave: bassi livelli di istruzione, alta disoccupazione e forte presenza di lavori sottopagati, assenza di un Welfare State che possa aiutare chi è in difficoltà, per citarne alcuni. 

Si tratta, evidentemente, di elementi che sono allo stesso tempo causa e conseguenza. Semplificando all’estremo: uno Stato povero, per “restare in piedi” e non fallire, probabilmente sarà costretto a tagliare la spesa sociale e gli investimenti, creando le condizioni per una bassa scolarizzazione e un’alta disoccupazione le quali, a loro volta, impediranno ai cittadini di istruirsi e accedere a lavori con salari più alti. I consumi interni crollano, l’economia non cresce e lo Stato si impoverisce ulteriormente e taglia la spesa sociale… eccetera eccetera.

Esiste, però, un indicatore che, più di altri, correla positivamente con la povertà di un Paese: quando l’uno sale, l’altra sale e viceversa. Parliamo del debito estero, cioè quella parte di debito detenuto da creditori non residenti nel dato paese, che include sia il debito pubblico estero sia il debito privato estero.  

Il primo è composto da obbligazioni e titoli di stato – dunque strumenti finanziari emessi dallo stato – detenuti da investitori stranieri; il secondo, invece, è il debito che i soggetti privati, come aziende e banche, accumulano nei confronti di soggetti esterni. 

Perchè il debito estero ha un ruolo così importante?

La povertà, come abbiamo appena scritto, è correlata col debito estero, dal momento che l’una è alta laddove l’altro è alto. Il motivo, fondamentalmente, è sintetizzabile in due parole: il peccato originale, cioè l’impossibilità per un Paese LIC (Low Income Country, a basso reddito) di emettere debito verso investitori esteri in valuta nazionale, con tutte le ripercussioni del caso che affronteremo a breve.

Il termine, preso in prestito dal Cristianesimo, gioca proprio sull’analogia religiosa: così come l’essere umano nasce ereditando la condizione di peccato di Adamo, allo stesso modo i Paesi LIC “nascono già colpevoli” ereditando delle difficoltà strutturali che non dipendono dalle politiche attuate, ma dal sistema finanziario globale che non si fida della loro valuta.   

Il peccato originale, il mismatch valutario e le sue conseguenze

Questo è il fulcro della questione: mentre i Paesi ad alto reddito, come il Regno Unito, possono distribuire gran parte del proprio debito in valuta nazionale, cioè la sterlina, i Paesi LIC sono costretti a ricorrere a valute estere forti, come il dollaro, l’euro o lo yen. Ciò produce il cosiddetto mismatch valutario, ovvero la differenza tra la valuta in cui un Paese emette debito e quella in cui genera reddito, con tutti gli effetti negativi che ne conseguono

Immagina di voler finanziare con 1.000$ il debito del Madagascar, un Paese LIC con alto debito estero, acquistando un titolo di Stato a 3 anni. Il Tesoro malgascio, a questo punto, ti propone due soluzioni: puoi comprare direttamente i bond in dollari, sapendo che il rimborso con gli interessi avverrà in dollari, o puoi convertire i 1000 dollari in 4.487.736 ariary (la valuta locale), con relativo rimborso – fra tre anni – in ariary. Il problema è che il Madagascar ha un’inflazione molto alta. È chiaro, quindi, che sceglierai la prima opzione. 

Il Madagascar, pertanto, ha pochissime possibilità di emettere debito in ariary, perché realisticamente qualsiasi investitore, come te, preferirà il dollaro. Ecco servito il mismatch valutario: il debito estero e gli interessi – molto alti per i Paesi LIC – sono in dollari, mentre le entrate dello stato sono in valuta locale: se il tasso di cambio col dollaro resta stabile, il problema non si pone. Sfortunatamente, non è questo il caso del Madagascar: nel 2017, il tasso di conversione dollaro/ariary era di 1 a 3.000, oggi è 1 a 4.488.

Il mismatch valutario è deleterio perché amplifica nettamente gli shock. Immaginiamo uno scenario in cui il Madagascar viene colpito da una crisi endogena, come un colpo di stato, o esogena, come una catastrofe naturale: la fuga di capitali dal Paese è praticamente garantita, poiché qualunque investitore cercherebbe di preservarsi rifugiandosi in asset più solidi. Il risultato? La valuta, già molto debole, si svaluterebbe ancora di più, con conseguente drastico aumento del costo del servizio del debito – l’importo totale che lo Stato deve pagare agli investitori. La conseguenza? Crisi di liquidità e probabile default

La compressione della spesa sociale

Shock a parte, il peccato originale limita notevolmente il margine di spesa di uno Stato come il Madagascar per un paradosso che Marco Zupi, analista geopolitico e autore di un articolo proprio sul tema della sostenibilità del debito, chiama “doppia verità”: nonostante il peso del debito pubblico sia spesso maggiore nelle economie avanzate, i Paesi LIC devono fare i conti con un carico relativo del debito sproporzionatamente più alto

In parole semplici, anche se il Madagascar detiene un debito pubblico sensibilmente più basso di quello italiano, si trova a pagare un costo relativo molto più alto e deve usare una fetta sproporzionata delle sue scarse entrate solo per pagarne gli interessi. Questi, infatti, sono alti sia perchè gli investitori, dato il rischio, richiedono premi adeguati, sia perchè, come abbiamo visto, l’inflazione dello stato africano svaluta notevolmente l’ariary malgascio. Tutto questo porta alla compressione della spesa sociale, ovvero al taglio dei finanziamenti all’istruzione, alle opere pubbliche, alla sanità e così via.

Restando sul tema, l’indebitamento degli stati africani, come scrive Zupi, ha toccato il punto più alto dell’ultimo decennio nel 2023, con un rapporto debito/PIL pari al 61,9%. In generale, nel 2024, i paesi in via di sviluppo hanno speso, mediamente, il 15% delle entrate pubbliche per il pagamento del debito estero, con un aumento del 6,6% rispetto al 2010. Tutto ciò, come abbiamo spiegato poco sopra, riduce la possibilità per un Paese LIC di investire nel welfare, ai danni dei suoi cittadini: ad esempio, in almeno 34 Paesi africani, la spesa per il pagamento del debito estero è più alta di quella per l’istruzione e la sanità – nel triennio 2021-2023, questa è stata rispettivamente di 70, 63 e 44 dollari pro capite. Anche a livello mondiale, quasi 3,4 miliardi di persone vivono oggi in Paesi costretti a indirizzare la spesa pubblica in questo modo. 

Le iniziative per la riduzione del debito nei Paesi LIC

La comunità internazionale, a partire dalla metà degli anni Ottanta, si è mossa per cercare di arginare questo fenomeno, evidentemente con scarsi risultati. Nello specifico, sono sei le iniziative messe in campo per ridurre la dipendenza dei Paesi LIC dal debito e consentirgli uno sviluppo più organico e sano. Vediamole rapidamente i progetti e perché non hanno funzionato.

Piano Baker (1985-1988)

Col Piano Baker, in due parole, si è privilegiata la liquidità, inondando i Paesi in difficoltà con nuovi capitali a prestito. La strategia era mossa dalla convinzione che questi Stati fossero solamente illiquidi, cioè temporaneamente senza denaro a sufficienza per ripagare il debito.

In realtà, la diagnosi era sbagliata: più che di illiquidità, sarebbe stato opportuno parlare di insolvenza strutturale, ovvero dell’impossibilità di ripagare un debito – perché troppo alto – anche nel lungo periodo. 

Il Piano Baker, quindi, ha “fornito ossigeno” e ha evitato crisi sistemiche nel breve termine, senza però affrontare la criticità alla base. In sintesi, ha rinviato il problema senza risolverlo

Piano Brady (1989 in poi)

La conseguenza del fallimento del Piano Baker: la comunità internazionale ha riconosciuto che l’ostacolo principale non fosse la mancanza di liquidità, ma l’ampiezza del debito e la relativa insolvenza strutturale. C’era un altro problema da risolvere: i prestiti bancari del Piano Baker, ormai, erano diventati inesigibili, cioè spazzatura, dal momento che nessuno stato avrebbe mai onorato il debito. Che fare?

I prestiti bancari vengono convertiti in titoli garantiti da collaterali forti – come i Titoli del Tesoro USA, uno degli investimenti più sicuri al mondo – chiamati, appunto, i Brady Bond. Ma a una condizione. Semplificando, il Piano Brady dice alle banche: “il tuo prestito da 10 miliardi non vale nulla, ma ora potrai scambiarlo con un Brady Bond da 7 miliardi”.  Naturalmente, le banche accettano, perché perdere il 30% dell’investimento è meglio che perdere il 100%, e il debito viene scontato – non più 10 ma 7 miliardi da rimborsare. 

L’obiettivo era riaprire l’accesso al mercato ai Paesi LIC tramite i Brady Bond garantiti, che riducevano il debito e, ovviamente, risultavano molto più appetibili agli occhi degli investitori rispetto ai vecchi prestiti-spazzatura. 

Tuttavia, l’entità delle riduzioni era limitata e insufficiente a rendere sostenibile il debito: per riprendere il nostro esempio inventato, lo sconto da 10 a 7 miliardi era inutile per uno Stato che non poteva rimborsarne neanche 5. 

Heavily Indebted Poor Countries e Multilateral Debt Relief Initiative (1996 – 2005)

Anche queste due iniziative, che chiameremo rispettivamente HIPC e MDRI, nascono in risposta al fallimento del piano precedente e, secondo gli esperti, hanno rappresentato il tentativo più ambizioso di sempre per ridurre il debito estero dei Paesi LIC.  

Dunque, dopo aver imparato la lezione dei Piani Baker e Brady, la comunità internazionale è intervenuta direttamente sul debito: con l’HIPC, si sono verificati tagli fino al 90% delle passività, mentre con la MDRI si è arrivati a cancellare il 100% del debito dei Paesi LIC nei confronti di istituzioni internazionali come il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Mondiale.  

Finalmente, veniva effettivamente liberato lo spazio fiscale e i Paesi a basso reddito potevano utilizzare il capitale in avanzo – che poco prima era destinato al pagamento di interessi e titoli – per la spesa sociale: “in Tanzania e Uganda”, come scrive Marco Zupi, “la spesa per l’istruzione e per la sanità è aumentata significativamente dopo la cancellazione del debito”. 

Cosa non ha funzionato? Per riassumere, l’HIPC e la MDRI hanno risolto parte dei problemi del passato dal momento che, secondo la Banca Mondiale, ben 37 Paesi avrebbero beneficiato di più di 100 miliardi di dollari di “sconto”. Queste iniziative, tuttavia, hanno fallito nel prevenire le crisi future: tralasciando l’imposizione di condizioni abbastanza rigide per ottenere i finanziamenti, non è stato realizzato nè pensato alcun intervento mirato alla riforma del sistema, lasciando intatte quelle difficoltà strutturali alla base dei “peccato originale” dei Paesi LIC e di tutto ciò che ne consegue. Questi Paesi, come per certezza matematica, hanno ricominciato ad accumulare debito su debito.

Ma non è tutto! Siamo nel terzo millennio, il mondo sta cambiando e nuovi protagonisti stanno emergendo. Questo per dire che, se i “vecchi debiti” venivano contratti principalmente verso gli Stati membri del Club di Parigi – tra cui USA, UK, Italia, Germania, Giappone e Canada –  e banche multilaterali come la Banca Mondiale, adesso abbiamo una sfilza di nuovi creditori: dagli Stati non membri del Club di Parigi come la Cina, ai creditori privati come i fondi di investimento e banche commerciali. 

In sintesi, il nuovo ordine di creditori ha contribuito – e contribuisce tuttora – a rendere le varie crisi molto più complesse: se prima esisteva un tavolo unico – il Club di Parigi – che organizzava e portava avanti le negoziazioni, adesso lo scenario è molto più frammentato e difficile da coordinare. 

Debt Service Suspension Initiative (2020-2021)

Il DSSI è stata un’iniziativa lanciata dal G20 – le 20 maggiori economie del mondo – durante la pandemia da Covid-19. Come è facilmente intuibile dal nome, il DSSI nasce con l’obiettivo di mettere temporaneamente in pausa i pagamenti del debito: si è trattato di uno sospensione di circa 13 miliardi di dollari in versamenti per 48 Paesi, che hanno quindi avuto maggiore disponibilità per combattere la crisi sanitaria. 

Il DSSI, a livello di logiche di fondo, è molto simile al Piano Baker, dal momento che entrambi i programmi si sono focalizzati sulla liquidità e non sulla solvibilità, avendo concentrato gli interventi sul sollievo temporaneo piuttosto che sui deficit strutturali. L’unica vera differenza sta nelle modalità attraverso cui si è arrivati all’obiettivo: col Piano Baker si concedevano prestiti bancari, mentre col DSSI si è semplicemente permessa l’interruzione dei pagamenti. 

Come per le logiche, le due iniziative si somigliano anche per i limiti, nel senso che nella progettazione del DSSI non è stata pianificata alcuna strategia a lungo termine – ma va considerato il contesto emergenziale in cui prende piede. In questo caso, però, si è verificato un effetto collaterale che l’autore dell’articolo sulla sostenibilità del debito (Marco Zupi) ha definito “perverso”. 

Lo stop ai pagamenti, infatti, ha riguardato solamente i “creditori ufficiali”, ovvero gli Stati membri del Club di Parigi, senza toccare i creditori privati: banche e fondi di investimento hanno continuato a ricevere i corrispettivi dovuti.

Common Framework (2020 – presente)

È l’iniziativa attuale messa in campo dal G20 ed ha molti punti in comune con l’HIPC e il MDRI: anche il Common Framework (CF) è stato pensato per affrontare la questione alla radice, andando ad intervenire sulla solvibilità dei Paesi, dunque sulla riduzione dello stock di debito totale a un livello sostenibile. 

Essendo il CF in corso d’opera, è difficile dare un giudizio sulla sua efficacia. Le critiche principali, tuttavia, fanno riferimento alla lentezza delle procedure che caratterizza il programma. In due parole, citando l’autore, “gli sconti, quando arrivano, lo fanno tardi e spesso dopo costosi periodi di incertezza”. Inoltre, c’è anche un nodo da sciogliere relativo al coinvolgimento dei privati i quali, a causa dell’inattrattività degli incentivi, decidono di non partecipare. 

Come si evolverà la situazione?

È chiaramente una domanda retorica a cui nessuno può dare una risposta certa: anche le iniziative descritte finora, che pure erano motivate da una (apparente?) solidarietà di fondo, hanno in parte fallito nel loro intento, a testimonianza della complessità strutturale che contraddistingue il sistema finanziario. 

Nel frattempo, è possibile ragionare su alcune soluzioni che, nell’immediato, potrebbero offrire una sorta di strumento di autodifesa finanziaria alle vittime di questo sistema. Torniamo al caso del Madagascar: i suoi abitanti, dal 2017, hanno visto l’ariary, la valuta locale, svalutarsi del 50%. Come mettere un freno all’inflazione?

Povertà e il ruolo delle criptovalute   

Partiamo con una premessa: secondo il Global Findex 2025 pubblicato dalla Banca Mondiale, quasi un miliardo e mezzo di persone nel mondo sono unbanked, cioè non possiedono un conto corrente. Allo stesso tempo, sempre secondo lo stesso report, l’86% degli adulti possiede un telefono cellulare – la percentuale scende all’84% nei Paesi LIC. Infine, incrociando i dati, il 42% degli adulti unbanked possiede uno smartphone

Il punto fondamentale è che esiste una vastissima parte della popolazione mondiale senza accesso finanziario che però possiede già l’infrastruttura di base, ovvero telefono e connessione a internet, per poter risolvere il problema – detto parafrasando un proverbio, “hanno i denti ma non il pane”. 

Uno smartphone connesso ad internet, per esempio, è quanto basta per poter installare un wallet e comprare, vendere, inviare e ricevere le criptovalute – e finalmente utilizzare i denti per mangiare il pane. Ma perché le criptovalute potrebbero rappresentare un freno per l’inflazione? Continuiamo con l’esempio del nostro adorato Madagascar. 

Caso 1: King Julien XIII compra le crypto

Abbiamo quindi un abitante unbanked di Antananarivo, capitale del Madagascar, che possiede solo uno smartphone su cui ha installato un wallet crypto. Il nostro abitante, che chiameremo King Julien, in onore del film Madagascar, vuole convertire i suoi ariary in Bitcoin o stablecoin – come USDC – perché si è stufato di vedere il suo capitale diminuire giorno dopo giorno a causa dell’inflazione. Per prima cosa, King Julien deve superare l’ostacolo più grande: essendo unbanked, deve trovare un modo per digitalizzare i suoi contanti

Nell’Africa Sub-sahariana, dal momento che in molti fanno i conti con lo stesso impedimento di King Julien, esiste una soluzione diffusissima: il Mobile Money, un servizio finanziario che permette di ricevere, inviare e conservare denaro attraverso la SIM dello smartphone. 

King Julien, quindi, si reca in uno dei tanti negozi di telefonia in giro per Antananarivo, consegna i suoi ariary cash e riceve l’equivalente – meno una commissione – sul suo conto di Mobile Money. Ricordiamo che King Julien, nonostante abbia dei soldi digitali, è ancora unbanked, cioè sprovvisto di conto corrente presso una banca. Per questo motivo, non può utilizzare un exchange

King Julien sceglie un’altra via e accede a una piattaforma peer-to-peer (P2P) per cercare un venditore che accetti il suo metodo di pagamento. Una volta trovato, avviene la transazione: non appena il venditore conferma di aver ricevuto il pagamento, sblocca i Bitcoin o gli USDC – precedentemente bloccati nell’escrow, un deposito di garanzia – che la piattaforma poi trasferisce al wallet crypto dell’acquirente

King Julien, adesso, è sicuro che il suo capitale non si svaluterà come avveniva in precedenza con l’ariary. Per spendere i soldi, dunque convertire Bitcoin o USDC in ariary, gli basterà effettuare il processo inverso. 

Caso 2: King Julien riceve crypto dall’estero

Per concludere, vediamo un altro caso: King Julien riceve le crypto da un parente emigrato In Italia dove, al 1 gennaio 2024, la popolazione malgascia residente è pari a 1,675 unità. King Julien, come abbiamo visto, è unbanked e non può ricevere un bonifico. Ma anche qui le crypto ci vengono in soccorso, con un procedimento più rapido rispetto al Caso 1. 

Il parente, tramite Young Platform, converte i suoi euro in Bitcoin o USDC in un secondo e li invia al wallet di King Julien, che potrà riconvertirli in ariary attraverso il procedimento inverso che abbiamo menzionato poco fa. Pure stavolta, King Julien è riuscito a mettere in salvo il suo capitale dall’inflazione. 

Il problema non è risolto, ma King Julien vive meglio 

Per concludere, una breve riflessione: è chiaro che in questo modo non si risolve il nodo della povertà, che resta una questione prioritaria nell’agenda internazionale. Tuttavia, una soluzione come quella appena esposta può aiutare molto gli abitanti dei Paesi LIC. Almeno quelli con un telefono. 

Iscriviti al nostro canale Telegram e a Young Platform per non perderti altri approfondimenti e, in generale, le notizie che contano!