Trimestrali: il calendario delle principali aziende quotate in borsa

Trimestrali NVIDIA e azionario: calendario e previsioni

Scopri il calendario dei dati trimestrali di NVIDIA e delle aziende più importanti dell’azionario

Il calendario dei dati trimestrali di NVIDIA e delle aziende più importanti dell’azionario è uno strumento essenziale per seguire al meglio i mercati. Ogni tre mesi, NVIDIA e tutte le aziende quotate sono tenute a pubblicare le trimestrali. Questi report contengono i risultati finanziari dell’azienda per l’ultimo trimestre, tra cui ricavi, profitti, spese, previsioni future e molto altro.

Scopri perché sono importanti, come influenzano le decisioni degli investitori e il calendario completo e aggiornato in questo articolo.

Trimestrali: perché le aziende come NVIDIA devono pubblicarle?

Prima di addentrarci nel calendario delle trimestrali di NVIDIA e delle altre aziende principali del mercato azionario, è utile capire alcune caratteristiche di questi report. Innanzitutto, va specificato che la pubblicazione di questi documenti è un obbligo normativo, volto a garantire un livello di trasparenza accettabile all’interno dei mercati. 

La pubblicazione delle trimestrali consente agli investitori di valutare l’andamento di un’azienda, comprendendo se sta crescendo, se è in grado di registrare profitti e fornendo gli elementi necessari per decidere se comprare o vendere le sue azioni.

Le trimestrali non sono solo un’indicazione della salute finanziaria di un’azienda, ma anche uno strumento per confrontarla con i suoi competitor. Per esempio, i risultati di NVIDIA possono essere utilizzati per confrontare l’azienda con altre nel settore tecnologico. Nel 2025, per esempio, la quotazione delle azioni di NVIDIA, che produce GPU, è cresciuta del 32% circa, portando la capitalizzazione di mercato dell’azienda a 4,38 trillion di dollari. 

Il prezzo delle azioni rappresenta il valore reale di NVIDIA? La market cap è ancora giustificata? Le risposte a queste domande, almeno in parte, possono essere trovate analizzando le trimestrali.

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Come influenzano i mercati

Le trimestrali di NVIDIA, così come quelle di tante altre aziende quotate, hanno un impatto significativo sui mercati. Tuttavia, l’effetto che queste hanno non è mai scontato e richiede esperienza e una comprensione approfondita per essere interpretato correttamente.

Intuitivamente, si potrebbe pensare che, quando i risultati di un’azienda sono positivi, il prezzo delle sue azioni è destinato a salire. In realtà, la reazione del mercato a questi dati non è così lineare.

La verità è che non esiste una formula precisa per prevedere come reagirà il mercato ai dati trimestrali. Le reazioni possono essere influenzate da molteplici fattori. Le aspettative degli investitori sono cruciali: se i risultati di un’azienda sono in linea con le previsioni degli analisti, o meglio ancora li superano, il titolo tenderà a salire. Tuttavia, se i risultati sono positivi ma non riescono a superare le aspettative, il titolo potrebbe scendere.

Un altro fattore determinante è il contesto macroeconomico. I mercati adesso si trovano in un periodo di incertezza e debolezza a causa dell’atteggiamento imprevedibile di Donald Trump, che impedisce agli investitori di avere una visione chiara del prossimo futuro, e del caos geopolitico causato dalle guerre in corso.

In questa situazione altalenante, anche una trimestrale positiva potrebbe non ricevere l’attenzione che merita. Per esempio, se durante il prossimo Federal Market Open Committee (FOMC) la Federal Reserve dovesse alzare o mantenere invariati i tassi di interesse, anche dei risultati trimestrali ottimi potrebbero non influire positivamente: in due parole, le politiche monetarie restrittive innescano la fuga del capitale dal mercato azionario verso alternative meno rischiose, come le obbligazioni e i titoli di stato. 

Infine non si possono non citare altri aspetti che giocano un ruolo centrale. La dimensione dell’azienda, il settore in cui opera, le quote di mercato e la sua reputazione sono tutti fattori che possono avere un effetto sulle percezioni e sulle reazioni del mercato ai risultati trimestrali. 

Trimestrali NVIDIA: un esempio per spiegare l’importanza di questi dati

Questo paragrafo è dedicato a un esempio concreto che testimonia la rilevanza che rivestono i comunicati sugli utili a livello finanziario: le ultime trimestrali di NVIDIA. Mercoledì 19 novembre, alle 22 circa, il CEO Jensen Huang ha riferito al mondo gli utili del terzo trimestre: 57 miliardi di dollari, una cifra superiore di poco più di 2 miliardi rispetto ai 54,89 previsti.

Le azioni NVIDIA, subito dopo la notizia, sono arrivate a guadagnare fino al 5,25%. Si tratta, infatti, di un risultato da record, dal momento che gli earnings del colosso dei microchip sono superiori del 22% sul Q2 (QoQ, quarter-on-quarter) e del 62% sullo stesso trimestre dell’anno scorso (YoY, year-on-year).

Una performance del genere, inoltre, ha raffreddato i timori relativi all’AI Bubble, che da un paio di settimane stavano inquietando gli animi dei maggiori player finanziari: le paure di una bolla del comparto dell’intelligenza artificiale, “ufficializzata” dalla scommessa di Michael Burry contro Palantir e la stessa Nvidia, avevano portato i titoli principali dell’S&P500 e del Nasdaq 100 a perdere più del 10% dai massimi toccati alla fine di ottobre.

Infatti, un profitto superiore del 22% rispetto a tre mesi fa, tenderebbe a giustificare il valore delle azioni di Nvidia in primis e, per estensione, delle restanti sei del gruppo “Magnificent 7” – Alphabet, Amazon, Apple, Meta Platforms, Microsoft e Tesla.

Huang, durante l’earning call, ha dichiarato che “le vendite di Blackwell sono alle stelle e le GPU cloud sono sold out. La domanda di potenza di calcolo continua a crescere in modo esponenziale“. Ha poi concluso affermando che “l’ecosistema dell’AI sta crescendo rapidamente” e che “l’AI sta arrivando ovunque, facendo di tutto, contemporaneamente”. Parole che, evidentemente, scacciano i fantasmi di un crash del settore – almeno temporaneamente.

Calendario e storico 

Martedì 13 gennaio

  • JPMorgan – Market Cap: 838,25 miliardi di dollari – Utili: 46,77 miliardi di dollari (contro i 46,25 previsti)

Mercoledì 14 gennaio

  • Bank of America – Market Cap: 398,28 miliardi di dollari – Utili: 28,4 miliardi di dollari (contro i 27,55 previsti)
  • Wells Fargo – Market Cap: 293,69 miliardi di dollari – Utili: 21,29 miliardi di dollari (contro i 21,64 previsti)
  • Citigroup – Market Cap: 297,11 miliardi di dollari – Utili: 19,9 miliardi di dollari (contro i 20,55 previsti)

Giovedi 15 gennaio 

  • Goldman Sachs – Market Cap: 294,32 miliardi di dollari – Utili: 13,45 miliardi di dollari (contro i 14,49 previsti)
  • Morgan Stanley – Market Cap: 291,15 miliardi di dollari – Utili: 17,9 miliardi di dollari (contro i 17,72 previsti)
  • BlackRock – Market Cap: 177,75 miliardi di dollari – Utili: 7 miliardi di dollari (contro i 6,75 previsti)

Martedì 20 gennaio

  • Netflix: Market Cap: 390,05 miliardi di dollari – Utili: 12,05 miliardi di dollari (contro gli 11,97 previsti)

Mercoledì 21 gennaio

  • J&J (Johnson&Johnson) – Market Cap: 525,25 miliardi di dollari – Utili: 24,6 miliardi di dollari (contro i 24,15 previsti)
  • Charles Schwab – Market Cap 180,87 miliardi di dollari – Utili: 6,34 miliardi di dollari (contro i 6,24 previsti)

Mercoledì 28 gennaio 

  • Microsoft – Market Cap: 3,58 trillion di dollari – Utili: 81,27 miliardi di dollari (contro gli 80,23 previsti)
  • Meta – Market Cap: 1,69 trillion di dollari – Utili: 59,89 miliardi di dollari (contro i 58,35 previsti)
  • Tesla – Market Cap: 1,43 trillion di dollari – Utili: 24,9 miliardi di dollari (contro i 24,78 previsti)
  • ASML ADR – Market Cap: 570,48 miliardi di dollari – Utili: 9,72 miliardi di dollari (contro i 9,69 previsti)
  • IBM – Market Cap: 300,92 miliardi di dollari – Utili: 19,7 miliardi di dollari (contro 9,69 previsti)

Giovedì 29 gennaio

  • Apple – Market Cap: 3,8 trillion di dollari – Utili: 143,8 miliardi di dollari (contro 137,47 previsti)
  • Visa – Market Cap: 634,48 miliardi di dollari – Utili: 10,9 miliardi di dollari (contro 10,68 previsti)
  • Mastercard – Market Cap: 485,95 miliardi di dollari – Utili: 8,78 miliardi di dollari (contro 8,78 previsti)

Venerdì 30 gennaio

  • ExxonMobil – Market Cap: 616,78 miliardi di dollari – Utili: 82,3 miliardi di dollari (contro 81,04 previsti)
  • Chevron – Market Cap: 358,84 miliardi di dollari – Utili: 46,87 miliardi di dollari (contro 47,15 previsti)
  • American Express – Market Cap: 242,62 miliardi di dollari – Utili: 18,98 miliardi di dollari (contro 18,92 previsti)

Lunedi 2 febbraio

  • Palantir – Market Cap: 332,58 miliardi di dollari – Utili: 1,41 miliardi di dollari (contro 1,32 previsti)

Mercoledi 4 febbraio

  • Alphabet (Google) – Market Cap: 4,02 trillion di dollari – Utili: 113,8 miliardi di dollari (contro 111,13 previsti)

Giovedì 5 febbraio

  • Amazon – Market Cap: 2,38 trillion di dollari – Utili: 213,4 miliardi di dollari (contro 211,27 previsti)

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Martedi 10 febbraio

  • Coca Cola – Market Cap: 339,8 di dollari – Utili: 11,8 miliardi di dollari (contro 12,04 previsti)
  • S&P Global – Market Cap: 118,67 di dollari – Utili: 3,92 miliardi di dollari (contro 2,85 previsti)

Oro e argento rompono i massimi: il Presidente della Fed Powell indagato

Oro e argento rompono i massimi: Powell indagato

Il prezzo di oro e argento supera i massimi, il dollaro perde valore. La causa? Le accuse nei confronti del Presidente della Fed. Cosa succede?

Le quotazioni dell’oro e dell’argento aggiornano nuovamente i record, mentre il dollaro si indebolisce: questa la reazione dei mercati al videomessaggio in cui il Presidente della Fed Jerome Powell riferisce di essere sotto indagine da parte del Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti. Cosa sta succedendo?   

Oro e argento: è di nuovo corsa ai metalli preziosi dopo la notizia di questa notte

Oro e argento proseguono il rally che li ha portati a guadagnare, solo negli ultimi tre mesi e mezzo, il 34% e il 112%. Dopo un breve periodo di riassestamento, cominciato verso la fine di ottobre col peggior crash dell’oro dal 2013, i due metalli hanno ripreso a viaggiare a ritmi spediti, aggiornando nuovamente i massimi nella notte italiana fra l’11 e il 12 gennaio: l’oro ha rotto il tetto dei 4.600$ l’oncia, mentre l’argento ha superato la resistenza degli 84$. Con questo sprint, il metallo bianco per eccellenza è diventato il secondo asset per capitalizzazione a livello globale, scavalcando NVIDIA.

In modo complementare, il dollaro statunitense perde terreno: il DXY, che definisce la forza dello USD in relazione a sei valute straniere – euro, sterlina, yen, franco svizzero, dollaro canadese e corona svedese – ha messo a segno una candela rossa abbastanza importante, cedendo lo 0,4% (al momento della scrittura).

Cos’è successo? Quali sono le motivazioni alla base di questi movimenti? 

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Jerome Powell: “Le accuse sono solo pretesti”

Il protagonista – o vittima – della vicenda è il Presidente della Federal Reserve Jerome Powell: colui che siede al vertice della banca centrale degli Stati Uniti, verso l’una di notte italiana del 12 gennaio, ha riferito con un videomessaggio su X (ex Twitter) che “il Dipartimento di Giustizia ha notificato alla Federal Reserve dei mandati di comparizione del gran giurì, minacciando un’incriminazione penale relativa alla mia testimonianza dinanzi alla Commissione Bancaria del Senato dello scorso giugno”. 

In poche parole, Powell è sotto indagine perché accusato di aver dichiarato il falso davanti alla legge, in occasione della sua testimonianza di giugno in merito alla ristrutturazione di due sedi della Fed – “Eccles” e “1951 Constitution Avenue”, entrambe a Washington.  

La mossa di Jerome Powell è stata quasi un fulmine a ciel sereno per almeno due motivi. In primo luogo, il Presidente della Fed non è solito sbilanciarsi in apparizioni pubbliche di questo tipo, all’infuori del contesto prettamente istituzionale. A ciò, si aggiunge il secondo grande elemento di stupore: il tono delle dichiarazioni

Powell, infatti, ha utilizzato espressioni che non lasciano spazio all’interpretazione: “Nutro un profondo rispetto per lo stato di diritto e per il principio di responsabilità nella nostra democrazia. Nessuno – e certamente non il Presidente della Federal Reserve – è al di sopra della legge. Tuttavia, questa azione senza precedenti deve essere letta nel contesto più ampio delle minacce e delle continue pressioni da parte dell’Amministrazione”. 

E ancora: “Questi sono pretesti. La minaccia di accuse penali è la conseguenza del fatto che la Federal Reserve stabilisce i tassi di interesse basandosi sulla nostra migliore valutazione di ciò che serve all’interesse pubblico, anziché seguire le preferenze del Presidente”.

Da parte sua, Donald Trump ha rilasciato un’intervista a NBC affermando di non sapere nulla dell’indagine, aggiungendo poi che Powell “di certo non è molto bravo alla Fed, e non è molto bravo nemmeno a costruire edifici“. Ma questa ostilità non è certo una novità – ne abbiamo parlato a fondo nell’articolo sul prossimo Presidente della Fed.

Le quotazioni di oro e argento e l’accusa contro Powell: qual è il collegamento?

La risposta potremmo condensarla in tre parole: indipendenza della Fed. Questo perché l’autorevolezza finanziaria degli Stati Uniti si fonda sul loro status di ‘porto sicuro’ e, appunto, sull’indipendenza delle istituzioni, che garantiscono il sistema di checks and balances – pesi e contrappesi – oltre la politica. 

Ora, non sappiamo se Jay Powell sia effettivamente innocente o colpevole, ma non è questo il punto. Il tema centrale riguarda la postura dell’amministrazione Trump nei confronti dell’autonomia della banca centrale degli Stati Uniti: a dodici mesi dall’inizio della presidenza, The Donald ha attaccato più volte il vertice della Federal Reserve a causa della riluttanza a tagliare i tassi di interesse – con tanto di soprannome ad hoc, Jerome “Too Late” Powell. 

E non è neanche la prima volta che un membro del Board of Governors, cioè di coloro che prendono parte al FOMC, viene messo sotto accusa: il 20 agosto scorso Trump ha invocato le dimissioni della governatrice Lisa Cook, per poi annunciarne il licenziamento il 25 agosto. Il motivo? Una presunta frode ipotecaria commessa dalla governatrice stessa che, naturalmente, ha fatto ricorso. Il processo è ancora in fase di svolgimento.  

Insomma, se la politica dovesse prevalere sull’indipendenza della Federal Reserve, la reputazione che gli States sono riusciti a costruire in più di due secoli di storia sarebbe definitivamente compromessa. L’effetto domino sarebbe devastante: il dollaro perderebbe il suo ruolo di riserva globale, i rendimenti dei titoli di stato schizzerebbero rendendo il debito insostenibile e si innescherebbe una fuga di capitali capace di affossare le borse mondiali. 

What’s next? 

Il Presidente Powell, nel suo videomessaggio, ha confermato l’intenzione di continuare a “svolgere l’incarico per il quale il Senato mi ha confermato, agendo con integrità e con l’impegno di servire il popolo americano”. Intanto, salgono leggermente le probabilità di un taglio dei tassi in occasione del primo FOMC dell’anno: alcuni analisti ritengono che, in ogni caso, questa pressione potrebbe avere i suoi effetti sui policy makers
Il consiglio è di monitorare la situazione. Noi lo facciamo già, dunque risparmiati la fatica e resta sul pezzo con Young Platform: registrati col bottone qui sotto, non ci vuole nulla.

Fed, il calendario 2026: a quando la prossima riunione del FOMC?

Calendario riunioni Fed 2026: quando la prossima?

Fed: il programma completo dei FOMC 2026 con tutte le prossime date in calendario

Il calendario delle riunioni Fed (Federal Reserve System) ovvero la banca centrale degli Stati Uniti, prevede otto appuntamenti annuali. Questi meeting sono l’equivalente delle riunioni della nostra BCE in cui vengono prese decisioni di politica monetaria. Sono eventi molto seguiti perché capaci di influenzare l’andamento dei mercati finanziari e negli ultimi tempi sono diventati dei veri e propri giri di boa per il futuro dell’economia globale.

Riunioni Fed: cosa viene deciso e da chi 

Prima di scoprire il calendario delle riunioni Fed 2026, vediamo come funzionano questi appuntamenti. 

Gli incontri sono presieduti dal FOMC, Federal Open Market Committee, ovvero l’organo operativo e portavoce della Fed. Questo è composto da 12 membri tra cui banchieri centrali degli Stati Uniti e il presidente della Fed. 

Il FOMC valuta le condizioni finanziarie e le azioni di politica monetaria da intraprendere per raggiungere gli obiettivi economici degli USA. Tra queste la più decisiva, è la decisione sui tassi di interesse per regolare l’inflazione

In occasione di ciascuna delle riunioni Fed in calendario vengono presentati: un riepilogo delle proiezioni economiche – Summary of Economic Projection – e il Dot Plot, un grafico che mostra le previsioni anonime di ogni membro della Fed sulla posizione dei Fed funds rate dell’anno passato, sul futuro e sul lungo periodo. Questi appuntamenti sono evidenziati nel calendario con un asterisco. 

Il FOMC meeting announcement

Il riepilogo delle proiezioni economiche viene pubblicato nel FOMC meeting announcement, un comunicato di politica monetaria dove vengono riportati gli indici economici più importanti, come i dati sul mercato del lavoro. In questa occasione, la Fed comunica il “federal funds rate“, cioè il tasso di interesse che influenza tutti gli altri tassi (mutui, prestiti, obbligazioni). Questo tasso è dato come intervallo (esempio: 1,75%-2%). Raggiungere una media di questo intervallo è l’obiettivo implicito. Più alto è questo obiettivo, più restrittiva diventa la politica monetaria, più basso è questo obiettivo, più accomodante diventa la politica.

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Riunioni Fed: calendario 2026 

Questi meeting del FOMC si svolgono otto volte all’anno, durano due giorni e sono seguiti da una conferenza stampa del presidente Jerome Powell. Ecco il calendario Fed di tutte le riunioni per il 2026.

  • 27-28 Gennaio 2026  
  • 17-18 Marzo 2026*
  • 28-29 Aprile 2026
  • 16-17 Giugno 2026*
  • 28-29 Luglio 2026
  • 15-16 Settembre 2026*
  • 27-28 Ottobre 2026
  • 8-9 Dicembre 2026*

(*) Riunione associata a una sintesi delle proiezioni economiche.

L’ultimo FOMC, per esempio, lo trovi a questo link in cui parliamo della decisione sui tassi, delle motivazioni e delle reazioni dei mercati.

Inoltre, mentre ci avviciniamo a maggio, si profila all’orizzonte un cambio significativo: il Presidente Jerome Powell concluderà il suo secondo mandato alla guida della Federal Reserve. Alla luce di questo sviluppo, il Presidente Donald Trump dovrà scegliere il suo successore – abbiamo scritto un articolo dedicato all’argomento: chi emergerà come candidato favorito per questo ruolo chiave?

Riunioni Fed: calendario 2025

La Fed nel 2025 si è riunita in queste date: 

  • 28-29 Gennaio 2025  
  • 18-19  Marzo 2025 *
  • 6-7 Maggio 2025
  • 17-18 Giugno 2025 *
  • 29-30 Luglio 2025
  • 16-17 Settembre 2025 *
  • 28-29 Ottobre 2025
  • 9-10 Dicembre 2025 *

Riunioni Fed: calendario 2024

La Fed nel 2024 si è riunita in queste date: 

  • 30-31 Gennaio 2024
  • 19-20 Marzo 2024*
  • 30 Aprile – 1 Maggio 2024
  • 11-12 Giugno 2024*
  • 30-31 Luglio 2024
  • 17-18 Settembre 2024*
  • 6-7 Novembre 2024
  • 17-18 Dicembre 2024*

Riunioni Fed: calendario 2023

La Fed nel 2023 si è riunita in queste date: 

  • 31 Gennaio – 1 Febbraio 2023
  • 21-22 Marzo 2023*
  • 2-3 Maggio 2023
  • 13-14 Giugno 2023*
  • 25-26 Luglio 2023
  • 19-20 Settembre 2023*
  • 31 Ottobre – 1 Novembre 2023
  • 12-13 Dicembre 2023*

Riunioni Fed: calendario 2022

La Fed nel 2022 si è riunita in queste date: 

  • 25-26 Gennaio 2022
  • 15-16 Marzo 2022*
  • 3-4 Maggio 2022
  • 14-15 Giugno 2022*
  • 26-27 Luglio 2022
  • 20-21 Settembre 2022*
  • 1-2 Novembre 2022
  • 13-14 Dicembre 2022*

Le riunioni della Fed sono un evento atteso con grande interesse dagli operatori finanziari e dagli analisti. Le decisioni dell’Istituto hanno un ruolo di primaria importanza per la politica monetaria degli Stati Uniti ma non solo. 

In più occasioni abbiamo assistito a un impatto anche su altri mercati come quello delle criptovalute. Ecco perché teniamo d’occhio il calendario Fed: entra nel nostro canale Telegram e iscriviti a Young Platform per non perderti gli aggiornamenti!

Dove investire oggi? Le strategie sono cambiate?

Dove investire oggi? Le strategie sono cambiate?

Il portafoglio attuale deve tenere in considerazione che il mondo è cambiato e con esso anche le strategie di investimento. Come muoversi?

Investire oggi significa concepire e costruire il portafoglio di investimento come uno strumento in grado di assorbire gli shock esterni senza capitolare: in due parole, dovrebbe  essere diversificato. Fino a qualche anno fa, vi erano alcune linee guida precise e condivise prese come riferimento nel processo di pianificazione finanziaria. Oggi la situazione è cambiata. Che fare?   

Perché bisognerebbe ripensare le strategie di investimento?

Il mondo, negli ultimi 5 anni, è completamente cambiato. Dal 2020 – almeno – stiamo assistendo a una serie di eventi che stanno stravolgendo l’ordine costituito a cui eravamo abituati. 

Tutto ciò che davamo per scontato e immutabile a proposito di interventi militari, alleanze geopolitiche e accordi economici, sta evolvendo verso un nuovo assetto. Per dirla in breve, potremmo essere arrivati al capolinea della fase di globalizzazione assoluta, cominciata con la dissoluzione dell’Unione Sovietica del 1991. 

Le basi: da dove parte tutto ciò?

Il momento di avvio di questo processo di netto cambiamento potremmo collocarlo nel periodo tra gli anni 2018 e 2022. Nel quinquennio, tre accadimenti storici hanno contribuito  a modificare gli equilibri passati: la guerra commerciale tra Stati Uniti e Cina, la pandemia da Covid-19 e l’invasione russa dell’Ucraina

La guerra commerciale tra Stati Uniti e Cina

Nel marzo del 2018, infatti, l’amministrazione americana guidata proprio da Donald Trump impose dazi al 25% su circa 50 miliardi di merci importate dalla Cina, a seguito di un report di Robert Lighthizer, Rappresentante per il Commercio USA, in cui si denunciavano alcune pratiche commerciali scorrette da parte della Repubblica Popolare. Questa, naturalmente, rispose e impose tariffe su 128 prodotti strategici americani

Si diede inizio a una guerra commerciale che svelò le criticità di un sistema super connesso, forse troppo dipendente dalla manifattura cinese: il deterioramento dei rapporti coincise con la crisi delle catene di approvvigionamento. Inoltre, i toni di scontro fra le due principali potenze mondiali, che incarnavano – e incarnano tuttora – allo stesso tempo due sistemi economici e politici contrapposti, contribuirono alla riemersione di dinamiche di polarizzazione proprie di tempi passati, soprattutto del periodo della Guerra Fredda. Le cancellerie del mondo tornarono a porsi una vecchia domanda: da quale parte schierarsi? Stati Uniti o Cina? 

La pandemia da Covid-19

Arriviamo al 2020: a febbraio è epidemia, a giugno è pandemia. Il Covid-19 blocca il mondo e Papa Francesco può camminare da solo in Via del Corso a Roma. Iconografie a parte, il lockdown prolungato amplificò i problemi legati alla supply chain, emersi nel biennio precedente, oltre a immobilizzare la produzione nazionale: come riporta Statista, il Prodotto Interno Lordo (PIL) mondiale subì una contrazione del 3,4% o, in dollari, di 2 trillion. Ovviamente, anche i mercati finanziari incassarono il colpo: il Dow Jones (DJI) – l’indice più importante al mondo – perse il 35% circa da metà febbraio a metà marzo. Nello stesso periodo, Bitcoin passò da 9.970$ a 5.300$, una diminuzione del 46,6%. 

Come sappiamo, sia il PIL che i mercati recuperarono dalla botta con un rimbalzo clamoroso: da quel momento ad oggi, il DJI ha guadagnato il 144%, l’S&P500 il 187% e Bitcoin il 2.100% (percentuale che sale a 3.130% se consideriamo l’ATH a 126.000$). 

Iniziarono a circolare le info sui primi vaccini, il panico collettivo si ridusse e la fiducia tornò a livelli accettabili. Ma soprattutto, i governi di tutto il mondo inondarono le rispettive economie con una quantità infinita di liquidità e stimoli fiscali

Prendendo in considerazione solo le tre principali potenze economiche, gli Stati Uniti ratificarono il CARES Act da 2,2 trillion di dollari, la Cina approvò un piano da 3,6 trillion di yuan (circa 500 miliardi di dollari) e l’Unione Europea mise in campo una serie di interventi – i più importanti il PEPP (Pandemic Emergency Purchase Program) e il NextGenerationEU – per un totale di quasi 2 trillion di dollari. A questo, occorre aggiungere le varie misure di politica economica finalizzate a ridurre il costo del denaro: tassi di interesse bassi, quantitative easing e così via. 

Oggi, solo negli USA, la M2 Money Stock, cioè la quantità totale di dollari in circolazione nell’economia reale, ha raggiunto i 22 trillion dai 15,4 trillion di febbraio 2020. A questo punto, un grande problema si iniziava ad aggirarsi fra i corridoi delle banche centrali di tutto il mondo. Un problema su cui noi, in Young Platform, dedichiamo moltissimo tempo: l’inflazione. Ma il “bello doveva ancora arrivare”. 

La Guerra russo-ucraina

Febbraio 2022: la Russia di Putin invade l’Ucraina, è la tempesta perfetta. Sorvolando la questione umanitaria che, pur essendo centrale e gravissima, non è il target del nostro articolo, la Guerra russo-ucraina è considerata il catalizzatore decisivo: il suo scoppio coincide con la conclusione di quel periodo di pace apparente e libera circolazione delle merci reso possibile dalla globalizzazione di stampo americano. 

Russia e Ucraina, prima della guerra, erano nodi vitali per il commercio globale. Basti pensare che, insieme, i due Paesi rappresentavano il 30% circa dell’export mondiale di grano e cereali a basso costo, mentre la Russia era uno dei principali fornitori europei di gas, oltre a ricoprire una posizione di prim’ordine nella fornitura di fertilizzanti in giro per il mondo – necessari all’agricoltura. 

Con la guerra, tutto ciò cessa di esistere. La conversione delle economie russa e ucraina a economie di guerra provoca grandi difficoltà strutturali all’interno dei due Paesi, che non producono più ai livelli pre-conflitto e non riescono a soddisfare la domanda. Inoltre, le filiere ora sono politicizzate: se prima si comprava dove era conveniente, adesso si cerca di acquistare dagli alleati, anche a prezzi più alti (sanzionando i nemici). Infine, il danneggiamento e i blocchi strategici delle infrastrutture logistiche – come i porti ucraini del Mar Nero – costituiscono un impedimento permanente all’accesso delle risorse.

Lo stato attuale delle cose

Sono definitivamente crollati alcuni tra i pilastri che resero possibile la creazione di un’economia globale interconnessa ed efficiente, come la disponibilità costante di materie prime a basso costo, il trasporto internazionale a costi irrisori e la sicurezza logistica, ovvero la certezza di ricevere merci senza interruzioni o ritardi. In poche parole: è la fine del modello JIT (Just-In-Time).

È cambiato il paradigma. La priorità è la sicurezza degli approvvigionamenti, non l’efficienza, anche in virtù della politicizzazione delle supply chain menzionata poco fa. L’esempio più recente è la decisione della Cina di limitare l’accesso alle terre rare su base discrezionale, a cui Trump ha risposto imponendo tariffe al 100%: l’emergenza è “rientrata” in pochi giorni, ma queste tensioni hanno causato liquidazioni per miliardi di dollari

L’inflazione diventa un problema persistente in quanto sistemico, anche perché è importata, cioè a monte: se prima il fornaio vendeva il pane a 5 perchè pagava le bollette 2 e la farina 1, tenendo per sé un altro 1, adesso paga le bollette 3 perchè non può più avvalersi del gas russo a basso costo, la farina 2 ed è costretto ad alzare il prezzo finale per guadagnare 1 – abbiamo approfondito l’argomento dopo esserci chiesti per quale motivo il prezzo del pane aumentasse di anno in anno

In Italia, per esempio, dal 2004 al 2021 i prezzi sono cresciuti a ritmo lento e costante: come riporta Pagella Politica, in 17 anni l’incremento è stato pari al 28%, con una media annua dell’1,5%. Solamente nel 2022, invece, l’indice generale dei prezzi è salito dell’11%, per scendere all’8% nel 2023 e tornare al 2% nel 2024. Detto in un altro modo, per utilizzare le parole degli autori della ricerca, “poco meno della metà dell’incremento accumulato in vent’anni si è quindi concentrato in soli tre anni”.

Ora che abbiamo un quadro chiaro delle trasformazioni in atto e delle loro cause, è arrivato il momento di rispondere alla domanda centrale. 

Investire oggi: cosa è necessario considerare? 

Nel mondo attuale, la variabile principale da considerare quando si vuole costruire un portafoglio – come abbiamo visto – è l’alta inflazione, ormai elemento costitutivo del nostro sistema economico. 

In passato, nel mondo degli investimenti, una “regola” in particolare ha influenzato l’arte della diversificazione per moltissimo tempo: il celebre portafoglio 60/40. In due parole, questa stabiliva che il portafoglio perfetto dovesse essere composto per il 60% dall’azionario e per il 40% dall’obbligazionario

Il motivo è semplice: la correlazione negativa tra le due asset class. Questo perché, nel “vecchio mondo”, nei periodi di crescita economica le azioni performavano meglio delle obbligazioni e, al contrario, nei momenti di recessione le obbligazioni – o bond – compensavano le perdite delle azioni. In questo momento storico, tuttavia, il portafoglio 60/40 potrebbe non essere più così valido

Azioni e obbligazioni sono sempre più correlate e le seconde sarebbero gradualmente perdendo lo status di safe haven – rifugio sicuro per preservare il capitale – in favore di altri asset. 

L’inflazione, infatti, costituisce un grosso problema per le obbligazioni, per almeno due motivi: in primo luogo gli investitori che le detengono ricevono in cambio degli interessi fissi, o cedole, che si stanno rivelando inadatti a proteggere il capitale dalla perdita di potere d’acquisto; in secondo luogo, con un’inflazione così radicata, le banche centrali sono costrette a tenere i tassi alti provocando, in ultima istanza, una discesa del valore delle obbligazioni

Per fare esempio, prendiamo il TLT, un ETF che permette agli investitori di esporsi sui titoli di stato USA con scadenze superiori ai 20 anni: dal suo lancio nel 2002, fino al 2020, il TLT ha performato abbastanza bene, crescendo in modo lento ma costante, mettendo a segno il +100% circa, con l’ATH proprio nella prima settimana di marzo 2020. Da quel momento, tuttavia, è iniziato un declino clamoroso: da aprile 2020 ad oggi, questo ETF ha perso più del 40%. Se avessi investito nel TLT al day zero nel 2002, oggi avresti guadagnato il 10% scarso

Dove investire i soldi oggi?

Naturalmente, prima di cominciare questa sezione, è necessario ricordare che ciò che leggerete qui non sono consigli di investimento, o consigli finanziari (come dice la formula), ma solo considerazioni che prendono piede dalla lettura di pareri di esperti – il disclaimer, quello preciso e accurato, è in fondo all’articolo. 

Detto ciò, un’analisi interessante proviene dalle mura di Goldman Sachs, più precisamente dalla sezione dedicata alle analisi di mercato, la Goldman Sachs Research. Nello studio, coerentemente con quanto scritto finora, si legge che una strategia di “accettazione passiva”, come l’investimento in indici globali (World Portfolio), potrebbe non essere più così funzionale. Al contrario, potrebbe essere più adatto il cosiddetto Strategic Tilting, letteralmente “Inclinazione Strategica”, ovvero la gestione quasi attiva del proprio portafoglio per salvaguardarsi dalle vulnerabilità attuali – inflazione in primis. 

Fare Strategic Tilting, dunque, significa diversificare ma in modo consapevole. Una metafora semplice, che ci aiuta a comprendere il concetto, arriva dall’ambito culinario

Immagina di voler preparare la tua torta preferita, quella che ti ha insegnato nonna da piccolo quando tornavi da scuola. Bene, la ricetta di nonna, con le quantità e i tempi di cottura, funzionava perfettamente col forno di casa di nonna. Il tuo forno, invece, scalda di più

È una variabile che devi considerare, altrimenti la torta verrà totalmente differente e, magari, bruciata. Pertanto soppesi gli ingredienti in modo tale che il problema del tuo forno venga minimizzato: dei 500 grammi di farina, ne togli 50 per sostituirli con altri 50 grammi di amido per ammorbidire. 

Ora, la ricetta classica di tua nonna è l’indice globale, che funzionava perfettamente col vecchio forno (il “vecchio mondo”). Il forno nuovo, tuttavia, è più potente – il contesto macroeconomico è diverso, l’inflazione è strutturale. Per questo motivo, hai cambiato gli ingredienti o, in termini finanziari, hai gestito attivamente – ma non troppo – le tue allocazioni, affinchè la torta (l’investimento) possa performare al meglio. Questo è lo Strategic Tilting

L’analisi, in merito, descrive cinque macroaree da considerare per mitigare i rischi. 

  1. Protezione dall’inflazione: il portafoglio 60/40, lo abbiamo visto, fatica a proteggere il capitale dall’erosione inesorabile dell’inflazione. Per questo motivo, spiegano gli esperti della sezione Research, è necessario ribilanciarlo incrementando l’esposizione agli asset reali – immobiliare, materie prime e risorse naturali – e all’oro. In merito, il Chief Information Officer di Morgan Stanley Mike Wilson ritiene che il nobile metallo debba pesare almeno il 20%. Con la speranza che non si verifichino altri crash come quello di ottobre.
  2. Protezione dalla fine del dominio degli Stati Uniti: nuove potenze sfidano quotidianamente la leadership degli USA nel mondo, Cina in testa. Per questa ragione, le azioni non-statunitensi meriterebbero maggiore attenzione al momento in cui si pianifica una strategia a medio-lungo termine.
  3. Protezione dal dollaro debole (Pt.1): la causa e allo stesso tempo la conseguenza del secondo punto. Se gli Stati Uniti perdessero la leadership, il dollaro smetterebbe di essere il centro della finanza mondiale. Il discorso vale anche al contrario: se la dedollarizzazione prendesse forza, gli USA cederebbero il comando. In funzione di ciò, i mercati emergenti, storicamente correlati negativamente col dollaro, potrebbero rappresentare un’ancora di salvezza. 
  4. Protezione dal dollaro debole (Pt.2): per tutelarsi da questo fenomeno, ha senso anche ridurre l’esposizione in USD e iniziare a guardare verso altri lidi, come euro franco svizzero.
  5. Protezione dalla volatilità: le azioni Tech statunitensi, che hanno un peso immenso nell’S&P500 e nel Nasdaq, sono molto volatili. Per esempio, le trimestrali di NVIDIA hanno spostato il titolo dell’8% in un giorno – da +5% a -3% in una seduta. In questo senso, le azioni low volatility possono attenuare gli scossoni: utilities (aziende che forniscono servizi di pubblica utilità) e healtcare (salute pubblica). 

Le strategie sono cambiate?

Per rispondere alla domanda di apertura: si, le strategie sono cambiate. I nuovi paradigmi di investimento, per essere al passo coi tempi, dovrebbero inserire nell’equazione alcuni parametri che ormai non possono essere più ignorati. Le scuole di pensiero sono molte e propongono approcci diversi fra loro. Il denominatore comune, però, è uno: il portafoglio 60/40, massima espressione di un mondo ormai passato, potrebbe non essere più la cura per tutti i mali
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Tassi Fed: il prossimo FOMC spaventa i mercati?

Tassi Fed: il prossimo FOMC spaventa i mercati?

Tassi, Fed indecisa sulle prossime mosse: l’esito del FOMC di dicembre non è scontato come quelli di settembre e ottobre. Cosa prevedono gli analisti? 

I tassi della Fed influenzano notevolmente i mercati finanziari: gli investitori, consapevoli dell’importanza dei tassi di interesse, cercano di anticipare le decisioni del FOMC (Federal Open Market Committee) per posizionarsi al meglio. Rispetto alle ultime due riunioni, in cui gli esiti erano praticamente scontati, il meeting di dicembre presenta numerose incognite: qual è l’esito più probabile? 

Cosa è successo in occasione dell’ultimo FOMC?

La Fed, lo scorso 28-29 ottobre, si è riunita nella sede principale di Washington per discutere in merito alla situazione macroeconomica e decidere cosa fare coi tassi di interesse: il Consiglio, con dieci voti favorevoli su dodici, ha optato per il taglio di 25 punti base, abbassando i tassi dello 0,25%, nel range fra il 3,75% e il 4%. 

L’esito, come abbiamo anticipato, era ampiamente previsto e già scontato dai mercati che, infatti, crescevano da settimane – con l’eccezione dello stop del 10 ottobre, quando Trump ha annunciato tariffe al 100% alla Cina.

Ma è stata la conferenza stampa successiva al meeting il vero momento chiave. Qui il Presidente della Federal Reserve Jerome Powell, nell’elencare le motivazioni alla base del taglio, ha pronunciato una frase molto pesante: “Un ulteriore taglio dei tassi di interesse di riferimento alla riunione di dicembre non è scontato, anzi”. Mercati nel caos.

Da quando Powell ha pronunciato quelle parole ad ora – cioè al momento in cui scriviamo – i principali indici azionari sono entrati in una fase di forte difficoltà: l’S&P500 ha perso il 4,5%, il Dow Jones il 3,6%, il Nasdaq 100 il 6,4%. 

Anche il mercato crypto, naturalmente, ha accusato la botta, con Bitcoin che dal 29 ottobre è giù di 18,5 punti percentuali ed Ethereum di quasi 23. Nel complesso, da quel fatidico giorno, la total market cap si è ridotta di 640 miliardi di dollari, da 3,75 trillion a 3,11 trillion.

Fed, shutdown e blocco della pubblicazione dei dati macroeconomici 

Powell, durante quella conferenza stampa, ha risposto alle domande di alcuni giornalisti a proposito del blocco delle attività federali causate dallo shutdown. In particolare, le curiosità si sono concentrate sull’atteggiamento che la Fed potrebbe adottare in occasione del prossimo FOMC, in un contesto di quasi totale assenza di dati cruciali per l’analisi dello scenario macroeconomico.  

Già lo stesso Powell aveva menzionato le difficoltà le difficoltà del momento, affermando che “nonostante alcuni importanti dati siano stati ritardati a causa dello shutdown, quelli del settore pubblico e privato che sono rimasti disponibili suggeriscono che le prospettive per l’occupazione e l’inflazione non sono cambiate molto dalla nostra riunione di settembre”. 

Sul tema, in ogni caso, la risposta più interessante è quella fornita dal Presidente della Fed ad Howard Schneider, della nota testata Reuters. Il giornalista, giustamente, gli chiede se la mancanza di informazioni chiave, come l’inflazione o l’occupazione, avrebbe potuto portare i membri della banca centrale statunitense a “fare politica monetaria basandosi sugli aneddoti”, cioè sui dati qualitativi – come le opinioni personali – piuttosto che sui modelli economici fondati sui dati quantitativi. 

Powell, inizialmente, ha affermato che “si tratta di una situazione temporanea” e che “faremo il nostro lavoro”. Ha poi continuato dicendo: “Se mi chiedi se potrà influenzare la riunione di dicembre, non sto dicendo che succederà, ma sì, puoi immaginarlo… cosa fai quando stai guidando nella nebbia? Rallenti”.

Insomma, la conferenza stampa dell’ultimo FOMC ci ha regalato un Jerome Powell apparentemente ancora più cauto del classico “we’ll wait and see” – aspetteremo e valuteremo – che ha contraddistinto i primi sei mesi del 2025. Un Jerome Powell determinato, che vuole portare avanti il suo compito fino all’ultimo, anche se a maggio 2026 lascerà il vertice per far spazio al nuovo Presidente della Fed.

Tassi Fed: cosa prevedono analisti e prediction market?

Anche qui la questione è totalmente aperta. Fondamentalmente, le voci più autorevoli si distribuiscono su due fazioni: taglio di 25 punti base contro No Change (tassi invariati). Del taglio di 50 punti base, ovviamente, neanche l’ombra. 

La prima fazione, quella del taglio di un quarto di punto, fa leva sulla debolezza del mercato del lavoro e, in particolare, sul rallentamento delle assunzioni: in un sondaggio somministrato da Reuters a 105 economisti, 84 hanno scommesso sul taglio di un quarto di punto, mentre i restanti 21 hanno scelto l’opzione No Change. 

In particolare, Abigail Watt, economista presso UBS, ha giustificato il suo voto a Reuters affermando che “la sensazione generale è che il mercato del lavoro appaia ancora relativamente debole e questa è una delle ragioni chiave per cui riteniamo che il FOMC effettuerà il taglio a dicembre”. Watt prosegue precisando che cambierebbe opinione qualora uscissero dei dati che “smentissero questo senso di debolezza”. 

La seconda fazione, quella dei tassi invariati, invece prende come principale argomentazione le parole di Powell che abbiamo riportato sopra: “le prospettive per l’occupazione e l’inflazione non sono cambiate molto dalla nostra riunione di settembre”. 

Per esempio Susan Collins, Responsabile della Fed di Boston, è di questa idea ed è convinta che il terzo taglio di fila potrebbe alimentare l’inflazione in una fase in cui l’impatto delle tariffe trumpiane non è ancora chiarissimo. Precisamente, ha dichiarato a CNBC che “sarà probabilmente appropriato mantenere i tassi di interesse al livello attuale per un certo periodo di tempo, al fine di bilanciare i rischi di inflazione e occupazione in questo ambiente di alta incertezza”. 

I tassi di interesse secondo il FedWatch Tool e Polymarket

Il FedWatch è uno strumento finanziario fornito dal CME (Chicago Mercantile Exchange) che calcola le probabilità implicite delle future decisioni della Federal Reserve sui tassi di interesse. Perchè “implicite”? Perché deduce le probabilità basandosi sui prezzi di mercato dei futures sui Federal Funds a 30 giorni e non su opinioni, appunto, esplicite. 

In parole semplici, il FedWatch riporta le aspettative del mercato guardando il portafoglio degli investitori: se dice “Probabilità di taglio all’80%“, significa che l’80% dei soldi investiti oggi nel mercato sta scommettendo che ci sarà un taglio

Attualmente, secondo questo strumento, il taglio di 25 punti base è probabile al 48,9%, mentre il No Change si attesta al 51,6%. Il mercato, pertanto, è convinto che la Fed lascerà i tassi invariati. 

Passando rapidamente al prediction market più famoso del momento, cioè Polymarket, il risultato è ancora più incerto: taglio di 25 punti base al 49%, No Change al 47%, taglio di 50 punti base al 2% e aumento di 25 punti base all’1% circa – se ti interessa sapere il suo funzionamento, abbiamo scritto un articolo di Academy dedicato proprio a Polymarket

Cosa farà la Federal Reserve? 

La Fed, come abbiamo spiegato finora, dovrà tenere in considerazione un gran numero di variabili prima che il suo Presidente esca dalla saletta, si avvicini al microfono e pronunci il noto “Good afternoon
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Le informative contenute in questo articolo hanno finalità esclusivamente divulgative. Non costituiscono in alcun modo una consulenza finanziaria, legale o fiscale, né una sollecitazione o offerta al pubblico di strumenti o servizi di investimento, ai sensi del D. Lgs. 58/1998 (TUF). L’investimento in cripto-attività comporta un rischio elevato di perdita – anche totale – del capitale investito. Le performance passate non garantiscono risultati futuri. L’utente è invitato a compiere valutazioni autonome e consapevoli prima di assumere decisioni economiche e/o di investimento.

Debito pubblico: quali sono i 9 paesi più indebitati al mondo nel 2025?

Debito pubblico: la classifica dei paesi più indebitati nel 2025

Quali sono i paesi in cui il debito pubblico è più alto? Scopri la classifica e dove si posiziona l’Italia

Il debito pubblico è uno dei parametri che descrive la situazione economica di un paese. Lo sentiamo nominare ovunque, spesso rapportato ad un’altra misura, il PIL, che indica l’insieme delle attività produttive di uno stato.

L’intera economia globale, dato che ci troviamo in un sistema capitalistico, si basa sul debito. È una sorta di linfa, indispensabile per raggiungere l’obiettivo principale imposto dal sistema economico in cui viviamo: la crescita. 

Nel 2008 però, è nata una tecnologia che ha le carte in regola per rivoluzionare il sistema monetario globale. Il documento che ne sanciva la nascita cominciava con un titolo destinato a riecheggiare nell’eternità: A Peer-to-Peer Electronic Cash System. Parliamo, ovviamente, di Bitcoin

Abbiamo discusso delle soluzioni al problema del debito e della povertà in un altro articolo, per cui ora torniamo al problema: quali sono gli stati più indebitati al mondo? E quindi, qual è la classifica dei paesi con il debito pubblico più alto? 

Debito pubblico: è un problema da affrontare

La classifica dei paesi per debito pubblico è cambiata dopo la pandemia di Covid-19, non tanto per l’ordine degli stati in classifica ma per la quantità di denaro che questi devono ai propri creditori. Entro il 2029, secondo il Fondo Monetario Internazionale (FMI), il rapporto debito/PIL globale raggiungerà il 100%

Questo indicatore, solitamente utilizzato per analizzare la situazione economica di un singolo stato, misura, nell’arco di un anno, l’ammontare del debito in relazione al Prodotto Interno Lordo (PIL), ossia l’insieme delle attività produttive di uno stato.

Molto semplicemente, se il rapporto Debito/PIL è basso, per esempio al 50%, significa che il debito totale accumulato è la metà rispetto a quanto quel dato Paese produce in un anno. Dall’altra parte, se il rapporto Debito/PIL è al 120%, quindi abbastanza alto, allora il debito totale supera un anno di produzione economica nazionale. 

Il debito pubblico, quando è tanto più alto rispetto al PIL, rappresenta un problema agli occhi degli investitori a causa della sua sostenibilità sul lungo periodo: se la situazione peggiora, chi detiene il debito chiederà interessi sempre più alti come premio del rischio di investimento. A questo punto, lo Stato in questione si indebita ancora di più solamente per pagare gli interessi, in un circolo vizioso che aumenta il rapporto Debito/PIL.

La situazione è ancora più grave se teniamo conto delle decisioni di politica economica restrittiva che hanno attuato, dal 2022 alla prima metà del 2025, tutti i principali governi occidentali per contrastare l’inflazione – salvo poi iniziare gradualmente a tagliare i tassi.

Il punto centrale è che il mondo è seduto su una montagna di debiti; il debito pubblico globale ha superato, a settembre 2025, la preoccupante soglia dei 102mila miliardi di dollari – o 102 trillion. 

Insomma, la situazione diventa sempre più critica. Lo stesso Jerome Powell, presidente della Federal Reserve – la banca centrale degli Stati Uniti – ha dichiarato, di recente, che l’America “ha intrapreso un cammino insostenibile” e che “sta prendendo in prestito denaro dalle generazioni future”. 

Nonostante quanto appena specificato, e un debito pubblico totale di circa 38.000 miliardi di dollari (38 trillion), gli Stati Uniti non guidano la classifica dei paesi con il debito pubblico più alto, anzi. Continua a leggere per conoscere la graduatoria!

La classifica dei paesi più indebitati

Ecco la classifica dei paesi con debito pubblico più alto viene stilata tenendo presente il rapporto debito/PIL. Il motivo? Perché il valore nominale di questa misura preso “da solo” non fornisce informazioni sulla reale incidenza dei debiti di uno stato.

  1. Giappone (229,6%)

Il paese con il rapporto debito/PIL più alto è il Giappone. Le cause del forte indebitamente del paese sono da ricercare nella bolla immobiliare scoppiata negli anni ‘90. Inoltre, la nuova premier giapponese Sanae Takaichi ha dichiarato l’intenzione di voler spendere ancora di più per tutta una serie di importanti investimenti pubblici, indebitando ulteriormente la Terra del Sol Levante.

  1. Sudan (221,5%)

Il secondo della classifica dei paesi per debito pubblico è il Sudan, fortemente colpito da una crisi economica causata da una guerra civile interna devastante, che vede lo scontro fra le SAF (Sudanese Armed Forces), riconosciute come legittime a livello internazionale, e le RSF (Rapid Support Forces), la fazione ribelle. 

  1. Singapore (175,6%)

Singapore è una città stato incredibilmente avanzata, soprattutto dal punto di vista economico, e vanta il primo posto nella classifica dei paesi più ricchi al mondo, con un PIL pro capite pari a 141.553$. Nonostante abbia un debito pubblico elevato, le agenzie di rating continuano valutarla con il massimo dei voti.

  1. Grecia (146,7%)

Il default evitato nel 2009 è ormai un lontano ricordo e il paese è sicuramente migliorato negli ultimi anni. Recentemente, l’agenzia di rating Fitch ha alzato la valutazione per la Grecia da BBB- a BBB, aggiungendo che le loro previsioni stimano un ulteriore declino del debito pubblico greco fino al 145%.

  1. Bahrain (142,5%)

Il debito pubblico del Bahrein è quasi triplicato negli ultimi dieci anni a causa di diversi fattori tra cui il calo del prezzo del petrolio, l’aumento degli investimenti nel settore della difesa e la tradizionale avversione del governo alle tasse. In ogni caso, lo stesso FMI ha avvisato il Bahrein dell’insostenibilità del suo debito chiedendogli ufficialmente di ridurre le spese. 

  1. Italia (136,8%)

Il nostro Paese si posiziona sesto nella classifica dei paesi più indebitati. Il debito pubblico italiano ha toccato un nuovo massimo storico a febbraio 2023, per poi stabilizzarsi nei due anni successivi. A proposito, le agenzie Fitch e S&P Global, nel 2025 hanno alzato il rating dell’Italia da BBB a BBB+: il motivo è da ricercare nella gestione finanziaria dell’attuale amministrazione, che passa anche dalle varie Leggi di bilancio.

  1. Maldive (131,8%)

L’economia delle Maldive è focalizzata sul turismo e sulle importazioni, dal momento che la produzione interna è molto debole, dal momento che la sua composizione geografica – 1.200 isole – impedisce una produzione interna forte e una diversificazione sviluppata. Ultimamente, anche a causa di shock esterni come il Covid-19 o le guerre russo-ucraina e israelo-palestinese, il debito pubblico delle Maldive è cresciuto molto, senza che il PIL facesse altrettanto. 

  1. USA (125%)

Al penultimo posto della classifica dei paesi più indebitati troviamo gli Stati Uniti, che, così come l’Unione Europea, hanno portato avanti una politica economica restrittiva per contrastare lo spike inflattivo causato dagli stimoli del Covid, salvo poi iniziare a tagliare i tassi. Con le ultime due amministrazioni, tuttavia, il debito pubblico è aumentato del 60%, arrivando a superare il tetto dei 38.000 miliardi di dollari (38 trillion)

  1. Senegal (122,9%)

Il caso del Senegal è molto particolare, perché ha a che fare con uno scandalo senza precedenti: il nuovo governo, al momento in cui è entrato in carica, ha segnalato al FMI la presenza di più di 7 miliardi di dollari di prestiti contratti dalla precedente amministrazione. Il problema? Non erano stati dichiarati. Il FMI ha quindi sospeso circa 1,8 miliardi di dollari di finanziamento.

Ora che sai qual è la classifica dei paesi più indebitati puoi approfondire la questione italiana leggendo il nostro articolo di Academy dedicato al debito pubblico italiano, ma non solo: si parte dalla spiegazione del debito in generale per poi concentrarci sulla situazione domestica.
Per concludere, se non l’hai già fatto, iscriviti al nostro canale Telegram e registrati a Young Platform: pubblichiamo spesso contenuti su temi di natura economica, finanziaria e geopolitica, per avere una visione più chiara e provare a capire come si muoveranno i mercati.

Le informative contenute in questo articolo hanno finalità esclusivamente divulgative. Non costituiscono in alcun modo una consulenza finanziaria, legale o fiscale, né una sollecitazione o offerta al pubblico di strumenti o servizi di investimento, ai sensi del D. Lgs. 58/1998 (TUF). L’investimento in cripto-attività comporta un rischio elevato di perdita – anche totale – del capitale investito. Le performance passate non garantiscono risultati futuri. L’utente è invitato a compiere valutazioni autonome e consapevoli prima di assumere decisioni economiche e/o di investimento.

Povertà nel mondo: problema e possibili soluzioni

Povertà nel mondo: problema e possibili soluzioni

La povertà è un problema reale che colpisce milioni di persone nel mondo: cosa è stato fatto finora per arginarla? Con quali esiti? Si può fare altro?

La povertà viene definita in base a una soglia, detta appunto “soglia di povertà”, che la Banca Mondiale determina a 3$ al giorno: sulla base di questo criterio, circa 808 milioni di persone nel mondo vivono in condizioni di vero disagio economico, nonostante nel tempo la situazione sia notevolmente migliorata. Sono molte, infatti, le soluzioni messe in campo negli anni per cercare di risolvere questo problema. Gli sforzi sono bastati? Si può fare altro? 

Povertà: definizione

La povertà, secondo la Banca Mondiale, è la “deprivazione marcata del benessere”: in questo senso, sono considerati poveri coloro che non dispongono del reddito necessario per acquistare un “paniere minimo” di beni di consumo socialmente accettato. In altre parole, vivono in uno stato di povertà coloro che non possiedono risorse monetarie sufficienti per superare una soglia minima ritenuta adeguata, chiamata appunto soglia di povertà

Una definizione più ampia di povertà – e quindi benessere – si concentra su un criterio in particolare: la capacità dell’individuo di vivere e, in generale, “funzionare bene” all’interno della società. In questo modo, la povertà viene calcolata anche in base all’accesso all’educazione, alla sanità, alla libertà d’espressione e così via. 

Tornando al concetto di soglia di povertà, la Banca Mondiale quantifica questo limite in due modi, ovvero relativo e assoluto: se il primo prende in considerazione caso per caso, individuando una cifra in dollari in base alle caratteristiche di quel Paese, il secondo determina un valore universale. 

La soglia di povertà varia periodicamente al variare delle condizioni macroeconomiche. Nel 1990, al momento della sua introduzione, la soglia assoluta era fissata a 1$ al giorno per i paesi a basso reddito, mentre a giugno 2025, in occasione dell’ultimo aggiornamento, è stata alzata a 3$ al giorno.

Quali sono le cause della povertà?

La povertà – per dire una cosa non banale e poco retorica – è un concetto complesso, frutto dell’interazione di più cause. In ogni caso, l’EAPN (European Anti-Poverty Network) identifica alcuni fattori chiave: bassi livelli di istruzione, alta disoccupazione e forte presenza di lavori sottopagati, assenza di un Welfare State che possa aiutare chi è in difficoltà, per citarne alcuni. 

Si tratta, evidentemente, di elementi che sono allo stesso tempo causa e conseguenza. Semplificando all’estremo: uno Stato povero, per “restare in piedi” e non fallire, probabilmente sarà costretto a tagliare la spesa sociale e gli investimenti, creando le condizioni per una bassa scolarizzazione e un’alta disoccupazione le quali, a loro volta, impediranno ai cittadini di istruirsi e accedere a lavori con salari più alti. I consumi interni crollano, l’economia non cresce e lo Stato si impoverisce ulteriormente e taglia la spesa sociale… eccetera eccetera.

Esiste, però, un indicatore che, più di altri, correla positivamente con la povertà di un Paese: quando l’uno sale, l’altra sale e viceversa. Parliamo del debito estero, cioè quella parte di debito detenuto da creditori non residenti nel dato paese, che include sia il debito pubblico estero sia il debito privato estero.  

Il primo è composto da obbligazioni e titoli di stato – dunque strumenti finanziari emessi dallo stato – detenuti da investitori stranieri; il secondo, invece, è il debito che i soggetti privati, come aziende e banche, accumulano nei confronti di soggetti esterni. 

Perchè il debito estero ha un ruolo così importante?

La povertà, come abbiamo appena scritto, è correlata col debito estero, dal momento che l’una è alta laddove l’altro è alto. Il motivo, fondamentalmente, è sintetizzabile in due parole: il peccato originale, cioè l’impossibilità per un Paese LIC (Low Income Country, a basso reddito) di emettere debito verso investitori esteri in valuta nazionale, con tutte le ripercussioni del caso che affronteremo a breve.

Il termine, preso in prestito dal Cristianesimo, gioca proprio sull’analogia religiosa: così come l’essere umano nasce ereditando la condizione di peccato di Adamo, allo stesso modo i Paesi LIC “nascono già colpevoli” ereditando delle difficoltà strutturali che non dipendono dalle politiche attuate, ma dal sistema finanziario globale che non si fida della loro valuta.   

Il peccato originale, il mismatch valutario e le sue conseguenze

Questo è il fulcro della questione: mentre i Paesi ad alto reddito, come il Regno Unito, possono distribuire gran parte del proprio debito in valuta nazionale, cioè la sterlina, i Paesi LIC sono costretti a ricorrere a valute estere forti, come il dollaro, l’euro o lo yen. Ciò produce il cosiddetto mismatch valutario, ovvero la differenza tra la valuta in cui un Paese emette debito e quella in cui genera reddito, con tutti gli effetti negativi che ne conseguono

Immagina di voler finanziare con 1.000$ il debito del Madagascar, un Paese LIC con alto debito estero, acquistando un titolo di Stato a 3 anni. Il Tesoro malgascio, a questo punto, ti propone due soluzioni: puoi comprare direttamente i bond in dollari, sapendo che il rimborso con gli interessi avverrà in dollari, o puoi convertire i 1000 dollari in 4.487.736 ariary (la valuta locale), con relativo rimborso – fra tre anni – in ariary. Il problema è che il Madagascar ha un’inflazione molto alta. È chiaro, quindi, che sceglierai la prima opzione. 

Il Madagascar, pertanto, ha pochissime possibilità di emettere debito in ariary, perché realisticamente qualsiasi investitore, come te, preferirà il dollaro. Ecco servito il mismatch valutario: il debito estero e gli interessi – molto alti per i Paesi LIC – sono in dollari, mentre le entrate dello stato sono in valuta locale: se il tasso di cambio col dollaro resta stabile, il problema non si pone. Sfortunatamente, non è questo il caso del Madagascar: nel 2017, il tasso di conversione dollaro/ariary era di 1 a 3.000, oggi è 1 a 4.488.

Il mismatch valutario è deleterio perché amplifica nettamente gli shock. Immaginiamo uno scenario in cui il Madagascar viene colpito da una crisi endogena, come un colpo di stato, o esogena, come una catastrofe naturale: la fuga di capitali dal Paese è praticamente garantita, poiché qualunque investitore cercherebbe di preservarsi rifugiandosi in asset più solidi. Il risultato? La valuta, già molto debole, si svaluterebbe ancora di più, con conseguente drastico aumento del costo del servizio del debito – l’importo totale che lo Stato deve pagare agli investitori. La conseguenza? Crisi di liquidità e probabile default

La compressione della spesa sociale

Shock a parte, il peccato originale limita notevolmente il margine di spesa di uno Stato come il Madagascar per un paradosso che Marco Zupi, analista geopolitico e autore di un articolo proprio sul tema della sostenibilità del debito, chiama “doppia verità”: nonostante il peso del debito pubblico sia spesso maggiore nelle economie avanzate, i Paesi LIC devono fare i conti con un carico relativo del debito sproporzionatamente più alto

In parole semplici, anche se il Madagascar detiene un debito pubblico sensibilmente più basso di quello italiano, si trova a pagare un costo relativo molto più alto e deve usare una fetta sproporzionata delle sue scarse entrate solo per pagarne gli interessi. Questi, infatti, sono alti sia perchè gli investitori, dato il rischio, richiedono premi adeguati, sia perchè, come abbiamo visto, l’inflazione dello stato africano svaluta notevolmente l’ariary malgascio. Tutto questo porta alla compressione della spesa sociale, ovvero al taglio dei finanziamenti all’istruzione, alle opere pubbliche, alla sanità e così via.

Restando sul tema, l’indebitamento degli stati africani, come scrive Zupi, ha toccato il punto più alto dell’ultimo decennio nel 2023, con un rapporto debito/PIL pari al 61,9%. In generale, nel 2024, i paesi in via di sviluppo hanno speso, mediamente, il 15% delle entrate pubbliche per il pagamento del debito estero, con un aumento del 6,6% rispetto al 2010. Tutto ciò, come abbiamo spiegato poco sopra, riduce la possibilità per un Paese LIC di investire nel welfare, ai danni dei suoi cittadini: ad esempio, in almeno 34 Paesi africani, la spesa per il pagamento del debito estero è più alta di quella per l’istruzione e la sanità – nel triennio 2021-2023, questa è stata rispettivamente di 70, 63 e 44 dollari pro capite. Anche a livello mondiale, quasi 3,4 miliardi di persone vivono oggi in Paesi costretti a indirizzare la spesa pubblica in questo modo. 

Le iniziative per la riduzione del debito nei Paesi LIC

La comunità internazionale, a partire dalla metà degli anni Ottanta, si è mossa per cercare di arginare questo fenomeno, evidentemente con scarsi risultati. Nello specifico, sono sei le iniziative messe in campo per ridurre la dipendenza dei Paesi LIC dal debito e consentirgli uno sviluppo più organico e sano. Vediamole rapidamente i progetti e perché non hanno funzionato.

Piano Baker (1985-1988)

Col Piano Baker, in due parole, si è privilegiata la liquidità, inondando i Paesi in difficoltà con nuovi capitali a prestito. La strategia era mossa dalla convinzione che questi Stati fossero solamente illiquidi, cioè temporaneamente senza denaro a sufficienza per ripagare il debito.

In realtà, la diagnosi era sbagliata: più che di illiquidità, sarebbe stato opportuno parlare di insolvenza strutturale, ovvero dell’impossibilità di ripagare un debito – perché troppo alto – anche nel lungo periodo. 

Il Piano Baker, quindi, ha “fornito ossigeno” e ha evitato crisi sistemiche nel breve termine, senza però affrontare la criticità alla base. In sintesi, ha rinviato il problema senza risolverlo

Piano Brady (1989 in poi)

La conseguenza del fallimento del Piano Baker: la comunità internazionale ha riconosciuto che l’ostacolo principale non fosse la mancanza di liquidità, ma l’ampiezza del debito e la relativa insolvenza strutturale. C’era un altro problema da risolvere: i prestiti bancari del Piano Baker, ormai, erano diventati inesigibili, cioè spazzatura, dal momento che nessuno stato avrebbe mai onorato il debito. Che fare?

I prestiti bancari vengono convertiti in titoli garantiti da collaterali forti – come i Titoli del Tesoro USA, uno degli investimenti più sicuri al mondo – chiamati, appunto, i Brady Bond. Ma a una condizione. Semplificando, il Piano Brady dice alle banche: “il tuo prestito da 10 miliardi non vale nulla, ma ora potrai scambiarlo con un Brady Bond da 7 miliardi”.  Naturalmente, le banche accettano, perché perdere il 30% dell’investimento è meglio che perdere il 100%, e il debito viene scontato – non più 10 ma 7 miliardi da rimborsare. 

L’obiettivo era riaprire l’accesso al mercato ai Paesi LIC tramite i Brady Bond garantiti, che riducevano il debito e, ovviamente, risultavano molto più appetibili agli occhi degli investitori rispetto ai vecchi prestiti-spazzatura. 

Tuttavia, l’entità delle riduzioni era limitata e insufficiente a rendere sostenibile il debito: per riprendere il nostro esempio inventato, lo sconto da 10 a 7 miliardi era inutile per uno Stato che non poteva rimborsarne neanche 5. 

Heavily Indebted Poor Countries e Multilateral Debt Relief Initiative (1996 – 2005)

Anche queste due iniziative, che chiameremo rispettivamente HIPC e MDRI, nascono in risposta al fallimento del piano precedente e, secondo gli esperti, hanno rappresentato il tentativo più ambizioso di sempre per ridurre il debito estero dei Paesi LIC.  

Dunque, dopo aver imparato la lezione dei Piani Baker e Brady, la comunità internazionale è intervenuta direttamente sul debito: con l’HIPC, si sono verificati tagli fino al 90% delle passività, mentre con la MDRI si è arrivati a cancellare il 100% del debito dei Paesi LIC nei confronti di istituzioni internazionali come il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Mondiale.  

Finalmente, veniva effettivamente liberato lo spazio fiscale e i Paesi a basso reddito potevano utilizzare il capitale in avanzo – che poco prima era destinato al pagamento di interessi e titoli – per la spesa sociale: “in Tanzania e Uganda”, come scrive Marco Zupi, “la spesa per l’istruzione e per la sanità è aumentata significativamente dopo la cancellazione del debito”. 

Cosa non ha funzionato? Per riassumere, l’HIPC e la MDRI hanno risolto parte dei problemi del passato dal momento che, secondo la Banca Mondiale, ben 37 Paesi avrebbero beneficiato di più di 100 miliardi di dollari di “sconto”. Queste iniziative, tuttavia, hanno fallito nel prevenire le crisi future: tralasciando l’imposizione di condizioni abbastanza rigide per ottenere i finanziamenti, non è stato realizzato nè pensato alcun intervento mirato alla riforma del sistema, lasciando intatte quelle difficoltà strutturali alla base dei “peccato originale” dei Paesi LIC e di tutto ciò che ne consegue. Questi Paesi, come per certezza matematica, hanno ricominciato ad accumulare debito su debito.

Ma non è tutto! Siamo nel terzo millennio, il mondo sta cambiando e nuovi protagonisti stanno emergendo. Questo per dire che, se i “vecchi debiti” venivano contratti principalmente verso gli Stati membri del Club di Parigi – tra cui USA, UK, Italia, Germania, Giappone e Canada –  e banche multilaterali come la Banca Mondiale, adesso abbiamo una sfilza di nuovi creditori: dagli Stati non membri del Club di Parigi come la Cina, ai creditori privati come i fondi di investimento e banche commerciali. 

In sintesi, il nuovo ordine di creditori ha contribuito – e contribuisce tuttora – a rendere le varie crisi molto più complesse: se prima esisteva un tavolo unico – il Club di Parigi – che organizzava e portava avanti le negoziazioni, adesso lo scenario è molto più frammentato e difficile da coordinare. 

Debt Service Suspension Initiative (2020-2021)

Il DSSI è stata un’iniziativa lanciata dal G20 – le 20 maggiori economie del mondo – durante la pandemia da Covid-19. Come è facilmente intuibile dal nome, il DSSI nasce con l’obiettivo di mettere temporaneamente in pausa i pagamenti del debito: si è trattato di uno sospensione di circa 13 miliardi di dollari in versamenti per 48 Paesi, che hanno quindi avuto maggiore disponibilità per combattere la crisi sanitaria. 

Il DSSI, a livello di logiche di fondo, è molto simile al Piano Baker, dal momento che entrambi i programmi si sono focalizzati sulla liquidità e non sulla solvibilità, avendo concentrato gli interventi sul sollievo temporaneo piuttosto che sui deficit strutturali. L’unica vera differenza sta nelle modalità attraverso cui si è arrivati all’obiettivo: col Piano Baker si concedevano prestiti bancari, mentre col DSSI si è semplicemente permessa l’interruzione dei pagamenti. 

Come per le logiche, le due iniziative si somigliano anche per i limiti, nel senso che nella progettazione del DSSI non è stata pianificata alcuna strategia a lungo termine – ma va considerato il contesto emergenziale in cui prende piede. In questo caso, però, si è verificato un effetto collaterale che l’autore dell’articolo sulla sostenibilità del debito (Marco Zupi) ha definito “perverso”. 

Lo stop ai pagamenti, infatti, ha riguardato solamente i “creditori ufficiali”, ovvero gli Stati membri del Club di Parigi, senza toccare i creditori privati: banche e fondi di investimento hanno continuato a ricevere i corrispettivi dovuti.

Common Framework (2020 – presente)

È l’iniziativa attuale messa in campo dal G20 ed ha molti punti in comune con l’HIPC e il MDRI: anche il Common Framework (CF) è stato pensato per affrontare la questione alla radice, andando ad intervenire sulla solvibilità dei Paesi, dunque sulla riduzione dello stock di debito totale a un livello sostenibile. 

Essendo il CF in corso d’opera, è difficile dare un giudizio sulla sua efficacia. Le critiche principali, tuttavia, fanno riferimento alla lentezza delle procedure che caratterizza il programma. In due parole, citando l’autore, “gli sconti, quando arrivano, lo fanno tardi e spesso dopo costosi periodi di incertezza”. Inoltre, c’è anche un nodo da sciogliere relativo al coinvolgimento dei privati i quali, a causa dell’inattrattività degli incentivi, decidono di non partecipare. 

Come si evolverà la situazione?

È chiaramente una domanda retorica a cui nessuno può dare una risposta certa: anche le iniziative descritte finora, che pure erano motivate da una (apparente?) solidarietà di fondo, hanno in parte fallito nel loro intento, a testimonianza della complessità strutturale che contraddistingue il sistema finanziario. 

Nel frattempo, è possibile ragionare su alcune soluzioni che, nell’immediato, potrebbero offrire una sorta di strumento di autodifesa finanziaria alle vittime di questo sistema. Torniamo al caso del Madagascar: i suoi abitanti, dal 2017, hanno visto l’ariary, la valuta locale, svalutarsi del 50%. Come mettere un freno all’inflazione?

Povertà e il ruolo delle criptovalute   

Partiamo con una premessa: secondo il Global Findex 2025 pubblicato dalla Banca Mondiale, quasi un miliardo e mezzo di persone nel mondo sono unbanked, cioè non possiedono un conto corrente. Allo stesso tempo, sempre secondo lo stesso report, l’86% degli adulti possiede un telefono cellulare – la percentuale scende all’84% nei Paesi LIC. Infine, incrociando i dati, il 42% degli adulti unbanked possiede uno smartphone

Il punto fondamentale è che esiste una vastissima parte della popolazione mondiale senza accesso finanziario che però possiede già l’infrastruttura di base, ovvero telefono e connessione a internet, per poter risolvere il problema – detto parafrasando un proverbio, “hanno i denti ma non il pane”. 

Uno smartphone connesso ad internet, per esempio, è quanto basta per poter installare un wallet e comprare, vendere, inviare e ricevere le criptovalute – e finalmente utilizzare i denti per mangiare il pane. Ma perché le criptovalute potrebbero rappresentare un freno per l’inflazione? Continuiamo con l’esempio del nostro adorato Madagascar. 

Caso 1: King Julien XIII compra le crypto

Abbiamo quindi un abitante unbanked di Antananarivo, capitale del Madagascar, che possiede solo uno smartphone su cui ha installato un wallet crypto. Il nostro abitante, che chiameremo King Julien, in onore del film Madagascar, vuole convertire i suoi ariary in Bitcoin o stablecoin – come USDC – perché si è stufato di vedere il suo capitale diminuire giorno dopo giorno a causa dell’inflazione. Per prima cosa, King Julien deve superare l’ostacolo più grande: essendo unbanked, deve trovare un modo per digitalizzare i suoi contanti

Nell’Africa Sub-sahariana, dal momento che in molti fanno i conti con lo stesso impedimento di King Julien, esiste una soluzione diffusissima: il Mobile Money, un servizio finanziario che permette di ricevere, inviare e conservare denaro attraverso la SIM dello smartphone. 

King Julien, quindi, si reca in uno dei tanti negozi di telefonia in giro per Antananarivo, consegna i suoi ariary cash e riceve l’equivalente – meno una commissione – sul suo conto di Mobile Money. Ricordiamo che King Julien, nonostante abbia dei soldi digitali, è ancora unbanked, cioè sprovvisto di conto corrente presso una banca. Per questo motivo, non può utilizzare un exchange

King Julien sceglie un’altra via e accede a una piattaforma peer-to-peer (P2P) per cercare un venditore che accetti il suo metodo di pagamento. Una volta trovato, avviene la transazione: non appena il venditore conferma di aver ricevuto il pagamento, sblocca i Bitcoin o gli USDC – precedentemente bloccati nell’escrow, un deposito di garanzia – che la piattaforma poi trasferisce al wallet crypto dell’acquirente

King Julien, adesso, è sicuro che il suo capitale non si svaluterà come avveniva in precedenza con l’ariary. Per spendere i soldi, dunque convertire Bitcoin o USDC in ariary, gli basterà effettuare il processo inverso. 

Caso 2: King Julien riceve crypto dall’estero

Per concludere, vediamo un altro caso: King Julien riceve le crypto da un parente emigrato In Italia dove, al 1 gennaio 2024, la popolazione malgascia residente è pari a 1,675 unità. King Julien, come abbiamo visto, è unbanked e non può ricevere un bonifico. Ma anche qui le crypto ci vengono in soccorso, con un procedimento più rapido rispetto al Caso 1. 

Il parente, tramite Young Platform, converte i suoi euro in Bitcoin o USDC in un secondo e li invia al wallet di King Julien, che potrà riconvertirli in ariary attraverso il procedimento inverso che abbiamo menzionato poco fa. Pure stavolta, King Julien è riuscito a mettere in salvo il suo capitale dall’inflazione. 

Il problema non è risolto, ma King Julien vive meglio 

Per concludere, una breve riflessione: è chiaro che in questo modo non si risolve il nodo della povertà, che resta una questione prioritaria nell’agenda internazionale. Tuttavia, una soluzione come quella appena esposta può aiutare molto gli abitanti dei Paesi LIC. Almeno quelli con un telefono. 

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Fed: chi vuol essere il nuovo Presidente?

Fed: chi vuol essere il nuovo presidente?

La Fed cambia volto: a maggio il Presidente Jerome Powell terminerà il suo secondo mandato e Donald Trump dovrà scegliere il suo successore. Chi sarà?

La Fed, ovvero la banca centrale degli Stati Uniti, dopo otto anni passerà sotto la gestione di un nuovo Presidente: Jerome Powell, che attualmente siede sulla poltrona più alta, dovrà lasciare il posto a una nuova figura. Sarà compito del Presidente degli Stati Uniti scegliere l’erede. Vediamo i candidati più probabili.  

La Fed si prepara per il nuovo Presidente

La Fed, a maggio 2026, vedrà un cambio importante all’interno della sua struttura: il Presidente in carica, Jerome Powell, terminerà i suoi otto anni di mandato e verrà sostituito. Colui o colei che occuperà il vertice della banca centrale statunitense, sarà scelto o scelta direttamente da Donald Trump: dopo la nomina, però, il candidato Presidente della Fed dovrà ricevere anche l’approvazione del Senato degli Stati Uniti. 

Come vedremo, il Segretario del Tesoro Scott Bessent ha comunicato una lista di cinque nomi, di cui almeno tre potenzialmente molto vicini alla nomina. L’unico spoiler che possiamo fare è che, nell’elenco fornito da Bessent, non figura Jerome Powell. Perché? Per almeno due motivi

Nessuna chance per Jerome Powell: dura lex, sed lex

Il primo è di natura legale: nonostante la legge in vigore negli USA – il Federal Reserve Act – non preveda un limite di mandati per il Presidente della Fed, Powell uscirà dai giri della banca centrale per una coincidenza di eventi abbastanza curiosa. 

Jerome Powell, infatti, è entrato in carica come Governatore nel maggio 2012 per completare il mandato non scaduto di Frederic Mishkin – un po’ come il trumpianissimo Stephen Miran, nominato Governatore nel luglio scorso a causa delle dimissioni della Governatrice Adriana Kugler.

Due anni dopo, nel giugno del 2014, Powell è stato ufficialmente nominato Governatore per un mandato pieno, che ha 14 anni di durata, con scadenza al 31 gennaio 2028. Nel 2018, Powell è poi stato promosso proprio da Donald Trump – durante il suo primo mandato – al ruolo di Chair (cioè Presidente) della Federal Reserve. Quattro anni dopo, al termine legale del mandato, è stato confermato da Joe Biden, che ai tempi era il Presidente degli Stati Uniti. Arriviamo, quindi, ai giorni nostri: nel 2026 saranno quattro anni dalla conferma di Biden e, di conseguenza, apparirà la parola “Fine”. 

Ma allora, se la legge non prevede un limite massimo di mandati per il Chair della Fed, perché Jerome Powell non potrà essere rieletto in quel ruolo? Perché il Federal Reserve Act prevede una regola fondamentale: il Presidente della Fed deve essere anche membro del Board of Governors, cioè dei Governatori della banca centrale. 

Questa regola, nel caso di Powell, non può essere applicata: anche se venisse rieletto nella posizione apicale fino al 2030, nel 2028 decadrebbe il suo status di Governatore, dal momento che avrebbe raggiunto i 14 anni di servizio iniziati nel 2014. A quel punto, verrebbe automaticamente rimosso dal ruolo di Presidente.  

L’antipatia dell’amministrazione trumpiana per Powell è cosa nota

Anche se questa regola non esistesse, la situazione non cambierebbe: le possibilità che Powell rientri nella lista di Bessent sarebbero prossime allo zero. E qui veniamo al secondo motivo, di natura più “relazionale”: Trump e compagnia non amano l’attuale Chair, per usare un eufemismo. 

Come abbiamo raccontato in varie occasioni, Il Presidente degli Stati Uniti ha spesso usato toni duri nei confronti di Jerome Powell, soprattutto in occasione dei FOMC estivi, quando il tanto agognato taglio dei tassi tardava ad arrivare. A causa di questa “lentezza”, Donald Trump ha iniziato a soprannominarlo Jerome “Too Late” Powell e ha minacciato più volte il suo licenziamento

Una volta escluso Powell dal roster dei papabili, vediamo quali sono i nomi scelti dal Segretario del Tesoro USA.

I candidati più probabili

Domenica 26 ottobre, mentre era in viaggio sull’Air Force One verso Tokyo, Scott Bessent ha riferito ai giornalisti di aver ristretto a cinque il numero dei candidati, a seguito del primo giro di colloqui – a cui dovrebbe seguirne un secondo. 

In lista, troviamo il consigliere di Trump Kevin Hassett, l’ex Governatore della Fed Kevin Warsh, l’attuale Governatore della Fed Christopher Waller, la Vicepresidente della Fed Michelle Bowman e il dirigente di BlackRock Rick Rieder. Vediamoli uno per uno.

Kevin Hassett

È un fedelissimo di Donald Trump: ha affiancato il Presidente degli Stati Uniti nel primo mandato come Chair del Council of Economic Advisors e tuttora ha un posto nell’amministrazione come direttore del National Economic Council. Inoltre, nel periodo compreso tra i due mandati, ha lavorato per il fondo di investimenti di Jared Kushner, genero dello stesso Trump. 

Date queste premesse, sarebbe lecito supporre che Hassett possa essere la scelta principale di Trump, un uomo politico che dà molto peso al fattore fedeltà. Tuttavia, ci sono un paio di considerazioni da fare a livello strategico. 

In primo luogo, la reazione dei mercati alla sua nomina potrebbe essere particolarmente negativa, dal momento che una Fed a guida Hassett verrebbe percepita come fortemente subordinata alle volontà del POTUS (President of the United States). 

In secondo luogo, qualora la Federal Reserve dovesse compiere delle scelte poco gradite a Trump, con conseguenze macroeconomiche altrettanto poco gradite, quest’ultimo potrebbe fare molta più fatica a incolpare uno dei suoi fedelissimi: la retorica che sta utilizzando contro Powell avrebbe un effetto ridotto. 

Kevin Warsh

Ex Governatore della Fed, è stato membro del Board of Governors durante la crisi finanziaria del 2008, per poi dimettersi nel 2011 a seguito della svolta della banca centrale statunitense verso il Quantitative Easing (QE) – cioè una politica monetaria più espansiva. È stato direttore esecutivo e vice presidente di Morgan Stanley e, ora come ora, è visiting fellow presso l’Università di Stanford.

Un curriculum di tutto rispetto che, giustamente, lo rende un potenziale successore di Powell. A ciò, si aggiungono le sue connessioni con l’ambiente conservatore americano: come Hassett, ha lavorato anche lui per la Casa Bianca come consigliere economico di George W. Bush (detto anche Bush figlio), che poi lo avrebbe nominato Governatore della Fed. Inoltre, la famiglia di sua moglie, la miliardaria Jane Lauder – nipote di Estée Lauder, fondatrice dell’omonima casa di cosmetici da 32 miliardi di market capè in ottimi rapporti con la famiglia Trump

Tuttavia, anche qui, ci sono un paio di considerazioni strategiche da fare, a partire dalla sua idea sulla politica monetaria. Warsh viene considerato un “falco” hawkish opposto a dovish – perché, a quanto si legge, è fissato col controllo dell’inflazione: è stato proprio questo il motivo principale alla base delle sue dimissioni da Governatore nel 2011.

Una Fed a guida Warsh, pertanto, sarebbe più incline ad implementare una politica economica più restrittiva o, comunque, meno espansiva.  Insomma, un atteggiamento molto diverso da quello del POTUS, che da mesi sta implorando Powell di tagliare i tassi. 

Christopher Waller 

Attualmente in carica come Governatore della Fed, nominato proprio da Trump nel 2020, Waller ha trascorso la sua vita tra le aule universitarie e gli ambienti della banca centrale degli USA. 

Ha insegnato come professore in varie università negli Stati Uniti – Indiana, Washington e Kentucky – e in Germania – Bonn University. Nel 2009, invece, entra nella sede della Fed di St. Louis, nel ruolo di Vice Presidente e research director, e contribuisce alla creazione di FRED (Federal Reserve Economic Data), un gigantesco database gratuito di dati economici e finanziari gestito dalla Fed. 

Waller vede il settore delle criptovalute sotto una luce positiva: il 21 ottobre, presso la Fed di Washington, ha presieduto la Payments Innovations Conference, un meeting che, per dirla proprio con le sue parole, aveva lo scopo di “riunire idee su come migliorare la sicurezza e l’efficienza dei pagamenti, ascoltando chi sta plasmando il futuro dei sistemi di pagamento“. Alla conferenza hanno partecipato, giusto per fare tre nomi, Sergey Nazarov, Co-Founder & CEO di Chainlink; Heath Tarbert, Presidente di Circle e Cathie Wood, CEO di Ark Invest

In tutto ciò, c’è un problema: la lunga esperienza di Christopher Waller all’interno dei circoli della Federal Reserve. Il futuro Chair scelto da Donald Trump, infatti, dovrà essere anche una figura nuova, in grado di riformare la struttura della Fed e renderla meno determinante per quanto concerne la gestione dell’economia. Waller, al contrario, potrebbe aver interiorizzato proprio queste dinamiche che Trump intende smontare, risultando così poco adatto al ruolo. 

Michelle Bowman

Michelle “Miki” Bowman è la prima dei due outsider, cioè di coloro che possiedono un background diverso rispetto a quello dei tre candidati appena esaminati. In ogni caso, Anche Bowman, come Waller, è una Governatrice in carica nominata da Trump nel 2018. Lo stesso Trump, a gennaio 2025, l’ha poi promossa a Vice Presidente della Fed, un ruolo che la pone solo un gradino sotto Jerome Powell.

Perché è un’outsider? Perché, mentre i vari Hassett, Warsh e Waller hanno una formazione prettamente economica o di alta finanza, Bowman è laureata in Pubblicità e Giornalismo e ha un master in Giurisprudenza

Prima di passare all’ultimo candidato, una nota su Michelle Bowman: è conosciuta per essere una che lotta con tenacia per portare avanti le sue istanze e raggiungere i suoi obiettivi, nonostante le pressioni politiche. Per esempio, ha espresso più volte dissenso nei confronti di molti dei provvedimenti dell’era Biden e, a settembre 2024, il suo è stato il primo voto contrario di un Governatore della Fed, dopo due decenni di voto unanime sulla politica monetaria. Una donna dal carattere forte che sicuramente potrebbe piacere a The Donald.  

Rick Rieder

Rieder è un outsider non tanto per il background accademico, quanto per il fatto che non è un membro dei Governatori della Fed. Parliamo, infatti, di un importante manager di BlackRock, con una profonda conoscenza del mercato obbligazionario, che è appunto la sua specialità. 

Rieder, quindi, è estraneo – non del tutto – ai meccanismi della banca centrale e alle sottotrame politiche di Washington, ma ha molta familiarità con l’alta finanza e con la burocrazia che la riguarda. In questo senso, potrebbe essere considerato come l’antitesi di Waller

Infine, Rieder è conosciuto per i suoi orari lavorativi estenuanti: si dice che si alzi dal letto ogni giorno alle 03:30 del mattino, proprio per avere qualche ora di vantaggio sui suoi competitor.     

Quali sono le probabilità per ognuno dei candidati?

Bene, abbiamo esaminato i potenziali eredi di Jerome Powell, è ora di dare un’occhiata ai bookmakers, cioè Polymarket

Al momento della scrittura, le probabilità per ciascun nome sono: 

  • Kevin Warsh: 15%
  • Kevin Hassett: 15%
  • Chris Waller: 14%
  • Scott Bessent: 5%
  • Rick Rieder: neanche quotato
  • Nessun annuncio prima di dicembre: 53%

Perché c’è anche Scott Bessent? Perché Donald Trump, nel suo viaggio di fine ottobre verso Tokyo, ha dichiarato ai giornalisti che stava pensando proprio a lui come Chair della Fed ma che lo stesso Bessent avrebbe rifiutato perché “gli piace lavorare al Tesoro”. Qualche minuto dopo avrebbe fatto marcia indietro dicendo che “Non stiamo pensando a lui, in realtà”. 

Insomma, chi vincerà la corsa alla presidenza della Fed? O per dirla col titolo dell’articolo: chi vuol essere il nuovo Presidente?

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L’oro crolla: è il peggior crash dal 2013

L'oro crolla: è il peggior crash dal 2013

L’oro inverte la rotta? Il 21 ottobre segna il calo peggiore degli ultimi anni e sorprende gli investitori. Cos’è successo e perché?

Il prezzo dell’oro, nella giornata di martedì 21 ottobre, è sceso in un modo che non si vedeva da circa 12 anni. L’evento ha lasciato gli investitori di tutto il mondo a bocca aperta: all’entità della perdita si è aggiunta quella sensazione di shock data dal fatto che il valore del nobile metallo cresceva imperterrito da mesi. Quindi? È tempo di analizzare i fatti. 

La quotazione dell’oro precipita: cos’è successo?

L’oro, in poco più di 24 ore, ha messo a segno la peggiore performance dal 2013, arrivando a perdere quasi l’8,3%, toccando i 4.000$, per poi recuperare leggermente e assestarsi – almeno fino al momento della scrittura – nel range fra i 4.050$ e i 4.150$. 

Un dato incredibile che testimonia la portata dell’evento, è connesso alla perdita, in termini di market cap, del più nobile fra i metalli: questo -8,3% corrisponde, milione più milione meno, a circa 2,2 bilioni (trillion) di dollari o, per dirla in un altro modo, all’intera capitalizzazione di mercato di Bitcoin

Il crollo dell’oro, inoltre, ha colpito anche le aziende connesse al settore del mining – qualcuno potrebbe notare delle interessanti analogie. Le due compagnie di estrazione più grandi al mondo, Newmont Corporation e Agnico Eagle Mines Limited, infatti, hanno registrato dei forti cali: dall’apertura delle borse di martedì 21 al momento in cui scriviamo, le due società stanno perdendo più del 10%.

L’oro, in tutto ciò, non è l’unico metallo prezioso in difficoltà: l’argento, attualmente, sta cedendo l’8,6% mentre il platino, che in realtà se la passa un po’ meglio, è giù del 7,2%.

Le cause

Se la quotazione dell’oro è in picchiata, come affermano molti analisti, le cause sarebbero prevalentemente tecniche. In due parole, il sell-off potrebbe essere una conseguenza necessaria del rally che, da gennaio 2025, ha portato il metallo giallo a guadagnare più del 50%: molto semplicemente, se un asset cresce per tanto tempo è probabile che, prima, o poi qualcuno deciderà di prendere profitto

A questo discorso, che sicuramente ha un peso, data la scalata di cui l’oro si è reso protagonista, si potrebbero aggiungere due variabili di natura più politico-economica

La prima è connessa al rapporto fra Stati Uniti e Cina, in apparente distensione: dopo gli scontri a distanza del weekend 11 e 12 ottobre, che hanno innescato la peggiore liquidazione nella storia delle crypto, il Presidente degli Stati Uniti Donald Trump e quello cinese Xi Jinping dovrebbero incontrarsi a Seoul il prossimo 31 ottobre. Il condizionale è d’obbligo, perché The Donald ha dimostrato più volte di cambiare idea all’ultimo. 

Ecco un esempio. Il POTUS, proprio martedì 21, ha confermato l’intenzione di trovare un accordo col supremo Leader: “Ho un ottimo rapporto col Presidente Xi. Mi aspetto di riuscire a concludere un buon accordo con lui”, salvo poi aggiungere che l’incontro “Forse non avverrà, possono succedere cose, per esempio qualcuno potrebbe dire “Non voglio incontrarmi, è troppo spiacevole.” Ma in realtà non è spiacevole. È solo business”. Imprevedibilità pura. 

La seconda, invece, potrebbe essere intesa in parte come una conseguenza della prima: il rafforzamento del dollaro USA. Il DXY, che misura il valore del dollaro rispetto a un paniere formato dalle sei più importanti valute estere, dalla metà di settembre ha guadagnato l’1,3%

Inversione di tendenza o un ritracciamento temporaneo?

Il trend rialzista dell’oro è arrivato al termine oppure stiamo assistendo a un semplice stop temporaneo? È la domanda delle domande a cui, ovviamente, nessuno può rispondere.

Ciò che potremmo dire, però, è che un cambio di rotta potrebbe essere un’ottima notizia per Bitcoin. Un precedente interessante lo possiamo ritrovare nel 2020: quando l’oro ha raggiunto il top di mercato ad agosto a quota 2.080$, Bitcoin toccava il bottom a 12.250$ – che tempi. 

Da quel momento, l’oro ha lateralizzato per circa tre anni, prima di cominciare il movimento al rialzo che l’ha portato a raddoppiare il suo valore, mentre per Bitcoin è partita l’epica bull run del 2020-2021: dai 10.000$ di settembre 2020 ai 65.000$ di aprile 2021. Una vera e propria rotazione di capitali a favore del Re delle Crypto. 

Citigroup assegna un forte rating “Buy” a Strategy

Nel caso di un’inversione di tendenza, il pattern oro-BTC si ripeterà anche nel 2025? Anche qui, non è dato saperlo. Tuttavia, il colosso di investimenti bancari Citigroup ha iniziato a seguire ufficialmente il titolo Strategy (MSTR), cioè l’azienda di Michael Saylor che detiene 640.418 BTC: la sua prima raccomandazione per gli investitori è stata “Buy”, pronosticando un prezzo target per l’azione a 485$

La cosa interessante è che la quotazione di Strategy – mentre scriviamo – si aggira sui 280$: se Citi pone un target price a 485$, significa che prevede una crescita del titolo pari al 70% circa. L’analista di Citi che sta monitorando MSTR, Peter Christiansen, ha affermato che un simile rialzo del prezzo “si basa sulla previsione di base di Citi per Bitcoin nei prossimi 12 mesi, fissata a 181.000 dollari, un potenziale rialzo del 65% rispetto ai livelli attuali”.

Oro e Bitcoin, testa a testa? Restiamo in attesa

Sarà molto interessante scoprire cosa ci accadrà nele prossime settimane. I dati ci dicono che, negli ultimi tre anni, sempre più istituzioni finanziarie – banche centrali in primis – hanno iniziato a fare scorta di oro fisico, anche al fine di proteggersi dalla svalutazione del dollaro, accentuata dalla gestione dell’amministrazione Trump. 

Dall’altro lato, stiamo assistendo a una crescita pressoché quotidiana delle entità, sia pubbliche sia private, che decidono di inserire Bitcoin nella propria tesoreria e che, in generale, vedono l’asset non più come un’alternativa – un piano B – ma come una scelta.  

Chi vincerà il testa a testa? Lo scopriremo solo vivendo. Nel mentre, continueremo ad osservare e a raccontare gli eventi più rilevanti: per non perderti nulla, iscriviti al nostro canale Telegram e a Young Platform.

Infine, come sempre, ricordiamo che le informative contenute in questo articolo hanno finalità esclusivamente divulgative. Non costituiscono in alcun modo una consulenza finanziaria, legale o fiscale, né una sollecitazione o offerta al pubblico di strumenti o servizi di investimento, ai sensi del D. Lgs. 58/1998 (TUF). L’investimento in cripto-attività comporta un rischio elevato di perdita – anche totale – del capitale investito. Le performance passate non garantiscono risultati futuri. L’utente è invitato a compiere valutazioni autonome e consapevoli prima di assumere decisioni economiche e/o di investimento.

Legge di bilancio 2026: come cambia la tassazione?

Legge di bilancio 2026: come cambia la tassazione?

La legge di bilancio per il 2026 vede alcuni importanti cambiamenti a livello di tassazione sulle criptovalute e non solo. Quali sono le novità?  

La legge di bilancio del 2026 introduce diverse novità fiscali in vari settori, dalle criptovalute alle agevolazioni alle imprese. Occorre precisare che, per ora, abbiamo a disposizione solo una bozza (o disegno) ufficiale approvata dal governo: la versione definitiva arriverà entro il 31 dicembre. In ogni caso, abbiamo dato un’occhiata al testo per cercare di capire che aria tira, concentrandoci – ovviamente – sulla sezione delle crypto. Ma ci sarà spazio anche per altro. 

Tasse e criptovalute nel 2026: cosa c’è di nuovo?

Partiamo, come è logico, dalle criptovalute e dalle modifiche che riguardano questo ambito.

Aliquota fissa al 33% o al 26%?

È la prima – e unica – grande questione: a partire dal 1° gennaio 2026, sulle plusvalenze realizzate verrà applicata un’imposta sostitutiva con aliquota fissa del 33%

In parole più semplici, ciò significa che i profitti realizzati a seguito di vendita o scambio di “cripto-attività” verranno tassati al 33%, a prescindere dal soggetto che ottiene il guadagno. L’imposta sostitutiva, infatti, non prende in considerazione il reddito o altri parametri che, nella maggior parte dei casi, vengono inclusi nel calcolo delle “imposte ordinarie”. Si tratta, quindi, di un prelievo fiscale del 33% uguale per tutti

Inoltre, è stata eliminata la famosa franchigia dei 2.000€, che escludeva dalla tassazione qualsiasi plusvalenza al di sotto di questa cifra e considerava tassabile solo la parte che superava tale soglia. Cerchiamo di capire meglio quanto appena detto, coi numeri. 

Con la dichiarazione di quest’anno, valida per i redditi del 2024, una plusvalenza di 1.800€ non è soggetta ad alcun tipo di imposta, proprio perché non oltrepassa la soglia dei 2.000€. Allo stesso modo, su un profitto di 2.300€, la parte tassata è solamente quella che supera i 2.000€, dunque i 300€. Per la prossima dichiarazione, verrà tassato ogni euro guadagnato

Questo aggiornamento, in realtà, non è totalmente nuovo: dalla legge di bilancio del 2024 – valida per il 2025 – già si poteva sapere dell’aumento dell’aliquota e della soppressione della soglia, a partire da gennaio 2026. 

Il documento di quest’anno, invece, come è scritto nell’Articolo 13 “Disposizioni in materia di criptovalute, si limita ad aggiungere un pezzo molto interessante alle ultime disposizioni.

Nel testo, appunto, leggiamo che “all’Articolo 1 della legge 30 dicembre 2024, n. 207”, ovvero quella di cui abbiamo parlato qui sopra, “sono apportate le seguenti modificazioni. Ora, dopo la parola “modificazioni”, l’articolo elenca una serie di lunghi comma che evitiamo volentieri di riportare. Andiamo diretti alla sostanza

L’aliquota fissa al 33% non vale per tutte le operazioni, c’è un’eccezione: alle plusvalenze “derivanti da operazioni di detenzione, cessione o impiego di token di moneta elettronica denominati in euro”, verrà applicata un’aliquota fissa più bassa, al 26%. In pratica, le operazioni effettuate utilizzando le stablecoin ancorate all’euro saranno sottoposte a una tassazione ridotta al 26%. 

Facciamo un esempio. Immagina di voler vendere Bitcoin perché sei in profitto: scambiando BTC con USDC, la plusvalenza sarebbe sottoposta a una tassazione del 33%. Se, invece, scegliessi EURC – la stablecoin ancorata all’euro, emessa da Circle – al posto di USDC, allora l’aliquota si abbasserebbe al 26%. Lo stesso procedimento sarebbe valido per Ethereum e per tutte le altre criptovalute. 

Infine, questo paragrafo precisa che “non costituisce realizzo di plusvalenza o minusvalenza la conversione tra Euro e token di moneta elettronica denominati in euro, né il rimborso in euro del relativo valore nominale”. Anche qui, mille parole per dire che, fondamentalmente, scambiare 1€ in 1 EURC, e viceversa, non è un evento tassabile.

Bel casino eh? Tra aliquote fisse, imposte ordinarie e franchigie c’è il rischio di impazzire. Sarebbe veramente bello avere a disposizione un servizio specializzato gestito da esperti in materia. 

E se ti dicessi che è possibile? Su Young Platform hai la possibilità di chiedere aiuto a Okipo, la soluzione leader in Italia per la fiscalità crypto. Con questa collaborazione, hai l’opportunità di delegare tutte le noie fiscali e non pensarci più. In aggiunta, ti consigliamo di visitare la nostra sezione dedicata “Tasse C’rypto”. 

Istituzione del Tavolo permanente  

La seconda parte dell’Articolo 13 parla dell’istituzione di un “Tavolo permanente di controllo e vigilanza sulle criptoattività e la finanza innovativa volto a favorire lo sviluppo ordinato e legale del settore”

Questo tavolo sarà composto da rappresentanti del MEF (Ministero dell’economia e delle Finanze), della Guardia di Finanza, della CONSOB (Commissione Nazionale per le Società e la Borsa), della Banca d’Italia, dell’Unità di Informazione Finanziaria e da accademici

Un gruppo di esperti e addetti ai lavori che, come dice il testo ufficiale, avrà il compito di affiancare le istituzioni di controllo, di monitorare i rischi, di prevenire le frodi, di contrastare attività connesse al riciclaggio e al terrorismo, di seguire l’evoluzione tecnologica del settore e di promuovere l’educazione finanziaria.

E il resto? 

L’Articolo 13, che abbiamo appena analizzato, è solamente uno dei 154 articoli contenuti nella bozza della legge di bilancio. In breve, nel documento è elencato un insieme di interventi in vari ambiti, per 18 miliardi di euro: famiglia, imprese, banche e così via. Vediamo rapidamente i più importanti.

Misure fiscali e sostegno al reddito

La seconda aliquota sull’IRPEF (Imposta sul Reddito delle Persone Fisiche) viene ridotta dal 35% al 33% – per “seconda aliquota”, si intende il secondo scaglione che comprende i redditi annui compresi tra i 28.000€ e i 50.000€. Sempre in riferimento ai redditi da lavoro, sono state prese delle misure con lo scopo di agevolare la tassazione sui rinnovi contrattuali, sui premi di produttività e su altri trattamenti. Infine, l’esenzione per i buoni pasto è stata elevata da 8€ a 10€

C’è poi tutta una parte relativa ai bonus edilizi, che vengono riconfermati: a grandi linee, parliamo di detrazioni del 50% nel 2026 e del 36% dal 2027 per il superbonus e per il bonus ristrutturazioni, e del 36% nel 2026 e del 30% nel 2027 per l’ecobonus – con una serie di eccezioni che modificano gli sgravi fiscali a seconda dei singoli casi. 

Famiglie, lavoro e politiche sociali

Viene confermata la carta “Dedicata a te”, cioè il contributo mensile di 500€ per i nuclei familiari in difficoltà economica, con lo stanziamento di 500 milioni di euro all’anno. Inoltre, è stata confermata in bozza una serie di provvedimenti finalizzati ad aiutare le famiglie.  

Tra questi, l’aumento del bonus per le lavoratrici con due o più figli – bonus mamme –  che passa da 40€ a 60€, e il rafforzamento dei fondi per sostenere l’assistenza familiare: Fondo Caregiver, Fondo Minori, Fondo per i genitori lavoratori (Congedo parentale) o divorziati/separati, oltre a modifiche mirate ad alleggerire il calcolo dell’ISEE sulla prima casa. È stato anche rifinanziato il fondo per le donne vittime di violenza, detto reddito di libertà

Sanità

Oltre ai rifinanziamenti già previsti dalla legge di bilancio del 2024, sono stati aggiunti altri fondi per sostenere la sanità pubblica. L’anno scorso, infatti, il governo aveva già previsto di stanziare 5 miliardi per il 2026, 5,7 miliardi per il 2027 e quasi 7 miliardi per il 2028: nella bozza di quest’anno, il Consiglio dei Ministri conferma altri 2,4 miliardi per il 2026 e 2,65 miliardi per il 2027

L’obiettivo è migliorare le condizioni contrattuali del personale e assumere nuovi dipendenti, al fine di ridurre le liste di attesa e, in generale, rendere più efficienti le prestazioni sanitarie. 

Imprese

La bozza prevede lo stanziamento di alcuni milioni per aiutare le imprese nell’acquisto di nuovi macchinari. Quando un’azienda acquista o prende locazione finanziaria – un leasing con acquisto finale – un bene strumentale come un macchinario, ha la facoltà di dedurre il costo delle tasse di anno in anno. Questo processo si chiama ammortamento.

Il governo, per rilanciare il settore industriale e imprenditoriale, ha previsto un super-ammortamento per i macchinari acquistati nel 2026: l’impresa, quindi, anziché scaricare dalle tasse il costo reale della strumentazione, avrà la possibilità di “fingere” che questa sia costata di più, per avere uno sgravio fiscale maggiore. 

Nello specifico, si potrà beneficiare della maggiorazione – cioè dell’aumento del costo – del 180% per gli investimenti fino a 2,5 milioni di euro, del 100% per gli investimenti oltre 2,5 milioni e fino a 10 milioni di euro e del 50% per gli investimenti oltre 10 milioni e fino a 20 milioni di euro.

Inoltre, nel caso di investimenti green, la maggiorazione sale al 220% per gli investimenti fino a 2,5 milioni di euro, al 140% per gli investimenti oltre 2,5 milioni e fino a 10 milioni di euro e al 90% per gli investimenti oltre 10 milioni e fino a 20 milioni di euro.

Verranno aiutate anche le piccole e medie imprese (PMI), col finanziamento della “Nuova Sabatini”: 200 milioni per il 2026 e 450 milioni per il 2027 per comprare macchinari nuovi. 

Infine, le aziende che investono in zone speciali del Sud, dette ZES (Zone Economiche Speciali) e vicine a porti e interporti, o ZLS (Zone Logistiche Speciali), continueranno a ricevere, rispettivamente, uno sconto sulle tasse e 100 milioni per i prossimi tre anni

Banche e assicurazioni

Per il triennio 2026, 2027 e 2028, aumenta l’IRAP (Imposta Regionale sulle Attività Produttive) per banche e assicurazioni del 2%: nell’ordine, dal 4,65% al 6,65% e dal 5,90% al 7,90%

Secondo le previsioni, grazie a questo provvedimento lo Stato italiano dovrebbe incassare 1,15 miliardi di euro in più nel 2026, 1,34 miliardi di euro in più nel 2027 e 1,33 miliardi di euro in più nel 2028

Lo ricordiamo: è solo la bozza ufficiale

Vale la pena sottolinearlo: tutto ciò che abbiamo letto e scritto sarà oggetto di revisione e  negoziazione nei prossimi due mesi. Il documento che circola è un prodotto delle volontà di chi governa e non tiene conto, per ora, delle richieste dell’opposizione. Anzi, alcuni articoli presenti nel documento hanno già provocato attriti persino tra i partiti della maggioranza.

Prima di vedere la versione definitiva, il disegno di legge dovrà superare almeno altre 8 fasi, tra esame e approvazione del Parlamento (Camera e Senato), verifica da parte della Commissione di Bilancio e altro ancora. 
Noi, sicuramente, continueremo a monitorare gli sviluppi: iscriviti al nostro canale Telegram e a Young Platform per evitare di perderti gli aggiornamenti fondamentali!